{"id":26689,"date":"2016-12-17T10:15:19","date_gmt":"2016-12-17T09:15:19","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26689"},"modified":"2016-12-16T09:31:00","modified_gmt":"2016-12-16T08:31:00","slug":"la-variante-formenti-un-congedo-dalla-sinistra-globalista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26689","title":{"rendered":"La variante Formenti: un congedo dalla sinistra globalista"},"content":{"rendered":"<p align=\"JUSTIFY\">di <strong>SOCIALISMO 2017 (Mimmo Porcaro)<\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">L\u2019ultimo lavoro di Carlo Formenti (<i>La variante populista<\/i>, Derive e approdi, Roma, 2016) \u00e8 talmente denso di riferimenti e attraversato da cos\u00ec tante tensioni concettuali \u2013 effetto del passaggio dell\u2019autore da un paradigma teorico ad un altro \u2013 da costringere chi voglia abbozzarne una recensione ad una drastica semplificazione che punti direttamente all\u2019essenza del testo. E l\u2019essenza si pu\u00f2 riassumere in tre tesi. 1) La cultura egemone nella sinistra (e nella stessa sinistra radicale) \u00e8 ormai <i>parte organica<\/i> dell\u2019 ideologia delle classi dominanti ed ha la funzione di legittimare la globalizzazione, l\u2019Unione europea ed il nuovo capitalismo esaltandone le presunte potenzialit\u00e0 democratiche e libertarie, e salutando l\u2019indebolimento degli stati come un rafforzamento dell\u2019autorganizzazione sociale. Punta di lancia di questa mutazione della sinistra \u00e8 la cultura postoperaista che si presenta ormai come autoglorificazione di uno strato superiore del lavoro sociale (il lavoro ad alta qualificazione intellettuale) che ha rotto ormai ogni legame con gli strati inferiori. 2) Il soggetto della trasformazione sociale non deve essere cercato nei punti alti dell\u2019organizzazione capitalistica del lavoro, come suggerisce di fare il postoperaismo, ma piuttosto nei punti pi\u00f9 bassi o comunque nei luoghi tendenzialmente<i>esterni<\/i> alla logica della modernizzazione capitalistica: in ogni caso il soggetto non deve essere dedotto da categorie sociologiche, ma deve essere reperito nel corso di un\u2019analisi concreta di ogni fase storicamente determinata della lotta di classe in una fase determinata; 3) Una tale analisi ci dice oggi che, a causa del crescente impoverimento degli strati medio-inferiori del proletariato, della chiusura dei precedenti spazi democratici, dell\u2019integrale adesione della sinistra alla globalizzazione, le esperienze pi\u00f9 acute e potenzialmente efficaci di lotta di classe non possono fare a meno di assumere una forma populista. Forma che non pu\u00f2 essere esorcizzata, ma deve essere accettata, attraversata e spostata in senso classista ed anticapitalista.<\/p>\n<ol>\n<li>\n<p align=\"JUSTIFY\">La sinistra capitalista.<\/p>\n<\/li>\n<\/ol>\n<p align=\"JUSTIFY\">Concludendo un lungo processo di distacco dall\u2019ideologia della sinistra radicale ed in particolare dalla sua variante postoperaista, Formenti (uno dei pochi intellettuali italiani capaci di congedarsi da un\u2019 influente scuola di pensiero senza per questo rinnegare la scelta di campo che motivava la sua primitiva adesione) ci offre una rassegna sintetica e spietata del rapporto strettissimo tra l\u2019ideologia delle frazioni attualmente dominanti del capitalismo e tutte quelle idee indiscusse della sinistra che un tempo promettevano un\u2019emancipazione ancor pi\u00f9 radicale di quella social-comunista ed oggi si mostrano pienamente coerenti con gli attuali meccanismi di comando. Soprattutto l\u2019 \u201dorizzontalismo\u201d (ossia la somma delle idee che esaltano come panacea le relazioni di rete e di base contro ogni forma di \u201cverticalismo\u201d e di stato), il femminismo (con la sua tendenza alla ridiscussione continua