{"id":27565,"date":"2017-01-18T12:15:59","date_gmt":"2017-01-18T11:15:59","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27565"},"modified":"2017-01-17T22:40:25","modified_gmt":"2017-01-17T21:40:25","slug":"nasci-socialista-muori-liberale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27565","title":{"rendered":"Nasci socialista, muori liberale"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Gianmaria Vianova)<\/strong><\/p>\n<p><em>Entro la fine di gennaio conosceremo il nome del candidato \u201csocialista\u201d all\u2019Eliseo. Le primarie francesi permettono di apprezzare le due anime della sinistra, quella liberale e quella appunto socialista, ma soprattutto come la prima abbia preso il sopravvento sulla seconda nell&#8217;ultimo atto del XX secolo.<\/em><\/p>\n<p>Il 22 e il 29 gennaio <strong>il centrosinistra francese elegger\u00e0 il proprio candidato per le presidenziali<\/strong>. \u00a0Tra i sette candidati senza dubbio sono degni di nota l\u2019ex Primo Ministro <strong>Manuel Valls<\/strong> e <strong>Arnaud Montebourg<\/strong>. Il primo, dicono i sondaggi, sarebbe il favorito. Lui, Valls, il favorito, \u00e8 uno degli ultimi esemplari della sinistra radical-chic e liberale che tanto ha imperversato negli anni \u201890 e 2000, ora sul viale del tramonto. L\u2019altro, Montebourg, \u00e8 l\u2019outsider che non ti aspetti o di cui probabilmente ti eri dimenticato\/a. Si tratta dell\u2019ex Ministro dell\u2019Economia, divenuto appunto \u201cex\u201d nell\u2019estate del 2014, perch\u00e9\u00a0aveva espresso posizioni troppo keynesiane, socialiste e di rottura nei confronti dell\u2019asse franco-tedesco. Fu, in sostanza, cacciato da un Hollande che a colpi di rimpasto aveva giustiziato tutti i dissidenti al di qua del suo fossato. Ora: con ogni probabilit\u00e0 <strong>le primarie della <em>gauche<\/em> saranno una mera formalit\u00e0<\/strong>tutta interna alla gauche stessa, in quanto secondo tutti i sondaggi e con largo margine <strong>il prossimo Presidente della Repubblica francese arriver\u00e0 da destra<\/strong>.<\/p>\n<p>Il centrosinistra francese \u00e8 affondato sotto ai colpi di politiche economiche fallimentari che non sono state in grado di apportare una reale ripresa. La preferenza della popolazione verter\u00e0 sul <strong>liberista Fillon<\/strong>(centrodestra) e sulla <strong>nazionalista Le Pen<\/strong>, quest\u2019ultima probabilmente messa all\u2019angolo e isolata al secondo turno. Lo scontro Valls-Montebourg \u00e8 sintomatico della frattura insita nella sinistra francese ma <strong>in sostanza condivisa da tutto l\u2019occidente<\/strong>. A partire dagli anni \u201880 l\u2019ala socialista e quella liberale (nonostante appartengano entrambe al \u201cpartito socialista\u201d) imboccano strade diverse e, inevitabilmente, si perdono di vista. Il fatto che tale tendenza sia stata pressoch\u00e9 universale permette di comprendere come l\u2019origine della scissione non sia di natura nazionale, bens\u00ec extra-politica, sovra-nazionale e prettamente ideologica. \u00c8 nell\u2019atto della precomprensione che la realt\u00e0 \u00e8 stata alterata e nella rinnovata <em>forma mentis<\/em> che si cela la perdita della fame di diritti sociali, uguaglianza e benessere diffuso. A monte del venir meno di forti partiti politici dell\u2019area socialista c\u2019\u00e8, lapalissianamente, la teoria economica. <strong>La struttura, diceva Marx, sulla quale la sovrastruttura si determina<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Il declino della sinistra<\/strong> pianta le sue radici negli anni \u201870 del secolo scorso. \u00c8 il decennio in cui si afferma la scuola monetarista di <strong>Milton Friedman<\/strong>, decisa a spazzare via <strong>Keynes<\/strong> da libri di testo e agende politiche di tutto il mondo. Non si tratta solo di due dottrine accademiche opposte bens\u00ec di <strong>opposte visioni del mondo<\/strong>. Friedman fu, di fatto, il pi\u00f9 influente ambasciatore del neoliberismo nell\u2019occidente. Non bisogna dimenticare il contesto in cui il suo pensiero esplose: nel 1971 Nixon interruppe la conversione Dollaro-Oro, mettendo fine agli accordi di Bretton Woods. Sono gli anni della fine della guerra in Vietnam e dell\u2019insostenibilit\u00e0 del cambio fisso. Le monete cominciano a fluttuare liberamente e le banche centrali acquistano maggiori competenze in termini di