{"id":27080,"date":"2017-01-03T12:05:20","date_gmt":"2017-01-03T11:05:20","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27080"},"modified":"2017-01-02T21:04:54","modified_gmt":"2017-01-02T20:04:54","slug":"quale-ripresa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27080","title":{"rendered":"Quale ripresa?"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Gianmaria Vianova)<\/strong><\/p>\n<p><em>Per la prima volta dal 1959 in Italia si registra un calo dei prezzi su base annuale. Tra le cause principali la riforma del mercato del lavoro, con la sua flessibilit\u00e0 e compressione dei salari, e la solita austerit\u00e0: la leva monetaria ha fallito, \u00e8 ora di riabilitare quella fiscale.<\/em><\/p>\n<p>E&#8217; deflazione conclamata: nel 2016, secondo la CGIA di Mestre, l\u2019indice dei prezzi al consumo in Italia scender\u00e0 dello 0,1%. Il dato potrebbe non destare stupore in quanto <strong>la deflazione si \u00e8 affacciata\u00a0da tempo sul nostro Paese<\/strong> (e sull\u2019Area Euro) ma, a differenza delle statistiche finora pubblicate, questa prevede un decremento del livello generale dei prezzi su base annuale, non mensile. Contestualizzando: \u00e8 la prima volta che accade dal 1959. Lucide a riguardo sono le parole di <strong>Paolo Zabeo<\/strong> (coordinatore Ufficio studi della CGIA):<\/p>\n<blockquote><p>\u00abSolo nel 1959 i prezzi sono diminuiti ma il PIL cresceva del 7 per cento, nel 2016, invece, la crescita dell\u2019economia italiana \u00e8 inferiore all\u20191% e la deflazione esiste perch\u00e9 la domanda \u00e8 debole e i consumi sono troppo lontani dai livelli pre-crisi\u00bb.<\/p><\/blockquote>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-79824 size-large\" src=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/unnamed-1-1024x596.png\" alt=\"unnamed\" width=\"1024\" height=\"596\" \/><\/p>\n<blockquote>\n<p class=\"wp-caption-text\" style=\"text-align: center\"><span style=\"font-size: 10pt\">Variazione dei prezzi al consumo: positiva da 46 anni, nel 2016 inverte la tendenza.<\/span><\/p>\n<\/blockquote>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il Paese nel 1959 era nel pieno del boom economico, l\u2019Italia risorgeva dal conflitto mondiale e si riscopriva magnifica fornace produttivo\/manifatturiera. <strong>Quel calo dei prezzi, di fatto, non ha nulla a che vedere con l\u2019attuale deflazione.<\/strong> La crescita del PIL al 7% sta a testimoniare proprio la dirompente spinta della domanda di beni sull\u2019economia registrata durante il boom. A fronte di tale disponibilit\u00e0 ad acquistare, per\u00f2, si attestava una profonda metamorfosi del tessuto agricolo e produttivo della penisola che si era ormai predisposto a soddisfare la domanda in espansione. Allora, l\u2019incremento dell\u2019offerta di beni coadiuvata dal sistema di cambi fissi di Bretton Woods (che anestetizzava l\u2019influenza del cambio) port\u00f2 al contenimento dell\u2019aumento dei prezzi al consumo.<strong> Altra epoca, altra congiuntura<\/strong>: a fronte di guadagni sempre maggiori i prezzi diminuivano e si aprivano al mercato delle masse.<\/p>\n<p>Oggi, nel mezzo della recessione pi\u00f9 lunga del secolo divenuta poi stagnazione, tali presupposti non sussistono.<strong> La deflazione corrente \u00e8 figlia di anemia<\/strong>: debole disponibilit\u00e0 di risorse si traduce in debole volume di acquisti. I prezzi salgono solo se c\u2019\u00e8 un consumatore nelle condizioni di poter sostenere l\u2019aumento. Sintomatico \u00e8 il fatto che la crescita del PIL, nonostante l\u2019Euro svalutato, il petrolio ai minimi, costo del denaro inesistente e il QE, non sia in grado di oltrepassare l\u20191% e le stime, progressivamente tagliate al ribasso, non prevedano una ripresa netta nei prossimi cinque anni. <strong>La stagnazione per\u00f2 non basta a giustificare la caduta dei prezzi nel Belpaese<\/strong>: nell\u2019Eurozona l\u2019inflazione \u00e8 risalita, seppur in maniera contenuta, a + 0,6% nel novembre 2016. Il dato italiano ha perso, in sostanza, qualsiasi correlazione con il dato comunitario. Devono essere entrate in azione variabili tutte interne al mercato nazionale.