{"id":27393,"date":"2017-01-13T11:45:05","date_gmt":"2017-01-13T10:45:05","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27393"},"modified":"2017-01-12T22:53:18","modified_gmt":"2017-01-12T21:53:18","slug":"italia-e-globalizzazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27393","title":{"rendered":"Italia e globalizzazione"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Alessio Sani)<\/strong><\/p>\n<p><em>Marchionne si ingrazia Trump, mentre l\u2019Istat certifica un incremento della disoccupazione. L\u2019Italia alle prese con la globalizzazione, nella speranza che Trump sia veramente un game changer.<\/em><\/p>\n<p>E cos\u00ec eccoci qua, <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/italia-2\/la-fiat-ai-tempi-di-marchionne\/\" target=\"_blank\">un anno dopo<\/a>, a commentare la <strong>nuova gita di Marchionne a Detroit<\/strong>. Il palcoscenico \u00e8 di nuovo il salone dell\u2019auto pi\u00f9 importante d\u2019America, che aprir\u00e0 i battenti il 14 gennaio. Nel weekend di preparazione Fca ha emesso una nota in cui annunciava un investimento da un miliardo di dollari negli Usa, per ampliare la capacit\u00e0 produttiva degli stabilimenti di Warren (Michigan) e Toledo (Ohio), prevedendo di creare contestualmente duemila nuovi posti di lavoro. Di per s\u00e9 niente di entusiasmante, non fosse che nel mentre Donald Trump ha vinto le elezioni americane con un <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/economia\/trumponomics\/\" target=\"_blank\"><strong>messaggio isolazionista e protezionista<\/strong><\/a>. Puntuale \u00e8 arrivato dunque il tweet del Presidente Eletto, per ringraziare Fca e parallelamente prendersi il merito della <strong>presunta \u201csvolta\u201d di Marchionne<\/strong>. Questi, dal canto suo, \u00e8 stato bravo ad ingraziarsi con piccolo sforzo e tanto tempismo il prossimo Presidente. In realt\u00e0, se si guarda ai dati, gi\u00e0 da tempo Marchionne, il cui obbiettivo \u00e8 probabilmente la fusione con Gm, il grande malato dei Big Three dell\u2019auto americana (gli altri due sono Ford e Chrysler, gi\u00e0 inghiottita), <a href=\"http:\/\/www.freep.com\/story\/money\/cars\/chrysler\/2015\/09\/17\/fiat-chrysler-invest-53-billion-us-plants\/32551215\/\" target=\"_blank\">aveva gi\u00e0 progettato grandi investimenti negli Usa<\/a>, ma ancor pi\u00f9 grandi in Messico.<\/p>\n<p><strong>Niente di nuovo, dunque.<\/strong> Marchionne risponde semplicemente (e giustamente, <em>rebus sic stantibus<\/em>) alla logica del profitto e cerca pertanto di organizzare la produzione di quel <em>player<\/em> ormai globale che \u00e8 Fca nel modo pi\u00f9 razionale possibile. Le piccole utilitarie in Usa non vanno, dunque le si fa in Messico. I camion, che sono pi\u00f9 profittevoli, magari possono restare in Michigan assieme ai Suv. Trump, se vorr\u00e0 essere davvero un <em>game changer<\/em>, quell\u2019<em>honest ideologue<\/em> la cui venuta \u00e8 stata paventata per anni da <a href=\"https:\/\/chomsky.info\/20161114\/\" target=\"_blank\">Noam Chomski<\/a>, non potr\u00e0 limitarsi al maquillage della notizia: <strong>i cambiamenti dovranno essere sostanziali.<\/strong><\/p>\n<p>Veniamo all\u2019Italia. Mirafiori, dopo anni di abuso della cassa integrazione, pare essere in ripresa. La produzione \u00e8 in <a href=\"http:\/\/www.newslavoro360.it\/fca-mirafiori-nuove-assunzioni-2018\/\" target=\"_blank\">notevole espansione da due anni e dal 2018 pare ricomincino le assunzioni<\/a>. I dati di lungo periodo per\u00f2, gi\u00e0 riportati nel <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/italia-2\/la-fiat-ai-tempi-di-marchionne\/\" target=\"_blank\">nostro precedente articolo di analisi su Fca<\/a>, rimangono a testimonianza della <strong>deindustrializzazione del Paese<\/strong>. In controtendenza con la timida ripresa dell\u2019attivit\u00e0 industriale della fu Fiat, invece, appaiono i <a href=\"http:\/\/www.istat.it\/it\/archivio\/195094\" target=\"_blank\">dati sull\u2019occupazione di fine 2016 rilasciati dall\u2019Istat<\/a>. Se da un lato il