dell\u2019identit\u00e0) e la teoria\/prassi dell\u2019ampliamento <i>ad infinitum<\/i> dei diritti individuali (perseguiti peraltro senza nessuna attenzione al generale contesto di classe nel quale si muovono gli individui stessi), si mostrano completamente funzionali al dominio della merce. Il presunto funzionamento spontaneo dei meccanismi orizzontali non \u00e8 che il calco del presunto funzionamento del mercato ottimale, e l\u2019antistatalismo di sinistra \u00e8 concettualmente assai vicino a quello mercatista; la ridiscussione incessante dell\u2019identit\u00e0 \u00e8 funzionale all\u2019assunzione di stili di vita plurali e mutevoli e quindi al consumo di tipi assai differenziati di prodotti; la rivendicazione di sempre nuovi diritti consente di costruire mercati di sbocco per tecnologie sempre nuove, in cerca del proprio consumatore. E via di questo passo. Una critica spietata, dicevo, che non potr\u00e0 che irritare gli ambienti della sinistra odierna, ma che certamente aiuter\u00e0 coloro che da quegli ambienti si stanno allontanando, accelerando il processo e rendendolo pi\u00f9 consapevole.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">In particolare per\u00f2, come \u00e8 ovvio data la provenienza dell\u2019autore, la polemica pi\u00f9 argomentata e puntuta \u00e8 quella riservata al postoperaismo e allo stesso operaismo. Qui Formenti elenca accuse gi\u00e0 formulate in altri volumi: la commistione tra il \u201cnegrismo\u201d e le utopie tecno-scientifiche (non estranee a certe forme di semi-misticismo \u00e0 la Teilhard de Chardin), l\u2019inconsistenza teorica delle tesi sul carattere immateriale del lavoro, l\u2019illusione dell\u2019autonomia del lavoro cognitivo rispetto al capitale. In particolare quest\u2019ultima tesi mostra come il postoperaismo sia l\u2019ideologia delle frazioni maggiormente specializzate (ed individualizzate) del lavoro che, in quanto la loro subordinazione al capitale si realizza nella forma dell\u2019apparente libert\u00e0 e creativit\u00e0 (quando invece il capitale organizza e preforma le stesse modalit\u00e0 di erogazione del lavoro intellettuale e costruisce una pseudo-cooperazione tra lavoratori sulla base di una spietata competizione) illudono s\u00e9 stessi dichiarando che \u00e8 in realt\u00e0 il capitale a dipendere dal \u201ccognitariato\u201d. E, peggio ancora, dichiarano che il cognitariato stesso \u00e8 la forma generale di ogni lavoro, che tutto il lavoro \u00e8 essenzialmente uguale ed egualmente indipendente dal capitale, e che quindi non c\u2019\u00e8 bisogno n\u00e9 di costruire un\u2019alleanza politica tra le varie frazioni del lavoro n\u00e9 di proporsi la riappropriazione per via politica dei mezzi di produzione perch\u00e9 questi ultimi ormai si identificano con la mente stessa dei lavoratori.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Come se non bastasse Formenti rileva, e non posso che essere d\u2019accordo, una profonda consonanza fra queste teorie e gli aspetti progressisti ed economicisti del marxismo che hanno nutrito sia la prassi socialdemocratica che quella stalinista. Tali aspetti si condensano nell\u2019idea che lo sviluppo delle forze produttive sia di per s\u00e9 ed automaticamente un fattore di emancipazione sociale, e che basterebbe intervenire sulle forme della propriet\u00e0 e dello stato (blandamente nel caso della socialdemocrazia, drasticamente nel caso dello stalinismo) per liberare tutte le potenzialit\u00e0 dello sviluppo stesso. Il socialismo, oppure la democratizzazione del capitalismo, si costruiscono insomma con gli stessi materiali offerti dal capitalismo, con le stesse forze produttive capitalistiche che non sono, in questa visione, una <i>materia prima<\/i> da trasformare, ma un meccanismo gi\u00e0 dato della nuova societ\u00e0: un contenuto genericamente umano che