<\/p>\n<blockquote><p><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/unnamed-2-1024x498.png\" alt=\"unnamed\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><span style=\"font-size: 10pt\">Tasso di inflazione registrato nell\u2019Eurozona durante l\u2019anno solare 2016: a novembre viene confermata una parvenza di rialzo<\/span><\/p>\n<\/blockquote>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ci ha pensato l\u2019ISTAT a diffondere un <strong>dato galeotto<\/strong>:<\/p>\n<blockquote>\n<blockquote><p>\u00abA novembre l\u2019indice delle retribuzioni contrattuali orarie aumenta dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,5% nei confronti di novembre 2015, segnando l\u2019incremento pi\u00f9 basso dall\u2019inizio delle serie storiche, nel 1982\u00bb.<\/p><\/blockquote>\n<\/blockquote>\n<p>La compressione dei salari \u00e8 un fenomeno <strong>ampiamente prevedibile e strettamente derivato<\/strong>dell\u2019introduzione di maggiore flessibilit\u00e0 sul <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/economia\/due-anni-di-jobs-act\/\" target=\"_blank\">mercato del lavoro ad opera del Jobs Act<\/a>. Obiettivo di tale riforma \u00e8 ormai noto: osteggiare tempo indeterminato e tutele, favorire precariato, contratti lampo e licenziamenti. Esemplare \u00e8 il <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/italia-2\/voucher-lavoro-aboliamoli\/\" target=\"_blank\">boom del fenomeno voucher<\/a> che, nei primi 10 mesi dell\u2019anno corrente secondo l\u2019INPS, ha registrato un aumento del 32,3% rispetto al 2015 (ne sono stati venduti 121,5 milioni). Con il diradarsi dell\u2019effetto decontribuzione nel 2016, poi, la creazione di lavoro \u201cbuono\u201d \u00e8 stata compromessa ulteriormente, come testimonia il crollo dell\u2019aumento dei salari su base mensile, passata da +1,3% nel dicembre 2015 a +0,7% nel gennaio dell\u2019anno corrente. L\u2019intento, sin dall\u2019inizio, era quello di <strong>copiare le riforme Hartz tedesche<\/strong>: stimolare l\u2019aumento della sottoccupazione per \u201cfalsare\u201d il dato sulla disoccupazione. L\u2019ISTAT, infatti, considera occupato nel periodo di riferimento anche chi ha svolto una sola ora di lavoro retribuito in tale periodo. <strong>La strategia \u00e8 far lavorare pi\u00f9 persone con stipendi minori<\/strong>, saturare la capacit\u00e0 del mercato del lavoro adattando l\u2019offerta. Lo si pu\u00f2 comprendere meglio con un esempio numerico: puoi riempire un metro con cento centimetri o dieci decimetri, ma sempre un metro avrai.<\/p>\n<p>Preferire la creazione di posti di lavoro mal retribuiti (tendenza diffusa nell\u2019era post-2007) a quelli a tempo indeterminato, rassicuranti e tradizionali, comporta necessariamente una <strong>iniezione di incertezza all\u2019interno della popolazione<\/strong>. I lavoratori hanno paura di perdere il proprio posto e accettano tutte le condizioni dettate dal datore di lavoro: <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/economia\/e-il-corpo-divenne-merce\/\" target=\"_blank\">si diventa merce messa a disposizione del capitale<\/a>. <strong>In quanto merce, si cerca di accaparrarsela al minor prezzo<\/strong> e la merce umana, dato che ci sono pochi acquirenti (datori di lavoro), sottost\u00e0 forzatamente al taglio del proprio salario. Oggi \u00e8 la via pi\u00f9 facile e apprezzata da mercati, Bruxelles e grande industria perch\u00e9 smantella de facto i diritti sociali conquistati nel corso di