numero degli occupati \u00e8 vicino ai massimi del 2009, attestandosi a quota 22,7 milioni, il 57,3% della popolazione attiva (cio\u00e8 quella convenzionalmente compresa tra i 15 e i 64 anni di et\u00e0), dall\u2019altro <strong>il tasso di disoccupazione \u00e8 in aumento<\/strong> e raggiunge <strong>l\u201911,9%<\/strong>, nuovo record da giugno 2015 mentre in tutta Europa \u00e8 in calo. In totale i disoccupati italiani superano quindi i tre milioni. Si conferma drammatica e in peggioramento la situazione dei giovani, il cui tasso di disoccupazione tocca il 39,4%. Un po\u2019 meglio va alla fascia over 50, l\u2019unica ad aver visto un incremento sostanziale dell\u2019occupazione (+453mila posti).<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-80656 size-full\" src=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/Immagine-1.png\" alt=\"immagine\" width=\"940\" height=\"595\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\">Dati Istat Novembre 2016<\/p>\n<p>Da questo bailamme di dati si evincono due cose. La prima: gli zero virgola testimoniano il <strong>permanere della crisi.<\/strong> La seconda: il tasso di disoccupazione va assumendo la valenza che era propria del tasso d\u2019inflazione. Sta diventando, cio\u00e8, il principale <strong>indicatore del deficit di competitivit\u00e0 dell\u2019economia italiana<\/strong>, per questo i documenti della Bce parlano di \u201cdisoccupazione strutturale\u201d. <a href=\"https:\/\/www.ecb.europa.eu\/press\/key\/date\/2014\/html\/sp140822.it.html\" target=\"_blank\">Questo<\/a> uno studio molto interessante della Bce a riguardo. Vedremo di tornarci per chiarire questo punto.<\/p>\n<p>Viene quindi\u00a0spontaneo porsi una domanda: <strong>se l\u2019Italia ha fame di posti di lavoro, perch\u00e9 Fiat investe un miliardo di dollari in Usa invece che qua?<\/strong> La tentazione \u00e8 forte, la realt\u00e0 un pochino pi\u00f9 complessa. Vediamo di chiarire cos\u2019\u00e8 Fiat oggi. Al momento Exor, la holding finanziaria della famiglia Agnelli cui fa capo Fca, \u00e8 al 19esimo posto nella <a href=\"http:\/\/beta.fortune.com\/global500\/\" target=\"_blank\">Fortune Global 500<\/a>. Per chiarire, significa che \u00e8 uno dei venti principali conglomerati finanziario-industriali del pianeta ed ha interessi sparsi per tutto il globo. La parte di Fca ancora in Italia, come Mirafiori o Ferrari, \u00e8 diventata una componente sostanzialmente marginale di una holding che ha sede fiscale a Londra e sede legale ad Amsterdam. Storicizzando il concetto, gli Agnelli sono stati praticamente gli unici imprenditori italiani capaci di comprendere appieno <strong>cosa significasse la globalizzazione e pertanto hanno fatto il grande salto<\/strong>, slegandosi da un mercato nazionale in favore del nuovo ordine sovranazionale. \u00c8 quindi impensabile che Fiat torni ad investire massicciamente in Italia per svariati motivi, dal mercato troppo piccolo per un\u2019azienda globale, al costo del lavoro non competitivo, all\u2019inefficienza della pubblica amministrazione o alla carenza di infrastrutture. Soprattutto, Fiat (o qualunque altra azienda di quella stazza) non ha pi\u00f9 la <em>volont\u00e0, <\/em>sostanzialmente politica nel senso schmittiano del termine, <strong>di sentirsi italiana<\/strong>, n\u00e9 le converrebbe farlo se il campo da gioco rimane globale.<\/p>\n<p>A questo punto bisogna comprendere <strong>come funziona questo campo da gioco globale<\/strong>. Ce lo spiega, a grandi linee e probabilmente esagerando l\u2019intensit\u00e0 di certi fenomeni, ma non sbagliando invece sulla qualit\u00e0 di questi, cio\u00e8 sulla direzione presa dalla Storia, Thomas Friedman, columnist del NY Times e tre volte vincitore del Pulitzer, nonch\u00e9 teorico della globalizzazione. <a href=\"http:\/\/www.colorado.edu\/AmStudies\/lewis\/ecology\/north.htm#cout\" target=\"_blank\">Qui<\/a>, sul sito dell\u2019Universit\u00e0 del Colorado di Boulder, se ne trova un sunto. Giusto alcuni accenni fondamentali. <strong>Il mondo \u00e8 piano<\/strong>, ci dice, e lo \u00e8 