{"id":26672,"date":"2016-12-16T10:45:07","date_gmt":"2016-12-16T09:45:07","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26672"},"modified":"2016-12-18T12:42:11","modified_gmt":"2016-12-18T11:42:11","slug":"perry-anderson-sulla-crisi-in-brasile-parte-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26672","title":{"rendered":"Perry Anderson sulla crisi in Brasile (parte 1)"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>PERRY ANDERSON<\/strong><\/p>\n<p>I Paesi BRICS [Brasile Russia India Cina Sudafrica] sono nei guai. Per un certo periodo di tempo sono stati le locomotive della crescita globale, mentre l\u2019Occidente si trovava immerso nella peggiore crisi finanziaria e recessione economica dai tempi della Grande Depressione; ora per\u00f2 sono diventati il primo motivo di preoccupazione ai piani alti del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca mondiale. La Cina, innanzi tutto, a causa del suo peso nell\u2019economia globale: produzione in decelerazione e una montagna di debiti. La Russia: sotto assedio, con il prezzo del petrolio in forte calo e le conseguenze delle sanzioni. L\u2019India: quella che se la cava meno peggio, ma con preoccupanti indicatori statistici. Il Sudafrica: in caduta libera. Tensioni politiche si manifestano in ciascuno di essi: Xi e Putin vi rispondono ricorrendo alla forza, mentre [l\u2019indiano] Modi sprofonda nei sondaggi e [il sudafricano] Zuma e il suo partito ne escono a pezzi. Tuttavia, in nessuno di questi Paesi crisi politica e crisi economica si sono fuse in modo esplosivo come in Brasile, le cui piazze nello scorso anno sono state riempite da un numero di manifestanti superiore a quello di tutti gli altri Paesi del mondo messi assieme.<\/p>\n<p>Scelta da Lula per la sua successione, Dilma Rousseff, l\u2019ex guerrigliera diventata capo di Stato, aveva vinto le elezioni presidenziali del 2010 con una schiacciante maggioranza. Quattro anni dopo era stata rieletta, ma questa volta con un margine molto ristretto, un 3 % in pi\u00f9 del suo competitore A\u00e9cio Neves, governatore di Minas Gerais, e in uno scontro caratterizzato da una polarizzazione territoriale mai vista prima: con il Sud-Sudest industrializzato contro di lei e il Nordest che le regalava un vantaggio maggiore di quello del 2010, con un 72 % dei voti. Anche cos\u00ec, comunque, si tratt\u00f2 di una vittoria indiscutibile, paragonabile a quella di Mitterrand contro Giscard e pi\u00f9 netta, nonch\u00e9 pi\u00f9 pulita, di quella di Kennedy contro Nixon. Nel gennaio 2015, Dilma &#8211; e d\u2019ora in avanti tralasceremo i cognomi, secondo l\u2019uso brasiliano &#8211; inaugur\u00f2 la sua seconda presidenza.<\/p>\n<p>Nel giro di tre mesi grandi manifestazioni hanno riempito le piazze delle principali citt\u00e0 del Paese, con almeno due milioni di persone che volevano le sue dimissioni. Nel Congresso dei deputati, il Partito della socialdemocrazia brasiliana (PSDB) di Neves e i suoi alleati, imbaldanziti dai sondaggi che indicavano una vertiginosa caduta della popolarit\u00e0 di Dilma, cominciarono a lavorare per ottenerne l\u2019<em>impeachment<\/em>. Il 1\u00b0 maggio Dilma non fu nemmeno in grado di trasmettere per televisione al Paese il tradizionale discorso: quando, l\u20198 marzo, nella giornata internazionale della donna, lo aveva fatto, la gente aveva cominciato a far baccano con le pentole e a suonare il clacson, in una forma di protesta diventata famosa come <em>O panela\u00e7o<\/em>. Nel giro di ventiquattro ore il Partito dei lavoratori (PT), che aveva goduto del maggiore e pi\u00f9 prolungato sostegno in Brasile, era diventato il partito pi\u00f9 impopolare del Paese. In privato, Lula avrebbe detto: \u00abAbbiamo vinto le elezioni per poi perderle il giorno dopo\u00bb. Molti militanti si domandavano se il partito sarebbe riuscito a sopravvivere.<\/p>\n<p>Ma come si era arrivati a questo punto? Nell\u2019ultimo anno del governo Lula, mentre l\u2019economia globale stava appena riprendendosi dalla prima scossa del <em>crack<\/em> finanziario del 2008, l\u2019economia brasiliana era cresciuta del 7,5 %. Arrivata al governo, Dilma inaugur\u00f2 una politica di contenimento dei rischi di surriscaldamento dell\u2019economia, con grande soddisfazione della stampa finanziaria: appariva una linea politica simile a quella applicata da Lula all\u2019inizio del suo primo mandato. Molto presto per\u00f2, dato che la crescita rallentava vertiginosamente e l\u2019orizzonte della finanza mondiale andava oscurandosi di nuovo, il governo invert\u00ec la rotta, con un pacchetto di provvedimenti orientati a privilegiare gli investimenti nello sviluppo sostenibile. I tassi di interesse vennero abbassati, si ridussero le trattenute fiscali, i costi dell\u2019energia elettrica vennero ridotti, la moneta venne svalutata e si impose un limitato controllo sui movimenti di capitale [1].<\/p>\n<p>Sull\u2019onda di questi provvedimenti, nella prima met\u00e0 del suo mandato Dilma godette di un tasso d\u2019approvazione del 75 %.<\/p>\n<p>Tuttavia, lungi dall\u2019accelerare, l\u2019economia rallent\u00f2, passando da un modesto aumento del 2,72 % nel 2011 a un insignificante 1 % nel 2012. Nell\u2019aprile 2013, inoltre, con una inflazione ormai superiore al 6 %, la Banca centrale innalz\u00f2 bruscamente i tassi di interesse, minando cos\u00ec le basi della \u201c<em>new economic matrix<\/em>\u201d del ministro delle Finanze Guido Mantega. Due mesi dopo nel Paese si scaten\u00f2 un\u2019ondata di proteste di massa, alla cui origine stava l\u2019aumento del prezzo dei biglietti degli autobus a S\u00e3o Paulo e a Rio de Janeiro, che per\u00f2 rapidamente crebbe di dimensioni, trasformandosi in una espressione generalizzata di malcontento per la qualit\u00e0 dei servizi pubblici e \u2013 sotto lo stimolo dei mass media \u2013 in ostilit\u00e0 verso uno Stato incompetente. Bruscamente, il gradimento del governo si dimezz\u00f2. Como risposta a tutto ci\u00f2 si fece marcia indietro, dando inizio a una riduzione della spesa pubblica e consentendo ai tassi di interesse di riprendere ad aumentare. La crescita diminu\u00ec ulteriormente &#8211; nel 2014 arriver\u00e0 praticamente a zero -, ma disoccupazione e salari si mantennero stabili. Alla fine del suo primo mandato, Dilma anim\u00f2 una audace campagna per essere rieletta promettendo ai suoi elettori di voler continuare a dare la priorit\u00e0 al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, accusando il suo avversario del PSDB di voler intaccare le conquiste sociali conseguite dal governo del PT, colpendo cos\u00ec i pi\u00f9 poveri. E nonostante gli insistenti attacchi ideologici da parte della stampa, riusc\u00ec comunque a vincere.