decenni. Questa visione rivela in ogni caso la propria fallacia: dopo anni di politica fiscale restrittiva scegliere di drenare ulteriori risorse dai consumatori attraverso la svalutazione del salario comporta inevitabilmente un indebolimento della domanda interna. Non \u00e8 un caso se pochi giorni fa Federconsumatori ha comunicato che gli italiani durante le Feste, rispetto all\u2019anno scorso, spenderanno il 7% in meno per i generi non alimentari e il 3% in meno per il cenone natalizio. Se non metti soldi in tasca ai consumatori, questi non consumeranno adeguatamente i prodotti del mercato.<strong> Il risultato \u00e8 perfettamente illustrato dalla Curva di Phillips<\/strong>: la correlazione tra salari e inflazione \u00e8 nota e ormai \u00e8 stata completamente riabilitata.<\/p>\n<p><strong>La visione monetarista<\/strong> (alla Friedman, per capirsi) sostiene che sia la quantit\u00e0 di moneta in circolazione a determinare il tasso di inflazione (pi\u00f9 moneta c\u2019\u00e8 e meno vale unitariamente) mentre la base teorica della Curva \u00e8 speculare: l\u2019alto tasso di disoccupazione comporta la cessione di velleit\u00e0 da parte del salariato, con una conseguente perdita del potere d\u2019acquisto, un crollo della domanda e una spinta al ribasso dei prezzi per fare in modo che siano venduti. \u00c8 questa seconda versione ad essere maggiormente vicina alla realt\u00e0, alla luce dei fatti contemporanei. Alta disoccupazione e sottoccupazione nella Curva di Phillips concorrono al medesimo effetto, che poi sarebbe quello di svuotare il conto corrente \u201ccollettivo\u201d della popolazione. Si apre quindi un secondo tema cardine: <strong>per quanto si potr\u00e0 ancora sperare in un effetto inflazionistico della leva monetaria?<\/strong> <strong>Per quanto tempo si perpetuer\u00e0 l\u2019oblio di quella fiscale?<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-79828 size-full\" src=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/phil.png\" alt=\"phil\" width=\"672\" height=\"623\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\" style=\"text-align: center\"><span style=\"font-size: 10pt\">La Curva di Phillips colloca sull\u2019asse orizzontale il tasso di disoccupazione e su quello verticale il tasso di inflazione: la correlazione, individuata empiricamente, \u00e8 di tipo inversamente proporzionale. Ad una bassa inflazione si abbina un\u2019 alta disoccupazione.<\/span><\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\" style=\"text-align: left\"><span style=\"font-size: 12pt\"><\/span><\/p>\n<p>La BCE ha sforato a settembre i 1000 miliardi di euro immessi nel sistema bancario attraverso il QE e il costo del denaro \u00e8 a zero da febbraio (ed \u00e8 inferiore a 0,05% da quasi 3 anni). <strong>Le banche non hanno per\u00f2 speso l\u2019enorme pioggia di denaro nell\u2019economia reale<\/strong>, preferendo investimenti finanziari. Ulteriore creazione di moneta, ad oggi, non provoca pi\u00f9 alcun effetto. \u00c8 pura assuefazione, una dipendenza, necessit\u00e0 di ricevere liquidit\u00e0 soltanto per far sopravvivere il liquidit\u00e0-dipendente. Si palesa davanti ai nostri occhi una <strong><i>trappola della liquidit\u00e0<\/i><\/strong> delle pi\u00f9 classiche e accademiche, <strong>teorizzata da Keynes negli anni \u201830<\/strong>, epoca in cui l\u2019economista sosteneva la necessit\u00e0 di un forte intervento statale per far ripartire il ciclo economico dopo il crollo del 1929. Di l\u00ec a poco negli USA nascer\u00e0 il New Deal: altra storia, altri tempi ma medesimi presupposti. \u00c8 la leva fiscale quella che deve essere attivata, la spesa governativa che sorge da tagli di tasse, irrobustimento del welfare e investimenti pubblici, quindi immessa direttamente nell\u2019economia reale.