attende soltanto di essere liberato dalla sua esteriore e caduca veste giuridico-proprietaria. Questo economicismo ha sempre e volutamente rimosso l\u2019intima natura capitalistica, gerarchica ed asimmetrica delle forze produttive, delle macchine e della stessa crescente interconnessione dei processi produttivi (interconnessione \u00e8 qui un eufemismo per<i>centralizzazione<\/i> capitalistica). Analogamente, il postoperaismo prende per buona la retorica della \u201cconnessione universale\u201d propria delle imprese digitali, scambia la comunicazione col comunismo e rimuove le forme di controllo e di gerarchia proprie del capitalismo digitale e la profonda divisione trai lavoratori che esse inducono, in particolare nel campo \u201ccognitario\u201d. Rilevare una tale analogia serve a Formenti non soltanto come argomento polemico, ma come passaggio teorico per congedarsi da qualcosa che \u00e8 proprio non solo del postoperaismo, ma dello stesso operaismo delle origini, ossia dall\u2019idea che il soggetto rivoluzionario debba essere cercato nel punto pi\u00f9 alto, ossia tecnologicamente pi\u00f9 sviluppato, del capitalismo, e debba essere definito come l\u2019elemento che pi\u00f9 di altri \u00e8 interno ai processi d\u2019innovazione organizzativa e che proprio per questo \u00e8 in grado, dialetticamente, di rovesciare il dominio del capitale. Anche se empiricamente un tale soggetto pu\u00f2, in alcune fasi, apparire poco numeroso o poco consapevole, \u00e8 importante per l\u2019operaismo individuare una <i>tendenza<\/i> che, a partire dall\u2019analisi dei punti pi\u00f9 dinamici del capitale, ne deduce per l\u2019immediato futuro l\u2019ampliamento quantitativo e la crescita della soggettivit\u00e0 politica di una determinata figura di lavoratore, che si candida a riassumere in s\u00e9 le caratteristiche di tutte le altre figure e ad essere l\u2019unico e gi\u00e0 costituito perno del processo rivoluzionario. Secondo Formenti non soltanto le pi\u00f9 recenti iperboli negriane, ma anche l\u2019originario metodo della \u201ctendenza\u201d, che pure \u2013 mi permetto di aggiungere \u2013 si \u00e8 accompagnato a suo tempo ad analisi assai sobrie e realistiche della condizione dei lavoratori, deve essere abbandonato, perch\u00e9 porta ad assolutizzare alcune figure del lavoro che in realt\u00e0 sono soltanto contingenti (cos\u00ec come fu contingente l\u2019 \u201coperaio massa\u201d analizzato dai Quaderni Rossi) e perch\u00e9, soprattutto, in momenti di particolare latenza della lotta di classe, istiga ad inventarsi fantasiosi soggetti e a vedere antagonismi che non esistono, magari eludendo forme pi\u00f9 spurie ma pi\u00f9 effettuali dello scontro.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li>\n<p align=\"JUSTIFY\">Il soggetto congiunturale.<\/p>\n<\/li>\n<\/ol>\n<p align=\"JUSTIFY\">E\u2019 a questo punto che Formenti ci offre, a mio parere, una delle mosse teoriche pi\u00f9 importanti tra quelle che si possono reperire nel libro, una mossa che ci consente non solo di meglio attrezzarci, come avviene con le argomentazioni appena riassunte, alla polemica contro i prossimi Tsipras (non scordiamo che quasi tutti i postoperaisti sono, in quanto progressisti, assolutamente europeisti, succubi delle invisibili sovranit\u00e0 imperialistiche nascoste sotto la prassi tecnocratica unionista e feroci avversari di ogni visibile sovranit\u00e0 democratica, <i>massime<\/i>di quella nazionale\u2026), ma anche di approssimarci ad una pi\u00f9 razionale concezione del soggetto rivoluzionario. Tale soggetto, a parere di Formenti, non pu\u00f2 essere dedotto da categorie sociologiche, non pu\u00f2 essere desunto dalle dinamiche generali del capitale, ma pu\u00f2 essere individuato solo in seguito ad una \u201canalisi concreta della situazione concreta\u201d, condotta