<\/p>\n<p><strong>La svolta di Dilma<\/strong><\/p>\n<p>Prima ancora per\u00f2 di iniziare formalmente il suo secondo mandato, Dilma invert\u00ec la rotta. Si rendeva necessario, dichiar\u00f2 di punto in bianco, un po\u2019 di austerit\u00e0. L\u2019architetto della \u201cnuova matrice economica\u201d venne licenziato e al ministero delle Finanze venne installato il direttore della divisione del risparmio gestito della seconda banca privata brasiliana per dimensioni \u2013 un seguace della scuola di Chicago -, con il mandato di ridurre l\u2019inflazione e ripristinare la fiducia. Gli imperativi, ora, erano il taglio della spesa sociale, la riduzione del credito delle banche pubbliche, la vendita all\u2019asta delle propriet\u00e0 dello Stato e l\u2019aumento delle tasse per ricondurre il bilancio in attivo. Nel giro di pochissimo tempo la Banca centrale innalz\u00f2 il suo tasso di interesse al 14,25 %. Ma poich\u00e9 l\u2019economia continuava a stagnare, gli effetti di questo pacchetto di misure prociclo furono quelli di precipitare il Paese in una recessione generalizzata: crollo degli investimenti, taglio dei salari e raddoppio della disoccupazione. Con la contrazione del Prodotto interno lordo (PIL) le entrate fiscali diminuirono, aggravando il deficit e il debito pubblico. Nessun indice di gradimento del governo avrebbe potuto reggere alla rapidit\u00e0 del processo di deterioramento economico. La popolarit\u00e0 di Dilma non precipit\u00f2 per\u00f2 solo e prevedibilmente in seguito al peggioramento del tenore di vita del popolo. Venne anche determinata, anche se fa male riconoscerlo, dal fatto di aver disatteso le promesse alla base della sua elezione. La reazione dei suoi elettori, in linea generale fu quella di ritenere che la sua vittoria poteva essere definita come un \u201c<em>estelionato<\/em>\u201d: aveva ingannato coloro che l\u2019avevano appoggiata, adottando il programma elettorale dei suoi avversari [2]. Ne derivarono non solo delusione, ma anche rabbia.<\/p>\n<p>Anche se poco visibili, le cause di questa sconfitta risiedono proprio nel modello di crescita del PT. All\u2019inizio, il suo successo era dipeso da due condizioni: un superciclo nel prezzo delle materie prime e un <em>boom<\/em> dei consumi domestici. Tra il 2005 e il 2011 il positivo del bilancio commerciale brasiliano aument\u00f2 di oltre un terzo, poich\u00e9 la domanda di materie prime da parte della Cina e di altri Paesi increment\u00f2 il valore delle sue esportazioni principali e il volume degli introiti fiscali per spese sociali. Alla fine del secondo mandato di Lula, nelle esportazioni brasiliane la percentuale corrispondente a beni primari era passata dal 28 % al 41 %, mentre quella relativa ai beni manifatturati era scesa dal 55 % al 44 %; alla fine del primo mandato di Dilma le materie prime rappresentavano oltre la met\u00e0 del valore delle esportazioni. Dal 2011 in poi, per\u00f2, i prezzi delle principali merci commercializzate dal Paese collassarono: i minerali di ferro scesero da 180 a 55 dollari la tonnellata, la soia da circa 40 a 18 dollari lo staio, il petrolio greggio da 140 a 50 dollari il barile. In reazione alla fine della bonaccia commerciale, anche il consumo domestico entr\u00f2 in declino. Durante il suo governo, la principale strategia del PT consist\u00e9 nell\u2019espandere la domanda interna incrementando il potere d\u2019acquisto delle classi popolari. Ci\u00f2 fu reso possibile non solo mediante l\u2019innalzamento del salario minimo e aiuti diretti ai poveri &#8211; la \u201c<em>Bolsa Fam\u00edlia<\/em>\u201d [Borsa famiglia]-, ma anche con una massiccia iniezione di credito al consumo. Nel decennio 2005-2015 il totale dei debiti nel settore privato crebbe dal 43 % del PIL al 93 %: i prestiti ai consumatori arrivarono al doppio del livello di quelli dei Paesi circostanti. Quando Dilma venne rieletta, verso la fine del 2014, il pagamento degli interessi del debito domestico assorbiva oltre un quinto del reddito medio dei brasiliani. Con la fine del <em>boom<\/em> delle materie prime, anche la febbre consumistica volgeva alla fine. I due principali motori della crescita s\u2019erano bloccati.<\/p>\n<p>Nel 2011 l\u2019obiettivo della nuova matrice economica di Mantega era stato quello di stimolare l\u2019economia con una intensificazione degli investimenti. Ma le risorse per poterlo fare erano diminuite. Dal 2006 le banche dello Stato cominciarono gradualmente ad aumentare la quantit\u00e0 dei prestiti, passando da un terzo alla met\u00e0 del credito globale: il portafoglio della governativa Banca nazionale per lo sviluppo economico e sociale (BNDES) dopo il 2007 si moltiplic\u00f2 per sette. Proponendo alle grandi compagnie trattamenti di favore per un ammontare molto superiore a quello destinato al sostegno delle famiglie povere, la \u201c<em>Bolsa Empresarial<\/em>\u201d fin\u00ec col costare al tesoro nazionale il doppio della \u201c<em>Bolsa Fam\u00edlia<\/em>\u201d. Questo ampliamento del finanziamento pubblico a favore dell\u2019agrocommercio e della costruzione rappresent\u00f2 la goccia che fece traboccare il vaso per la classe media urbana, che fin\u00ec con l\u2019opporsi sempre pi\u00f9 violentemente al PT, con i <em>media<\/em> locali &#8211; ripresi e amplificati dalla stampa finanziaria di New York e di Londra &#8211; che tuonavano contro i pericoli dello statalismo. Pertanto, invertendo la rotta, Mantega sperava di riuscire a stimolare gli investimenti privati con concessioni tributarie e la riduzione dei tassi di interesse \u2013 a scapito di una contrazione degli investimenti pubblici nelle infrastrutture \u2013 e di favorire l\u2019esportazione dell\u2019industria manifatturiera svalutando il real. Tutti questi favori all\u2019industria brasiliana risultarono inefficaci. Dal punto di vista strutturale, nel Paese \u00e8 la finanza la forza principale. La capitalizzazione combinata delle due maggiori banche private brasiliane, Ita\u00fa e Bradesco, \u00e8 oggi due volte superiore a quella della Petrobas e della Vale, le due principali e solide industrie estrattive. La fortuna di queste e di altre banche \u00e8 dovuta a un regime di interessi a lunga scadenza che non ha eguali al mondo \u2013 un incubo per gli investitori, una manna per i redditieri \u2013 e a un abissale squilibrio fra depositi e prestiti, con rimborsi che variano da cinque a venti volte l\u2019ammontare del prestito. Si aggiunga a tutto ci\u00f2 la presenza di un blocco di fondi mutualistici e pensionistici che \u00e8 il sesto per importanza nel mondo, per non parlare della maggior banca d\u2019investimento dell\u2019America latina e di una miriade di <em>private equity<\/em> e di fondi speculativi [<em>hedge fund<\/em>].