<\/p>\n<p>I vincoli di bilancio dell\u2019UE, a partire dal Fiscal Compact e dall\u2019anteposizione dello \u201csviluppo sostenibile\u201d, della \u201ccrescita economica equilibrata\u201d, della \u201cstabilit\u00e0 dei prezzi\u201d, della \u201ceconomia sociale di mercato fortemente competitiva\u201d alla piena occupazione (articolo 3 TUE) e al benessere, stanno diventando fattori sempre pi\u00f9 deleteri. <strong>Il dogma del contenimento della spesa pubblica a tutti i costi<\/strong> induce all\u2019anemia intere nazioni, anestetizzando le rispettive capacit\u00e0 di ripresa. La stabilit\u00e0 celebrata dall\u2019Unione Europea va intesa nel senso neoliberista, quella che tiene conto del NAIRU, ovvero il <i>tasso di disoccupazione naturale, <\/i>il livello minimo di disoccupati che deve essere garantito per scongiurare un\u2019accelerazione dell\u2019inflazione. Come brillantemente esposto da <strong>Barra Caracciolo<\/strong> nel suo saggio <em>Euro e (o?) democrazia costituzionale<\/em>, gli eurocrati osteggiano ufficialmente la teoria keynesiana in favore di quella della Commissione Trilaterale, di stampo monetarista (inflazione uguale \u201cmale delle democrazie\u201d, si veda il paper \u201cCrisis of democracy). Essi allo stesso tempo per\u00f2 lavorano sottobanco per evitare che economia e salari reali accelerino eccessivamente, anche in periodi che seguono gravi crisi,<strong> disattivando i presupposti keynesiani della crescita.<\/strong><\/p>\n<p>Tornando al caso italiano, \u00e8 notevole l\u2019occasione che la Corte Costituzionale con la sentenza 275\/2016 ci offre:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abLa pretesa violazione dell\u2019art. 81 Cost. \u00e8 frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio del bilancio, sia con riguardo alla Regione che alla Provincia cofinanziatrice. \u00c8 la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l\u2019equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione\u00bb.<\/p><\/blockquote>\n<p>L\u2019articolo 81 \u00e8 proprio quello che nel 2012 \u00e8 stato riformato nell\u2019intento di introdurre in Costituzione il principio del pareggio di bilancio. La Corte, con questa preziosa sentenza, <strong>pone la garanzia dei diritti incomprimibili davanti ai principi contabili<\/strong>: non viene menzionata l\u2019UE mentre la chiamata in causa dei diritti fondamentali rinnova in maniera convinta la lettura dell\u2019articolo 81. Tra i diritti menzionati nella Costituzione, infatti, vi \u00e8 quello al lavoro, su cui l\u2019articolo 1 basa la nostra Repubblica e su cui \u00e8 imperniato l\u2019articolo 4. Non solo \u00e8 ammesso quindi, \u00e8 altres\u00ec necessario aprire i rubinetti della politica fiscale nell\u2019intento di stimolare la domanda. La domanda di beni si traduce in domanda di lavoro e quindi creazione di posti sani tali da mettere al sicuro il salariato e, complessivamente, l\u2019intera economia italiana. I prezzi per forza di cose subiranno una spinta al rialzo e l\u2019inflazione arriver\u00e0 da s\u00e9. Vero \u00e8 che la moneta unica obbliga la svalutazione salariale in mancanza di una svalutazione del cambio, rendendo di fatto strutturale la necessit\u00e0 di flessibilit\u00e0 e bassa inflazione, <strong>ma<\/strong> <strong>\u00e8 pacifico il bisogno impellente di una nuova mentalit\u00e0 a livello nazionale e sovranazionale:<\/strong> no alla precariet\u00e0, s\u00ec alla ripresa derivante da politiche anticicliche. \u00c8 giunto il momento, le scuse sono finite.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/economia\/quale-ripresa\/\">http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/economia\/quale-ripresa\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Gianmaria Vianova) Per la prima volta dal 1959 in Italia si registra un calo dei prezzi su base annuale. 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