{"id":27500,"date":"2017-01-16T13:26:59","date_gmt":"2017-01-16T12:26:59","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27500"},"modified":"2017-01-16T13:26:59","modified_gmt":"2017-01-16T12:26:59","slug":"contro-lalternanza-scuola-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27500","title":{"rendered":"Contro l\u2019alternanza scuola-lavoro"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA IN RETE (Piero Bevilaqua)<\/strong><\/p>\n<p>Che cosa sta accadendo nella scuola italiana? Nel quasi totale silenzio-assenso dell\u2019intellettualit\u00e0 nazionale e della grande stampa &#8211; salvo qualche eccezione, ma non certo critica, come quella del Sole 24 ore, e di qualche entusiasta apologeta &#8211; i nostri istituti superiori vengono progressivamente spinti a trasformarsi in scuole per l\u2019avviamento al lavoro. L\u2019applicazione della cosiddetta \u201calternanza scuola lavoro\u201d, prevista nelle sue linee generali dal decreto legislativo del 15 aprile 2005, sta trovando, con la legge sulla Buona scuola del defunto governo Renzi, esiti sempre pi\u00f9 chiari. Intanto quest\u2019ultima stabilisce l\u2019obbligo di dedicare ben 400 ore ad attivit\u00e0 lavorative nel corso del triennio delle scuole professionali e tecniche, e 200 nel triennio dei licei. Ore che verranno sottratte allo studio per fare esperienze pratiche all\u2019interno di fabbriche, imprese agricole, musei, ospedali, archivi, ecc.<\/p>\n<p>L\u2019integrazione delle strutture formative nella sfera delle imprese appare ben chiara dall\u2019art. 41: \u00abA decorrere dall\u2019anno scolastico 2015\/2016 \u00e8 istituito presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura il registro nazionale per l\u2019alternanza scuola-lavoro\u00bb. La scuola italiana diventa un ambito che marcia sempre pi\u00f9 in stretta cooperazione con il mondo della produzione, dei servizi e del commercio.<\/p>\n<p>Il silenzio su questo processo di gravissima subordinazione dei processi formativi alle esigenze di breve periodo delle imprese, dipendente da una abborracciata lettura delle tendenze del capitalismo contemporaneo, si pu\u00f2 anche comprendere. Da noi \u00e8 universale la leggenda secondo cui la scuola italiana \u201d\u00e8 lontana dalla societ\u00e0\u201d \u201c i nostri ragazzi escono da scuola senza nessuna esperienza della realt\u00e0\u201d, ecc.<\/p>\n<p>Dove naturalmente \u201crealt\u00e0\u201d e \u201csociet\u00e0\u201d coincidono perfettamente col mondo delle imprese e col mercato del lavoro.<\/p>\n<p>La complessit\u00e0 del mondo reale si riduce alle esigenze presenti del capitale. Sicch\u00e9 a stabilire un nesso tra la scarsa preparazione al lavoro degli studenti e la disoccupazione giovanile a livelli record diventa fin troppo facile. Facile per menti semplici. Facile per un ceto politico che da tempo ha smesso di analizzare le strutture profonde del capitale e tenta solo di rispondere agli umori dell\u2019opinione pubblica e di seguire il corso degli interessi dominanti. Infatti, l\u2019articolo 33 della L. sulla Buona scuola, dichiara solennemente che l\u2019alternanza scuola-lavoro viene attuata \u00abAl fine di incrementare le opportunit\u00e0 di lavoro e le capacit\u00e0 di orientamento degli studenti\u00bb. La scuola, tutti gli istituti superiori, devono e acquistare competenze per il lavoro. Sar\u00e0 questa esperienza sul campo dei nostri ragazzi a favorire lo sviluppo dell\u2019occupazione. Come si pu\u00f2 capire \u00e8 un modo di trasferire un gigantesco problema su un terreno di facile manipolazione ideologica<\/p>\n<p>Ora vediamo partitamente gli errori gravi e ostinati cui conduce questa linea. Senza qui soffermarci sui possibili effetti di lungo periodo. Quelli, intendo della progressiva distruzione della nostra tradizione culturale e di una intera civilt\u00e0.