diventato con la caduta del Muro di Berlino e la nascita dell\u2019Organizzazione Mondiale del Commercio. Questo significa che, con la<strong> liberalizzazione dei mercati finanziari<\/strong>, chi comanda \u00e8 l\u2019<em>electronic herd<\/em>, letteralmente la <em>mandria elettronica<\/em>, cio\u00e8 l\u2019enorme massa di capitali virtuali che, con un click, si muovono per l\u2019intero pianeta. <strong>A seconda di dove questi capitali decidano di fermarsi, l\u00ec c\u2019\u00e8 crescita<\/strong>, cio\u00e8 questi mettono in moto l\u2019economia reale, costruendo fabbriche, strade, ponti, aeroporti, etc. Chiaramente, questi capitali non si muovono a caso, ma vanno dove hanno il maggior margine di profitto possibile. Da qui il secondo concetto cardine del pensiero di Friedman, la <em>golden straitjacket<\/em>, la <strong>camicia di forza dorata<\/strong> che spiega come mai i vari governi che si sono succeduti in Occidente, di centro-dx come di centro-sx, hanno sostanzialmente perseguito le stesse politiche economiche. <strong>Erano infatti obbligati a farlo<\/strong>, pena perdere l\u2019interesse della mandria elettronica. Il problema italiano, secondo il pensiero mainstream, sta tutto qua: da un lato siamo obbligati a fare determinate politiche neoliberiste (le famose \u201criforme strutturali\u201d che ci chiedono da secoli), dall\u2019altro le facciamo troppo timidamente perch\u00e9 vanno in <strong>direzione contraria rispetto alla volont\u00e0 popolare<\/strong>, dunque chi le fa perde consenso politico. Ma \u00e8 davvero cos\u00ec? Solo in parte, perch\u00e9 le politiche neoliberiste in realt\u00e0 non stanno funzionando appieno neanche in America, altrimenti non si spiegherebbe Trump. In pi\u00f9, credo che non appartengano per nulla al dna italico.\u00a0Guardiamo ora alla cosa da un altro punto di vista, ma complementare, cio\u00e8 attraverso il famoso <strong>Trilemma di Rodrik<\/strong>, economista di Harvard.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-80642 size-full\" src=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/dwd.gif\" alt=\"Il Trilemma di Rodrik, che mette in relazione globalizzazione, Stati Nazione e Democrazia.\" width=\"640\" height=\"320\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\">Il Trilemma di Rodrik, che mette in relazione globalizzazione, Stati Nazione e Democrazia.<\/p>\n<p>Cosa significa? Che una <strong>globalizzazione ad alta penetrazione<\/strong>, come quella che sta avvenendo, obbliga lo Stato Nazione, scavalcato nella sua sovranit\u00e0 economica, ad indossare la camicia di forza dorata, cio\u00e8 a rinunciare alla democrazia attuando politiche neoliberiste impopolari. Fin qua ci era arrivato anche Freidman. Rodrik aggiunge gli altri lati del triangolo. Le alternative allo status quo per lui infatti esistono e sono due: o si torna all\u2019ordine di Bretton Woods, e allora \u00e8 possibile avere uno Stato Nazione democratico che preservi le specificit\u00e0 sociali delle diverse aree del pianeta (seppure col rischio di perdere i vantaggi della globalizzazione, che pure ci sono); oppure si deve arrivare ad <strong>una forma di governo globale<\/strong> in grado di amministrare democraticamente un\u2019economia globalizzata, a spese chiaramente delle specificit\u00e0 territoriali che verrebbero omogeneizzate dal processo di globalizzazione. Al momento ci troviamo sul lato peggiore del triangolo, dove la globalizzazione ad alta penetranza<strong> obbliga lo Stato Nazione ad attuare politiche impopolari<\/strong>, ma soprattutto, proprio per via dell\u2019impopolarit\u00e0 di queste riforme e per un\u2019accentuata riluttanza italiana ad accettarle rispetto ad altri Paesi, le attuiamo male e troppo poco, perdendo democrazia senza avere la crescita. Probabilmente, per\u00f2, \u00e8 meglio lasciar parlare lo stesso Rodrik, <a href=\"http:\/\/www.ilsole24ore.com\/art\/mondo\/2016-04-06\/il-trilemma-rodrik-puoi-avere-democrazia-globalizzazione-e-sovranita-nazionale-tutti-assieme-173314.shtml?uuid=ACVglP2C\" target=\"_blank\">intervistato dal Sole24ore<\/a>.