{"id":27308,"date":"2017-01-11T12:10:33","date_gmt":"2017-01-11T11:10:33","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27308"},"modified":"2017-01-10T20:37:22","modified_gmt":"2017-01-10T19:37:22","slug":"il-suicidio-delle-sinistre","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27308","title":{"rendered":"Il suicidio delle sinistre"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>RAGIONI POLITICHE (Carlo Galli)<\/strong><\/p>\n<p>La demolizione dei templi del neoliberismo, sconsacrati e delegittimati ma ancora torreggianti sulle nostre societ\u00e0 e sulle nostre politiche, comincia dal pensiero critico, capace di risvegliare il mondo \u00abdal sogno che esso sogna su se stesso\u00bb. In questo caso, dall\u2019economia eterodossa, declinata in chiave teorica e storica da Sergio Cesaratto \u2013 nelle sue <em>Sei lezioni di economia. Conoscenza necessarie per capire la crisi pi\u00f9 lunga (e come uscirne)<\/em>, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 \u2013, esponente di una posizione non keynesiana n\u00e9 pikettiana n\u00e9 \u00abbenicomunista\u00bb, ma sraffiana, e quindi in ultima analisi compatibile con il marxismo. Nella sua opera di decostruzione delle logiche <em>mainstream<\/em> vengono travolti i fondamenti del neo-marginalismo dominante: ovvero, che il concetto chiave dell\u2019economia \u00e8 la curva di domanda di un bene; che esistono un tasso d\u2019interesse naturale, un tasso di disoccupazione naturale, un salario naturale, e che devono essere lasciati affermarsi; che c\u2019\u00e8 equilibrio e armonia fra capitale e lavoro; che c\u2019\u00e8 relazione inversa fra salari e occupazione (e quindi che la piena occupazione esige moderazione salariale); che il sistema economico raggiunge da solo l\u2019equilibrio della piena occupazione se non ci sono ostacoli alla flessibilit\u00e0 del mercato del lavoro; che il risparmio viene prima degli investimenti; che la moneta determina i prezzi; che il nemico da battere \u00e8 l\u2019inflazione e che a tal fine si devono implementare politiche deflattive e di austerit\u00e0, e intanto si deve togliere il controllo della moneta alla politica e conferirlo a una banca indipendente che stabilizza il tasso d\u2019inflazione.<\/p>\n<p>A tutto ci\u00f2 Cesaratto contrappone tesi classiche: che l\u2019economia ha come oggetto la produzione di <em>surplus<\/em> e il conflitto per redistribuirne i vantaggi tra le parti che lo determinano (capitalisti e lavoratori), cos\u00ec che l\u2019equilibrio distributivo \u00e8 non naturale ma storico e politico, legato alle posizioni di forza dei contendenti; che la moneta ha una genesi endogena e non appartiene a un ambito distinto dall\u2019economia reale; che il fattore critico dello sviluppo \u00e8 la domanda aggregata; che l\u2019inflazione \u00e8 il frutto del conflitto redistributivo; che la disoccupazione involontaria \u00e8 presente anche nello scenario di equilibrio marginalista; che lo Stato pu\u00f2 e deve essere attore della produzione e della redistribuzione, utilizzando i suoi strumenti sovrani (politica economica, industriale, monetaria, di <em>welfare<\/em>) in vista dell\u2019obiettivo della piena occupazione, questa s\u00ec capace di garantire la crescita.<\/p>\n<p>Su un impianto teorico simile Aldo Barba e Massimo Pivetti (<em>La scomparsa della sinistra in Europa<\/em>, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016), ricostruiscono, ancora pi\u00f9 dettagliatamente di Cesaratto che pure ne discute ampiamente, la storia del dopoguerra, dei Trenta gloriosi e dei Trenta pietosi (che ormai sono in realt\u00e0 Quaranta) \u2013 a separare i due periodi c\u2019\u00e8 la grande svolta dei tardi anni Settanta \u2013. La prima fase \u00e8 contraddistinta dal circolo virtuoso di una crescita trainata da politiche di tendenziale piena occupazione e di moderato stimolo della domanda, da un equilibrato protezionismo a livello internazionale (contrattato nel Gatt nell\u2019ottica che le esportazioni siano trainate dalla crescita interna), dall\u2019esercizio della sovranit\u00e0 economica dello Stato e dalla sua politica fiscale progressiva; una realt\u00e0 di rafforzamento politico ed economico dei ceti lavoratori, determinata dall\u2019esigenza post-bellica di aprire la societ\u00e0 alle masse (attraverso lo Stato) e anche dall\u2019esistenza dell\u2019Urss come modello concorrenziale che rafforza le lotte popolari. La rottura di questo modello \u00e8 stata dovuta essenzialmente all\u2019inflazione e alla stagnazione derivanti dagli incrementi salariali strappati a partire dai tardi anni Sessanta e ancor pi\u00f9 dagli choc petroliferi della met\u00e0 degli anni Settanta, e soprattutto dalle risposte che sono state date agli squilibri della bilancia dei pagamenti che si sono da allora prodotti in modo sistematico. Sono state risposte neoliberiste, deflattive e antistatalistiche, poste in essere da precise decisioni politiche che hanno enfatizzato il nuovo rilievo del \u00abvincolo esterno\u00bb e \u2013 anzich\u00e9 contrastarlo con strategie di sviluppo interno trainato dalla domanda, dalle nazionalizzazioni e dal controllo delle importazioni (com\u2019era la proposta della sinistra laburista inglese di Tony Benn, e del <em>project socialiste<\/em> del governo Mauroy in Francia nel 1981-82) \u2013 ne hanno dato una gestione \u00abortodossa\u00bb, fondata su austerit\u00e0, deflazione, liberalizzazione dei movimenti di capitali, privatizzazioni, riduzione dei salari, compressione della contrattazione nazionale, disoccupazione di massa, traino dell\u2019economia da parte delle esportazioni, limitazione della sovranit\u00e0 economica dello Stato (ridotto ad essere un azionista delle imprese un tempo pubbliche), deindustrializzazione dovuta alla delocalizzazione delle attivit\u00e0 produttive pi\u00f9 povere in Paesi a bassi salari, con una conseguente depressione del lavoro pi\u00f9 grave di quella che sarebbe stata generata dall\u2019inflazione.<\/p>\n<p>La rottura del circuito virtuoso fra progresso economico e civile avvenne dapprima in Inghilterra a opera del laburista Callaghan e soprattutto, dopo il <em>winter of discontent<\/em> 1978-79, per mano della conservatrice Thatcher; ma in Francia fu opera della stessa sinistra, che con Fabius, Rocard, Delors, oltre che Mitterand (la \u00abseconda sinistra\u00bb), rinnega il proprio programma elettorale e gioca la scommessa di cavalcare l\u2019onda neoliberista perch\u00e9 la Francia non resti isolata in Europa. Il sogno \u00e8 di innescare una crescita trainata dai profitti privati delle multinazionali francesi, e di sostituire il ruolo dello Stato, come regolatore dell\u2019economia, con l\u2019euro, come primo passo di una unificazione politica europea trainata dalla Francia (il rapporto Delors, su cui si costruir\u00e0 Maastricht). In parallelo, la cultura scatena l\u2019attacco all\u2019Urss sulla base dei libri di Sol\u017eenicyn e ne distrugge il mito con i <em>noveaux philosophes<\/em>, mentre la pi\u00f9 avanzata filosofia con Derrida, Deleuze e Foucault elimina alla radice la possibilit\u00e0 di un\u2019interpretazione dialettica e di classe della realt\u00e0; in parallelo, la Francia riscopre la sua antica vocazione tecnocratica con la fondazione Saint-Simon e con la interpretazione democratico-progressista della storia e della politica, che promuove con Furet e con Rosanvallon.