{"id":26772,"date":"2016-12-19T10:00:21","date_gmt":"2016-12-19T09:00:21","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26772"},"modified":"2016-12-18T18:31:16","modified_gmt":"2016-12-18T17:31:16","slug":"crisi-della-democrazia-moderna-conflitto-politico-sociale-e-ricomposizione-di-un-blocco-di-resistenza-nazionale-popolare-nellepoca-delle-rivolte-populiste","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26772","title":{"rendered":"Crisi della democrazia moderna, conflitto politico-sociale e ricomposizione di un blocco di resistenza nazionale-popolare nell\u2019epoca delle rivolte \u201cpopuliste\u201d"},"content":{"rendered":"<p><strong>di CSEPI\u00a0(Aldo Scorrano, Fabio Di Lenola e Christian Dalenz)<\/strong><\/p>\n<p><strong>Intervista a Stefano G. Azzar\u00e0*<\/strong><\/p>\n<p><strong>Lei ha affermato che \u00abla storia della democrazia \u00e8 la storia della capacit\u00e0 delle classi subalterne di fare conflitto, di lottare, di riequilibrare i rapporti di forza presenti nella societ\u00e0\u00bb. Queste classi lo avrebbero fatto unendosi tra loro sulla base di idee, di interessi comuni e di piattaforme politiche avanzate. Questa unione oggi manca ed \u00e8 ci\u00f2 che si dovrebbe ricreare, soprattutto nel mondo del lavoro. In buona sostanza bisognerebbe \u00abunire ci\u00f2 che \u00e8 stato diviso\u00bb. Ma come mettere in moto questo processo e con quali modalit\u00e0?<\/strong><\/p>\n<p>La risposta a questa domanda non esiste. E se qualcuno pretende di averla in tasca per via di qualche formula alla moda \u2013 \u201cpopulismo\u201d e \u201cpolitiche del comune\u201d sono oggi quelle pi\u00f9 reiterate nelle diverse e contrapposte anime della sinistra , ma in passato i nomi erano diversi &#8211; ha capito ben poco dei processi storici, per i quali non esistono leggi simili a quelle che ipotizziamo nel mondo naturale e dunque nemmeno manuali delle istruzioni.<\/p>\n<p>Per come siamo messi, credo comunque che la presa di coscienza reale e non meramente verbale della frantumazione in atto e delle sue ragioni, oltre che della necessit\u00e0 di una ricomposizione di un campo politico di resistenza su basi che siano ad un tempo politiche e sociali (e cio\u00e8 fondate su una analisi che tenga conto di cosa sono diventate oggi le classi sociali rispetto al periodo della Guerra Fredda), sia gi\u00e0 un passo in avanti considerevole rispetto alla totale inconsapevolezza o rimozione che caratterizza ci\u00f2 che rimane da noi della sinistra storica novecentesca. Ritengo in generale che non dobbiamo aspettarci nuove geniali teorie partorite dalla mente di chiss\u00e0 chi, perch\u00e9 tutto ci\u00f2 che accade nel mondo delle idee accade quando i tempi e le contraddizioni storiche reali sono mature e interpretabili e non certo per partenogenesi; poich\u00e9 per\u00f2 gli elementi essenziali della fase in corso sono visibili ormai da molto tempo senza che se ne traggano le conseguenze, ne deduco che \u00e8 la persistenza di una certa cultura politica, di cui parler\u00f2 pi\u00f9 avanti, a impedire questo riconoscimento.<\/p>\n<p>La societ\u00e0 \u00e8 articolata in gruppi sociali. E\u2019 vero che questi gruppi sono cambiati rispetto al passato, e che questi spostamenti sono utilizzati spesso in chiave ideologica per sostenere l\u2019estinzione delle classi stesse o la loro acquisita insignificanza sul piano politico, e tuttavia esse ci sono. E come \u00e8 sempre avvenuto, ogni gruppo di classe occupa una determinata posizione nella divisione del lavoro e svolge una certa funzione in un contesto relazionale. Da qui la sua natura strutturalmente oppositiva, i cui caratteri possono cio\u00e8 emergere solo in contrapposizione ad altre parti del sistema. Ciascun gruppo \u00e8 portatore in via costitutiva di bisogni e interessi diversi, che entrano inevitabilmente in collisione dal momento che la ripartizione delle risorse materiali e immateriali che il lavoro sociale collettivo produce \u00e8 disuguale a monte: funzioni diverse ricevono in maniera diversa in ragione non del lavoro erogato ma della posizione strutturale occupata e in particolare in funzione del ruolo direttivo o esecutivo e del rapporto di questo ruolo con la propriet\u00e0 (qui si aprirebbe tutto il discorso sul rapporto tra propriet\u00e0 privata e funzioni del management).