politica monetaria. \u00c8 in quel contesto che nelle economie occidentali si palesa una forte inflazione, sovente in doppia cifra, che caratterizzer\u00e0 l\u2019intero decennio. <strong>In questo caos si afferma la teoria neoliberista: la colpa \u00e8 dello Stato che, intervenendo, compromette l\u2019equilibrio di mercato<\/strong>. Lo Stato deve farsi da parte, dicono loro. Le cose, in realt\u00e0, non stavano propriamente cos\u00ec. I monetaristi non hanno mai mancato di ignorare la congiuntura esterna in cui il rialzo dei prezzi si manifest\u00f2. Nel 1973 e nel 1979 l\u2019occidente subisce due devastanti crisi petrolifere: la prima con la guerra del Kippur, la seconda con la rivoluzione iraniana. Tali eventi portarono, come prevedibile, ad un consistente aumento del prezzo del petrolio: esso triplic\u00f2 nel \u201873 e quadruplic\u00f2 nel \u201879. L\u2019occidente importatore ha quindi scaricato sui prezzi interni gli shock petroliferi.<\/p>\n<div id=\"attachment_81034\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-81034 size-full\" src=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/FOTO-31.jpg\" alt=\"FOTO 3(1)\" width=\"626\" height=\"485\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\">In un articolo per Il Fatto Quotidiano, Alberto Bagnai evidenza la correlazione tra aumento del prezzo del petrolio e il tasso di inflazione in Italia. L\u2019alta inflazione in Italia costituir\u00e0 il pretesto per il divorzio tra Tesoro e Banca d\u2019Italia.<\/p>\n<\/div>\n<p>Il danno ormai era fatto. Le responsabilit\u00e0 furono scaricate interamente sull\u2019apparato statale, sul governo, che doveva limitarsi, da quel momento in poi, a garantire le libert\u00e0 economiche. <strong>Le rigidit\u00e0 andavano rimosse in favore delle flessibilit\u00e0<\/strong>. Il ruolo di regolatore doveva essere assegnato al mercato, non all\u2019inefficiente settore pubblico. Saranno state le forti discontinuit\u00e0 con l\u2019interventismo economico di Keynes, il fascino della perennemente travisata \u201cmano invisibile\u201d di Smith oppure il bisogno di una nuova chiave di lettura anti-inflazionistica: sta di fatto che la dottrina di Friedman attecch\u00ec. Apripista fu <strong>il Cile di Pinochet<\/strong>, che accolse a braccia aperte l\u2019economista e la sua dottrina. Cinquecento imprese di Stato privatizzate, abolizione delle tariffe sulle importazioni, spesa governativa ridotta in maniera consistente e mercato liberalizzato. A fronte di un immediato boom economico, dovuto principalmente all\u2019afflusso di capitali esteri, <strong>le classi sociali deboli soffrirono<\/strong>. In quegli anni si registra un costo della vita quadruplicato, aumento delle disuguaglianze e una disoccupazione oltre il 30%. La fetta di popolazione sotto la soglia di povert\u00e0 pass\u00f2 dal 20% al 44% nell\u2019arco del decennio. Eppure il boom fu sulla bocca di tutti, <strong>non la disuguaglianza generata.<\/strong><\/p>\n<p>Il mito della <em>supply-side economy<\/em>, ossessionato dal culto dell\u2019offerta e dall\u2019oblio della domanda interna, era ormai stato creato. I consumi smisero di essere sostenuti: \u00abl\u2019offerta generer\u00e0 sempre la disponibilit\u00e0 sufficiente a soddisfarla\u00bb. Due i personaggi che, su tutti, furono colpiti dal fascino della scuola di Chicago: <strong>Ronald Reagan<\/strong> e <strong>Margaret Thatcher<\/strong>. Repubblicano il primo, conservatrice la seconda, rappresentano senza dubbio le anime politiche pi\u00f9 celebri ed emblematiche degli anni \u201880. Governarono il loro Paese rispettivamente per otto e undici anni, attuando quella <em>deregulation<\/em> tanto ambita dai monetaristi e dal grande capitale. Furono eletti, entrambi, con un programma elettorale anti-Stato: i cittadini sono esasperati dall\u2019alta inflazione, dovuta a fattori esogeni, e danno loro retta. <strong>La colpa \u00e8 tutta dello Stato<\/strong>. Con il \u201cmiracolo\u201d cileno a fare da esempio e il detonatore dell\u2019inefficienza del settore pubblico stravincono. Sinistra non pervenuta. <strong>\u00c8 in quell\u2019esatto momento che la sinistra, appunto, d\u00e0 il via alla propria metamorfosi: ci\u00f2 che piace all\u2019elettorato \u00e8 il neoliberismo, la formula economica che funziona \u00e8 il neoliberismo<\/strong>. Il neoliberismo deve essere alla base di ogni proposta, pensiero e riflessione.