<\/p>\n<p><strong>L\u2019\u201cingratitudine\u201d dei capitalisti<\/strong><\/p>\n<p>Verso la fine del 2012, nella speranza di conquistare il favore del settore industriale, il governo and\u00f2 allo scontro con le banche, costringendole ad abbassare i tassi di interesse al 2 %, un livello mai raggiunto in precedenza. La Federazione delle industrie dello Stato di S\u00e3o Paulo (FIESP) espresse sul momento la propria soddisfazione, ma dopo non molto, nel giugno 2013, non esit\u00f2 ad appoggiare le manifestazioni antistataliste. Gli industriali erano stati ben felici dei loro alti profitti durante il periodo di crescita del governo Lula, quando praticamente tutti i gruppi sociali avevano migliorato le proprie condizioni. Quando per\u00f2, con Dilma, questa fase ebbe termine e ripresero gli scioperi, non mostrarono alcun riconoscimento per chi prima li aveva favoriti. Non si trattava solo delle grandi compagnie industriali che &#8211; similmente alle loro consorelle del Nord del mondo &#8211; erano sempre pi\u00f9 intrecciate a <em>holding<\/em> finanziarie danneggiate dalle politiche di restrizione dei profitti da rendita, e pertanto non facilmente separabili da banche e fondi di investimento: ma in quanto gruppo sociale molti industriali facevano parte di una classe medio-alta molto pi\u00f9 numerosa e politicizzata del settore industriale in senso stretto, con una maggiore capacit\u00e0 di coesione ideologica e di comunicazione nell\u2019ambito della societ\u00e0. La rabbiosa ostilit\u00e0 nei confronti del PT di questo strato sociale venne inevitabilmente fatta propria anche dagli industriali. Tanto i banchieri dei piani alti quanto i professionisti dei piani bassi si trovarono uniti nel tentativo di abbattere un regime che ora minacciava i loro comuni interessi: gli industriali avevano perso ogni significativa autonomia.<\/p>\n<p>Contro questo fronte, su chi e che cosa poteva contare il PT? I sindacati, per quanto fattisi pi\u00f9 attivi con il governo di Dilma, erano ormai l\u2019ombra di se stessi. I poveri continuavano a essere passivi beneficiari del governo PT, che mai aveva voluto formarli od organizzarli, e tanto meno mobilitarli come forza collettiva. I movimenti sociali &#8211; i <em>Sem Terra<\/em> e gli <em>homeless <\/em>&#8211; erano stati mantenuti a distanza. Gli intellettuali erano stati emarginati. Ma non v\u2019era stata solo una totale assenza di valorizzazione politica delle energie di base: il modo stesso del regime di accordare benefici materiali non generava che un minimo di sentimento di solidariet\u00e0.<\/p>\n<p>Non vi fu nemmeno un\u2019autentica politica di redistribuzione della ricchezza o dei redditi: l\u2019infame e regressiva struttura tributaria lasciata in eredit\u00e0 da[l precedente presidente Fernando Henrique] Cardoso a Lula, che penalizzava i poveri e favoriva i ricchi, non venne toccata. Vi furono, \u00e8 vero, alcune redistribuzioni che migliorarono sensibilmente le condizioni di vita dei pi\u00f9 poveri, ma si tratt\u00f2 di provvedimenti isolati. Con una \u201c<em>Bolsa Fam\u00edlia\u201d<\/em> sotto forma di sovvenzioni alle madri con figli in et\u00e0 scolare non poteva essere altrimenti. L\u2019aumento del salario minimo comport\u00f2 anche un aumento del numero di lavoratori con la <em>carteria assinada<\/em> [3], che estendeva a loro i diritti formali al lavoro; ma non aument\u00f2, e anzi forse diminu\u00ec, il tasso di sindacalizzazione. Ma soprattutto, con l\u2019introduzione del <em>cr\u00e9dito consignado<\/em> &#8211; prestiti bancari con interessi alti dedotti direttamente dalla busta paga &#8211; il consumo privato crebbe senza pi\u00f9 limiti, a spese dei servizi pubblici, il cui miglioramento per stimolare l\u2019economia sarebbe risultato pi\u00f9 costoso. Venne cos\u00ec incentivato l\u2019acquisto di strumenti elettronici, di beni di consumo e di autovetture (quest\u2019ultime con facilitazioni fiscali), mentre si trascurarono l\u2019approvvigionamento idraulico, la pavimentazione stradale, l\u2019efficienza degli autobus, lo smaltimento delle acque di scarico, la funzionalit\u00e0 di scuole e ospedali. I beni collettivi non erano considerati, n\u00e9 in teoria n\u00e9 in pratica, come prioritari. E cos\u00ec, parallelamente a molti necessari e concreti miglioramenti delle condizioni di vita quotidiana, nelle classi popolari si diffondeva il consumismo nella sua forma peggiore, veicolato verso il basso della scala sociale da una classe media ipnotizzata da certi standard di vita internazionali e ispirata da riviste e centri commerciali.<\/p>\n<p>Quanto pregiudiziale sia stato tutto ci\u00f2 per il PT lo si pu\u00f2 comprendere esaminando il problema della casa, in cui pi\u00f9 chiaramente si ha l\u2019intreccio fra bisogni individuali e collettivi. Assieme alla bolla consumistica arriv\u00f2 una ben pi\u00f9 drammatica bolla immobiliaria: mentre le agenzie del settore e le imprese di costruzione accumulavano grandi fortune, i prezzi degli immobili salivano alle stelle, diventando proibitivi per la maggior parte delle persone che vivevano nelle grandi citt\u00e0: circa un decimo della popolazione non disponeva di un\u2019abitazione adeguata. Fra il 2005 e il 2014 il credito per la speculazione immobiliaria e la costruzione crebbe di venti volte: a S\u00e3o Paulo e a Rio de Janeiro il prezzo al metro quadro quadruplic\u00f2. Solo nel 2010, gli affitti a S\u00e3o Paulo aumentarono del 146 %. E in questo stesso periodo gli appartamenti vuoti erano circa sei milioni, mentre le famiglie senza una casa decente erano sette milioni. Invece di aumentare l\u2019offerta di case popolari, il governo finanzi\u00f2 gli imprenditori privati affinch\u00e9 edificassero complessi abitativi in aree periferiche, con affitti superiori a quelli che i pi\u00f9 poveri potevano sopportare; e contemporaneamente spalleggiava le autorit\u00e0 locali nello sgombero delle case occupate. Di fronte a questa situazione, andarono formandosi movimenti fra gli homeless, che ora costituiscono una delle principali forze sociali brasiliane: movimenti che non fiancheggiano il PT, ma lo combattono.