{"id":27122,"date":"2017-01-04T12:10:57","date_gmt":"2017-01-04T11:10:57","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27122"},"modified":"2017-01-04T00:33:55","modified_gmt":"2017-01-03T23:33:55","slug":"la-taumaturgia-dellinvestimento-sociale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27122","title":{"rendered":"La taumaturgia dell&#8217;investimento sociale"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>ITALIA E IL MONDO (Giuseppe Germinario)<\/strong><\/p>\n<p>Riprendo un interessante articolo di Luca Ricolfi apparso su il sole 24 ore del 25 settembre scorso dal titolo \u201cQuando a crescere \u00e8 il lavoro degli immigrati\u201d, le cui conclusioni hanno provocato a suo tempo in me, devo confessarlo, una certa ripulsa ( http:\/\/www.pdmeda.it\/pd\/2016\/09\/26\/quando-a-crescere-e-il-lavoro-degli-immigrati\/ ).<br \/>\nIl testo parte dalla considerazione che il divario tra la pesante situazione occupazionale e la percezione di essa ancora pi\u00f9 catastrofica derivi dal dato che la perdita in otto anni di quasi due milioni di posti di lavoro di italiani, i cosiddetti facitori di opinione pubblica \u00e8 in parte mascherata dall\u2019incremento di ottocentomila occupati tra gli immigrati, estranei alla costruzione mediatica. Il sociologo adduce tre ragioni di queste tendenze divaricanti. La prima \u00e8 fisiologica, legata alla quota crescente di immigrati stanziati in Italia. Le altre due meritano la citazione integrale:\u201dLa seconda ragione \u00e8 che, durante la crisi, la domanda di lavoro \u00e8 crollata nelle posizioni ad alta qualificazione (tipicamente ricercate dagli italiani) ed \u00e8 aumentata sensibilmente in quelle a bassa e bassissima qualificazione (tipicamente accettate dagli stranieri). La terza ragione \u00e8 pi\u00f9 generale, e probabilmente pi\u00f9 difficile da riconoscere. Anche se molti si lamentano della situazione e della mancanza di prospettive, la realt\u00e0 \u00e8 che la maggior parte degli italiani hanno raggiunto un livello di benessere sufficiente a renderli alquanto \u201cchoosy\u201d (copyright Elsa Fornero) nella ricerca di un lavoro. In tanti non cercano semplicemente un lavoro, bens\u00ec un lavoro adeguato all\u2019opinione che essi si sono fatti di s\u00e9 stessi, opinione che scuola e universit\u00e0 si incaricano di certificare. L\u2019esatto contrario degli stranieri, che sono disposti ad accettare un lavoro anche al di sotto, molto al di sotto, delle qualificazioni acquisite e certificate.\u201d Da qui il giudizio: \u201cSi pu\u00f2 deplorare quanto si vuole questa situazione, e immaginare che quelli degli italiani siano diritti negati, e la condizione degli stranieri sia di puro e bieco sfruttamento (come in effetti talora \u00e8: vedi le tante Rosarno, vedi la piaga del lavoro nero). E tuttavia c\u2019\u00e8 anche un altro modo di raccontare le cose. Gli stranieri immigrati in Italia sono esattamente come noi, solo che vivono in un altro tempo, un tempo che noi abbiamo vissuto negli anni \u201950 e \u201960, quando il nostro livello di istruzione era pi\u00f9 basso e non c\u2019erano genitori e nonni disposti a mantenerci finch\u00e9 trovavamo un lavoro coerente con le nostre aspirazioni. Quanto a noi italiani, \u00e8 certamente vero che i posti sono pochi, troppo pochi (ce ne mancano circa 6 milioni per diventare un paese appena normale, con un tasso di occupazione in media Ocse), ma purtroppo \u00e8 anche vero che paghiamo lo scotto di aver liceizzato tutto \u2013scuola e universit\u00e0 \u2013 senza valutarne le conseguenze. In un paese che, colpevolmente, ha scarso bisogno di laureati e continua ad avere bisogno di innumerevoli competenze tecniche e professionali intermedie, aver svuotato di ogni vero saper fare la maggior parte dei diplomi di scuola secondaria superiore non \u00e8 stata una grande trovata\u201d; quindi la conclusione:\u201d Forse, l\u2019avanzata occupazionale degli immigrati, con la loro umilt\u00e0 e determinazione, \u00e8 anche un silenzioso segnale rivolto a noi, un invito a riflettere sullo scarto fra quel che siamo e quello cui crediamo di avere diritto\u201d.