<\/p>\n<blockquote><p>\u00abLa societ\u00e0 non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. E il governo non pu\u00f2 fare niente se non attraverso le persone, e le persone devono guardare per prime a s\u00e9 stesse. \u00c8 nostro dovere badare prima a noi stessi e poi badare anche ai nostri vicini\u00bb<\/p>\n<p>(M. Thatcher \u2013 23 settembre 1987)<\/p><\/blockquote>\n<p>Il risparmio privato cede il passo al debito privato: l\u2019ambizione muove il consumatore degli anni \u201880. E\u2019 l\u2019individualismo pi\u00f9 esasperato quello che imperversa al termine del decennio. <strong>Affermare la non esistenza della societ\u00e0 implica il disprezzo per qualsiasi intervento della sfera pubblica nell\u2019economia<\/strong>. Le disuguaglianze diventano la normalit\u00e0 in una cultura che si prostra alla fittizia meritocrazia. Durante il decennio, il tasso di crescita del reddito degli inglesi \u00e8 il pi\u00f9 basso dal dopoguerra mentre quello del 10% pi\u00f9 ricco \u00e8 il pi\u00f9 alto. Il 10% pi\u00f9 povero vede contrarsi il proprio reddito. Mentre due terzi delle industrie pubbliche vengono vendute ai privati per mano della Thatcher, negli Stati Uniti il tasso di crescita del PIL nel decennio risulter\u00e0 inferiore a quello registrato durante le crisi petrolifere (alta inflazione). Reagan taglier\u00e0, al netto della propaganda mediatica, solamente dell\u20191% la spesa pubblica USA perdendo per\u00f2 consistente parte del <em>welfare system<\/em> e guadagnando un esponenziale aumento del debito pubblico. <strong>\u00c8 il mercato bellezza, e l\u2019inebriante sensazione di finta prosperit\u00e0 mise a tacere i dubbi della classe operaia<\/strong>.<\/p>\n<p>Ma anche questo non importa. Il neoliberismo \u00e8 stato venduto alla grande, diventando imprescindibile. Persino la sinistra non ne ha potuto fare a meno. <strong>Il socialismo reale \u00e8 sostanzialmente scomparso<\/strong>. Basta guardarsi attorno. In Italia c\u2019\u00e8 il Partito Democratico, <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/economia\/il-jobs-act-e-morto-viva-il-jobs-act\/\" target=\"_blank\">firmatario del Fiscal Compact e del Jobs Act<\/a>. In Francia il \u201csocialista\u201d Valls, che approva con colpi di mano la Loi Travail. In Spagna Rajoy e i <em>gatekeeper<\/em> di Podemos. In Grecia troviamo Tsipras, anch\u2019egli autore di tagli alla spesa e aumenti di tasse. Razionalizzando: <strong>la sinistra \u00e8 diventata garante dell\u2019ordine neoliberale<\/strong>, in favore del capitale e di teorie economiche che non hanno mai, sostanzialmente, funzionato. La sinistra liberale si \u00e8 tramutata in una brutta copia di quella destra conservatrice che fece furore negli anni \u201880:<\/p>\n<blockquote><p><strong>La fame di potere, come la fame di ricchezza, rende ciechi<\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>Unitamente al fenomeno neoliberista si \u00e8 assistito alla <strong>regressione dei sindacati<\/strong>. Deboli, con sempre meno iscritti, si limitano alle medesime azioni del passato (cortei, scioperi, ecc\u2026) senza per\u00f2 la pretesa di portare a casa un risultato. <strong>Essi hanno assistito impotenti all\u2019introduzione di flessibilit\u00e0 sul mercato del lavoro in tutte le economie avanzate<\/strong>. D\u2019altronde la disaffezione all\u2019associazionismo si pu\u00f2 anche riscontrare con il crollo degli iscritti ai partiti. In Francia, ad esempio, tra il 1978 e il 1999 la riduzione \u00e8 del 64,5%: un milione di persone. A soffrirne maggiormente sono, guarda caso, i partiti della sinistra socialista e comunista che dell\u2019unione dei salariati hanno sempre fatto il proprio cavallo di battaglia. Annichilita l\u2019ideologia, il mercato si appropria anche della gestione partitica. Come sottolinea Loretta Napoleoni in \u201cMaonomics\u201d:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abA questo punto entrano in scena i finanziatori privati, gli sponsor, ricchi individui che sostengono la causa politica di un gruppo piuttosto che di un altro. E che [\u2026] promuovono nel partito di loro scelta la visione del mercato che trovano pi\u00f9 conveniente\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>Napoleoni porta come esempio il New Labour inglese che, negli anni \u201870, riceveva il 49% degli introiti dalle iscrizioni, mentre nel 2004 il loro contributo era sceso all\u20198%. Disgregata