{"id":26811,"date":"2016-12-19T13:01:10","date_gmt":"2016-12-19T12:01:10","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26811"},"modified":"2016-12-19T13:01:10","modified_gmt":"2016-12-19T12:01:10","slug":"piu-flessibilita-del-lavoro-crea-davvero-piu-occupazione-ecco-cosa-dicono-i-dati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26811","title":{"rendered":"Pi\u00f9 flessibilit\u00e0 del lavoro crea davvero pi\u00f9 occupazione? Ecco cosa dicono i dati"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>EMILIANO BRANCACCIO, NADIA GARBELLINI, RAFFAELE GIAMMETTI (su Econopoly &#8211; Il Sole 24 Ore)<\/strong><\/p>\n<p><em>Studi pubblicati dalle principali istituzioni internazionali smentiscono l\u2019idea che le deregolamentazioni del lavoro aiutino a creare occupazione e a ridurre la disoccupazione. La letteratura empirica in materia rivela che la riduzione delle tutele dei lavoratori risulta statisticamente associata non alla crescita degli occupati ma all\u2019aumento delle disuguaglianze.<\/em><\/p>\n<p>La libert\u00e0 di licenziamento e le altre forme di deregolamentazione del lavoro favoriscono le assunzioni? Svariati esponenti di governo e del mondo dei media hanno sostenuto che l\u2019aumento dell\u2019occupazione che si \u00e8 registrato negli ultimi mesi in Italia sarebbe frutto della ulteriore flessibilit\u00e0 dei contratti sancita dal Jobs Act. Questa tesi, come vedremo, non trova riscontri nella ricerca prevalente in materia. Un primo dubbio sulla supposta relazione tra riforma del lavoro e occupazione sorge mettendo semplicemente a confronto i dati ufficiali sull\u2019Italia con quelli relativi agli altri paesi europei. Dall\u2019entrata in vigore del Jobs Act, la crescita dell\u2019occupazione dipendente nel nostro paese \u00e8 stata molto pi\u00f9 modesta rispetto all\u2019aumento medio degli occupati che si \u00e8 registrato nell\u2019eurozona; nello stesso arco di tempo, inoltre, non si rilevano significativi avvicinamenti dell\u2019Italia alla media europea (dati Ameco Eurostat). In altre parole, paesi in cui negli ultimi due anni non si sono registrati cambiamenti nella legislazione del lavoro, hanno visto crescere l\u2019occupazione decisamente pi\u00f9 che in Italia.<\/p>\n<p>L\u2019esito di questa banale comparazione non \u00e8 casuale. Dopo un ventennio di ricerche dedicate all\u2019argomento, la pi\u00f9 influente analisi economica ha escluso l\u2019esistenza di relazioni statistiche significative tra precarizzazione del lavoro e occupazione. Economisti e istituzioni che per lungo tempo hanno salutato con favore le politiche di deregolamentazione del lavoro, hanno dovuto riconoscere che non vi sono evidenze sufficienti per sostenere che tali politiche favoriscano le assunzioni.<\/p>\n<p>Alcuni riferimenti aiuteranno il lettore a sincerarsi di questo approdo della ricerca scientifica in materia. Nel 2006, in una celebre rassegna dedicata all\u2019argomento, l\u2019ex capo-economista del FMI Olivier Blanchard arriv\u00f2 a dichiarare che \u00able differenze nei regimi di protezione dell\u2019impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi\u00bb [1]. A conclusioni analoghe \u00e8 giunto Tito boeri, che da un\u2019ampia ricognizione di studi in materia realizzata con Jan van Ours e pubblicata nel 2008, rilev\u00f2 che su tredici ricerche sugli stock di occupati e disoccupati esaminate, soltanto una segnalava una relazione tra riduzione delle tutele e crescita dell\u2019occupazione mentre altre nove davano risultati indeterminati e tre addirittura indicavano che la maggior precarizzazione del lavoro \u00e8 statisticamente associata a riduzioni dell\u2019occupazione e aumenti della disoccupazione [2].