<\/p>\n<p>La disoccupazione italiana non dipende certo dalla scarsa preparazione dei nostri giovani, capaci, al contrario, di industriarsi anche nei pi\u00f9 disparati lavori, e pur possedendo spesso lauree e master vari. Da noi \u00e8 pi\u00f9 grave che altrove, per ragioni legate a vari fenomeni dello sviluppo italiano, alquanto noti, ma non certo per incapacit\u00e0 tecnica e culturale delle nuove generazioni. Il fenomeno, del resto, investe in diversa misura tutte le societ\u00e0 industriali e non riguarda solo i giovani.<\/p>\n<p>La disoccupazione \u00e8 figlia di alcuni caratteri strutturali del capitalismo del nostro tempo per mutare i quali occorrerebbe uno sforzo politico sovranazionale di vasta portata. Essa dipende da alcune scelte ideologiche di politica economica, (la riduzione della capacit\u00e0 di investimento da parte dello stato, la restrizione del welfare, la politica fiscale non progressiva, ecc) e soprattutto dal carattere predominante assunto dal capitale finanziario (il Finanzcapitalismo analizzato da Gallino). Ma un pi\u00f9 profondo ambito strutturale oggi opera nel capitale con caratteri di labor killing. L\u2019innovazione tecnologica va distruggendo posti di lavoro. Sul punto la letteratura \u00e8 ormai vasta, preoccupa la Banca mondiale e perfino l\u2019ONU ha lanciato un grido d\u2019allarme. (E.Marro, Allarme ONU: i robot sostituiranno il 66% del lavoro umano, Il Sole 24 0re, 18.11.2016) Ed \u00e8 ormai diventato un vano ritornello richiamare la \u201cteoria\u201d della caduta a cascata.<\/p>\n<p>Le nuove tecnologie distruggono vecchi posti di lavoro ma i nuovi che creano sono proporzionalmente sempre di meno. Non si tratta solo di previsioni e non solo dei settori manifatturieri. Nel novembre del 2016, ad es. il capo del personale della Wolkswagen ha annunciato che nei prossimi 15 anni 32 mila persone andranno in pensione e non verranno sostituite. Ci penseranno i robot. Ma si tratta anche di storia gi\u00e0 consumata e che riguarda non solo semplici lavori automatizzabili, ma nuovi settori e funzioni: dalla burocrazia alle professioni legali, dal commercio ai servizi finanziari, dalla formazione alla medicina.<\/p>\n<p>Una ricerca del 2013 di due economisti del MIT, E. Brynjolfsson e A. Mac Afee ( di cui \u00e8 uscito per Feltrinelli, La nuova rivoluzione delle macchine, 2015) ha mostrato come a partire dal 2000 le linee della crescita della produttivit\u00e0 e quella dell\u2019occupazione si sono divaricate. Dopo un decennio, questo fenomeno appariva come \u00abil grande paradosso della nostra epoca\u00bb. \u00c9 avvenuto il \u00abGreat decupling\u00bb, termine complesso che si riferisce alla crescita esponenziale della produttivit\u00e0 e che potremmo tradurre con il \u201cgrande disaccoppiamento\u201d: \u00abLa produttivit\u00e0 \u00e8 a livelli record, l\u2019innovazione non \u00e8 mai stata pi\u00f9 veloce, e tuttavia, allo stesso tempo, noi abbiamo la caduta del reddito mediano e abbiamo meno posti di lavoro\u00bb (D.Rotman, How Technology is destroying Jobs, \u00abMIT Technology Review\u00bb, giugno 2013).<\/p>\n<p>Dunque piegare la formazione delle nuove generazioni ai bisogni del lavoro che muta di giorno in giorno \u00e8 pura insensatezza. Una verit\u00e0 nota agli esperti gi\u00e0 dagli anni \u201960, (F. Pollock, Automazione, Einaudi 1970) ma prontamente dimenticata dagli attuali novatori. Quel che occorre \u00e8, con ogni evidenza, una formazione culturale non piegata ad alcun specialismo, aperta e complessa, una \u201ceducazione della mente\u201d che sappia affrontare con strumenti critici uno mondo sempre pi\u00f9 velocemente mutevole. Che non \u00e8 solo il mondo delle imprese e del lavoro. Senza dimenticare che i ragazzi vivono anche di sentimenti e passioni, sono immersi in una sfera spirituale che ha bisogno di orientarsi e arricchirsi. Il pensiero unico va cerca di infilarsi anche nella scuola, ma va soppresso sul nascere.<\/p>\n<p>E\u2019 vero che i difensori pi\u00f9 intelligenti dell\u2019alternanza scuola lavoro la mettono sul piano pi\u00f9 generale della formazione di attitudine all\u2019impresa. Ha scritto di recente Alessandro Rosina, riprendendo alcune indagini recenti come quella OCSE-PIAAC, che scopo di questo nuovo indirizzo della scuola deve essere quella di fornire ai ragazzi \u00abl\u2019intraprendenza, la capacit\u00e0 di lavorare in gruppo, l\u2019abilit\u00e0 di problem solving, l\u2019autoefficacia, il saper prendere decisioni\u00bb (La Repubblica, 3 dicembre 2016).