<\/p>\n<p>Sono state le intrinseche contraddizioni del neoliberismo \u2013 generatore di insostenibili disuguaglianze e di ingestibili incertezze, creatore di bolle e non di ricchezza, fallace nel suo presupposto che accettare la distribuzione naturale del reddito comporti la piena utilizzazione di capitale e lavoro, che quindi bassi salari generino piena occupazione \u2013 e anche la posizione della Germania, da sempre ostile nel suo egoistico mercantilismo ordoliberista, al keynesismo ma anche a un\u2019Europa politica (come aveva previsto Hayek, un debolissimo federalismo \u00e8 il quadro ottimale di un\u2019unione monetaria non fiscale), a fare del neoliberismo e dell\u2019euro (che avendo come obiettivo la lotta all\u2019inflazione, cio\u00e8 ai salari, costringe gli Stati alla deflazione interna competitiva) uno dei pi\u00f9 gravi fattori di crisi economica, sociale e politica della storia europea, che ha trasformato la disoccupazione ciclica in strutturale; ma \u00e8 stata la sinistra ad aprirgli la strada, deliberatamente. Nessuna inevitabilit\u00e0 del neoliberismo, nessuna stagnazione secolare dell\u2019economia a giustificarne la crisi, come pure nessuna spiegazione demografica, e nessuna legge naturale (Piketty) a spiegazione della disuguaglianza generata dal capitalismo: le responsabilit\u00e0 sono precise, politiche, e sono a sinistra. Questa \u00e8 la tesi di fondo che emerge dai due libri, duri atti d\u2019accusa contro chi per gestire il potere ha definanziato la sanit\u00e0, colpito le pensioni, aggravato la disoccupazione, indebolito i lavoratori e le loro associazioni, fatto gravare le tasse sui salari, privato lo Stato della sua sovranit\u00e0 economica, sacrificandola alla produzione di avanzi primari con i quali pagare il servizio del debito pubblico nominato in valuta straniera (l\u2019euro), e ha imposto l\u2019austerit\u00e0 per rispettare il vincolo esterno anzich\u00e9 aggredirlo con politiche di crescita, di controllo dei capitali e di moderato protezionismo. Quell\u2019euro che, secondo Padoa-Schioppa citato da Cesaratto, ha il compito di insegnare la durezza del vivere alle recenti generazioni popolari che l\u2019hanno dimenticata grazie allo Stato sociale e alla quasi piena occupazione.<\/p>\n<p>Analoghe nettezza e radicalit\u00e0 emergono dalla valutazione delle migrazioni, e della risposta in termini di accoglienza indiscriminata che la sinistra ne d\u00e0 in nome dell\u2019estensione illimitata e incondizionata dell\u2019ideologia dei diritti umani; Barba e Pivetti colgono s\u00ec l\u2019origine dei movimenti di masse planetarie nel crollo dell\u2019Urss, nell\u2019indebolimento dei Paesi pi\u00f9 poveri dovuto alle politiche del <em>Washington consensus<\/em>, e alle guerre \u2013 presentate inizialmente come \u00abdemocratiche\u00bb \u2013 che devastano il Medio Oriente, ma mostrano anche che l\u2019accoglienza senza filtri in Europa serve a costituire quell\u2019esercito industriale di riserva la cui stessa esistenza indebolisce i lavoratori e ne abbassa tendenzialmente i salari.<\/p>\n<p>In questo contesto la vicenda italiana, quale emerge tanto da Cesaratto quanto da Barba e Pivetti, \u00e8 segnata dalla debolezza dei Trenta gloriosi: il miracolo economico si fonda pi\u00f9 sull\u2019esportazione che sulla domanda interna, ed \u00e8 interrotto dalla \u00abcongiuntura\u00bb ai primi cenni di rivendicazioni operaie, prima che il centrosinistra vari la legge urbanistica; gli anni Sessanta sono costellati di occasioni sprecate, tanto che l\u2019Italia vi perde il nucleare e l\u2019elettronica; al ciclo di lotte aperto nel 1969 si risponde con la strategia delle tensione e con una spesa pubblica disordinata. La crisi petrolifera della met\u00e0 dei Settanta genera uno squilibrio strutturale con l\u2019estero \u2013 il \u00abvincolo esterno\u00bb, da allora centrale nella storia economica del Paese \u2013 a cui si scelse di rispondere non con il controllo dei capitali e delle importazioni, ma con politiche di tagli, deflazione, austerit\u00e0. Alle quali diede determinante concorso il Pci di Berlinguer che \u2013 sotto la pressione del golpe in Cile e del terrorismo interno, e con l\u2019obiettivo di acquisire l\u2019ammissione all\u2019area di governo, ovvero la piena legittimazione democratica \u2013 offr\u00ec al potere dominante la disponibilit\u00e0 operaia ai \u00absacrifici\u00bb, cio\u00e8 a