<\/p>\n<p>E\u2019 vero allora che oggi non \u00e8 pi\u00f9 sostenibile l\u2019illusione naturalistica per cui le classi subalterne siano spontaneamente orientate a sinistra e da subito interessate alla libert\u00e0 e al progresso, ecc. ecc. In questo senso aveva almeno una parte di ragione Ernesto Laclau, ormai molto tempo fa, nel fare un bilancio della crisi del movimento operaio dopo l\u2019espansione della societ\u00e0 dei consumi e a evidenziare la necessit\u00e0 di un rinnovamento della sinistra nel senso di una sua apertura da una dimensione meramente di classe a una pi\u00f9 generale e \u201cpopulista,\u201d che tenesse conto della differenziazione sociale delle \u201cdomande\u201d (i diritti civili). E per\u00f2, a guardar bene questa mutazione della sinistra \u00e8 esattamente la teorizzazione ex post di ci\u00f2 che ai tempi di Laclau stava gi\u00e0 avvenendo da anni, come ovvia conseguenza delle trasformazioni sociali, anche senza che nessuno lo teorizzasse. Ed \u00e8 esattamente ci\u00f2 che nel frattempo, e cio\u00e8 da allora sino ai nostri giorni, non ha portato a nessuna evoluzione positiva ma ha al contrario aggravato la frantumazione, perch\u00e9 ne ha semplicemente assecondato il decorso, se non lo ha addirittura accelerato. E\u2019 giusto infatti sottolineare, come con Laclau fanno da decenni quasi tutti i teorici della sinistra radicale di impostazione non marxista, la dimensione della contingenza, visto che non esiste nel campo sociale nessuna necessit\u00e0 a priori. E per\u00f2 riconoscere la contingenza non significa desiderarla e fiancheggiarla programmaticamente nella sua dispersione pluralistica ma semmai prenderne atto cercare di darle un ordine a partire da un progetto politico.<\/p>\n<p>E\u2019 qualcosa di nuovo? Le cose stavano in maniera diversa in passato? No. E\u2019 esattamente questo ci\u00f2 che \u00e8 accaduto alle origini del movimento operaio. Non era scritto da nessuna parte che i bisogni della classi subalterne nella societ\u00e0 industriale, bisogni reali e oggettivamente inscritti nelle cose, dovessero coagularsi in un fronte di sinistra e in una piattaforma socialista. E\u2019 stata semmai la capacit\u00e0 di alcune organizzazioni politiche di proporre un progetto credibile &#8211; un progetto che non fosse arbitrario ma fondato sulla contraddizione oggettiva stessa, e che fosse dunque capace di raccogliere le diverse istanze attorno al loro nucleo di condensazione nel processo di produzione e riproduzione della societ\u00e0 &#8211; ci\u00f2 che ha consentito l\u2019autoriconoscimento delle classi subalterne come tali e l\u2019avvio del loro movimento di unificazione. Quel movimento lunghissimo e faticosissimo e mai del tutto compiuto che \u00e8 stato la premessa del loro rafforzamento e dunque della costruzione della democrazia moderna (1: la democrazia moderna \u00e8 cosa diversa dalla democrazia come tale, che pu\u00f2 convivere anche con la schiavit\u00f9 e l\u2019imperialismo; 2: chi ha interesse primario nella democrazia moderna sono i deboli e non certo i forti, per cui democrazia moderna \u00e8 sinonimo di potere relativo delle classi subalterne e dunque \u00e8 sinonimo di sinistra, a condizione che la sinistra faccia il proprio dovere e non slitti a destra, come in Occidente \u00e8 avvenuto da parecchio tempo).<\/p>\n<p>Oggi per molti aspetti siamo in una situazione analoga, nella quale abbiamo il compito di ricominciare da zero pur essendo eredi di una lunga storia e dovendo anzitutto imparare da questa storia e dagli errori commessi. Proprio questa storia ci dice che la crisi della sinistra diventa inarrestabile quando, a fronte di un cambio di fase radicale, questa parte politica si dimostra incapace di comprendere i profondi mutamenti intervenuti e ritiene di poter applicare lo stesso comodo schema di gioco del passato, considerato l\u2019unico schema possibile nell\u2019unica realt\u00e0 possibile. Una realt\u00e0 divenuta per\u00f2 nel frattempo fittizia, nella quale esiste una sorta di armonia prestabilita tra l\u2019autoposizionamento dei ceti politici che definiscono se stessi di sinistra e la rappresentanza delle classi popolari. E dalla quale, nonostante i proclami rivoluzionari sono esclusi proprio lo scarto e il salto di qualit\u00e0, tanto che essa si riduce di fatto al meramente esistente.