<br \/>\nSi direbbe una salutare immersione nella realt\u00e0; dopata per\u00f2 a mio parere da dosi eccessive di senso comune dalle scarse prospettive.<br \/>\n\u2022 La crisi ha determinato quindi un crollo nelle posizioni ad alta qualificazione. In realt\u00e0 il crollo riguarda alcuni paesi, tra questi l\u2019Italia, mentre altri vivono un declino, una riorganizzazione o addirittura una espansione. La crisi, la situazione di rottura, quindi, agisce e produce condizioni e tendenze diverse. Non \u00e8 la crisi di per s\u00e9, ma la condizione di un paese in questa situazione di rottura e transizione e la capacit\u00e0 e l\u2019ambizione della sua classe dirigente a determinare il realismo delle aspettative individuali.<\/p>\n<p>Avviciniamoci dunque al cuore del problema posto da Ricolfi, la schizzinosit\u00e0 (choosy) degli italiani nella ricerca del lavoro. Pur con tutte le tare e le precauzioni da adottare su di un argomento cos\u00ec esposto alla demagogia e al pressapochismo, \u00e8 indubbio che le dinamiche di sviluppo ed emancipazione del paese degli ultimi trenta\/quaranta anni abbiano ingenerato altrettante notevoli aspettative ed aspirazioni individuali, specie in alcune zone e categorie sociali del paese.<br \/>\nAltrettanto vero che tali aspettative siano state alimentate da una concezione della scuola e della universit\u00e0 che riduceva spesso e volentieri l\u2019istruzione e la specializzazione ad un sinonimo orientato pi\u00f9 verso la prima che la seconda, fermo restando l\u2019indubbio progresso sociale rappresentato da un elevato livello di istruzione.<br \/>\nLe stesse specializzazioni si sono orientate prevalentemente tra l\u2019altro verso ambiti diversi da quelli tecnico-scientifici.<br \/>\nUna combinazione micidiale di orientamenti individuali che hanno distorto pesantemente il mercato del lavoro, spesso sostituito alla professione e alla competenza professionale l\u2019aspirazione all\u2019impiego e concesso prestigio e status a determinati ambiti rivelatisi alla fine pletorici e parassitari.<br \/>\nDa qui l\u2019invito dell\u2019autore a \u201criflettere sullo scarto fra quel che siamo e quello cui crediamo di avere diritto\u201d.<br \/>\nSi tratta per\u00f2 di un invito che nel migliore dei casi si risolve in un moralismo sterile e inconcludente, giacch\u00e9 una tendenza e un orientamento diffuso se non generalizzato non pu\u00f2 essere il mero frutto della sommatoria di scelte individuali. Nel peggiore e purtroppo sempre pi\u00f9 corrispondente al clima politico e culturale del paese, non fa che assecondare quel tentativo di salvaguardia della posizione dei ceti intermedi pi\u00f9 fortunati nella difesa e preservazione delle proprie prerogative di ceto e di casta le quali stanno bloccando completamente le possibilit\u00e0 di mobilit\u00e0 sociale verso l\u2019alto e soffocando le possibilit\u00e0 di trasformazione e riorganizzazione positiva del paese.<br \/>\nQuegli orientamenti e quelle scelte individuali sono la conseguenza diretta di caratteristiche strutturali del paese e dei suoi ordinamenti che le classi dirigenti succedutesi hanno alimentato e promosso piuttosto che scoraggiato.