<\/p>\n<p>\u00c8 interessante l\u2019opinione di Rosa Lastra, docente di International Financial and Monetary Law alla Queen Mary University of London, citata a fondo articolo. Per lei la soluzione \u00e8 la stessa proposta dalla Bce nel paper sulla disoccupazione strutturale citato prima: perseverare, cio\u00e8 <strong>aumentare la flessibilit\u00e0 e la specializzazione della forza lavoro<\/strong>. Se i cinesi ci spiazzano dalla produzione di magliette, impariamo a fare prodotti ad alto valore aggiunto, in sostanza, e tagliamo i salari negli altri settori per reggere alla competizione.<\/p>\n<p>Bene, guardiamo questo grafico:<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-80643 size-full\" src=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/2-1.jpg\" alt=\"Import Penetration in Italia (1994 = 100). Note: La figura rappresenta l\u2019evoluzione della penetrazione nelle importazioni in Italia della Cina e degli altri Paesi. I livelli del 1994 sono presi come riferimento uguale a 100. Fonte: Istat.\" width=\"512\" height=\"374\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\">Import Penetration in Italia (1994 = 100). Note: La figura rappresenta l\u2019evoluzione della penetrazione nelle importazioni in Italia della Cina e degli altri Paesi. I livelli del 1994 sono presi come riferimento uguale a 100. Fonte: Istat.<\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\">Questo \u00e8 stato <strong>l\u2019impatto dello sviluppo dell\u2019economia cinese in quella italiana<\/strong> in un mercato sostanzialmente deregolamentato, specie dal 2001 in poi con l\u2019ingresso della Cina nel WTO, come si nota dall\u2019impennata del grafico. Volendo approfondire, si pu\u00f2 vedere come i settori principali di export italiano, tolte le nicchie industriali di certi distretti iperspecializzati che effettivamente hanno retto bene, erano quelli <em>low tech<\/em>, cio\u00e8 quelli pi\u00f9 esposti all\u2019eventuale concorrenza di un paese emergente. Ce lo dicono <a href=\"http:\/\/fondazionemasi.it\/public\/masi\/files\/The_%E2%80%9CChina_effect%E2%80%9D_on_Italian_Exports.pdf\" target=\"_blank\">questo paper scientifico<\/a> e ce lo riassume il grafico qua sotto.<\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-80644 size-large\" src=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/3-1024x640.png\" alt=\"Settori dell\u2019export esposti alla competizione cinese. Si noti la maggior esposizione italiana rispetto agli altri Paesi europei. Fonte: elaborazione del Professor Lippi su dati CEPII.\" width=\"1024\" height=\"640\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\">Settori dell\u2019export esposti alla competizione cinese. Si noti la maggior esposizione italiana rispetto agli altri Paesi europei. Fonte: elaborazione del Professor Lippi su dati CEPII.<\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\">Dunque i cinesi ci hanno davvero spiazzato dal mercato. <strong>Quali alternative si pongono quindi?<\/strong> Di nuovo, si pu\u00f2 uscire dalla globalizzazione, per quanto possibile e per quanto conveniente, oppure affrontarla cercando di limitare i danni. Per affrontarla efficacemente, ci dicono da anni numerosi esperti, \u00e8 sufficiente spostarsi sui settori ad alto valore aggiunto. Il modello \u00e8 la <strong>Silicon valley,<\/strong> sostanzialmente. Ci sono per\u00f2 alcune problematiche di ordine pratico: la prima \u00e8 che la Silicon Valley c\u2019\u00e8 gi\u00e0 e soddisfa la domanda di tecnologia dell\u2019intero pianeta, la seconda \u00e8 che <strong>noi arriveremmo dopo, con pochi capitali e le competenze gi\u00e0 disperse all\u2019estero.<\/strong> Una rincorsa difficile, insomma. C\u2019\u00e8 infine un ultimo fattore chiave. Il modello California, che tanto piace a Friedman, alla Lastra e a Mario Draghi, non \u00e8 cos\u00ec perfetto come ci piace pensare.