<\/p>\n<p>Ma se in una fase di ascesa complessiva, nella quale il movimento esiste ed \u00e8 efficace, ha un\u2019identit\u00e0 ed \u00e8 in grado di operare e esercitare egemonia, sono possibili una serie di tattiche, tra cui quelle di alleanza e mediazione, tutto cambia al cambiare della fase. Quando la fase diventa di ritirata strategica in seguito a una sconfitta storica, tutta la realt\u00e0 sociale subisce uno slittamento a destra e i processi di subordinazione vengono accelerati, mentre l\u2019egemonia passa al campo avverso. In questa fase, che dura dagli anni Ottanta, continuare come se nulla fosse cambiato per incomprensione o malinteso \u201crealismo politico\u201d, o per abitudine o mentalit\u00e0 politica e culturale, pensando che il consenso popolare sia comunque garantito per natura, \u00e8 deleterio. Conduce ad assumerci responsabilit\u00e0 che non ci competono. E conduce a perdere credibilit\u00e0, a causa de una prassi politica che nei rapporti di forza dati entra inevitabilmente in contraddizione con il mandato che emerge da quei bisogni e da quelle domande sociali che ci si proponeva di ricucire assieme.<\/p>\n<p>Proprio perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 nessuna armonia prestabilita tra popolo e sinistra, il proposito di riunificare un soggetto di resistenza o un soggetto antagonista fallisce quando il capitale di rappresentanza viene messo al servizio di politiche che vanno in direzione opposta, o quando viene applicato nel senso della mera riduzione del danno a partire da una fiducia incondizionata nelle identit\u00e0 e nelle appartenenze tradizionali. Non si sopperisce alla mancanza cronica di coerenza e di intransigenza, che nella crisi di egemonia delle \u00e9lites al comando sono essenziali, agitando il feticcio di un simbolo o di un nome per vellicare le debolezze nostalgiche che albergano ancora in qualcuno \u2013 sempre meno &#8211; di noi. Al tempo stesso \u2013 ed \u00e8 l\u2019altro pericolo dal quale dobbiamo guardarci -, il proposito di una ricomposizione fallisce anche quando non si comprende che alla crisi delle identit\u00e0 e delle appartenenze non si pu\u00f2 rispondere con l\u2019elogio provocatorio delle moltitudini, del nomadismo e dell\u2019ibridazione, perch\u00e9 in politica le identit\u00e0 stabili possono non piacere ma sono essenziali per condurre efficacemente un conflitto dal basso (e chi ha bisogno di unirsi, chi ha bisogno di un partito sulla base di una condivisione e di un patto razionale, bisogna sempre ricordarsene, sono anzitutto i deboli e non certo i forti). E se smantelliamo attivamente quelle identit\u00e0 storiche e culturali \u2013 le appartenenze di classe e le appartenenze politiche &#8211; che sono gi\u00e0 in crisi per conto loro, se invece di rinnovarle e rivivificarle ne neghiamo ogni legittimit\u00e0 in nome del sogno di una sorta di amore universale indistinto, o della spontanea natura cooperativa del General Intellect, oppure le affidiamo alla casualit\u00e0 effimera di ci\u00f2 che Laclau intende di fatto per \u201cegemonia\u201d, \u00e8 facile che esse vengano sostituite da altre forme di identit\u00e0. Le quali pretenderanno invece di essere fortissime, perch\u00e9 fondate su basi naturalistiche e persino biologiche che sono s\u00ec immaginarie ma non per questo meno pericolose.