<br \/>\nA titolo di esempio, l\u2019inflazione di avvocati e commercialisti e il corrispondente alimento di aspettative trova corrispondenza esatta nelle caratteristiche del sistema fiscale e tributario e in quelle del sistema giudiziario e giuridico; una saturazione aggravata dallo scarso peso della grande industria e dal conseguente scarse possibilit\u00e0 di accesso in altri settori di queste professionalit\u00e0.<br \/>\nL\u2019ambizione all\u2019impiego \u00e8 solo in parte il riflesso della necessaria natura burocratica delle amministrazioni pubbliche; \u00e8 soprattutto la conseguenza della particolare e concreta organizzazione burocratica dello Stato Italiano, del suo particolare ordinamento gerarchico, dell\u2019effettivo livello di responsabilit\u00e0 esercitato nelle funzioni, delle procedure di selezione e nomina dei quadri dirigenziali, della sovrapposizione di competenze.<br \/>\nNon siamo giunti per\u00f2 ancora al cuore del problema.<br \/>\nL\u2019errore secondo Ricolfi \u00e8 \u201caver liceizzato tutto \u2013scuola e universit\u00e0\u201d \u201cIn un paese che, colpevolmente, ha scarso bisogno di laureati e continua ad avere bisogno di innumerevoli competenze tecniche e professionali intermedie\u201d.<br \/>\nIntanto lo stesso autore sembra smentirsi in un altro articolo (http:\/\/www.ilsole24ore.com\/art\/commenti-e-idee\/2016-10-16\/il-problema-e-difficolta-non-latino-112506.shtml?uuid=ADC45JdB&amp;fromSearch) perch\u00e9 il problema maggiore della scuola italiana sembra essere, secondo me a ragione, la svalutazione della difficolt\u00e0 nello studio.<br \/>\nUno studio della Fondazione Edison del 2012, con il direttore Marco Fortis non ancora pervaso dall\u2019ottimismo oltranzistico legato alla sua partecipazione al Governo Renzi, quantificava la necessit\u00e0 insoddisfatta di personale qualificato nel Nord-Italia in poco pi\u00f9 di centomila unit\u00e0. Una cifra attualmente, secondo me sovrastimata, visto che in questi ultimi due anni la crisi sta decimando ormai anche aziende sane dal punto di vista organizzativo e tecnologico. Una cifra comunque certamente importante, della quale tener conto negli indirizzi scolastici, ma sicuramente poco significativa rispetto ai \u201csei milioni di posti mancanti\u201d necessari a raggiungere un tasso di occupazione paragonabile a quello dei paesi del Nord-Europa.<br \/>\nDel resto, l\u2019esodo che sta colpendo da alcuni anni il paese non riguarda pi\u00f9 soltanto i laureati, specie quelli in materie tecnico-scientifiche, ma anche i diplomati, buona parte dei quali trovano collocazione nei settori produttivi-manufatturieri dei paesi ospitanti.<br \/>\nAlla luce di queste ultime due considerazioni l\u2019affermazione finale dell\u2019autore assume un tono particolarmente inquietante se non funereo.<br \/>\nRappresenta soprattutto il de profundis ad un altro caposaldo delle politiche di sviluppo e di progresso tipiche del sodalizio progressista di questi ultimi decenni: l\u2019investimento sociale.<\/p>\n<p>LA TAUMATURGIA DELL\u2019INVESTIMENTO SOCIALE<\/p>\n<p>Negli ultimi anni l\u2019espressione \u201cINVESTIMENTO SOCIALE\u201d ha assunto il valore taumaturgico di uno slogan. Piuttosto che la spesa sociale ex-post mirante a tappare le falle con criteri assistenziali, piuttosto che la tesi liberista di alleggerimento o soppressione del welfare, ritenuto un mero costo, mirante a ripristinare le condizioni di equilibrio tra domanda e offerta di lavoro, \u201cle politiche sociali andrebbero viste come un investimento che la societ\u00e0 mette in campo per garantirsi un miglior ritorno economico e sociale nel futuro\u201d (dal libro di Ranci, Ascoli, Sgrata \u201cInvestire nel sociale\u201d); nella fattispecie \u201cla strategia dell\u2019investimento sociale lega, invece, la problematica della disoccupazione innanzitutto alla carenza di adeguate qualificazioni e competenze necessarie per trovare lavoro oggi e in futuro\u2026 orientata a privilegiare politiche sociali volte alla crescita del cosiddetto capitale umano\u201d (idem). Politiche, si concede tra i pi\u00f9 avveduti, \u201caccompagnate da interventi strutturali\u201d, lungi per\u00f2 questi ultimi da essere definiti nel corso di questi decenni.