{"id":26825,"date":"2016-12-20T10:00:53","date_gmt":"2016-12-20T09:00:53","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26825"},"modified":"2016-12-19T22:49:04","modified_gmt":"2016-12-19T21:49:04","slug":"sei-lezioni-di-economia-un-libro-per-capire-la-crisi-delleuropa-e-uscirne","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26825","title":{"rendered":"\u201cSei lezioni di economia\u201d: un libro per capire la crisi dell\u2019Europa. E uscirne."},"content":{"rendered":"<p>di <strong>SINISTRAINRETE (Vladimiro Giacch\u00e9)<\/strong><\/p>\n<p>Giunti al termine delle \u201c<a href=\"http:\/\/www.imprimatureditore.it\/index.php\/2016\/08\/25\/sei-lezioni-di-economia\/\"><em>Sei lezioni di economia<\/em><\/a>\u201d di Sergio Cesaratto si hanno due certezze. La prima \u00e8 che il testo di Cesaratto \u00e8 molto di pi\u00f9 di un libro di lezioni di economia: \u00e8 senz&#8217;altro un compendio delle principali teorie economiche tra Otto e Novecento, ma anche una storia economica d&#8217;Italia dagli anni Settanta in poi, una ricostruzione molto accurata della crisi europea dal 2010 a oggi, e anche \u2013 aspetto quest\u2019ultimo da leggersi un po\u2019 in filigrana, ma importante \u2013 una ragionata e al tempo stesso appassionata ricostruzione dell&#8217;itinerario intellettuale del suo autore nel contesto delle controversie economiche degli ultimi decenni. La seconda certezza \u00e8 che si tratta senz&#8217;altro di uno dei pi\u00f9 importanti contributi al dibattito economico italiano degli ultimi anni. Se la seconda certezza rende pi\u00f9 gratificante il compito del recensore, la prima lo rende pi\u00f9 arduo, costringendo a selezionare tra gli aspetti del libro da trattare: selezione che necessariamente sacrifica qualcosa.<\/p>\n<p>In questa sede ci si occuper\u00e0 della ricostruzione della crisi europea offerta da Cesaratto, e non senza rammarico: le pagine sulla rivoluzione incompiuta di Keynes e sulla conseguente successiva riconduzione di questo autore nell&#8217;alveo della teoria marginalista (riconduzione che Cesaratto considera forzata, ma fondata su alcuni limiti del suo pensiero) avrebbero meritato pari attenzione (lo stesso non si pu\u00f2 dire purtroppo delle pagine sbrigative dedicate a Marx, e in particolare alla teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto: che, a differenza di quanto sembra pensare l&#8217;autore, non \u00e8 una spiegazione delle singole crisi, ma un\u2019interpretazione delle tendenze di lungo periodo del modo di produzione capitalistico).<\/p>\n<p>Ma veniamo quindi alla storia della crisi europea, esplosa nel 2010 e non ancora finita. Cesaratto mostra molto bene come non si sia trattato di una crisi del debito pubblico, ma di una crisi del debito (nei confronti dell&#8217;)estero, privato prima ancora che pubblico: in ultima analisi, di una crisi da squilibri delle bilance commerciali. Dopo l\u2019avvio della moneta unica, questi squilibri sono stati in una prima fase (sino al 2007) alimentati dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale, nonch\u00e9 dalla fine del rischio di cambio e dalla convergenza dei tassi di interesse all&#8217;interno dell&#8217;eurozona. Se la fine del rischio di cambio ha determinato un incremento dei commerci transfrontalieri, la convergenza dei tassi d\u2019interesse ha significato una politica monetaria fortemente espansiva per i paesi che avevano tradizionalmente tassi d\u2019interesse pi\u00f9 elevati: \u00e8 quindi aumentata in questi paesi la propensione a spendere e a indebitarsi. In particolare a vantaggio della Germania, che ha sfruttato