{"id":26931,"date":"2017-01-12T01:24:30","date_gmt":"2017-01-12T00:24:30","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26931"},"modified":"2017-01-11T23:08:31","modified_gmt":"2017-01-11T22:08:31","slug":"nazione-e-lotta-di-classe","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26931","title":{"rendered":"Nazione e lotta di classe"},"content":{"rendered":"<p>di CARLO FORMENTI (Universit\u00e0 di Lecce)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche gli intellettuali marxisti, o supposti tali, dopo il crollo dei Paesi socialisti, hanno finito per accreditare la tesi di un mondo unificato dall\u2019egemonia liberal-liberista e sostanzialmente \u201cpacificato\u201d e integrato sotto il domino imperiale statunitense. A qualche anno dall\u2019esplosione (non dall\u2019inizio, perch\u00e9 quello risale agli anni &#8217;70 del &#8216;900) della pi\u00f9 grave crisi capitalistica dopo la grande crisi del &#8217;29, e mentre la perdita di capacit\u00e0 egemonica degli Stati Uniti si fa sempre pi\u00f9 evidente, di quella illusione non resta nulla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I primi a riconoscerlo sono proprio gli intellettuali liberisti: vedi l\u2019intervista al \u201cCorriere della Sera\u201d rilasciata in data 1 dicembre da Francis Fukuyama, il quale associa il declino dell\u2019egemonia americana a una vera e propria disintegrazione dell\u2019ordine postbellico che minaccia la stessa sopravvivenza della democrazia liberale; vedi anche\u00a0 un recente articolo dell\u2019&#8221;Economist&#8221;, nel quale, da un lato, si ammette che il processo di globalizzazione \u00e8 la causa fondamentale degli intollerabili livelli di disuguaglianza che hanno favorito la Brexit, il trionfo di Trump e quello del No in Italia, dall\u2019altro si afferma che la risposta al \u201ctrumpismo\u201d dev\u2019essere cercata sul piano politico e non su quello economico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fra i nostri avversari si va insomma diffondendo la consapevolezza che il mondo sta attraversando una crisi analoga a quella che segn\u00f2 la fine della prima grande globalizzazione un secolo fa. Una crisi tutta politica, nel senso che, dopo quarant\u2019anni di \u201cguerra di classe dall\u2019alto\u201d, la disuguaglianza ha raggiunto livelli tali da mettere in crisi la capacit\u00e0 del sistema liberal-democratico (ormai compiutamente postdemocratico) di ottenere consenso sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I postoperaisti hanno mandato in soffitta molti dogmi marxisti, in compenso vediamo come abbiano viceversa conservato quelli meno difendibili: l\u2019idea secondo cui la rivoluzione \u00e8 possibile solo se e quando le forze produttive siano sufficientemente sviluppate; l\u2019idea che la coscienza antagonista si concentri negli strati sociali vicini al punto pi\u00f9 alto dello sviluppo capitalistico (e poco importa se questi strati sono oggi i pi\u00f9 integrati nel sistema di dominio); l\u2019idea che la scienza e la tecnica siano \u201cneutrali\u201d, che incorporino cio\u00e8 una potenza di emancipazione di cui \u00e8 possibile appropriarsi con relativa facilit\u00e0. Si tratta di una visione \u201cimmanentista\u201d \u2013 le energie della trasformazione sono tutte interne al rapporto di capitale \u2013 che induce chi la condivide a perdersi in estatica contemplazione del culo del capitale scambiandolo per il sol dell\u2019avvenire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si tratta, infine, di una visione aristocratica che indica in una tecno\u00e9lite l\u2019unico soggetto in grado di evitare il disastro della fascistizzazione, mentre nutre un profondo disprezzo nei confronti degli strati inferiori di classe e degli esclusi: gli operai impoveriti che hanno votato Trump vengono accusati di essere pronti ad arruolarsi nelle fila di un \u201cnazional operaismo\u201d emulo del nazionalsocialismo. Evidentemente per certi intellettuali il popolo \u00e8 demente quando non aderisce a modelli di comportamento che confermino i loro desideri, per cui tutta la composizione di classe al di fuori dai loro salotti \u00e8 plebaglia reazionaria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io penso invece, per citare un testo di Mimmo Porcaro che riprende le tesi del mio ultimo libro, che il soggetto [rivoluzionario] \u201cnon pu\u00f2 essere dedotto da categorie sociologiche, non pu\u00f2 essere desunto dalle dinamiche generali del capitale, pu\u00f2 essere individuato solo in seguito a \u2018un\u2019analisi concreta della situazione concreta\u2019, condotta in ciascuna specifica congiuntura della lotta di classe. Non si pu\u00f2 quindi prevedere quale sia il soggetto (o, meglio, la convergenza di diversi soggetti) che di volta in volta diviene protagonista dei conflitti: la rivolta e le sue forme sono per definizione imprevedibili proprio perch\u00e9 fuoriescono dalla routine della riproduzione del capitalismo\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 in base a tale impostazione metodologica che penso che la nostra attenzione debba rivolgersi soprattutto verso gli strati bassi della societ\u00e0, verso le resistenze alla modernizzazione piuttosto che verso il vertice della modernizzazione stessa; verso la periferia, il \u201cfuori\u201d dal capitalismo, una periferia che non si identifica necessariamente con i rapporti sociali precapitalistici ma, cito ancor Porcaro, \u201cpu\u00f2 essere il prodotto del movimento incessante della modernizzazione che sempre distrugge o rende periferiche le forme di vita precedenti (anche quelle gi\u00e0 capitalistiche ma non pi\u00f9 confacenti alle aumentate esigenze dell\u2019accumulazione)\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io credo che il primo [obiettivo a breve-medio termine] sia l\u2019uscita dell\u2019Italia dalla Ue, un obiettivo che non pu\u00f2 configurarsi altrimenti che come una battaglia per riconquistare sovranit\u00e0 popolare e nazionale. Le sinistre hanno accantonato ogni riflessione sulla questione nazionale a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, quando sembrava che le lotte di liberazione dei popoli del Terzo Mondo dal dominio coloniale fossero giunte a compimento, n\u00e9 sono tornate a occuparsene quando nuove forme di dominio coloniale e semicoloniale sono venute affermandosi (e non solo nel Terzo Mondo: vedi il caso greco!).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dai \u201cclassici\u201d \u2013 sia Marx che Lenin \u2013 la questione \u00e8 sempre stata affrontata in modo pragmatico, mettendola in relazione ai concreti contesti storici, culturali e sociali. N\u00e9 Marx n\u00e9 Lenin sono stati assertori di una concezione astratta dell\u2019internazionalismo, avendo piuttosto costantemente cura di distinguere fra cosmopolitismo borghese e internazionalismo proletario: il primo teso all\u2019abbattimento dei confini per promuovere l\u2019internazionalizzazione della produzione e degli scambi commerciali e finanziari, il secondo concepito come costruzione di solidariet\u00e0 fra lotte nazionali, perch\u00e9 la lotta di classe pu\u00f2 svilupparsi solo a tale livello.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Chi oggi contesta quest\u2019ultimo punto ignora il fatto che la lotta di classe \u00e8 anche e soprattutto conflitto fra luoghi (territori) e flussi (di capitale, merci, informazioni, \u00e9lite) che colonizzano e sfruttano i luoghi e, al tempo stesso, tende di fatto a presumere un\u2019inesistente convergenza di interessi fra mobilit\u00e0 dei capitali e mobilit\u00e0 della forza lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Posto che solo gli imbecilli parlano ormai del neoliberismo come fine dello stato, visto che a tutti \u00e8 evidente come lo stato abbia svolto e svolga un ruolo determinante nella costruzione del sistema ordoliberista, la questione riguarda piuttosto il divorzio fra i due termini del binomio stato-nazione: ad andare in pensione non \u00e8 lo stato, che deve anzi promuovere e garantire il funzionamento del mercato e indottrinare la popolazione con la narrazione dell\u2019individuo imprenditore di s\u00e9 stesso, oltre a smantellare tutti gli strumenti di autodifesa delle classi subordinate, bens\u00ec la nazione in quanto ambito giuridico, economico e politico in cui far valere i diritti collettivi del popolo, per cui il superamento dello stato-nazione si presenta come un regresso storico e non come un salto in avanti progressivo, come erroneamente sostenuto da (quasi) tutte le sinistre.<\/p>\n<p><em style=\"text-align: justify;\">fonte: www.retedeicomunisti.org<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CARLO FORMENTI (Universit\u00e0 di Lecce) Anche gli intellettuali marxisti, o supposti tali, dopo il crollo dei Paesi socialisti, hanno finito per accreditare la tesi di un mondo unificato dall\u2019egemonia liberal-liberista e sostanzialmente \u201cpacificato\u201d e integrato sotto il domino imperiale statunitense. 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