politiche deflattive gravanti sul mondo del lavoro. Non solo cos\u00ec si apriva la strada alle pi\u00f9 energiche mosse del neoliberismo (la sconfitta operaia alla Fiat nel 1980, il \u00abdivorzio\u00bb fra Bankitalia e Tesoro del 1981), non solo il Pci diveniva per tale via partito di governo senza essere nel governo, ma si consumava con quella scelta l\u2019inizio della dissipazione della forza politica della sinistra. Una scelta che gli autori vedono meno determinata da oggettive circostanze soverchianti e pi\u00f9 in continuit\u00e0 con la storica ossessione del Pci per interessi generali interclassisti della Nazione, di cui si \u00e8 sempre proclamato arcigno custode, in prospettive sempre \u00aborganiche\u00bb e quindi sempre estraneo, in nome di un irraggiungibile \u00absocialismo\u00bb, ad una visione riformista e conflittualista della societ\u00e0 e dell\u2019economia. Giocano in questa attitudine, secondo gli autori, tanto Gramsci quanto Togliatti, cio\u00e8 un vizio di fondo della sinistra e della sua cultura, ferma alla nozione gramsciana di \u00abintellettuale organico\u00bb (non certo uno spirito critico, ma piuttosto un propagandista e un organizzatore del consenso) e subalterna di fatto, anche per scarsa dimestichezza con la teoria economica, alla linea laico-liberale di Croce e di Einaudi, e quindi mai neppure keynesiana (unica eccezione il Piano del lavoro del 1949-50, elaborato dalla Cgil di De Vittorio, che prevedeva che gli investimenti si autofinanziassero con la crescita economica da essi prodotta). Il Pci statalista in realt\u00e0 puntava sull\u2019introduzione delle regioni per quanto riguardava le <em>chances<\/em> di governo, e sulla piccola e media impresa per le strategie di sviluppo; la sua stessa impostazione antimonopolistica era in fondo liberale. La politica del Pd \u00e8 quindi in sostanziale continuit\u00e0 con la storia della sinistra italiana.<\/p>\n<p>Oggi, in un contesto in cui gli obiettivi di occupazione e crescita sono affidati ai mercati e soprattutto alla flessibilit\u00e0 del lavoro (da qui la centralit\u00e0 strategica del <em>jobs act<\/em>) e non certo allo Stato, in cui l\u2019euro si sostiene grazie a Draghi che, sempre pi\u00f9 contrastato dalla Germania, ha bloccato sotto un \u00absarcofago\u00bb di invenzioni finanziarie la materia \u00abradioattiva\u00bb della moneta unica, che continua per\u00f2 a essere pericolosa e pronta a esplodere, al nostro Paese non si apre che la via di un continuo declino, o di un \u00abincidente di percorso\u00bb, come tale imprevedibile e ingestibile. Certo, l\u2019Italia non \u00e8 al momento padrona di se stessa, n\u00e9 in grado di progettare liberamente il proprio futuro \u2013 e in questo vicolo cieco brilla l\u2019assenza di idee della politica, futilmente dedita a risse su temi inessenziali perch\u00e9 quelli essenziali le sono preclusi \u2013.<\/p>\n<p>Si tratta di due libri decisi e provocatori \u2013 nella loro scientificit\u00e0 \u2013 che ci restituiscono una visione e una narrazione coerente di un arco significativo della storia del dopoguerra. Questi economisti eterodossi \u2013 che non rappresentano tutto l\u2019arco della opposizione al <em>mainstream<\/em>\u2013 hanno un respiro di seriet\u00e0 e di concretezza che ha un effetto benefico sulle menti: si spazzano via menzogne e fumisterie, e dietro le narrazioni della propaganda governativa si intravvedono i profili scoscesi della realt\u00e0 storica materiale, dei suoi conflitti, delle decisioni che hanno favorito e sfavorito secondo linee di classe. Un bagno salutare di realismo, pur nelle asprezze comprensibili della polemica \u2013 non si tratta, in ogni caso, di libri faziosi, ma anzi piuttosto professorali, con qualche brillante soluzione espressiva di Cesaratto \u2013.