in ciascuna specifica congiuntura della lotta di classe. Non si pu\u00f2 quindi <i>prevedere<\/i> quale sia il soggetto (o, meglio, la convergenza di diversi soggetti) che di volta in volta diviene protagonista dei conflitti: la rivolta e le sue forme sono, aggiungo, <i>per definizione imprevedibili<\/i>proprio perch\u00e9 fuoriescono dalla <i>routine<\/i> della riproduzione del capitalismo. Questo semplice gesto teorico <i>materialista<\/i> fa piazza pulita di decenni di elucubrazioni andate a vuoto e ci induce a guardare alla realt\u00e0 dello scontro politico, ai suoi protagonisti molto spesso \u201cbrutti, sporchi e cattivi\u201d piuttosto che alle bellissime figure iperrivoluzionarie (l\u2019operaio massa, poi l\u2019operaio sociale, poi il volontariato, poi la moltitudine, poi le associazioni, poi il cognitariato) che poco hanno a che vedere con la verit\u00e0, ma ben si conciliano con le preferenze degli intellettuali, soprattutto quando questi possono affermare che sono gli intellettuali stessi, ossia il lavoro intellettuale, il vero protagonista della cooperazione sociale e della futura societ\u00e0. E ci aiuta, il gesto di Formenti, a progredire verso una concezione <i>formale <\/i>e quindi <i>non sostanziale<\/i> del soggetto rivoluzionario: il soggetto \u00e8 un <i>che cosa<\/i> prima che un <i>chi<\/i>, bisogna prima di tutto definire <i>che cosa<\/i> dovrebbe fare, in ogni determinata situazione, un soggetto sociale per iniziare a scardinare l\u2019ordine esistente, e poi analizzare senza pregiudizi la situazione per verificare <i>chi<\/i>stia di fatto assolvendo <i>per il momento<\/i> e magari in modo inadeguato a questo compito.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Formenti per\u00f2 dice qualcosa di pi\u00f9. Dice che il soggetto non va cercato nei punti alti, bens\u00ec nei punti bassi, non nel vertice della modernizzazione, ma nelle resistenze alla modernizzazione stessa, non nel centro ma nella periferia, non nella scelta etico-estetica degli <i>insider<\/i>, ma nella ribellione disperata degli <i>outsider<\/i>. Si pu\u00f2 concordare con questa definizione se ed in quanto si presenta come analisi <i>congiunturale<\/i>, meno se essa diviene una <i>generale indicazione di metodo<\/i>. Ed in effetti qui Formenti sembra rispolverare in qualche modo il metodo della tendenza, ossia sembra stabilire una sorta di rapporto univoco tra lo sviluppo del capitalismo e quello del suo antagonista, solo che si tratta, in questo caso, di un rapporto <i>inverso<\/i> rispetto a quello stabilito dal postoperaismo: invece di cercare sempre in alto, Formenti ci invita a cercare sempre in basso. Pi\u00f9 che di alto o di basso io preferirei parlare di <i>asincronia<\/i> del soggetto: non c\u2019\u00e8 nessun rapporto tra le dinamiche di medio-lungo periodo del capitale e la <i>natura particolare<\/i> del soggetto che in un determinato momento innalza la bandiera dell\u2019emancipazione. Tale soggetto non \u00e8 il frutto n\u00e9 della modernizzazione n\u00e9 della sua negazione, \u00e8 semplicemente effetto di una congiuntura non prevedibile, in cui possono giocare un ruolo \u201csovversivo\u201d sia le promesse della modernit\u00e0 sia le resistenze ad essa. Un soggetto asincrono, ossia <i>fuori tempo<\/i>, che pu\u00f2 essere tale sia per il richiamo al passato comunitario sia per la speranza nelle promesse del futuro. E qui si apre un\u2019ulteriore questione. Cosa vuol dire essere \u201cfuori\u201d dal capitalismo? Cosa vuol dire essere fuori <i>oggi<\/i>, ossia nell\u2019epoca della produzione di massa dell\u2019individualit\u00e0 e della produzione industriale delle forme di socialit\u00e0? Sono convincenti le osservazioni di Formenti sul ruolo delle tradizioni comunitarie russe nella formazione dei soviet, della cultura campesindia nell\u2019esperienza