{"id":2759,"date":"2011-02-13T14:14:14","date_gmt":"2011-02-13T13:14:14","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=2759"},"modified":"2011-02-13T14:14:14","modified_gmt":"2011-02-13T13:14:14","slug":"lenigmatica-vittoria-delle-masse","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=2759","title":{"rendered":"L&#039;enigmatica vittoria delle masse"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">di Enzo Bettiza <a href=\"http:\/\/www.lastampa.it\">Lastampa.it<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sono due, a mio parere, i tratti caratteristici di queste rivolte a catena delle masse arabe lungo le coste africane fino alla punta dello Yemen: il grandioso effetto domino, combinato con una certa indeterminatezza dell&#39;approdo finale del loro travolgente e contagioso movimento da un Paese all&#39;altro. Non si sa quello che potr&agrave; accader domani o dopodomani in Tunisia, dove per ora predomina un totale vuoto anarchico, da cui gi&agrave; erompono migliaia di profughi disperati verso Lampedusa. Ancor meno si sa quello che potr&agrave; accadere in Algeria, dove i primi sussulti di popolo si stanno scontrando con il potere militarizzato del presidente Bouteflika, addestrato alla soppressione spietata, pi&ugrave; che mai deciso a soffocare nel sangue ogni forma di opposizione. Nemmeno &egrave; possibile prevedere cosa potr&agrave; accadere a giorni in Marocco, in Libia, in Giordania, dove l&#39;ondata lunga dello tsunami non si &egrave; ancora manifestata pienamente. L&#39;imprevedibilit&agrave; &egrave; connaturata ai fermenti delle masse arabe, e, pi&ugrave; in generale, alle velocissime mutazioni politiche ed economiche delle societ&agrave; arabe. <\/p>\n<p>\tQueste inducono facilmente a valutazioni affrettate o errate. Baster&agrave; dire che un giornale analitico come l&#39;Economist, notoriamente serio per le sue stime in campo internazionale, metteva l&#39;anno scorso Egitto e Tunisia nel novero delle economie stabili del mondo. <br \/>\n\tPer intanto, sar&agrave; opportuno fermare l&#39;attenzione su quanto &egrave; appena successo proprio in Egitto, il pi&ugrave; cospicuo, pi&ugrave; antico e pi&ugrave; popoloso dei Paesi a maggioranza islamica dell&#39;Africa settentrionale. <\/p>\n<p>\tOggi ottantacinque milioni di abitanti sotto un cielo procelloso; fino all&#39;altroieri due milioni giornalieri di greggio attraverso lo stretto di Suez, e migliaia di turisti istancabili fra le piramidi e le sponde del Nilo. Di colpo, dopo trent&#39;anni di democrazia di facciata, manipolata dal pugno militare d&#39;un capo di Stato sostenuto e finanziato dall&#39;America, abbiamo assistito ai diciotto giorni di una sommossa sempre pi&ugrave; vasta, pi&ugrave; incontenibile, che sembrava avere e aveva un solo obiettivo individuabile: la cacciata dal Palazzo del presidente Mubarak. L&#39;hanno definita &laquo;rivoluzione&raquo; o, addirittura, postmodernamente, &laquo;rivoluzione del web&raquo;, poich&eacute; sarebbe stata la generazione dei computer e dei blogger ad accendere la scintilla di una rivolta coronata alfine dalla vittoria. <\/p>\n<p>\tLe prime domande da porsi, a bocce un poco pi&ugrave; ferme, sono due. <br \/>\n\t<b>Quale rivoluzione e quale vittoria?<\/b> <br \/>\n\tLe rivoluzioni in genere hanno una guida carismatica, una leadership politica o religiosa, un programma di cambiamento radicale come quello di Lenin nella Russia del 1917 oppure, per restare nell&#39;universo islamico, di Khomeini nell&#39;Iran del 1979. La massa rivoltosa che d&#39;ora in ora cresceva nella piazza Tahrir &egrave; stata invece acefala. Priva di un programma nitido di libert&agrave; e di democrazia, &egrave; apparsa, s&igrave;, vastamente e variamente coagulata in diverse componenti sociali, studenti, operai, avvocati, medici, islamici dichiarati e no; ma non &egrave; apparsa capeggiata da un consapevole gruppo dirigente volto ad abbattere un sistema pi&ugrave; che una persona che, per un trentennio, l&#39;aveva rappresentato nel bene e nel male. Hosni Mubarak, in fondo, diligente e realistico protagonista