<\/p>\n<p>Per unire oggi ci\u00f2 che \u00e8 stato diviso \u00e8 necessario perci\u00f2 anzitutto comprendere che siamo solo all\u2019inizio di una fase di ritirata strategica che sar\u00e0 molto lunga. Chi accusa di \u201cpurismo\u201d gli intransigenti, sfidandoli sarcasticamente a indicare una via che porti rapidamente alla rivoluzione, esercita un\u2019inutile provocazione. Se c\u2019\u00e8 qualcuno che pensa che la rivoluzione sia alle porte, o che sia quantomeno possibile un \u201ccambiamento\u201d, \u00e8 proprio chi si illude che sia possibile \u201ccambiare le cose dall\u2019interno\u201d. Se ragioniamo in termini di cicli storici e andiamo al di l\u00e0 della superficie evemenenziale delle cose, lo spostamento a destra del quadro politico nazionale e ancor prima internazionale, che pure dura dagli anni Ottanta, \u00e8 invece appena cominciato. E lo smantellamento delle conquiste sociali del XX secolo non si arrester\u00e0 e non far\u00e0 prigionieri. L\u2019esito delle elezioni americane, che alla campionessa corrotta delle \u00e9lites attualmente dominanti contrapponeva il campione impresentabile delle \u00e9lites concorrenti, il quale &#8211; sull\u2019onda della rivolta della piccola borghesia impoverita e incattivita &#8211; si sbarazza degli ideologismi del \u201cpoliticamente corretto\u201d per esercitare direttamente il potere dopo averlo delegato per decenni all\u2019establishment ovvero ai democratici o ai repubblicani, \u00e8 in questo senso assai esplicativo. E il tifo sfrenato per l\u2019uno o per l\u2019altra che ha lacerato la sinistra europea, la quale sperava di compensare la propria impotenza tramite la vittoria altrui o facendo un dispetto alla propria moglie, lo \u00e8 altrettanto.<\/p>\n<p>Alla ricerca di sempre nuovi conigli dal cilindro che caratterizza la sinistra attuale, atterrita per aver perso ogni rendita di posizione, va invece contrapposto un altro percorso. Questo significa che dobbiamo predisporci a un lavoro di lunga durata, lungo un orizzonte pluridecennale e con un atteggiamento \u201cnazionale-popolare\u201d e cio\u00e8 con a partire da quell\u2019ispirazione gramsciana che a me sembra tuttora molto pi\u00f9 corretta e utile di ogni richiamo al \u201cpopulismo\u201d. Chi pensa che basti trovare un leader o un simbolo o una sigla, chi si attacca a scorciatoie come Obama, Tsipras, o Corbyn, o oggi al pavido e subalterno Sanders, chi punta tutto sulle mobilitazioni elettorali, ci costringe a perdere tempo. Ricordiamoci sempre che &#8211; anche se pu\u00f2 sembrare incredibile \u2013 c\u2019\u00e8 qualcuno che ancora fino a qualche mese fa ha creduto di individuare in Vendola o in Fassina o in Landini o in altri simili a loro delle figure di leader capaci di sopperire alla mancanza di lavoro e organizzazione. Questa \u00e8 la situazione drammatica in cui siamo finiti.<\/p>\n<p>Ma tutto ci\u00f2 non deve portarci alla disperazione. Non deve cio\u00e8 farci dimenticare che la storia c\u2019\u00e8 e le cose cambiano sempre, perch\u00e9 la dialettica dei rapporti di forza non cessa mai di scorrere nella societ\u00e0. E\u2019 stato facile unire il movimento operaio nel XIX secolo? Per nulla. Si tratta allora di produrre un lavoro oscuro e misconosciuto di portata pari a quello compiuto in quegli anni, per ricucire realt\u00e0 frammentate in un mercato del lavoro che sembra tornato a situazioni ottocentesche, quando il contratto nazionale non esisteva e lo sciopero era violazione della \u201clibert\u00e0 del lavoro\u201d ovvero della libert\u00e0 di sfruttare e farsi sfruttare. Questo lavoro deve svolgersi sul terreno sindacale e su quello culturale, che oggi sono pi\u00f9 praticabili. Ma questo lavoro deve porsi il problema di un programma politico, senza il quale il lavoro sindacale e culturale da soli non hanno un orizzonte di lunga durata.