l\u2019umanit\u00e0 e l\u2019interesse degli umani lavoratori, entra in campo l\u2019interesse del capitale. Spietato. Tony Blair, nel 2006, era costretto a giustificarsi di fronte al \u201cpentimento\u201d di dodici potenti uomini d\u2019affari che fornivano un contributo di oltre 6 milioni di sterline al suo partito. Da soli. Come pu\u00f2 un partito essere indipendente dalle ingerenze ed occuparsi di chi il finanziamento non lo pu\u00f2 elargire? Non pu\u00f2, semplicemente. <strong>Sono i privati a dettare l\u2019agenda<\/strong>. L\u2019amore per il libero scambio, le delocalizzazioni, il <em>dumping<\/em>. I danni di questa conversione, oltre che economici, si riversano nella sfera ideologica: gli elettori che si sono sempre identificati nei valori della sinistra votano, per inerzia, i medesimi partiti di sinistra che sono passati al lato oscuro del capitale. Questi ultimi, mantenendo sufficienti consensi, non percepiscono la necessit\u00e0 di cambiare registro. Con loro anche l\u2019intellighenzia satellite, prostrata di fronte alla <em>new left<\/em>. <strong>Caso emblematico quello italiano<\/strong>, con il PD, ma anche greco, con Syriza. In Francia la questione \u00e8 diversa: l\u2019estrema destra di Marine Le Pen ha esplicitamente assunto le sembianze della sinistra che Valls e Hollande avrebbero dovuto incarnare. Come c\u2019\u00e8 riuscita? Con l\u2019antieuropeismo.<\/p>\n<p>\u00c8 l\u2019UE, infatti, uno dei baluardi pi\u00f9 esasperatamente difesi dalla sinistra <em>radical chic<\/em>. <strong>Fratellanza, globalismo ed Erasmus<\/strong> sono i valori spesso sbandierati ma scevri di reale significato. Con l\u2019austerit\u00e0 aggressiva e la necessit\u00e0 di scaricare sui salari gli squilibri derivanti dalla moneta unica, Bruxelles ha cominciato ad indossare le vesti di difensore del neoliberismo. A farne le spese sono state naturalmente le classi pi\u00f9 deboli ormai prive di qualsivoglia difesa concreta e rappresentanza. <strong>Il male della sinistra moderna \u00e8 l\u2019allineamento con la destra liberale su temi economici<\/strong> come privatizzazioni, flessibilit\u00e0 ma altres\u00ec libera circolazione di persone e capitali. Queste ultime due libert\u00e0, amiche del profitto facile, hanno poi alterato e condizionato il pensiero comune: <strong>cosmopolitismo, rimozione dei confini, repulsione per i sentimenti nazionalisti e diritti \u201ccosmetici\u201d per tutti<\/strong>. Globalizzazione come conquista da difendere. Qui sorge il paradosso principe: la sinistra si \u00e8 schierata in favore dell\u2019abbattimento di ogni confine nazionale senza al contempo agire sulla difesa dei diritti sociali. I diritti sociali, al termine del XX secolo, diventano un peso. Al loro posto sono i diritti civili a dover essere tutelati: diritti che non intaccano la finanza dello Stato e non alterano l\u2019equilibrio di mercato.<\/p>\n<p>Oggi \u00e8 universalmente chiaro come la globalizzazione forzata e selvaggia sia stata un\u2019utile strumento per il grande capitale di fiorire a discapito della piccola impresa e della condizione del salariato. <strong>La sinistra, sostenendo tale progetto, ha finito per eliminare s\u00e9 stessa<\/strong>. Affamata di consensi ha scimmiottato il monetarismo <em>smart<\/em> di Reagan e Thatcher (disastroso per la condizione umana) lasciando alla propria sinistra un vuoto, colmato dagli estremismi definiti populisti. Quindi s\u00ec, le primarie in Francia vengono ancora chiamate socialiste ma il socialismo reale \u00e8 morto. Sua prerogativa era l\u2019uguaglianza all\u2019interno della societ\u00e0, prerogativa caduta nell\u2019oblio e mai pi\u00f9 ripescata. <strong>Le libert\u00e0, quelle economiche e non personali, devono essere limitate in favore di un livello minimo sufficiente a garantire una esistenza decorosa anche alla classe pi\u00f9 debole della popolazione<\/strong>. O perlomeno questo \u00e8 un discorso che la sinistra dovrebbe urlare nelle piazze gremite. Non pervenuto.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/economia\/nasci-socialista-muori-liberale\/\">http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/economia\/nasci-socialista-muori-liberale\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Gianmaria Vianova) Entro la fine di gennaio conosceremo il nome del candidato \u201csocialista\u201d all\u2019Eliseo. 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