di guerre e paci con Israele, non &egrave; stato che la punta estrema, pervertita dalla durata eccezionale, di una casta militare: casta a suo modo kemalista perpetuatasi a partire dal 1952, in un clima di democrazia illiberale, da Nasser a Sadat fino allo stesso Mubarak che, non a caso, i colleghi in divisa hanno allontanato dal potere esiliandolo con l&#39;onore delle armi a Sharm El Sheikh, entro i confini del Paese. Nessuna fuga ignominiosa come quella di Ben Ali dalla Tunisia. <\/p>\n<p>\tEcco perch&eacute; la vittoria enigmatica della massa egiziana pu&ograve; apparire oggi come una vittoria di Pirro. Una vera rivoluzione democratica, con la caduta del sistema militare e almeno una parziale rivalutazione prioritaria del ruolo del Parlamento, non c&#39;&egrave; stata. C&#39;&egrave; stato un fisiologico passaggio di testimone, acclamato da una massa quasi incapace di comprendere ci&ograve; che acclamava, dal logorato Mubarak al suo ministro della Difesa Tantawi. La tanto attesa &laquo;transizione alla democrazia&raquo;, esaltata tardivamente dal presidente americano, verr&agrave; paradossalmente gestita da un Consiglio superiore delle forze armate? Mi pare superfluo aggiungere che i generali, una volta confiscata la vittoria delle masse e ristabilito il meccanismo dei controlli sulle masse, saranno pi&ugrave; interessati a intralciare che stimolare l&#39;avvento di una vera democrazia. <\/p>\n<p>\tUn&#39;ultima considerazione non pu&ograve; non riguardare il ruolo velato dei Fratelli Musulmani prima e durante la grande crisi. C&#39;&egrave; chi sottolinea la presenza della setta islamica, fondata nel 1928, come un fattore non del tutto negativo nello sviluppo degli eventi in corso. Andrebbe comunque ricordato che i Fratelli hanno prodotto Ayman al-Zahawiri, medico egiziano oggi massimo ideologo di Al Qaeda, e che uno dei loro propagandisti di punta negli anni Cinquanta e Sessanta fu lo scrittore Sayyid Qutb, particolarmente ostile nei confronti dell&#39;Occidente. La setta, che &egrave; ormai uno dei partiti meglio organizzati in Egitto, &egrave; stata attiva nell&#39;eteroclita massa rivoltosa tramite i sindacati dei medici e degli avvocati da essa creati e controllati. Hamas &egrave; una delle sue propaggini nella Striscia di Gaza. I Fratelli Musulmani, combattuti e spesso duramente perseguitati dalla casta laica e panarabista dei militari, hanno un peso virtuale in termini elettorali che non supera comunque il venti per cento; si muovono e s&#39;infiltrano dove possono con dovuta circospezione. Sopravvalutarla sarebbe eccessivo; ignorarla, pericoloso. <\/p>\n<p>\tI pericoli che circondano l&#39;Egitto dopo l&#39;uscita di scena di Mubarak non sono certo finiti. Una brusca svolta o scossa islamista della &laquo;transizione&raquo; potrebbe farsi sentire da un momento all&#39;altro. Anche perch&eacute; una politica estera europea non esiste, mentre l&#39;America di Obama sembra avere la testa altrove. Washington, in effetti, sembra pi&ugrave; che mai ossessionata dall&#39;islamismo asiatico: come controllare il Pakistan, come uscire dall&#39;Afghanistan, come trovare un modus vivendi con l&#39;Iran. L&#39;islamismo arabo-africano ha comunque e pur sempre nell&#39;Egitto, ancorch&eacute; meno importante d&#39;una volta nell&#39;agenda strategica degli Stati Uniti, un suo perno vitale oggi particolarmente esposto e sensibile. Nessuno lo sa meglio di Israele e dell&#39;Arabia Saudita. Sono queste le due potenze regionali che pi&ugrave; temono il disinteresse americano per il Medio Oriente e che, da opposti punti di vista, scrutano con crescente preoccupazione le torbide acque del Nilo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Enzo Bettiza Lastampa.it Sono due, a mio parere, i tratti caratteristici di queste rivolte a catena delle masse arabe lungo le coste africane fino alla punta dello Yemen: il grandioso effetto domino, combinato con una certa indeterminatezza dell&#39;approdo finale del loro travolgente e contagioso movimento da un Paese all&#39;altro. 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