<br \/>\nIl Governo di Renzi, sostenuto dal suo mentore Gutgeld, \u00e8 stato il pi\u00f9 convinto sostenitore di questo indirizzo. Nell\u2019ambito ad esempio della formazione scolastica, l\u2019autonomia degli istituti scolastici, il ruolo dei finanziatori privati, i progetti di alternanza scuola-lavoro, la riforma dell\u2019apprendistato rientrano coerentemente in questi indirizzi; indirizzi che, a prescindere dal merito e tenuto conto dei necessari tempi di attuazione, immediatamente hanno dovuto scontrarsi con la realt\u00e0 della struttura produttiva e di servizi del paese.<br \/>\nCos\u00ec, pochi mesi dopo il varo della legge sono stati aboliti gli obblighi formativi esterni all\u2019azienda degli apprendisti; i casi di alternanza scuola-lavoro sono ancora limitati; l\u2019attenzione del mondo imprenditoriale verso la scuola, in particolare gli istituti tecnici e professionali \u00e8 \u201cancora\u201d abbastanza residuale; permane l\u2019enorme problema del ruolo delle scuole tecniche e professionali nelle vaste zone del paese economicamente depresse.<br \/>\nSono politiche, come pure quelle del job act, mutuate da altri paesi; nel migliore dei casi ignorano il contesto produttivo ed imprenditoriale, nel peggiore ne assecondano le tendenze praticamente ormai irreversibili ad un declassamento \u201cspontaneo\u201d delle strutture produttive nel contesto internazionale.<br \/>\nSi tratta di un contesto profondamente mutato rispetto agli scenari di appena trenta anni fa.<br \/>\n\u2022 La grande azienda \u00e8 praticamente scomparsa e soprattutto \u00e8 pressoch\u00e9 scomparso il loro controllo strategico. Ne consegue la crescente estraneit\u00e0 degli interessi del paese dalle scelte strategiche delle imprese, dalle pianificazioni di marketing e dalle politiche di innovazioni di prodotto con buona pace della beota euforia per le acquisizioni estere espressa dai vari Renzi e Fassino<br \/>\n\u2022 Le stesse aziende capofila delle filiere produttive composte da medie e piccole aziende sono sfuggite anch\u2019esse in gran parte al controllo dell\u2019imprenditoria locale<br \/>\n\u2022 La stessa gestione delle reti e della logistica integrata, quest\u2019ultima in via di formazione con anni di ritardo, deve subire profondi condizionamenti esterni e risolvere in diversi casi enormi problemi legati alla frammentazione dell\u2019apparato produttivo<br \/>\n\u2022 L\u2019innovazione tecnologica e la miglioria di prodotto, gi\u00e0 deficitaria, \u00e8 in buona parte legata all\u2019iniziativa occasionale interna alle piccole aziende difficilmente trasmissibile nei software indispensabili alla digitalizzazione dei processi<br \/>\nSono una parte importante dei fattori che subordinano la ricerca e soprattutto il riconoscimento professionale ad altri fattori del tutto estranei.