<\/p>\n<p>Sprovvista di un qualsiasi contropotere popolare in grado di contrastare la crescente pressione esercitata dalle <em>\u00e9lites<\/em> del Paese, Dilma, dopo la sua striminzita rielezione, con una retromarcia sul piano economico e l\u2019adozione di una politica simile a quella di Lula nei primi anni del suo governo \u2013 quella di stringere la cinghia -, senza dubbio sperava di poter conseguire risultati simili. Ma le condizioni esterne non erano pi\u00f9 le stesse. La pacchia delle materie prime \u00e8 finita e una ripresa economica appare pi\u00f9 che problematica. Si potrebbe osservare, guardando al contesto, che il prolungamento nel tempo delle attuali difficolt\u00e0 non deve essere esagerato. Il Paese \u00e8 certamente immerso in una severa recessione, con un PIL diminuito del 3,7 % l\u2019anno scorso e con un probabile risultato simile quest\u2019anno. D\u2019altro canto, la disoccupazione \u00e8 lungi dal toccare i livelli che ha in Francia, per non parlare di quelli della Spagna. L\u2019inflazione \u00e8 ancora pi\u00f9 bassa di quella degli anni di presidenza di Cardoso e il Paese dispone di maggiori riserve. Il deficit pubblico \u00e8 la met\u00e0 di quello italiano, bench\u00e9, dati i tassi di interesse brasiliani, il costo del suo ammortamento risulti molto maggiore. Il deficit fiscale \u00e8 ancora al di sotto della media degli Stati Uniti. Tutti questi dati tendono per\u00f2 a peggiorare. E tuttavia, la gravit\u00e0 della situazione economica \u00e8 sovrastata dal clamore ideologico: l\u2019opposizione partitica e l\u2019idea fissa neoliberale hanno tutto l\u2019interesse ad aggravare la situazione critica del Paese. Tutto ci\u00f2, per\u00f2, non riduce le responsabilit\u00e0 del PT per la crisi in cui si trova, che non \u00e8 solo una crisi economica, ma anche politica.<\/p>\n<p><strong>Vizi e (nessuna) virt\u00f9 del sistema politico brasiliano<\/strong><\/p>\n<p>Le radici di questa situazione affondano nella Costituzione brasiliana. Praticamente ovunque in America latina sistemi presidenziali ispirati al modello statunitense coesistono con sistemi parlamentari di tipo europeo: e cio\u00e8, da un lato poteri esecutivi molto forti, dall\u2019altro poteri legislativi eletti con un sistema proporzionale e non con il sistema distorcente del <em>past-the-post<\/em> [collegi uninominali a maggioranza semplice] del mondo anglosassone. Il tipico &#8211; anche se non unico &#8211; risultato di questo modello consiste in una presidenza dotata di enormi poteri amministrativi la cui debolezza risiede nel fatto che nessun partito riesce a conseguire la maggioranza in un Parlamento dotato di significativi poteri legislativi. Tuttavia, in nessun altro luogo si riscontra, come in Brasile, una cos\u00ec marcata divaricazione fra esecutivo e legislativo. Ci\u00f2 dipende, soprattutto, dal fatto che questo Paese possiede il pi\u00f9 fragile sistema partitico del continente. La rappresentanza proporzionale in Brasile si esprime attraverso un sistema di liste aperte, fra le quali si pu\u00f2 scegliere un candidato fra i tanti che nominalmente fanno parte della stessa lista, in circoscrizione che spesso hanno un milione o pi\u00f9 di elettori. [4] Le conseguenze di ci\u00f2 sono duplici. Nella maggior parte dei casi gli elettori votano per un politico che conoscono \u2013 o credono di conoscere \u2013 invece di scegliere un partito del quale sanno poco o niente; mentre, d\u2019altra parte, i politici hanno bisogno di grandi quantit\u00e0 di denaro per finanziare la propria campagna elettorale. La stragrande maggioranza dei partiti, il cui numero aumenta a ogni elezione (nell\u2019attuale Congresso ne sono rappresentati 28) non \u00e8 provvista della bench\u00e9 minima coerenza politica, per non parlare di disciplina interna. Il loro obiettivo \u00e8 semplicemente quello di garantirsi, in cambio di un voto a favore del governo, i favori dell\u2019esecutivo, per potersi riempire le tasche e concedere qualcosa alla propria circoscrizione per assicurarsi la rielezione.<\/p>\n<p>Quando alla met\u00e0 degli anni Ottanta il Brasile usc\u00ec da una dittatura ventennale, la classe politica che ne disegn\u00f2 il sistema politico ne portava ancora tutte le stigmate. Di fatto, la funzione di quel sistema era, ed \u00e8 tuttora, quella di scongiurare la possibilit\u00e0 che la democrazia portasse alla formazione di un qualche tipo di volont\u00e0 popolare che potesse mettere in discussione le enormi diseguaglianze brasiliane, grazie alla cloroformizzazione del voto di preferenza avvolto nel miasma di dispute subpolitiche per vantaggi venali. I difetti di questo sistema sono ulteriormente aggravati dalle enormi sproporzioni geografiche. Tutti i sistemi federali richiedono un qualche tipo di equiparazione nel peso di ciascuna regione, di solito assegnando una sovrarappresentazione nella Camera Alta alle zone pi\u00f9 piccole e rurali, a scapito delle aree maggiori e urbanizzate: come nel caso del Senato negli Stati Uniti. Pochi sono i Paesi, per\u00f2, che arrivano al grado di distorsione dell\u2019ingegneria elettorale brasiliana, dove il rapporto di sovrarrappresentazione fra Stati piccoli e grandi \u00e8, nel Senato, di 88 a 1 (negli Stati Uniti \u00e8 di circa 65 a 1). [5] Il problema non sta solo nel fatto che le tre macroregioni pi\u00f9 povere e arretrate (regno dei cacicchi pi\u00f9 tradizionali, che imperano su clientele sottomesse) con i due quinti della popolazione controllino i tre quarti dei seggi del Senato: ma nel fatto che, caso unico, controllino anche la Camera Bassa. E tuttavia, lungi dal correggere questa distorsione conservatrice del sistema, la democratizzazione l\u2019ha aggravato, istituendo nuovi Stati sottopopolati, squilibrando cos\u00ec ancor pi\u00f9 la situazione.<\/p>\n<p>In questo scenario, e al contrario di altri Paesi latinoamericani usciti dal dominio militare in quegli anni Ottanta, non \u00e8 sopravvissuto alcun significativo partito del periodo precedente la dittatura. Il palcoscenico spett\u00f2 dapprima a due forze frutto dell\u2019inventiva dei generali: il Movimento democratico brasiliano (MDB), nominalmente d\u2019opposizione, e la governativa Alleanza rinnovatrice nazionale (Arena): motteggiati, al tempo, come il partito del \u201c<em>sim<\/em>\u201d e del \u201c<em>sim, senhor<\/em>\u201d [s\u00ec, e sissignore]. Il primo di questi adott\u00f2 successivamente la denominazione di Partito del Movimento democratico brasiliano (PMDB), mentre buona parte del secondo si trasform\u00f2 nel Partito del Fronte liberale (PFL). Con l\u2019uscita di scena dei militari, il primo governo stabile si ebbe con la presidenza di Cardoso, nel 1994, frutto di un patto fra una scissione del PMDB da lui favorita, nominalmente socialdemocratica ma in effetti social-liberale (il Partito della socialdemocrazia brasiliana, PSDB), il cui elettorato era concentrato negli industrializzati Sud e Sudest, e il nominalmente liberale ma in realt\u00e0 conservatore, PFL, la cui base si trovava negli arretrati Nord e Nordest. Si tratt\u00f2 di un patto fra l\u2019opposizione moderata e i tradizionali vessilliferi della dittatura, che