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il punto pi\u00f9 doloroso, per\u00f2: se torniamo sul terreno politico, infatti, il dibattito arretra di almeno due decenni e ci costringe a discutere ancora se fare le alleanze e ricostruire il centrosinistra e dove e in quali occasioni. Siamo cio\u00e8 lontanissimi, a conti fatti, dalla minima presa di coscienza della tragicit\u00e0 del momento di cui parlavo all\u2019inizio, e ci balocchiamo ancora con figure idealtipiche della nostra impotenza e esistenzialmente nocive come Bersani o Vendola. Se poi dallo scenario nazionale allargassimo lo sguardo a quello internazionale e ai suoi urti latenti, dovremmo solo andare a nasconderci per quanto sono gravi oggi i rischi di conflitto generalizzato. Sono passati quasi trent\u2019anni dalla fine del campo socialista e siamo sempre fermi l\u00e0: ecco, se non c\u2019\u00e8 uno scarto sul piano politico che sblocchi la situazione, per altri trent\u2019anni non andremo da nessuna parte. Ma a tal fine \u00e8 necessario che una o due generazioni totalmente compromesse con il passato \u2013 generazioni in senso politico, culturale e di mentalit\u00e0, non in senso anagrafico \u2013 passi la mano. Ci vorr\u00e0 purtroppo ancora molto tempo e cio\u00e8 ci vorr\u00e0 il definitivo esaurimento di ogni speranza di ricostituzione del centrosinistra, che alberga ancora in troppi cuori.<\/p>\n<p>Teniamo conto che per questo obiettivo il contesto \u00e8 assai difficile non solo per i rapporti di forza assolutamente sfavorevoli ma anche perch\u00e9 le nuove tecnologie digitali \u2013 che pure in un ambiente altamente acculturato come quello odierno potrebbero facilitare notevolmente il compito di una ricucitura sociale, mettendoci in una situazione molto pi\u00f9 favorevole rispetto a quella dei nostri padri e nonni del XIX secolo -, sono ormai pressoch\u00e9 individualizzate. Esse riproducono perci\u00f2 un ambiente produttivo di tipo \u201cartigianale\u201d e stimolano perci\u00f2 forme di coscienza spontaneamente anarchicheggianti, nelle quali ciascuno \u00e8 in condizione come piccolo produttore di farsi persino il proprio giornale e partito. Purtroppo per\u00f2 anche ci\u00f2 che rimane dei partiti organizzati non sfugge a questo andazzo. Anche i partitini residui si comportano in questo modo e \u2013 ridotti a piccole confederazioni di clan locali che comunicano prevalentemente in rete &#8211; invece di unire dividono perniciosamente, perch\u00e9 pretendono che siano tutti gli altri ad annullarsi e a sposare la Giusta Linea. Ci\u00f2 che essi possono invece fare per dare una mano \u00e8 una sola cosa: mettersi a disposizione di un processo di convergenza imperniato su pochi punti (analisi storico-materialistica della realt\u00e0, autonomia politica rigorosa e orientamento anti-imperialista) e poi sparire per sempre.<\/p>\n<p>Questo processo di separazione (finanche di isolamento e infine di soccombenza) della classe dei lavoratori (in generale, il mondo del lavoro) \u00e8 stato portato avanti anche mediante la complicit\u00e0 della sinistra (di una particolare classe dirigente) con il grande capitale finanziario, da cui sembra prendere ordini. Come \u00e8 potuto accadere questo? Si pu\u00f2 parlare semplicemente di tradimento o c&#8217;\u00e8 altro da prendere in esame?<\/p>\n<p>Anzitutto bisogna stare attenti a come si maneggia la questione del capitale finanziario in contrapposizione al capitale industriale. Sebbene ci siano certamente differenze e la prevalenza dell\u2019uno o dell\u2019altro risponda a problematiche e contraddizioni interne al modo di produzione nel suo rapporto con l\u2019ambiente storico circostante (il conflitto politico sociale), e sebbene questa gradazione contribuisca a determinare la natura della fase, il concetto stesso di capitale \u00e8 impensabile senza il credito.<\/p>\n<p>La scissione di questi due momenti, elevati a istanze metafisiche e staccati dalla loro natura processuale, \u00e8 tipica del pensiero piccolo-borghese. Che a lungo \u00e8 stato presente anche nel movimento socialista, in quanto rappresentava le istanze dei mestieri tradizionali travolti dai processi capitalistici, di fronte alla crisi e a problemi che quei soggetti sociali non riuscivano a comprendere (una situazione che presenta notevoli analogie con quella attuale). Nella storia delle idee la distinzione tra capitale imprenditoriale e un capitale finanziario cattivo &#8211; denaro che genera denaro, ricchezza parassitaria e frutto dell\u2019usura esercitata a danni del lavoro produttivo, un lavoro che caratterizzerebbe il manovale quanto l\u2019imprenditore &#8211; \u00e8 per\u00f2 un cavallo di battaglia di una serie di filoni politici e culturali esplicitamente di destra. I quali gi\u00e0 nella seconda met\u00e0 del XIX secolo, per non parlare di ci\u00f2 che accadde dopo la crisi del 1929, attaccavano la finanza proprio al fine di salvare la propriet\u00e0 privata. E i quali, ponendosi in competizione con la mobilitazione socialista di ispirazione marxista, proponevano e propongono una narrazione alternativa a quella della sinistra di classe, accusata di complicit\u00e0 con la finanza mondialista e apolide gi\u00e0 a partire dalla sua filosofia della storia progressista.