<\/p>\n<p>Dunque tutti imprenditori? Alla fine tutte le istituzioni della formazione si devono piegare ad uno scopo unico: creare degli individui efficienti sul piano delle attivit\u00e0 produttive e di gestione d\u2019impresa. Le nuove competenze infatti, scrive sempre Rosina, \u00abdevono diventare parte di un solido processo di riposizionamento delle nuove generazioni al centro dello sviluppo del Paese\u00bb. Credo, contro la stessa intenzione di Rosina, che tale posizione esprima il pensiero unico all\u2019opera sotto forma di progettualit\u00e0 innovativa, di proiezione verso il \u201cfuturo\u201d, di nuovo slancio allo sviluppo dell\u2019Italia. Incarni, insomma, l\u2019 utopia di creare un \u201cuomo nuovo\u201d seriale, omogeneo, flessibile, interamente modellato dal suo finale compito economico. Ma davvero di questo tipo di figura abbiamo oggi bisogno per l\u2019oggi e per il futuro? Compito della scuola \u00e8 quello di rendere ancora pi\u00f9 efficiente e innovativo il mondo delle imprese?<\/p>\n<p>E\u2019 paradossale osservare come la nozione di innovazione sia oggi interamente assorbita nell\u2019ambito della tecnica e nella sfera dell\u2019economia. Vale a dire l\u2019ambito in cui l\u2019innovazione \u00e8 gi\u00e0 incessante e senza requie, anche con esiti di grande portata per il miglioramento delle nostre condizioni di vita. Ma pressocch\u00e9 nessuno osserva la drammatica divaricazione che lacera la nostra epoca: mentre l\u2019innovazione avanza vorticosa nel mondo della produzione e dei servizi essa non muove nessun passo nell\u2019ambito dell\u2019organizzazione sociale. Le nostre societ\u00e0 poggiano su economie del XXI secolo, ma l\u2019esistenza delle persone si muove entro quadri organizzativi della vita quotidiana che appartengono al XX secolo e tendono a indietreggiare verso il XIX.<\/p>\n<p>Mentre le ristrutturazioni organizzative, la digitalizzazione, i robot, (e gi\u00e0 ora l\u2019intelligenza artificiale, le stampanti 3D) sostituiscono masse crescenti di lavoratori da attivit\u00e0 produttive e servizi, la giornata lavorativa resta quella del secolo passato, comincia al mattino e finisce la sera, la distribuzione del reddito \u00e8 sempre pi\u00f9 disuguale, la disoccupazione endemica, i servizi sempre pi\u00f9 costosi e inaccessibili. Mentre c\u2019 \u00e8 sempre meno bisogno di lavoro, anzich\u00e9 progettare una societ\u00e0 pi\u00f9 libera, che si dia nuovi fini, che corrisponda a questo obiettivo processo di liberazione da bisogni e fatiche, si tenta di piegare l\u2019intero processo della formazione delle nuove generazioni agli imperativi di una pi\u00f9 efficiente produzione. Ma dov\u2019\u00e8 finita la capacit\u00e0 di pensare del ceto politico e dei suoi dintorni?<\/p>\n<p>Naturalmente questa critica non \u00e8 una difesa dello status quo della nostra scuola. Che anche gli studenti del liceo classico abbiano contatto con l\u2019ambiente delle imprese pu\u00f2 essere utile alla loro formazione. Ma il rapporto con tale ambito non deve essere finalizzato all\u2019avviamento al lavoro, quanto a un arricchimento della loro formazione. E\u2019 assai formativo che i giovani, specie se provenienti da famiglie borghesi, osservino da vicino chi sono le donne e gli uomini che tutti i giorni, con la loro fatica, attenzione, intelligenza, abilit\u00e0 assicurano la produzione della ricchezza del nostro Paese.