le politiche espansive altrui per espandere il mercato di sbocco dei propri prodotti. Ma attenzione: ha potuto farlo grazie al fatto di mantenere i salari ben al di sotto degli aumenti di produttivit\u00e0, e anzi di ridurli in termini reali. In concreto, come ha ricordato l\u2019economista tedesco Peter Bofinger in un suo\u00a0<a href=\"http:\/\/voxeu.org\/article\/german-wage-moderation-and-ez-crisis\">articolo<\/a>, \u201cdal 1999 al 2008, i costi unitari del lavoro nell\u2019economia tedesca sono rimasti pi\u00f9 o meno costanti. Nel settore manifatturiero\u2026 sono scesi di quasi il 9%\u201d.<\/p>\n<p>Il tanto decantato \u201cmodello tedesco\u201d, come dice bene Cesaratto, \u00e8 un mercantilismo monetario che ha il suo cardine in questa moderazione (o meglio deflazione) salariale e nel conseguente mantenimento di un tasso d&#8217;inflazione costantemente inferiore a quello degli altri paesi dell&#8217;eurozona. In assenza del riequilibrio rappresentato dall&#8217;aggiustamento dei rapporti di cambio (reso impossibile dall\u2019introduzione dell\u2019euro), tale modello ha consentito alla Germania di accumulare guadagni di competitivit\u00e0 crescenti nei confronti degli altri soci del club dell&#8217;euro, dando un vantaggio incolmabile alle sue esportazioni. Le pagine del libro di Cesaratto che mostrano come il mercantilismo monetario della Germania rappresenti la vera invariante nello sviluppo economico di quel paese, almeno dagli anni Cinquanta, sono tra le pi\u00f9 illuminanti del testo: la novit\u00e0 \u00e8 ovviamente che con l\u2019euro tale strategia non incontra pi\u00f9 alcun ostacolo.<\/p>\n<p>Prima dello scoppio della crisi, la Germania (come pure la Francia) finanziava i paesi che si indebitavano per comprare i suoi prodotti. Con il\u00a0<em>sudden stop\u00a0<\/em>a questi finanziamenti, avvenuto prima a causa di problemi domestici delle banche tedesche (gran parte di esse erano fallite nella &#8220;fase americana&#8221; della crisi, tra 2008 e 2009, e pur venendo risuscitate a suon di ingentissimi aiuti di Stato, hanno ovviamente dovuto ridurre le esposizioni su altri paesi), poi con l&#8217;emergere dei problemi della Grecia (il cui debito estero &#8211; osserva correttamente Cesaratto &#8211; aveva preso la forma di debito pubblico, mentre in Irlanda e Spagna quella di debito bancario), lo scenario cambia completamente. Il mancato sostegno della BCE alla Grecia, e contemporaneamente il rifiuto di ristrutturarne il debito nel 2010 (al fine di consentire alle banche tedesche e francesi di rientrare senza danni dalle forti esposizioni sul paese ellenico), rendono incontrollabile la crisi greca e determinano la cosiddetta crisi dei debiti sovrani in Europa: i mercati finanziari non danno pi\u00f9 per scontato che il rischio sovrano sia eliminato dai paesi dell&#8217;eurozona per la sola presenza della moneta unica, ed anzi cominciano a prezzare il cosiddetto\u00a0<em>redenomination risk<\/em>, ossia il rischio che i titoli di Stato possano essere ridenominati in valute nazionali che svaluterebbero e quindi ridurrebbero il valore dei titoli in mano dei creditori esteri (qui Cesaratto fa bene a osservare che il rischio di questa ridenominazione tramite il ritorno a una valuta nazionale, e\u00a0<em>non<\/em>\u00a0il rischio di\u00a0<em>default<\/em>, \u00e8 al centro dell&#8217;aumento dei rendimenti dei titoli di Stato dei paesi interessati dalla crisi). Questo d\u00e0 luogo a un vero e proprio effetto domino in cui sempre nuovi paesi entrano in crisi: Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e infine Italia sono presi nel vortice di impennate dei rendimenti dei titoli di Stato. Esse peggiorano la situazione debitoria dei paesi interessati e quindi alimentano un circolo vizioso. Vi si risponde con interventi di &#8220;salvataggio&#8221;: in realt\u00e0 nuovi prestiti, concessi a fronte di politiche di\u00a0<em>austerity<\/em>\u00a0inique e fortemente depressive della crescita (in Italia, come noto, abbiamo avuto soltanto le politiche di\u00a0<em>austerity<\/em>).