<\/p>\n<p>Due libri con i quali una sinistra che voglia davvero essere critica, autonoma, alternativa, si deve misurare. Sia per la rivisitazione che si propone della storia della sinistra italiana \u2013 non nuova in s\u00e9, ma portata qui a un notevole grado di coerenza e di nettezza \u2013 sia per la luce gettata sull\u2019Europa, la cui forma attuale viene fatta risalire a calcoli francesi di grandezza, frustrati dall\u2019ordoliberalismo mercantilistico dei tedeschi. Sia per il ruolo economico e politico conferito allo Stato e ai corpi sociali intermedi (legati da un medesimo destino), tema altamente controverso e divisivo (in linea teorica e pratica) proprio a sinistra, sia infine per la valutazione delle politiche da tenere verso i migranti, anche queste in forte controtendenza rispetto al <em>mood<\/em> dominante in tutte le sinistre. Sia ovviamente, perch\u00e9 questi due libri costringono a fare entrare nella discussione politica pi\u00f9 allargata il tema scivoloso e difficilissimo, ma ineludibile, dell\u2019euro.<\/p>\n<p>La sinistra che oggi gestisce l\u2019Europa neoliberista, a cui presta sempre pi\u00f9 stanche narrazioni e sempre pi\u00f9 flebili esorcismi verso i \u00abpopulismi\u00bb (ovvero verso le vittime della macchina europea), la sinistra della terza via, della flessibilit\u00e0, dell\u2019austerit\u00e0, dell\u2019innovazione a senso unico, del monetarismo e dei <em>bonus<\/em> ai cittadini, della esaltazione della \u00absociet\u00e0 del rischio\u00bb, la sinistra che non vuole sentire parlare di sindacati, di partiti e di Stato, la sinistra che si \u00e8 suicidata in cambio della gestione subalterna del potere, \u00e8 fuori dal raggio della discussione che questi due libri possono accendere; ma anche la sinistra moralistica che ancora chiede \u00abpi\u00f9 Europa\u00bb e diritti umani illimitati, o anche quella antagonista e velleitaria che affida le proprie <em>chances<\/em> alla insurrezione generalizzata, si trovano qui di fronte una diversa ipotesi: una sinistra riformista in senso tradizionale, che sa riconoscere la conflittualit\u00e0 intrinseca della societ\u00e0, che prende parte per il lavoro, e che attraverso lo Stato lo vuole promuovere per salvare la societ\u00e0 dal disastro in cui il neoliberismo l\u2019ha condotta; e che lo vuol fare prima che la destra estrema facendo finta di salvare i poveri tolga a tutti la democrazia.<\/p>\n<p>Naturalmente, vi sono possibili punti di discussione: il principale dei quali \u00e8 l\u2019impianto \u00abnovecentesco\u00bb dell\u2019intera analisi. Il che di per s\u00e9 non \u00e8 indice di errore, ma certamente pone un interrogativo: quali sono gli spazi politici reali per recuperare un ruolo dello Stato in economia tanto incisivo da contrastare le scelte ormai quarantennali del neoliberismo? La radicalit\u00e0 e l\u2019incisivit\u00e0 della diagnosi non implicano forse, di per se stesse, una prognosi infausta, una sentenza di morte per l\u2019azione politica che le voglia prendere sul serio? Detto in altro modo: come \u00e8 possibile nella pratica riavvolgere il film della storia? Pur dandosi per scontato che il neoliberismo non \u00e8 una \u00abnecessit\u00e0\u00bb ma solo l\u2019esito di atti politici precisi, esso ha tuttavia generato gigantesche conseguenze: come le si pu\u00f2 superare e correggere? Come si pu\u00f2 \u00abfare il contrario\u00bb del neoliberismo? Si ribadisce che questa difficolt\u00e0 non implica che l\u2019analisi sia in s\u00e9 scorretta: non ci si possono attendere dal medico solo risposte rassicuranti o compiacenti. Ma la difficolt\u00e0 merita di esser sottolineata e affrontata: non tanto per cambiare la diagnosi, ma per escogitare, se possibile, una terapia adeguata. La sinistra deve essere realistica in tutti i sensi: sia nello svelamento degli errori, sia nel progettarne il rimedio.