latinoamericana, della comune appartenenza meridionale come collante dell\u2019azione degli operai degli anni \u201870. Ma come ritrovare oggi analoghi supporti comunitari (e dunque extra-capitalistici), e come fare in modo che tali supporti non giochino, piuttosto un ruolo reazionario (come accade col leghismo ma anche con alcune forme di autoisolamento ed autodifesa delle comunit\u00e0 di immigrati)?. Forse si tratta di sviluppare, al riguardo, una vecchia osservazione di Etienne Balibar, secondo il quale pi\u00f9 che di proletariato si deve parlare di <i>processo di proletarizzazione<\/i>: la \u201cclasse\u201d \u00e8 il frutto del continuo passaggio da una condizione non proletaria ad una proletaria, oppure da una condizione proletaria ad una maggiormente proletarizzata perch\u00e9 maggiormente sfruttata. Anche dentro il capitalismo c\u2019\u00e8 dunque sempre un passato da rivendicare, magari da mitizzare, un tempo di ieri su cui appoggiarsi per poter credere possibile il tempo di domani. La \u201cperiferia\u201d del capitalismo, il passato che \u00e8 condizione del futuro, non sempre o non necessariamente \u00e8 appannaggio dei rapporti sociali precapitalistici: pu\u00f2 anche essere il prodotto del movimento incessante della modernizzazione che sempre distrugge o <i>rende periferiche<\/i> le forme di vita precedenti (anche quelle gi\u00e0 capitalistiche ma non pi\u00f9 confacenti alle aumentate esigenze dell\u2019accumulazione). Un movimento che, in quanto \u00e8 eterodiretto, \u00e8 <i>sub\u00ecto<\/i> dai soggetti: cosa che alimenta continuamente, per reazione, il ricordo di un mondo diverso e migliore.<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li>\n<p align=\"JUSTIFY\">Il campo populista.<\/p>\n<\/li>\n<\/ol>\n<p align=\"JUSTIFY\">Qualunque sia il \u201cfuori\u201d da cui parte la rivolta e qualunque sia il particolare soggetto sociale che in ogni diversa situazione ne \u00e8 il principale attore, si deve convenire con Formenti quando dice che le pi\u00f9 efficaci rivolte attuali non possono che essere populiste. Del resto, se la compattezza sociologica della classe \u00e8 stata programmaticamente dissolta, se l\u2019efficacia politica della sua lotta \u00e8 stata consapevolmente ostacolata, se i grandi partiti di massa sono stati visti come la ragione di ogni male e se gli spazi di espressione democratica si sono drasticamente chiusi a svantaggio dei lavoratori, \u00e8 assolutamente inevitabile che <i>la stessa lotta di classe<\/i> si presenti come populista. A rafforzare le considerazioni di Formenti ne aggiungerei un\u2019altra: rileggendo in chiave non economicista o evoluzionista la dialettica tra forma sociale della produzione e forma privata dell\u2019appropriazione (che \u00e8 uno dei nomi della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzioni di cui giustamente Formenti critica le precedenti formulazioni), si nota come nelle previsioni di Marx, largamente inveratesi nel capitalismo occidentale degli anni \u201970, la dinamica dell\u2019accumulazione conduce ad una <i>dispersione della propriet\u00e0<\/i> (societ\u00e0 per azioni) e ad una <i>concentrazione dei lavoratori<\/i> (grande industria), facilitando cos\u00ec la lotta sindacale e la sua trasformazione in lotta socialista. Al contrario, nella realt\u00e0 attuale (e per il momento), assistiamo alla <i>concentrazione della propriet\u00e0 azionaria<\/i>, o comunque parcellare, all\u2019interno delle grandi istituzioni d\u2019investimento, e ad una parallela<i>dispersione del lavoro<\/i> che fa s\u00ec che la lotta di classe, se e quando riesce ad esprimersi, non lo fa come lotta sindacale e poi politica, ma come generica lotta di cittadinanza che sovente \u00e8<i>immediatamente politica<\/i>, assumendo cos\u00ec forme sociologicamente spurie ma certamente pi\u00f9 efficaci della abituale lotta \u201ctradeunionista\u201d nel contrastare la politica dello stato capitalistico. E\u2019 per questo che la lotta di cittadinanza, veste spesso assunta dalla lotta populista, non deve essere considerata sempre come un\u2019elusione della lotta di classe, ma pu\u00f2 essere intesa, in determinate condizioni, come effetto di un produttivo <i>spostamento<\/i> della lotta di classe stessa.