<\/p>\n<p>Cesaratto mostra molto bene, in pagine di esemplare chiarezza (\u00e8 uno dei pregi di questo libro), che tutte le politiche europee dallo scoppio della crisi greca in poi sono state condotte all&#8217;insegna della protezione dei creditori esteri. Le stesse politiche di\u00a0<em>austerity<\/em>, ci dice l&#8217;autore, non sono &#8220;volte a ridurre il debito pubblico in rapporto al prodotto interno lordo, bens\u00ec il debito estero&#8221;. Infatti &#8220;I tagli al settore pubblico e gli aumenti delle imposte determinano il crollo della domanda aggregata e della crescita. Il Paese comincia cos\u00ec a importare di meno e, a parit\u00e0 di esportazioni, passa a un avanzo commerciale&#8230; Con un adeguato avanzo delle partite correnti il paese pu\u00f2 cominciare a restituire il debito estero (oltre che pagare gli interessi)&#8221;. Si pu\u00f2 aggiungere che purtroppo questa cura &#8220;lacrime e sangue&#8221; ha la non piccola controindicazione di colpire severamente chi produce solo per il mercato domestico, di aggravare la disoccupazione e impoverire il paese interessato. Ma, finch\u00e9 quest\u2019ultimo potr\u00e0 onorare il suo debito, la cosa non interessa troppo ai paesi creditori, ai quali anzi fa senz\u2019altro comodo qualche concorrente locale in meno.<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che a un certo punto i mercati finanziari, che sanno fare di conto pi\u00f9 dei politici austeritari, osservano che il rapporto debito\/pil dei paesi in crisi \u00e8 peggiorato, cominciano quindi a mettere in questione la solvibilit\u00e0 dei paesi interessati e con essa la sostenibilit\u00e0 della stessa moneta unica. A questo punto, siamo nell\u2019estate 2012, i paesi creditori cominciano a impensierirsi e &#8211; magicamente &#8211; la BCE annuncia che sosterr\u00e0 la moneta unica anche tramite acquisto dei titoli di Stato dei paesi in crisi; in seguito comincer\u00e0 a comprare per davvero titoli di Stato per ridurne i rendimenti. Cio\u00e8 a fare quello che avrebbe dovuto fare nel 2010, e che avrebbe risparmiato all&#8217;Europa (e soprattutto ai ceti popolari dei paesi in difficolt\u00e0) l\u2019aggravamento della crisi. Ma siccome questa politica monetaria ultraespansiva (sui cui molteplici effetti rinvio alle pagine chiarissime dell&#8217;autore) continua a coesistere con politiche economiche che deprimono la crescita, e soprattutto con squilibri crescenti tra le condizioni economiche dei diversi paesi dell&#8217;area monetaria, la crisi non \u00e8 affatto risolta. N\u00e9, ci dice Cesaratto, pu\u00f2 essere risolta. &#8220;L&#8217;euro &#8211; spiega Cesaratto &#8211; \u00e8 infatti come la centrale di Chernobyl: ha dapprima portato devastazione attorno a s\u00e9, per essere poi racchiuso in un sarcofago di cemento &#8211; con Draghi capocantiere &#8211; entro cui, tuttavia, esso continua a bruciare e a essere pronto a esplodere di nuovo&#8221;.