assicur\u00f2 all\u2019esecutivo una larga maggioranza congressuale, al servizio di quel che sarebbe diventato un programma neoliberale, in linea a quel tempo con i desideri di Washington. Come candidato alla presidenza, Cardoso \u2013 ritenuto dal grande capitale una garanzia contro la radicalizzazione \u2013 ricevette un\u2019enorme quantit\u00e0 di denaro: i ricchi riconoscono al volo chi gli \u00e8 amico. Il costo della sua campagna elettorale, svoltasi in un Paese ben pi\u00f9 povero degli Stati Uniti, fu addirittura superiore a quello sostenuto da Clinton. Lula, che correva contro di lui, fu travolto da quella montagna di denaro. Una volta insediatosi nella carica, per\u00f2, in linea generale Cardoso non ebbe bisogno di denaro &#8211; con un\u2019unica significativa eccezione &#8211; per comprarsi i voti del Congresso: la sua alleanza con i clan oligarchici del Nordest, anche se soggetta a periodici scontri per le prebende, non si basava su banali convenienze, ma sulla convergenza di alleati naturali su obiettivi comuni. L\u2019accordo si rivel\u00f2 stabile, e in anni recenti \u00e8 stato esaltato da ammiratori brasiliani e anglofoni di Cardoso come un modello di \u201cpresidenzialismo di coalizione\u201d, e giudicato come un brillante esempio per buona parte di questo nostro mondo in cui le forme di governo europee o americane stentano ad affermarsi.<\/p>\n<p>Inoltre, nonostante la campagna elettorale di Cardoso fosse \u00abpulita\u00bb &#8211; secondo i criteri di finanziamento politico degli Stati Uniti, dove i <em>Super PAC<\/em> comprano i voti [6] \u2013 e la sua coalizione fosse ideologicamente salda, una volta eletto n\u00e9 i suoi obiettivi n\u00e9 quelli dei suoi alleati potevano essere conseguiti senza il ricorso ad altri metodi. Il suo vicepresidente Marco Maciel e il suo pi\u00f9 potente alleato nel Congresso Ant\u00f4nio Carlos Magalh\u00e3es erano i principali artefici della politica repressiva nel Nordest &#8211; entrambi vi erano stati collocati dalla dittatura come governatori, il primo nel Pernambuco, il secondo a Bah\u00eda, dopo aver appoggiato la distruzione della democrazia nel 1964 -, e non avevano alcuna intenzione di cambiar metodo. \u00abIo vinco le elezioni con un pacco di soldi in una mano e la frusta nell\u2019altra\u00bb, si vantava ACM, come Magalh\u00e3es amava essere chiamato. Suo figlio, Luis Eduardo, era il congressista favorito da Cardoso, il delfino designato a succedergli: e sarebbe andata proprio cos\u00ec se non fosse morto precocemente. Quanto a Cardoso, che aveva sempre sostenuto che la riforma del sistema partitico brasiliano rappresentava una priorit\u00e0, promettendo di realizzarla, non appena si fu installato nel Planalto, il palazzo presidenziale, scopr\u00ec che la priorit\u00e0 era invece una revisione della Costituzione che gli avrebbe permesso di presentarsi per un secondo mandato. Rinunciando a ogni velleit\u00e0 di razionalizzazione o democratizzazione dell\u2019ordinamento politico, si pose alla testa &#8211; e questa volta non pot\u00e9 farne a meno &#8211; di una \u201ccampagna acquisti\u201d di deputati, per assicurarsi nel Congresso quella super maggioranza necessaria a varare la modifica della Costituzione.<\/p>\n<p><strong>Lula nella palude<\/strong><\/p>\n<p>Quando Lula venne finalmente eletto, nel 2002, il PT si trovava in una situazione diversa. Non appena ebbe garantito che non le avrebbe attaccate e la sua vittoria cominci\u00f2 ad apparire certa, banche e compagnie finanziarono la sua campagna elettorale, anche se in misura minore di quanto avevano fatto con il suo predecessore. Nel Congresso, per\u00f2, Lula non poteva contare su alleati naturali di una qualche importanza. Il PT, nonostante la moderazione dimostrata nella campagna presidenziale, era considerato \u2013 e continua a esserlo &#8211; come un partito radicale, saldamente collocato a sinistra della palude formata dalla stragrande maggioranza dei deputati. Il PT aveva ottenuto meno di un quinto dei seggi, con una quantit\u00e0 di voti inferiore a un terzo di quelli andati a Lula. Come garantire a quest\u2019ultimo una maggioranza sufficiente a sostenerlo a galla in questo autentica palude? Il metodo tradizionale, quello praticato su grande scala dal primo presidente post-dittatura, Jos\u00e9 Sarney &#8211; altro vecchio lacch\u00e8 dei generali &#8211; era quello di offrire ministeri e sinecure a tutti coloro che li appetivano e potevano garantire in cambio la maggiore quantit\u00e0 di voti: a partire, innanzi tutto, dalle frazioni contrapposte del suo stesso partito piglia-tutto, il PMDB, la maggiore e meno definita organizzazione politica del Paese, che, un decennio dopo, si sarebbe trasformata nel pozzo nero in cui sarebbero confluiti tutti gli scarichi della corruzione politica. La soluzione classica per il PT sarebbe stata quella di arrivare a un accordo con questa creatura, assegnandole buona parte dei ministeri e delle agenzie statali. E tuttavia il partito la rifiut\u00f2 \u2013 non c\u2019\u00e8 accordo su chi era favorevole e chi contrario nella sua direzione -, poich\u00e9 si temeva che ne sarebbe derivata un tale annacquamento ideologico del governo che avrebbe neutralizzato qualunque tipo di spinta progressista. E cos\u00ec, si decise di confezionare una sorta di <em>patchwork<\/em> con una fitta schiera di piccoli partiti, senza conceder loro molto spazio nel governo, ma compensandoli sull\u2019unghia, <em>cash<\/em>,a mo\u2019 di consolazione. Il PT, insomma, cerc\u00f2 di ovviare alla mancanza di alleati naturali &#8211; sui quali invece Cardoso aveva potuto contare &#8211; e al rifiuto di adottare lo <em>spoil-system<\/em> [7] messo in opera da Sarney, con una serie di incentivi materiali di minor conio per assicurarsi cooperazione nel Congresso: bustarelle mensili invece di importanti incarichi.