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Il populismo, e qui torniamo direttamente a Formenti, non \u00e8 quindi un nemico da esorcizzare ma \u00e8 piuttosto la forma storicamente determinata della lotta di classe, \u00e8 <i>un campo<\/i> nel quale bisogna situarsi senza timore, per meglio condurre una battaglia per l\u2019egemonia finalizzata a trasformare il populismo stesso in una direzione coerentemente anticapitalista e socialista, sconfiggendone le inevitabili e ben radicate tendenze di destra. Situarsi nel campo del populismo: ecco un\u2019altra cosa che non mancher\u00e0 di scandalizzare la sinistra benpensante, perch\u00e9 \u00e8 cosa ben diversa dal tentare, come si dice, di \u201criconquistare il nostro popolo\u201d<i>spostandolo<\/i> su un terreno (quello dell\u2019ordinata competizione elettorale, degli oliati meccanismi di governance, della tranquillizzante dialettica tra societ\u00e0 civile e stato) sul quale esso <i>non pu\u00f2<\/i>esprimere la propria incompatibilit\u00e0 sostanziale con le dinamiche dell\u2019ordine attuale. Si tratta invece per Formenti di accettare <i>in toto<\/i> l\u2019ambivalenza populista (ma \u00e8 forse meno ambivalente la lotta di classe, che produce sia i consigli operai che i sindacati reazionari?) per tentare di torcerla in una direzione di emancipazione, e non di sostegno a qualcuna delle divere frazioni delle classi dominanti.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">L\u2019analisi concreta di numerose esperienze di mobilitazione tendenzialmente o compiutamente populiste in America latina, negli Stati Uniti ed in Europa, analisi che \u00e8 una delle parti pi\u00f9 vivaci del libro, mostra quante forme il populismo possa assumere e quali difficolt\u00e0 e potenzialit\u00e0 incontri il progetto di un\u2019egemonia di classe e socialista. Questa lotta per l\u2019egemonia sarebbe forse avvantaggiata, credo, da una distinzione concettuale che consenta di tracciare un pur mobile confine tra populismo e socialismo. Riservandomi di tornare in altra sede su questo tema assai intricato, osservo che quasi tutte le caratteristiche del populismo indicate da Formenti (anche sulla scorta degli ottimi lavori di Loris Caruso) descrivono una<i>forma di mobilitazione<\/i> che pu\u00f2 effettivamente essere considerata spesse volte comune sia a movimenti classisti che a movimenti interclassisti. Ma tale forma di mobilitazione deve essere distinta dal populismo come <i>forma di stato<\/i> che, a mio parere, \u00e8 invece incompatibile col socialismo. Mi spiego meglio. Aspetti fondamentali delle attuali esperienze populiste sono la netta distinzione tra \u201cnoi\u201d e \u201cloro\u201d(e tra \u201calto\u201d e \u201cbasso\u201d), il carattere spesso aclassista della definizione del \u201cnoi\u201d, il depotenziamento della distinzione tra destra e sinistra, la difesa dei luoghi contro i flussi, il rifiuto di tutte le forme di mediazione, l\u2019identificazione con un leader carismatico. Orbene, andando alla rinfusa, <i>nel corso di una mobilitazione<\/i> l\u2019aclassismo del \u201cnoi\u201d pu\u00f2 essere effetto della positiva compresenza di numerose e distinte frazioni delle classi subalterne, il superamento della distinzione tra destra e sinistra pu\u00f2 essere una salutare presa d\u2019atto della subalternit\u00e0 di entrambe le opzioni, la difesa del luogo contro il capitalismo finanziario pu\u00f2 