<\/p>\n<p>Ancor pi\u00f9 significative sono le ammissioni di quelle istituzioni internazionali che per lungo tempo hanno esortato i governi a procedere lungo la via della flessibilit\u00e0 del lavoro. Nell\u2019Employment Outlook del 1999 l\u2019OCSE evidenzi\u00f2 l\u2019assenza di correlazioni tra le norme a protezione dei lavoratori e i tassi di disoccupazione [3]. Il test dell\u2019OCSE \u00e8 stato in seguito da pi\u00f9 parti replicato con dati aggiornati, e ha dato sempre lo stesso risultato. [4]<\/p>\n<p>Il grafico seguente riproduce l\u2019analisi empirica dell\u2019OCSE estendendola a dati relativi all\u2019arco 1985-2013 (Figura 1). Sull\u2019asse verticale \u00e8 riportato il tasso di disoccupazione medio in ciascun paese. Sull\u2019asse orizzontale \u00e8 riportato il livello medio dell\u2019indice di protezione del lavoro nei vari paesi calcolato dall\u2019OCSE. Se esistesse una relazione statistica significativa tra le due variabili, i punti rappresentativi di ogni paese esaminato dovrebbero aggregarsi intorno a una linea crescente da sinistra verso destra, a indicare un nesso tra livelli pi\u00f9 alti dell\u2019indice di protezione dei lavoratori e livelli pi\u00f9 alti della disoccupazione. Invece, come si evince dal grafico, i punti si disperdono sul diagramma, a riprova dell\u2019assenza di una relazione statistica tra tutele del lavoro e disoccupazione.<\/p>\n<p><em>\u00a0<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-6272\" src=\"http:\/\/www.emilianobrancaccio.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/immagine-EPL.png\" sizes=\"(max-width: 472px) 100vw, 472px\" srcset=\"http:\/\/www.emilianobrancaccio.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/immagine-EPL.png 472w, http:\/\/www.emilianobrancaccio.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/immagine-EPL-300x289.png 300w\" alt=\"\" width=\"472\" height=\"454\" \/><\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Figura 1 \u2013 il test dell\u2019OCSE su flessibilit\u00e0 e disoccupazione, riprodotto con dati aggiornati (Fonte: D. Suppa, Appendice, in E. Brancaccio, Anti-Blanchard, 2\u00b0 ed., Franco Angeli, Milano 2016; dati OECD).<\/em><\/p>\n<p>Pi\u00f9 di recente, il World Development Report pubblicato nel 2013 dalla World Bank \u00e8 giunto alla seguente conclusione: \u00abNuovi dati e metodologie pi\u00f9 rigorose hanno scatenato un\u2019ondata di studi empirici negli ultimi due decenni sugli effetti della regolamentazione del lavoro [\u2026] Sulla base di questa ondata di nuove ricerche, l\u2019impatto globale della maggiore flessibilit\u00e0 del lavoro \u00e8 inferiore all\u2019intensit\u00e0 che il dibattito suggerirebbe. Per la maggior parte, le stime tendono ad essere insignificanti o modeste\u00bb [5]. Ed ancora, il World Economic Outlook 2016 del FMI evidenzia che \u00able riforme che facilitano il licenziamento dei lavoratori a tempo indeterminato non hanno, in media, effetti statisticamente significativi sull\u2019occupazione e sulle altre variabili macroeconomiche\u00bb [6]. Sulla stessa lunghezza d\u2019onda si situa l\u2019Employment Outlook 2016 dell\u2019OCSE, in cui si legge: \u00abLa maggior parte degli studi empirici che analizzano gli effetti a medio-lungo termine delle riforme di flessibilizzazione del lavoro, suggeriscono che esse hanno un impatto nullo o limitato sui livelli di occupazione nel lungo periodo\u00bb [7]. Infine, con riferimento specifico al Jobs Act, uno studio di Sestito e Viviano pubblicato da Bankitalia nel 2015 attribuisce alla maggior libert\u00e0 di licenziamento introdotta dalla nuova normativa soltanto il cinque percento dell\u2019aumento totale delle assunzioni a tempo indeterminato [8]. Una possibile spiegazione di questi risultati \u00e8 che la precarizzazione dei contratti pu\u00f2 forse indurre le imprese ad assumere lavoratori nelle fasi di ripresa economica, ma consente loro di liberarsi facilmente di quegli stessi lavoratori nei periodi di crisi: alla fine, tra creazione e distruzione di posti di lavoro l\u2019effetto netto delle deregolamentazioni sull\u2019occupazione risulta essere pressoch\u00e9 nullo.