<\/p>\n<p>Quando, nel 2005, scoppi\u00f2 lo scandalo del <em>Mensal\u00e3o<\/em> (le bustarelle mensili), Lula cominci\u00f2 a perdere il sostegno elettorale della classe media e corse il rischio di dover interrompere il suo primo mandato come presidente. Scampato il pericolo e rieletto trionfalmente Lula l\u2019anno successivo, il PT non trov\u00f2 altra via d\u2019uscita che far marcia indietro e ripiegare sulla soluzione prima rifiutata: il PMDB entr\u00f2 in blocco nel governo, con una lunga lista di ministri e di posti chiave nel Congresso, rimanendovi per tutto il primo mandato di Dilma e nel primo anno del secondo. Lungi dall\u2019attenuarsi, tuttavia, la corruzione sistematica crebbe ulteriormente. Non solo perch\u00e9 il PMDB era da tempo sinonimo di saccheggio delle pubbliche risorse nelle sue roccheforti a livello municipale e di Stato federale (da decenni aveva rinunciato alle competizioni per la presidenza), ma anche e soprattutto perch\u00e9, oltre tutte le previsioni, stava materializzandosi una torta gigantesca da spartire: la crescita di Petrobras, la compagnia petrolifera pubblica, le cui attivit\u00e0 contribuivano per il 10 % al PIL e che in seguito alla capitalizzazione era diventata la quarta impresa pi\u00f9 importante al mondo. La costruzione di nuove raffinerie, petroliere, impianti di perforazione, piattaforme <em>offshore<\/em> e complessi petrolchimici garantiva nuove ampie occasioni di riscuotere tangenti, e ben presto si arriv\u00f2 a mettere in piedi un sistema <em>ad hoc<\/em>. Le gare d\u2019appalto furono dominate da un vero e proprio cartello formato dalle pi\u00f9 importanti imprese di costruzione del Paese, con contratti sovrafatturati che permettevano ai dirigenti della Petrobras e ai partiti cui questi dovevano la loro carica di intascare ingenti somme di denaro: tangenti dell\u2019ordine dei tre miliardi di dollari. La malversazione non era certo una novit\u00e0 nella storia della Petrobras &#8211; Cardoso a suo tempo aveva preferito guardare da un\u2019altra parte &#8211; e fino all\u2019estate del 2013 la compagnia godette dell\u2019impunit\u00e0 tradizionalmente associata alla ricchezza e al potere.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che modific\u00f2 questo andazzo furono tre sottoprodotti del <em>Mensal\u00e3o<\/em>: in Brasile venne introdotto il patteggiamento &#8211; il suo termine portoghese, <em>dela\u00e7\u00e3o premiada <\/em>[delazione premiata] \u00e8 troppo eufemistico -; la <em>pris\u00e3o cautelar <\/em>[carcerazione preventiva], un antico potere giudiziario cui si ricorreva per riempire le carceri di declassati, divenne ora uno strumento per colpire anche coloro che stavano \u201cin alto\u201d; le sentenze di primo grado cessarono di poter essere sospese in attesa di un\u2019ulteriore conferma, permettendo cos\u00ec di procedere pi\u00f9 facilmente all\u2019incarcerazione. I primi due strumenti erano quelli che avevano consentito alla magistratura italiana, al tempo degli scandali di Tangentopoli negli anni Novanta, di porre sotto assedio la classe politica ed economica; del terzo invece essi non avevano potuto disporre. In Brasile si individu\u00f2 un\u2019ulteriore misura per far confessare chi si trovava in carcere preventivo: la minaccia di trattare allo stesso modo mogli e figli. Nel 2013, poi, controlli effettuati sulla cassa automatica di un autolavaggio (un <em>Lava Jato<\/em>) di Brasilia, condussero all\u2019arresto di un borsanerista con una lunga fedina penale. Custodito a Curitiba, nel profondo Sud, per proteggerne la famiglia, questo <em>doleiro<\/em> [cambiavalute clandestino] cominci\u00f2 a rivelare la portata del sistema corruttivo Petrobras, all\u2019interno del quale era stato uno dei principali intermediari per il trasferimento di denaro, dentro e fuori dal Paese, fra costruttori, dirigenti e politici. In un primo momento le imputazioni coinvolsero nove delle principali compagnie del Paese \u2013 i loro ultranoti <em>boss<\/em> vennero arrestati e anche tre direttori di Petrobras finirono in cella -, poi l\u2019inchiesta invest\u00ec oltre una cinquantina di politici tra membri del Congresso e governatori di Stati federali.<\/p>\n<p>Dei sette partiti coinvolti, i tre pi\u00f9 importanti erano il PMDB, il Partito progressista (un sottoprodotto della dittatura) e il PT. Chi dei tre abbia incassato di pi\u00f9 non \u00e8 ancora stato stabilito. Poich\u00e9 per\u00f2 ben pochi s\u2019erano illusi sul conto dei primi due, fu il coinvolgimento del terzo che ebbe rilevanza politica. A confronto con l\u2019enormit\u00e0 del <em>Petrol\u00e3o<\/em>, il <em>Mensal\u00e3o<\/em> assomigliava ora al furto di un salvadanaio: mentre nel caso di quest\u2019ultimo era evidente che gli appartenenti al PT non ne avevano ricavato alcun beneficio personale, nel seconda caso era stata superata la linea di demarcazione fra fondi per il partito e arricchimento privato. Fra l\u2019altro, si scopr\u00ec che lo stesso dirigente dello <em>staff<\/em> di Lula, Jos\u00e9 Dirceu, l\u2019architetto del PT come partito e che era stato sollevato dall\u2019incarico per le sue responsabilit\u00e0 nel <em>Mensal\u00e3o<\/em>, aveva in seguito insistito perch\u00e9 una parte del <em>Petrol\u00e3o<\/em> venisse versato sul suo conto bancario. Se \u00e8 vero che la maggior parte di queste tangenti venivano impiegate per sostenere le campagne elettorali e l\u2019apparato del partito, \u00e8 anche vero che il continuo contatto con ingenti somme di denaro \u201csporco\u201d non poteva non corrompere coloro che avevano a che farci. L\u2019avvertimento che il sociologo Chico de Oliveira aveva lanciato ben prima della scoperta del <em>Petrol\u00e3o<\/em>, secondo il quale il PT stava trasformandosi in una aberrante specie tassonomica di animale politico non pu\u00f2 pi\u00f9 essere considerato una semplice metafora.<\/p>\n<p>I componenti della squadra di Curitiba che investigava sul <em>Petrol\u00e3o<\/em> divennero, com\u2019era avvenuto al <em>pool<\/em> milanese che li aveva ispirati, autentiche celebrit\u00e0 mediatiche. Giovani, aspetto curato, mascelle squadrate, accompagnati dal prestigio degli studi legali a Harvard, il giudice S\u00e9rgio Moro e il pubblico accusatore Deltan Dallagnol sembravano uscire direttamente da una serie televisiva americana di <em>legal thriller<\/em>. Non vi possono essere dubbi sullo zelo con cui si batterono contro la corruzione e sull\u2019entit\u00e0 del colpo che ricevettero le <em>\u00e9lites<\/em> politiche e imprenditoriali del Paese. Per\u00f2, come in Italia, non sempre obiettivi e metodi furono coerenti fra loro. Il patteggiamento e il carcere preventivo in assenza di accusa mettevano assieme induzione e intimidazione: strumenti \u201cpesanti\u201d per la ricerca della verit\u00e0 e della giustizia, che per\u00f2 in Brasile erano legali. Ma la fuga di informazioni in teoria riservate &#8211; e a volte anche di semplici sospetti &#8211; a favore della stampa non lo era: qui si entrava nettamente nell\u2019illegalit\u00e0. In Italia era stata regolarmente usata dal <em>pool<\/em> di Milano: e ancor pi\u00f9 sistematicamente lo fu da quello di Curitiba. Fin dall\u2019inizio fu chiaro che si trattava di una fuga selettiva: l\u2019obiettivo era sistematicamente il PT, e in modo persistente &#8211; anche se non esclusivo: i bocconcini pi\u00f9 prelibati avevano un\u2019altra destinazione &#8211; comparivano sui pi\u00f9 violenti media d\u2019assalto anti-PT, come il settimanale <em>Veja<\/em>, che dopo settimane di campagna poche ore prima delle elezioni del 2014 usc\u00ec con un numero che recava in copertina le foto di Lula e di Dilma, immerse in una sinistra penombra \u2013 lividi rossi e neri tenebrosi &#8211; e accompagnate dal titolo: \u201c<em>Loro sapevano!