indurre a cercare alleanze con altri luoghi, l\u2019opposizione radicale tra noi e loro ed il rifiuto della mediazione possono segnare l\u2019acutizzarsi della mobilitazione, ed il leaderismo carismatico pu\u00f2 svolgere una parte delle funzioni del gramsciano \u201ccesarismo progressivo\u201d. Ma quando queste forme di mobilitazione si fissano in un programma politico o, peggio, in un<i>progetto di stato<\/i>, esse si coagulano in una forma inequivocabilmente autoritaria e di destra, perch\u00e9 stabilmente interclassista, nemica del conflitto sociale, fondata sull\u2019identificazione organica tra popolo, leader e stato, contraria ad ogni corpo intermedio e soprattutto alla fondamentale mediazione del diritto e della costituzione. Non \u00e8 un caso se, tra le esperienze analizzate da Formenti, quella che maggiormente si avvicina ad un\u2019emancipazione di tipo socialista \u00e8 proprio quella che meno somiglia ad uno stato populista, ossia l\u2019esperienza boliviana, che si realizza nel rapporto tra una serie di robusti corpi sociali intermedi, un partito che non \u00e8 una semplice macchina al servizio del leader e uno stato costituzionale estremamente inclusivo. Ed <i>anche<\/i> nella presenza di un leader altamente carismatico che per\u00f2 non \u00e8 affatto il perno centrale della legittimazione politica.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">La distinzione qui proposta tra populismo come forma di mobilitazione, aperta a diversi esiti, e populismo come forma di stato, organicamente autoritaria e reazionaria, pu\u00f2, io credo, dialogare utilmente con le tesi di Formenti anche perch\u00e9 una delle caratteristiche dell\u2019autore, caratteristica che segna un suo ulteriore allontanamento dal paradigma originario, \u00e8 il riconoscere l\u2019assoluta esigenza, per i movimenti sociali e di classe, di non cullarsi nell\u2019illusione di un autosufficiente orizzontalismo e di accettare la necessit\u00e0 di <i>farsi stato<\/i> se si vogliono realmente raggiungere gli obiettivi declamati: e dunque, aggiungo, di pensare ad una forma di stato non organicista n\u00e9 autoritaria. Pur dichiarando a pi\u00f9 riprese la propria preferenza per le forme di democrazia diretta e consiliare Formenti dunque non elude il nodo dello stato (e addirittura della <i>sovranit\u00e0 nazionale<\/i>, laddove troppi si fermano pudicamente alla rivendicazione della sovranit\u00e0 popolare), semplicemente perch\u00e9 sa che soltanto coloro che riescono a vivacchiare nella situazione presente possono evitare il problema, mentre coloro che devono ribaltare la situazione presente non possono fare a meno di pensare ad uno stato nuovo, in cui la sovranit\u00e0 popolare non venga n\u00e9 dissolta nei flussi del mercato, n\u00e9 irrigidita nella comunit\u00e0 organica, ma si realizzi nella legittimazione della differenza e del conflitto tra stato democratico-socialista e associazioni autonome dei lavoratori e dei cittadini. Qui si apre, finalmente, il vasto e da molto tempo inesplorato spazio della <i>dialettica tra stato e non stato<\/i>(una dialettica frettolosamente rimossa dalle speculari fissazioni dello statalismo e dell\u2019antistatalismo), che tanto pi\u00f9 costituir\u00e0 un oggetto di indagine quanto pi\u00f9 il nesso tra la crisi e la crescita del movimento reale porr\u00e0 nuovamente il problema della trasformazione sociale come <i>problema concreto<\/i>.<\/p>\n<ol start=\"4\">\n<li>\n<p align=\"JUSTIFY\">Il ritorno del rimosso.