<\/p>\n<p>Poi va alle radici del problema: l\u2019unione monetaria si presenta come un\u2019unione imperfetta, ma da almeno un punto di vista \u00e8 stata un successo: in quanto \u201cstrumento disciplinante delle classi lavoratrici, in particolare nell\u2019indisciplinato sud, Francia inclusa\u201d. Per due motivi: in primo luogo, se le regole di ingaggio dell\u2019eurozona prevedono che vince chi fa deflazione salariale, i giochi sono fatti. Inoltre, l\u2019Unione Europea \u201csvuota del tutto lo Stato nazionale dei poteri monetari e fiscali, privando le classi lavoratrici del loro terreno naturale di conflitto: il proprio Stato nazionale\u201d.<\/p>\n<p>Qui si apre una questione di grande momento per la sinistra, una buona parte della quale in questi anni \u00e8 caduta in un doppio errore: quello di identificare internazionalismo ed europeismo da un lato, europeismo e Unione Europea dall\u2019altro. \u00c8 ovvio che, sulla base di tale doppia falsa equivalenza, e della conseguente speranza \u2013 non per caso sempre declinata in termini vaghi e generici \u2013 in un\u2019\u201caltra Europa\u201d, la sinistra si trovi inerme e inane di fronte al processo di generalizzato\u00a0<em>rollback<\/em>\u00a0di ogni diritto sociale conquistato negli scorsi decenni che oggi ha luogo in Europa (nell\u2019unica che abbiamo: quella realmente esistente e non sognata).<\/p>\n<p>A questo riguardo non si pu\u00f2 che dare ragione all\u2019autore, quando afferma che \u201cper la sinistra \u00e8 purtroppo difficile da riapprendere l\u2019idea che il proprio spazio nazionale coincide con lo spazio entro cui si gioca il conflitto distributivo, ovvero l\u2019humus della democrazia. Non era cos\u00ec quando lotta per il socialismo e lotta per l\u2019indipendenza nazionale coincidevano\u201d. Come uscire da questa\u00a0<em>impasse<\/em>? In realt\u00e0 basterebbe riappropriarsi di due verit\u00e0 in fondo semplici: che la \u201cglobalizzazione\u201d non \u00e8 mai stata un processo di liberazione, se non dei capitali; e che quell\u2019Unione Europea che dovrebbe rispondere alle \u201csfide della globalizzazione\u201d, ma lo fa con trattati che erigono a principio la \u201cforte competizione\u201d (basata su\u00a0<em>dumping<\/em>\u00a0sociale e\u00a0<em>dumping\u00a0<\/em>fiscale) all\u2019interno dell\u2019Unione stessa e con una banca centrale il cui unico obiettivo \u00e8 la \u201cstabilit\u00e0 dei prezzi\u201d, \u00e8 parte del problema e non della soluzione. Anzi, con l\u2019euro, come osserva giustamente Cesaratto, \u201csi completa la globalizzazione: non solo il capitale si sottrae al conflitto delocalizzando, ma anche lo Stato si fa evanescente \u2013 di esso rimane solo il sorriso beffardo del gatto di Alice lass\u00f9 da Bruxelles o Berlino\u201d.<\/p>\n<p>Il percorso di (ri)apprendimento che Cesaratto propone alla sinistra \u00e8 senz\u2019altro difficile, dopo decenni di retorica europeista. Vi \u00e8 solo da sperare che esso avvenga senza perdere altro tempo, prima che i danni inferti alla nostra economia, ai diritti del lavoro, alla democrazia stessa siano irreparabili. Tra gli attrezzi di cui dotarsi per affrontare questo percorso, il libro di Cesaratto occupa senz\u2019altro una posizione di rilievo.<\/p>\n<p><strong>fonte:<\/strong>\u00a0<a href=\"http:\/\/www.sinistrainrete.info\/europa\/8694-vladimiro-giacche-sei-lezioni-di-economia-un-libro-per-capire-la-crisi-dell-europa-e-uscirne.html\"><em>http:\/\/www.sinistrainrete.info\/europa\/8694-vladimiro-giacche-sei-lezioni-di-economia-un-libro-per-capire-la-crisi-dell-europa-e-uscirne.html<\/em><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRAINRETE (Vladimiro Giacch\u00e9) Giunti al termine delle \u201cSei lezioni di economia\u201d di Sergio Cesaratto si hanno due certezze. 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