<\/p>\n<p>E\u2019 utile che osservino la potenza tecnologica cui \u00e8 pervenuta l\u2019attuale industria manifatturiera, frutto dell\u2019umano ingegno, ma che vedano anche quanto fatica costa agli operai servirla, dalla mattina alla sera, con costante e usurante attenzione. Che i giovani destinati a diventare giuslavoristi, economisti o giornalisti economici trascorrano per qualche tempo delle ore in fabbrica potrebbe essere molto importante per il loro futuro professionale e per tutti noi: eviterebbero di occuparsi di lavoro e di mercato del lavoro con meno cinismo e irresponsabilit\u00e0 di quanto oggi non accada. Dovremmo ricordaci che per tutta l\u2019et\u00e0 contemporanea, nei due secoli e passa di storia delle societ\u00e0 industriali, mai le innumerevoli \u00e9lites che sono diventate classi dirigenti dei rispettivi paesi hanno attraversato nel loro percorso formativo una esperienza conoscitiva della fabbrica. Due mondi necessariamente separati per rendere possibile l\u2019architettura classista della societ\u00e0.<\/p>\n<p>Non meno utile alla formazione dei ragazzi pu\u00f2 essere la frequentazione delle aziende agricole. Ma anche qui non per trasformare lo studente in un apprendista lavoratore. E\u2019 significativo del basso orizzonte dell\u2019attuale ceto politico che si occupa di istruzione quanto ebbe ad affermare il sottosegretario all\u2019istruzione del passato governo, Gabriele Toccafondi: \u00abI ragazzi imparano a fare ma anche a vendere: lo studente che esce da un agrario deve saper fare un formaggio, ma anche saperlo vendere\u00bb (Corriere della Sera, 20.11.2014).<\/p>\n<p>Personalmente annetto un valore formativo al \u201csaper fare\u201d, perch\u00e9 nell\u2019uso delle mani si possono talora trasmettere antichi saperi e abilit\u00e0. Ma purch\u00e9 questo si inserisca in una formazione culturalmente pi\u00f9 alta e complessa e che non rimanga nel ristretto orizzonte di un vecchio mestiere. In un azienda agricola si possono apprendere cose ben pi\u00f9 importanti per una moderna formazione culturale che non imparare a vendere il formaggio. Con l\u2019aiuto di un bravo agroecologo i ragazzi possono sperimentare un approccio rivoluzionario alle scienze naturali, oggi cos\u00ec neglette e sciattamente insegnate. E\u2019 sufficiente partire da un pugno di terra, una manciata di suolo agricolo, per spiegare l\u2019evoluzione geologica del suolo terrestre, per passare poi alla sua composizione chimica, alla biologia dei microrganismi che contiene, ai meccanismi che presiedono al nutrimento delle piante, alla loro fisiologia, patologie, rapporto con gli insetti, comportamento e dipendenza dai fenomeni climatici.<\/p>\n<p>Insomma dentro un\u2019azienda agricola i ragazzi possono apprendere i fenomeni vitali che si svolgono all\u2019interno di un habitat che \u00e8 un frammento della nostra biosfera. Per questa via le varie discipline, in cui \u00e8 stato frammentato il sapere scientifico contemporaneo, rivelano il loro carattere parziale e convenzionale e si ricompongono in una visione unitaria del mondo in cui viviamo. E\u2019 di questo sapere che oggi abbiamo bisogno: necessit\u00e0 di una visione pi\u00f9 complessa del mondo reale, per avviare un rapporto di cura con la natura, dopo secoli di dissennato saccheggio. E naturalmente, questo tipo di insegnamento deve avvenire rompendo lo schema ottocentesco della classe, dominata dalla figura dell\u2019insegnante demiurgo e dei discenti da indottrinare, disciplinare e punire (si veda l\u2019utile G.Stella, Tutta un\u2019altra scuola, Giunti 2016). E\u2019 qui l\u2019altra rivoluzione da compiere, insieme alla valorizzazione, economica e formativa di chi tiene in piedi la scuola: gli insegnanti.<\/p>\n<p><strong>Fonte:<a href=\"http:\/\/www.sinistrainrete.info\/societa\/8892-piero-bevilacqua-contro-l-alternanza-scuola-lavoro.html\">http:\/\/www.sinistrainrete.info\/societa\/8892-piero-bevilacqua-contro-l-alternanza-scuola-lavoro.html<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Piero Bevilaqua) Che cosa sta accadendo nella scuola italiana? Nel quasi totale silenzio-assenso dell\u2019intellettualit\u00e0 nazionale e della grande stampa &#8211; salvo qualche eccezione, ma non certo critica, come quella del Sole 24 ore, e di qualche entusiasta apologeta &#8211; i nostri istituti superiori vengono progressivamente spinti a trasformarsi in scuole per l\u2019avviamento al lavoro. 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