<\/p>\n<p>Inoltre, merita una riflessione il lato filosofico dei due libri. In primo luogo, la critica radicale (non estremista) alla storia del Pci, ovvero l\u2019accusa di a-criticit\u00e0 del suo impianto teorico, cio\u00e8 del gramscismo e del togliattismo, e la sottolineatura del difficile rapporto del Partito con il pensiero critico non filosofico (in questo caso, economico) e la sua chiusura al \u00abriformismo competitivo\u00bb, non sono di per s\u00e9 una novit\u00e0, ma hanno implicazioni pratiche e strategiche: significano che oggi la sinistra non pu\u00f2 pi\u00f9 rivendicare la propria continuit\u00e0 con un passato anche remoto, e raccontarsi che questo sarebbe stato tradito solo in tempi relativamente recenti; anzi, comportano che la sinistra si debba proporre ormai come \u00abaltra\u00bb rispetto a buona parte della sua storia, remota e prossima \u2013 anche se non come \u00abnuova\u00bb nel senso delle sinistre extraparlamentari degli anni Settanta \u2013: una sinistra finalmente davvero \u00abparte\u00bb, bench\u00e9 non gruppuscolare. Una sfida non da poco: potrebbe sembrare che la sinistra per uscire dal vicolo cieco in cui l\u2019ha condotta il proprio suicidio non possa esimersi dal liquidare il proprio passato, dall\u2019uccidere l\u2019immagine del proprio padre.<\/p>\n<p>In secondo luogo, va discussa la liquidazione degli sviluppi del pensiero negativo in Francia. La cui derivazione da Nietzsche e da Heidegger \u00e8 ovvia, il cui potenziale decostruttivo della narrazione marxiana \u00e8 assodata, ma che costituisce oggi uno dei pi\u00f9 influenti paradigmi della \u00abteoria critica\u00bb contemporanea. Anche in questo caso, non \u00e8 nuova l\u2019accusa alla teoria critica francese di esercitare la propria radicalit\u00e0 in direzioni che negano la possibilit\u00e0 di individuare un punto determinato di spiegazione della realt\u00e0 (il potere risolto nel gran mare del discorso e nelle pratiche di \u00abgoverno\u00bb, nel caso di Foucault; lo scavo nel \u00abrovescio\u00bb del linguaggio, per mostrarne l\u2019indeterminatezza intrinseca, nel caso di Derrida; la rinuncia alla soggettivit\u00e0 in nome del \u00abdesiderio\u00bb, nel caso di Deleuze), cos\u00ec da risultare assai poco critica, e da essere uno strumento di nascondimento, anzich\u00e9 di disvelamento, delle contraddizioni strategiche della realt\u00e0. Qui la posta in gioco si estende a una questione enorme: pu\u00f2 esistere una sinistra, che non sia solo un insieme di vezzi intellettuali o di sentimentalismi, armata di pensiero non dialettico (di decostruzionismo, di decisionismo, di movimentismo), incapace di ragionare in termini di \u00abnegazione determinata\u00bb? Naturalmente la risposta non \u00e8 pronta da qualche parte, e pu\u00f2 uscire solo da una riflessione a pi\u00f9 voci all\u2019interno del campo della sinistra stessa, su quale pensiero sia adeguato a cogliere le domande, e a facilitare le risposte pratiche, sulla possibilit\u00e0 materiale di un nuovo umanesimo nell\u2019epoca del trionfo della economia pi\u00f9 antiumana.<\/p>\n<p>Di motivi di discussione ce ne e sono abbastanza, si direbbe. Si tratta, piuttosto, di vedere se gli \u00abanimosi intelletti\u00bb che ancora si arrovellano nel pensare la politica, e magari provano anche a farla, abbiano la voglia di discutere seriamente le tesi avanzate dagli autori e, eventualmente, il coraggio di tentare un radicale ripensamento della prospettiva della sinistra; o se si preferisce, in realt\u00e0, il piccolo cabotaggio della politica quotidiana.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/ragionipolitiche.wordpress.com\/2017\/01\/06\/il-suicidio-delle-sinistre\/\">https:\/\/ragionipolitiche.wordpress.com\/2017\/01\/06\/il-suicidio-delle-sinistre\/<\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di RAGIONI POLITICHE (Carlo Galli) La demolizione dei templi del neoliberismo, sconsacrati e delegittimati ma ancora torreggianti sulle nostre societ\u00e0 e sulle nostre politiche, comincia dal pensiero critico, capace di risvegliare il mondo \u00abdal sogno che esso sogna su se stesso\u00bb. 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