<br \/>\nArretratezza tecnologica e dei criteri di gestione, struttura proprietaria delle aziende, fuga delle posizioni strategiche, politiche sindacali, specie nelle grandi aziende di servizio, le quali assecondano gli interessi delle grosse concentrazioni di dipendenti piuttosto che la collocazione professionale; tutti aspetti che contribuiscono ad accentuare i processi di precarizzazione gi\u00e0 presenti nel mondo del lavoro a livello globale con l\u2019aggravante del disconoscimento massivo delle competenze professionali. Il plus proviene dalla confermata beotitudine di gran parte della nostra classe dirigente, tra questi il nostro \u201cbomba\u201d (Renzi) prontissimo a esaltare il bassissimo livello retributivo dei nostri ingegneri e tecnici e ad avallare ad esempio con le ipotesi di appiattimento delle prestazioni previdenziali a prescindere dalle erogazioni contributive e di reddito di cittadinanza tale disconoscimento.<br \/>\nSi tratta di una classe dirigente che non fa che assecondare le peggiori tendenze prevalenti nel paese e nel mondo imprenditoriale tese a trasformare nel migliore dei casi il nostro apparato produttivo in un opificio e in un cultore di nicchie esposti alla peggiore concorrenza, subordinati alle strategie altrui con scarsissime possibilit\u00e0, grazie alla cessione degli asset strategici, di partecipare con un qualche ruolo decisionale ai processi di concentrazione ed integrazione. Non si tratta, quindi, di scelte economiche neutre, ma di politiche economiche legate al tipo di collocazione e di autonomia decisionale che una classe dirigente intende subire o scegliere.<br \/>\nUna politica di investimento sociale pu\u00f2 essere il giusto corollario di una politica generale minimamente ambiziosa e autonoma; slegata da obbiettivi di recupero delle prerogative di un paese o addirittura complementare e propedeutica a questa politica di subordinazione non fa che alimentare sprechi di risorse, formazione di ceti magari pure colti quanto parassitari, corporativi e istupiditi, formazione di quadri e risorse disponibili per altri paesi e di strutture amministrative autoreferenziali. Una politica storicamente attenta alla redistribuzione ma altrettanto apparentemente indifferente alla modalit\u00e0 e alle finalit\u00e0 di produzione delle risorse. In questo si pu\u00f2 racchiudere probabilmente la parabola efficientista di Matteo Renzi.<br \/>\nLe politiche degli ultimi due governi, per ultimo il programma di implementazione di industria 4.0, non fanno altro che sancire irreversibilmente tale tendenza e rendere particolarmente duro e problematico un programma di recupero. Stride il silenzio che circonda un programma cos\u00ec importante. Ne parler\u00f2, appena possibile, in un articolo dedicato.<br \/>\nPer concludere, la chiosa finale dell\u2019articolo di Ricolfi pi\u00f9 che una presa d\u2019atto realistica per ripartire, mi pare sia la sanzione complice di una cattiva condizione del paese. Il contributo dell\u2019immigrazione mi pare che si risolva anch\u2019esso in questo. Tanto pi\u00f9 che la segnalazione di questi sviluppi occupazionali positivi, nascondono un altro esodo del tutto ignorato; quello di una manodopera immigrata, qualificatasi professionalmente nel corso di questi ultimi lustri nel nostro paese e fuggita all\u2019estero attirata da migliori condizioni.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/italiaeilmondo.com\/2017\/01\/01\/la-taumaturgia-dellinvestimento-sociale-di-giuseppe-germinario\/\">http:\/\/italiaeilmondo.com\/2017\/01\/01\/la-taumaturgia-dellinvestimento-sociale-di-giuseppe-germinario\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ITALIA E IL MONDO (Giuseppe Germinario) Riprendo un interessante articolo di Luca Ricolfi apparso su il sole 24 ore del 25 settembre scorso dal titolo \u201cQuando a crescere \u00e8 il lavoro degli immigrati\u201d, le cui conclusioni hanno provocato a suo tempo in me, devo confessarlo, una certa ripulsa ( http:\/\/www.pdmeda.it\/pd\/2016\/09\/26\/quando-a-crescere-e-il-lavoro-degli-immigrati\/ ). 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