\u201d,<\/em> indicando cos\u00ec agli elettori quali erano le vere menti criminali del <em>Petrol\u00e3o<\/em>.<\/p>\n<p>La filtrazione di notizie ai media da parte dei magistrati significa forse che avevano obiettivi comuni, e cio\u00e8 che tutto ci\u00f2 era il risultato \u2013 come sostenne il PT \u2013 di un\u2019operazione concordata? Si pu\u00f2 certo sostenere che i giudici brasiliani, cos\u00ec come i loro colleghi procuratori e della Polizia federale hanno molto in comune con la classe media, alla quale i loro strati pi\u00f9 agiati appartengono, con i tipici pregiudizi di classe e inclinazioni che ne derivano. Nessun partito operaio, per quanto ammorbidito sia, ottiene particolari simpatie in questo ambiente. Ma non pu\u00f2 essere che le fughe di notizie contro il PT dipendessero meno da un\u2019ostilit\u00e0 di parte, quanto piuttosto dal calcolo che non c\u2019era modo migliore di sottolineare i disastri della corruzione che prendere di mira quella che da oltre un decennio \u00e8 la principale forza politica del Paese, e che appunto \u00e8 anche quella sulla quale i media, per ragioni loro proprie, sono pi\u00f9 disposti a pubblicare rivelazioni? Le storie riguardo il PMDB sarebbero risultate scontate e il PSDB avrebbe potuto essere risparmiato poich\u00e9, stando all\u2019opposizione a livello nazionale, ha un pi\u00f9 difficile accesso alle casse federali, qualunque cosa combini a livello degli Stati federati.<\/p>\n<p>Lo scandalo del <em>Lava Jato<\/em> scoppi\u00f2 nella primavera 2014 e le incriminazioni e incarcerazioni che ne seguirono occuparono le prime pagine dei quotidiani durante tutta la campagna presidenziale d\u2019autunno. Il dietrofront in campo economico di Dilma non appena eletta pu\u00f2 essere in parte interpretato come dettato dalla speranza di placare l\u2019opinione pubblica neoliberale quel tanto che era necessario affinch\u00e9 i media moderassero i toni nei confronti del PT, trattato alla stregua di una banda di ladri. Se per\u00f2 questa era la speranza, and\u00f2 del tutto delusa. Surclassando lo stesso PSDB nella virulenza degli attacchi, una nuova destra cominci\u00f2 a egemonizzare le manifestazioni di massa contro Dilma del marzo 2015. In Brasile, lo slogan tradizionale della destra \u00e8 sempre stato quello di \u201cDio, Famiglia e Libert\u00e0\u201d, autentica bandiera del conservatorismo che aveva invocato l\u2019instaurazione della dittatura militare nel 1964. Mezzo secolo dopo, gli slogan dei manifestanti erano altri. Alimentandosi di una nuova e giovane generazione di militanti della classe media, la nuova destra \u2013spesso orgogliosa di questa definizione \u2013 cominci\u00f2 a parlare meno di religione e ancor meno di famiglia, reinterpretando a suo modo il concetto di libert\u00e0. Per essa, il libero mercato \u00e8 la base necessaria per tutte le altre forme di libert\u00e0 e lo Stato il nemico, una sorta di idra dalle molte teste. Non \u00e8 nata nelle istituzioni di un regime decadente, ma nelle strade e nelle piazze, dove i cittadini potevano riunirsi contro un governo di parassiti e di ladri. Cavalcando l\u2019onda delle manifestazioni di massa contro Dilma, i due principali gruppi di questa destra radicale &#8211; <em>Vem Pra Rua<\/em> [Scendi in strada] e <em>Movimento Brasil Livre<\/em> [MBL, Movimento Brasile libero] \u2013 affinarono le proprie tattiche, adottandone anche alcune del <em>Movimento Passe Livre<\/em> (MPL) [8], di estrema sinistra, che aveva dato inizio alle proteste del 2013: il MBL arrivando addirittura a dotarsi di un acronimo che richiama quello del MPL. Queste organizzazioni di destra erano entrambe piccole, ma s\u2019erano formate mediante un intenso lavoro di mobilitazione di massa attraverso Internet. Il Brasile ha il maggior numero al mondo di utenti di Facebook dopo gli Stati Uniti, e tanto <em>Vem Pra Rua<\/em> quanto il MBL e altri <em>network<\/em> di destra &#8211; <em>Revoltados On-Line<\/em> (ROL) \u00e8 un altro attore con una certa importanza &#8211; stanno riuscendo (senza alcun dubbio in modo prevedibile, dato il profilo di classe dei seguaci di Zuckerberg) a mobilitare la popolazione con molto pi\u00f9 successo di quanto faccia la sinistra. A tutt\u2019oggi, la nuova destra ha goduto di un effetto moltiplicatore molto maggiore.<\/p>\n<p>Oltre a tutto ci\u00f2, c\u2019\u00e8 da tener conto anche dell\u2019ambigua nebulosa di una nuova religione. Oltre un quinto della popolazione brasiliana appartiene a una delle varianti dell\u2019evangelismo protestante. Sull\u2019esempio della Chiesa dell\u2019Unificazione del Reverendo Moon molte di queste &#8211; e sicuramente le pi\u00f9 grandi &#8211; sono in realt\u00e0 dei <em>rackets<\/em> che mungono denaro ai propri fedeli con cui costruiscono imperi finanziari di propriet\u00e0 dei fondatori. La fortuna di Edir Macedo supera il miliardo di dollari: \u00e8 il capo della Chiesa Universale del Regno di Dio, nel cui enorme e <em>kitsch<\/em> Tempio di Salomone nel quartiere di Bras a S\u00e3o Paulo &#8211; proprio di fronte all\u2019appena pi\u00f9 piccolo edificio della rivale <em>Asambleia de Deus<\/em>, formando cos\u00ec assieme una sorta di Wall Street religiosa &#8211; vengono proiettati su schermi giganti melodrammatici esorcismi per fedeli che, immersi nel buio pi\u00f9 totale, alternano canti a profondi silenzi. Macedo controlla anche la seconda per importanza rete televisiva del Paese. Attualmente egemonica, l\u2019organizzazione di Macedo predica una \u201cteologia della prosperit\u00e0\u201d, promettendo il successo materiale in questo mondo piuttosto che la salvezza nell\u2019altro. A differenza degli evangelici statunitensi, le Chiese brasiliane non hanno profili ideologici molto precisi, a parte alcune questioni specifiche come l\u2019aborto o il matrimonio gay. Macedo appoggi\u00f2 Cardoso in quanto argine rispetto al comunismo, poi si \u00e8 allineato a Lula, e da allora ha formato una propria organizzazione politica. Molte di queste Chiese preferiscono per\u00f2 lavorare nel sottobosco dei partiti politici: sono strumenti per fare assunzioni, dare voti in cambio di favori, con la particolarit\u00e0 che appoggiano candidati di qualunque tendenza: la \u201cfrazione\u201d evangelica nel Congresso raggruppa il 18 % dei deputati, appartenenti a 22 partiti. Le loro principali preoccupazioni sono quelle di procacciarsi licenze per le loro stazioni radiofoniche e televisive, ottenere l\u2019esenzione fiscale per i propri affari e avere la possibilit\u00e0 di costruire monumenti faraonici a se stessi.