<\/p>\n<div id=\"video\"><\/div>\n<p>Intanto, la competizione sfrenata globale, tra aree che partivano da condizioni di sviluppo molto differenti, esercita una pressione enorme sui salari. <strong>Pressione al ribasso<\/strong>, chiaramente, e questo deprime la domanda, ecco perch\u00e9, a fronte di una capacit\u00e0 produttiva asiatica immensa, si parla comunque del rischio di una <em>stagnazione secolare<\/em>. Soprattutto, i settori tecnologici a produzione delocalizzata non favoriscono la creazione di una classe media, che infatti anche in California va scomparendo. Per farla breve, i dati macro, gli aggregati della Silicon Valley sono buoni: crescita costante, dell\u2019occupazione e del salario medio. Quella che \u00e8 pessima \u00e8 la <strong>distribuzione di quella ricchezza<\/strong>, che anzi si \u00e8 andata concentrandosi verso l\u2019alto. Semplificando, una parte piccola ma consistente della popolazione, impiegata nella ricerca e sviluppo dei colossi del digitale, guadagna cifre a cinque zeri e incassa spesso cospicui bonus azionari. I restanti quattro quinti della popolazione sono occupati <strong>nei servizi di cui questa \u00e9lite tecnica usufruisce<\/strong>, dalla cameriera personale al giardiniere dell\u2019azienda esternalizzato alla guardia giurata. Queste persone, la gran parte, non ha visto il proprio reddito crescere. Se ci aggiungiamo che lo stesso sviluppo tecnologico, dopo aver falcidiato i ranghi, nell\u2019ordine, di contadini e operai, adesso comincia a ridurre i numeri di posti in ufficio, \u00e8 chiaro che al problema della distribuzione orizzontale tra Nazioni si affianca il problema della <strong>distribuzione verticale intrasociale<\/strong>. Ce lo testimonia <a href=\"http:\/\/calbudgetcenter.org\/resources\/inequality-economic-security-silicon-valley\/\">questo studio<\/a> sulle disuguaglianze proprio nella Silicon Valley. Questo significa che le soluzioni proposte dalla Bce nello studio citato non sono in realt\u00e0 tali. Incrementare la flessibilit\u00e0 significa indebolire i salari per reggere alla pressione <em>low tech<\/em> cinese, cui siamo particolarmente sensibili, mentre aumentare la specializzazione pu\u00f2 salvare solo una parte della popolazione, non tutta, e ci porrebbe in competizione con California, Germania e Giappone, non proprio degli avversari <em>morbidi<\/em>.<\/p>\n<p><strong>Quali soluzioni si presentano quindi?<\/strong> Poche. Dovrebbe essere chiaro che all\u2019interno della globalizzazione l\u2019Italia ha poche speranze di ripresa reale. Stiamo subendo un doppio scacco matto, dall\u2019alto e dal basso, nel quale \u00e8 vero che certe eccellenze prosperano, ma sono insufficienti a garantire benessere per 60milioni di persone. In pi\u00f9, c\u2019\u00e8 la convinzione personale di chi scrive, almeno in parte suffragata dai dati, che il <strong>modello di sviluppo migliore<\/strong> per lo spirito e le caratteristiche italiane sia quello che <strong>abbiamo sperimentato dagli anni \u201930 agli anni \u201980<\/strong>,<strong> l\u2019economia mista<\/strong>. Questa necessita per\u00f2 di uno Stato dotato di tutte le leve di sovranit\u00e0 economia, dunque sovranit\u00e0 monetaria, di cambio, fiscale e commerciale. In pi\u00f9, bisogna sperare in un cambio del paradigma globale, che si va facendo sempre pi\u00f9 impellente. Come <a href=\"http:\/\/www.linkiesta.it\/it\/article\/2017\/01\/02\/forchielli-la-nuova-guerra-fredda-e-quella-tra-russia-e-cina\/32846\/\">ha scritto recentemente Forchielli<\/a>, a difendere la globalizzazione ormai \u00e8 rimasta solo la Cina. Serve una nuova Bretton Woods, ma per farla \u00e8 necessaria la buona volont\u00e0 di tutti i principali attori globali, Stati Uniti in primis. L\u2019elezione di Trump fa ben sperare, ma \u00e8 meglio non farsi illusioni.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/italia-2\/italia-e-globalizzazione-tra-fca-e-tweet-presidenziali\/\">http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/italia-2\/italia-e-globalizzazione-tra-fca-e-tweet-presidenziali\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Alessio Sani) Marchionne si ingrazia Trump, mentre l\u2019Istat certifica un incremento della disoccupazione. 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