<\/p>\n<p>Oggi, in un\u2019epoca di confusione e di revival delle istanze piccolo-borghesi, non bisogna cadere in questi tranelli gi\u00e0 visti in diversi momenti della storia. Ficchiamocelo in testa una volta per tutte, senza farci ingannare dalle sirene di chi sostiene, anche provenendo da posizioni di estrema radicalit\u00e0, che la vera novit\u00e0 della fase sia il superamento delle categorie di destra e sinistra e l\u2019emergere di un fronte trasversale e \u201ctranspolitico\u201d di opposizione al capitalismo neoliberale su basi identitarie naturalistiche (\u201cgeopolitiche\u201d). Siamo in una fase molto pericolosa, nella quale la piccola borghesia in via di impoverimento ha revocato il mandato che aveva storicamente conferito alla grande borghesia (a patto che questa ne tutelasse almeno in parte gli interessi) e pensa d\u2019ora in avanti di poter fare in proprio. Ovviamente non ne \u00e8 capace ed \u00e8 per questo che questa zona grigia della societ\u00e0 \u00e8 esposta all\u2019influenza di una lotta senza quartiere che si svolge all\u2019interno delle \u00e9lites, e cio\u00e8 le classi dominanti, le quali si contendono a suon di miliardi il consenso dei ceti medi impauriti (Trump e Le Pen, che pure molti a sinistra hanno cominciato ad ammirare, sono la personificazione di questa deriva che nasce come rivolta contro i Clinton e gli Hollande ma finisce dritta dritta in una guerra tra poveri). N\u00e9 ha senso, come molti pasticcioni a sinistra pretendono, pensare che la confusione che dilaga nei ceti medi possa facilmente portare a un fronte popolare di questi settori con le classi subalterne: chi \u00e8 abituato a fare blocco verso l\u2019alto \u2013 i piccoli evasori si sentono ancora borghesi come i grandi banchieri \u2013 cerca di fuggire dai poveri, dei quali non sopporta la puzza perch\u00e9 teme di diventare come loro.<\/p>\n<p>Per venire per\u00f2 alla domanda, ritengo che la categoria di tradimento vada esclusa sul piano scientifico. Essa viene usata da sempre nella polemica politica e in questo senso \u00e8 probabilmente ineliminabile, per quanto sgradevole, sul piano retorico. Ma sul piano della comprensione effettiva dei processi non serve a nulla, esattamente come la categoria di \u201ccoerenza\u201d o quella di \u201cestremismo\u201d, o come la coppia categoriale \u201cvecchio\/nuovo\u201d, che \u00e8 meramente formalistica. Chi usa questi concetti, nega che la storia si muova. E nega in sostanza anche il conflitto politico-sociale. Nega cio\u00e8 che il conflitto politico-sociale serva a qualcosa, che produca effetti, che sposti le contraddizioni in atto e determini i comportamenti e le forme di coscienza. Nega che esista la lotta tra le classi e dentro le classi. E riduce facilmente la storia a un insieme di complotti che vengono prodotti a ripetizione su un piano meramente soggettivistico.<\/p>\n<p>Invece il conflitto politico-sociale, la lotta di classe, esiste. E condiziona forme di coscienza e comportamenti mentre cambia la realt\u00e0. E poich\u00e9 costituisce il tessuto connettivo e l\u2019energia di movimento della societ\u00e0, questo conflitto si dispiega in ogni ambito e in ogni parte della societ\u00e0 stessa. Quello che viene deplorato come un tradimento, perci\u00f2, non \u00e8 altro per lo pi\u00f9 che la conseguenza di una sconfitta nell\u2019ambito di un conflitto. La sinistra non ha affatto \u201ctradito\u201d il proprio mandato: la sinistra \u00e8 cambiata, certo, perch\u00e9 \u00e8 stata trasformata, come inevitabilmente avviene nella storia. Solo che questa trasformazione, essendo figlia di una sconfitta epocale e del peggioramento dei rapporti di forza, si muove nel senso stesso della tendenza generale dominante. E dunque si muove nel senso di uno slittamento a destra complessivo del quadro sociale e politico. Non \u00e8 la sinistra che va a destra perch\u00e9 ha tradito i poveri: lo fa in quanto ha perso la guerra, ha preso una botta fenomenale ed \u00e8 tutto il contesto che si spinge e ci spinge in quella direzione.