<\/p>\n<\/li>\n<\/ol>\n<p align=\"JUSTIFY\">Fin qui ho elencato diversi meriti del lavoro di Formenti. Ma ce n\u2019\u00e8 un altro, forse meno visibile ma, in prospettiva, non meno importante. La critica costante del modello postoperaista ed il confronto costante con gli effetti della crisi economica, sociale e geopolitica attuale hanno infatti condotto Formenti a frequentare alcuni temi teorici notevolmente astratti (e quindi notevolmente vicini all\u2019essenza dei problemi) di cui non si parla pi\u00f9 quantomeno dagli anni \u201980 dello scorso secolo, ossia da quando si \u00e8 interrotta la pensabilit\u00e0 della trasformazione sociale, ma che tornano ad essere posti proprio da quella <i>riapertura della storia<\/i> che si riassume nella fine del mondo unipolare. La questione del superamento dell\u2019economicismo e quindi dell\u2019abbandono dell\u2019idea di neutralit\u00e0 delle forze produttive, fu oggetto di grande discussione a partire da materiali eterogenei ma pregnanti quali l\u2019esperienza della Rivoluzione culturale cinese, la riflessione di Charles Bettelheim, le stesse tesi di Panzieri sull\u2019uso capitalistico delle macchine. La questione dell\u2019impossibilit\u00e0 di pensare la transizione al comunismo come analoga alla transizione tra feudalesimo e capitalismo, a cui Formenti dedica un breve ma interessante cenno, fu uno degli oggetti di un importante dibattito sui modi di produzione precapitalistici in cui non pochi sostennero che le passate forme di societ\u00e0 andavano considerate come forme autonome e non come imperfette approssimazioni alla razionalit\u00e0 capitalista. Il che autorizzava a dire che, specularmente, il comunismo non poteva essere pensato come prosecuzione e perfezionamento di tale razionalit\u00e0, e cio\u00e8 come sviluppo illimitato delle forze produttive, ma come gestione ragionevole delle forze produttive in funzione della riproduzione di rapporti sociali egualitari consapevolmente scelti. Infine le questioni della natura congiunturale e \u201ccausale\u201d del soggetto, dello spostamento della contraddizione di classe, della fallacia del progressismo furono diversamente discusse a partire sia dai lavori di Luk\u00e1cs, a cui Formenti fa esplicitamente cenno, che da quelli di Althusser e di Benjamin. Il tutto nel contesto di una riflessione epistemologica che vantava i nomi di un Kuhn, di un Lakatos, di un Feyerabend, prima che un uso ideologico della teoria della complessit\u00e0 <i>semplificasse<\/i> ogni cosa dichiarando che il mondo era forse conoscibile, ma certo intrasformabile.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Dico tutto ci\u00f2, riducendo ad un breve cenno ci\u00f2 che dovrebbe essere oggetto di una attenta riflessione collettiva, non perch\u00e9 nelle discussioni di allora vi fossero le verit\u00e0 necessarie all\u2019oggi, ma perch\u00e9 \u00e8 importante capire che non si parte da zero, e che se si \u00e8 indotti a ritornare ai punti alti della teoria ci\u00f2 \u00e8 sintomo del fatto che le cose si fanno davvero serie. E il libro di Formenti ci aiuta certamente a comprendere la seriet\u00e0 delle cose, ossia la loro radicalit\u00e0, e la necessit\u00e0 di un lavoro teorico ad ampio raggio che di questa radicalit\u00e0 sia espressione e condizione.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>Fonte:<\/strong>\u00a0<strong><a href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2016\/12\/15\/la-variante-formenti-un-congedo-dalla-sinistra-globalista\/#more-430\">http:\/\/www.socialismo2017.it\/2016\/12\/15\/la-variante-formenti-un-congedo-dalla-sinistra-globalista\/#more-430<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SOCIALISMO 2017 (Mimmo Porcaro) L\u2019ultimo lavoro di Carlo Formenti (La variante populista, Derive e approdi, Roma, 2016) \u00e8 talmente denso di riferimenti e attraversato da cos\u00ec tante tensioni concettuali \u2013 effetto del passaggio dell\u2019autore da un paradigma teorico ad un altro \u2013 da costringere chi voglia abbozzarne una recensione ad una drastica semplificazione che punti direttamente all\u2019essenza del testo. 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