<\/p>\n<p>[Continua. La seconda parte sar\u00e0 presumibilmente pubblicata tra una settimana).<\/p>\n<ul>\n<li><em>Perry Anderson<\/em> (nato nel 1938) \u00e8 un noto storico britannico d\u2019orientamento marxista, che attualmente insegna Storia e Sociologia alla UCLA (University of California, Los Angeles). Ha diretto a lungo la \u00abNew Left Review\u00bb, del quale Comitato editoriale fa tuttora parte. In italiano, oltre a numerosi saggi comparsi su riviste, sono stati tradotti svariati suoi libri, fra i quali ricordiamo <em>Il dibattito nel marxismo occidentale<\/em>, Laterza, Bari 1977; <em>Ambiguit\u00e0 di Gramsci<\/em>, Laterza, Bari 1978; <em>Dall\u2019antichit\u00e0 al feudalesimo. Alle origini dell\u2019Europa<\/em>, Mondadori, Milano 1978, poi Il Saggiatore, Milano 2016; <em>Lo Stato assoluto. Origini e sviluppo delle monarchie assolute europee<\/em>, Mondadori 1980, poi Il Saggiatore 2014; <em>Spectrum. Da destra a sinistra nel mondo delle idee<\/em>, Baldini Castoldi Dalai 2008; <em>L&#8217;Italia dopo l&#8217;Italia. Verso la Terza Repubblica<\/em>, Castelvecchi, Roma 2014. Ha inoltre progettato e diretto la <em>Storia d\u2019Europa<\/em> pubblicata in sei tomi da Einaudi fra il 1993 e il 1996.<\/li>\n<\/ul>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p>[1] Su questo insieme di misure e i loro effetti l\u2019analisi pi\u00f9 importante \u00e8 quella di Andr\u00e9 Singer nell\u2019articolo <em>Cutucando on\u00e7as con varas cortas<\/em> (\u00abNuevos Estudios\u00bb, 102, luglio 2015), un saggio che pu\u00f2 essere letto come un epilogo del suo studio sulla traiettoria del PT, <em>Os sentidos do Lulismo: Reforma gradual e pacto conservador<\/em> (2012): un\u2019indagine sul mutamento del suo elettorato a partire dal 2005, quando cominci\u00f2 a perdere il sostegno delle classi medie e ad assicurarsi la fiducia dei poveri, che precedentemente, per timore di disordini, gli votavano contro. Combinando una critica sobria e una lealt\u00e0 verso il PT, Singer \u00e8 probabilmente il suo migliore intellettuale, e forse si pu\u00f2 anche sostenere che \u00e8 il pi\u00f9 notevole teorico sociale della sua generazione latinoamericana. Addetto stampa di Lula nel suo primo mandato, quando divenne professore universitario venne accantonato dal PT, che non dimostr\u00f2 mai alcun interesse per il suo lavoro. [NdA]<\/p>\n<p>[2] Pi\u00f9 propriamente il reato di <em>estelionato<\/em>, previsto dal Codice penale brasiliano, \u00e8 quello che si commette quando si ottiene un \u00abvantaggio illecito, a danno di altri, inducendo [&#8230;] in errore mediante [&#8230;] qualunque artificio fraudolento\u00bb. [Ndt]<\/p>\n<p>[3] Alla lettera: libretto firmato. Un tipo particolare di libretto di lavoro, distinto da quello normale (<em>carteira de trabalho<\/em>). [Ndt]<\/p>\n<p>[4] Qui l\u2019autore descrive il funzionamento di un sistema elettorale proporzionale con liste aperte, e cio\u00e8 con possibilit\u00e0 di esprimere una preferenza, ben noto ai lettori italiani ma pressoch\u00e9 \u201cincomprensibile\u201d per il pubblico prevalentemente anglosassone cui si rivolge. [Ndt]<\/p>\n<p>[5] In Brasile i Senatori rappresentano i 26 Stati federali e la capitale federale, nella ragione di tre senatori per Stato, a prescindere dal peso demografico. Anderson dice dunque che il senatore del pi\u00f9 piccolo Stato brasiliano (Roraima, circa 500.000 abitanti) \u201ccosta\u201d, in numero di voti, ottantotto volte meno del senatore dello Stato pi\u00f9 popolato (S\u00e3o Paulo, circa 44 milioni di abitanti). [Ndt]<\/p>\n<p>[6] Comitati d\u2019azione politica: <em>Political Action Committees<\/em>. Negli Stati Uniti, organizzazioni che s\u2019incaricano di raccogliere fondi (e voti) per i candidati. Non \u00e8 superfluo ricordare che dietro questi comitati si trovano i principali gruppi d\u2019interesse economico. [Ndt]<\/p>\n<p>[7] Il noto sistema di distribuzione delle cariche fra il vincitore e gli eventuali suoi alleati. [Ndt]<\/p>\n<p>[8] Alla lettera: Movimento biglietto gratis. Il <em>Passe livre<\/em> \u00e8 il biglietto che consente di viaggiare gratuitamente sui trasporti pubblici cittadini. [Ndt]<\/p>\n<p>Titolo originale: <em>Crisis in Brazil<\/em>, datato 8 aprile 2016 e pubblicato sulla \u00abLondon Review of Book\u00bb il 21 aprile [<a href=\"http:\/\/www.lrb.co.uk\/v38\/n08\/perry-anderson\/crisis-in-brazil\">http:\/\/www.lrb.co.uk\/v38\/n08\/perry-&#8230;<\/a>]. La traduzione \u00e8 stata fatta da Cristiano Dan a partire dalla versione castigliana comparsa sul sito di <em>Viento Sur<\/em> e controllata sull\u2019originale inglese. I titoletti sono redazionali.<\/p>\n<p><strong>fonte<\/strong>:\u00a0<a href=\"http:\/\/antoniomoscato.altervista.org\/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2621:perry-anderson-sulla-crisi-in-brasile-1&amp;catid=8:lamerica-latina&amp;Itemid=16\">http:\/\/antoniomoscato.altervista.org\/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2621:perry-anderson-sulla-crisi-in-brasile-1&amp;catid=8:lamerica-latina&amp;Itemid=16<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di PERRY ANDERSON I Paesi BRICS [Brasile Russia India Cina Sudafrica] sono nei guai. Per un certo periodo di tempo sono stati le locomotive della crescita globale, mentre l\u2019Occidente si trovava immerso nella peggiore crisi finanziaria e recessione economica dai tempi della Grande Depressione; ora per\u00f2 sono diventati il primo motivo di preoccupazione ai piani alti del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca mondiale. La Cina, innanzi tutto, a causa del suo peso nell\u2019economia&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":72,"featured_media":26762,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":true,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/perry-anderson.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-6Wc","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/26672"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/72"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=26672"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/26672\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":26673,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/26672\/revisions\/26673"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26762"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=26672"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=26672"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=26672"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}