<\/p>\n<p>La lotta di classe va pertanto presa sul serio: non come uno mero slogan declamatorio della domenica ma come il principale strumento di analisi della realt\u00e0 storica e sociale. E anche il suo esito e le sconfitte che possono maturare al suo interno vanno presi sul serio. E\u2019 ovvio che la sconfitta, che pu\u00f2 avvenire per ragioni molto diverse, produce subalternit\u00e0. E reciprocamente produce l\u2019egemonia del campo avverso. La sinistra \u00e8 stata dunque sconfitta e egemonizzata a tal punto da venire mutata in destra, nel volto glamour dirittumanista, acculturato e riflessivo della destra.<\/p>\n<p>Una cosa diversa da quanto ho appena detto, e pi\u00f9 generale, riguarda invece il fatto che da un altro punto di vista si fa spesso passare per \u201ctradimento\u201d ci\u00f2 che \u00e8 semplicemente \u201capprendimento\u201d. E\u2019 chiaro che un movimento istituzionalizzato \u00e8 diverso da uno in fusione. E\u2019 chiaro che una forza politica che prende il potere si comporta diversamente da una forza politica che lotta per ottenerlo. E\u2019 chiaro che la dimensione mitologica e religiosa, il purismo, l\u2019idealismo, l\u2019estremismo che possono essere necessari nella fase di accumulazione delle forze, non possono essere utili per gestire fasi successive, nelle quali prevale il compito della ricostruzione di un ordine. In questo senso, la storia del movimento operaio \u00e8 la storia di continue scomuniche reciproche e di reciproche accuse di tradimento (il cui modello \u00e8 forse l\u2019accusa di Trotzky verso Stalin di aver tradito l\u2019ideale rivoluzionario, come se la politica non fosse una continua catena di \u201ctradimenti\u201d e come se lui fosse pi\u00f9 affidabile\u2026), dietro le quali si nasconde in realt\u00e0 una scarsa attitudine alla comprensione delle dinamiche storiche. Cosa assai grave per chi si richiama a una teoria, il materialismo storico, che proprio questa comprensione dovrebbe facilitare&#8230;.<\/p>\n<p><strong>Per continuare a leggere l&#8217;intervista, vedi<\/strong>\u00a0<strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/csepi.it\/index.php\/21-interviste\/89-intervista-al-prof-stefano-azzara\">http:\/\/csepi.it\/index.php\/21-interviste\/89-intervista-al-prof-stefano-azzara<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CSEPI\u00a0(Aldo Scorrano, Fabio Di Lenola e Christian Dalenz) Intervista a Stefano G. Azzar\u00e0* Lei ha affermato che \u00abla storia della democrazia \u00e8 la storia della capacit\u00e0 delle classi subalterne di fare conflitto, di lottare, di riequilibrare i rapporti di forza presenti nella societ\u00e0\u00bb. Queste classi lo avrebbero fatto unendosi tra loro sulla base di idee, di interessi comuni e di piattaforme politiche avanzate. Questa unione oggi manca ed \u00e8 ci\u00f2 che si dovrebbe ricreare,&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":24331,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/Unknown-2-1.jpeg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-6XO","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/26772"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=26772"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/26772\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":26773,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/26772\/revisions\/26773"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/24331"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=26772"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=26772"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=26772"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}