<\/p>\n<p>La precarizzazione pu\u00f2 invece avere un effetto tangibile sul potere contrattuale dei lavoratori, e per questa via pu\u00f2 deprimere i salari e ampliare le disuguaglianze tra i redditi. Questa tesi \u00e8 stata avanzata, tra gli altri, dall\u2019economista Richard Freeman dell\u2019Universit\u00e0 di Harvard, e di recente ha trovato riscontri in varie ricerche empiriche [9]. Da un\u2019analisi sui paesi OCSE effettuata sul periodo 1991-2013 e recentemente presentata alla Scuola superiore della Magistratura, abbiamo rilevato che una unit\u00e0 in meno nei livelli di protezione del lavoro non presenta relazioni significative con la crescita complessiva del Pil mentre risulta statisticamente associata a una quota del reddito nazionale destinata ai salari mediamente pi\u00f9 bassa di circa mezzo punto percentuale. Inoltre, abbiamo verificato che eventuali shock nella legislazione del lavoro che riducano gli indici di protezione dei lavoratori di circa mezzo punto, nel quinquennio successivo risultano statisticamente associati a riduzioni cumulate della quota salari fino a quattro punti percentuali complessivi e a incrementi corrispondenti della quota di reddito destinata ai profitti e alle rendite [10]. A quanto pare, le riforme del lavoro risultano correlate non alla crescita dell\u2019occupazione e del reddito nazionale, quanto piuttosto agli esiti del conflitto distributivo sulla ripartizione di quest\u2019ultimo.<\/p>\n<p>[1] Blanchard, O. (2006). European Unemployment: The Evolution of Facts and Ideas, Economic Policy, 45.<\/p>\n<p>[2] Boeri, T., van Ours J. (2008). Economia dei mercati del Lavoro imperfetti, Egea, Milano.<\/p>\n<p>[3] OECD (1999), Employment Outlook, June.<\/p>\n<p>[4] Suppa, D. (2016). Appendice statistica, in E. Brancaccio, Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia. Seconda edizione, Franco Angeli, Milano.<\/p>\n<p>[5] World Bank (2013), World Development Report 2013: Jobs. Washington D.C.: World Bank Publications.<\/p>\n<p>[6] International Monetary Fund (2016), Time for a supply side boost? Macroeconomic effects of labor and product market reforms in advanced economies. In World Economic Outlook 2016. Washington, DC: IMF.<\/p>\n<p>[7] OECD (2016), OECD Employment Outlook 2016 (Paris: OECD).<\/p>\n<p>[8] Sestito, P., Viviano, E. (2015). Hiring incentives and\/or firing cost reduction? Evaluating the impact of the 2015 policies on the Italian labour market, Banca d\u2019Italia, Occasional Papers, n. 325.<\/p>\n<p>[9] Freeman, R. (2008). Labor market institutions around the world. London, LSE CEP Discussion Paper No 844. Cfr. anche Campos, N.F. and J.B. Nugent (2015), The Freeman Conjecture, IZA\/World Bank Conference on Employment and Development: Technological Change and Jobs, Bonn.<\/p>\n<p>[10] Brancaccio, E., Garbellini, N., Giammetti, R. (2016), \u201cStructural reforms\u201d on labour, gdp growth and functional income distribution, di prossima pubblicazione (draft presentato al seminario \u201cLa riforma del mercato del lavoro tra diritto ed economia\u201d, Scuola Superiore della Magistratura, Scandicci (FI), 26 ottobre). Cfr. anche, Brancaccio, E., Garbellini, N., Giammetti, R. (2017), Dagli slogan alle evidenze: una rassegna sugli effetti delle deregolamentazioni del lavoro, in Buffa, F. (a cura di) (2017), La nuova disciplina del mercato del lavoro, Key Editore, Roma.<\/p>\n<p><strong>fonte<\/strong>:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.emilianobrancaccio.it\/2016\/12\/19\/piu-flessibilita-del-lavoro-crea-davvero-piu-occupazione-ecco-cosa-dicono-i-dati\/\">http:\/\/www.emilianobrancaccio.it\/2016\/12\/19\/piu-flessibilita-del-lavoro-crea-davvero-piu-occupazione-ecco-cosa-dicono-i-dati\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di EMILIANO BRANCACCIO, NADIA GARBELLINI, RAFFAELE GIAMMETTI (su Econopoly &#8211; Il Sole 24 Ore) Studi pubblicati dalle principali istituzioni internazionali smentiscono l\u2019idea che le deregolamentazioni del lavoro aiutino a creare occupazione e a ridurre la disoccupazione. 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