{"id":27831,"date":"2017-01-27T11:15:52","date_gmt":"2017-01-27T10:15:52","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27831"},"modified":"2017-01-26T23:02:21","modified_gmt":"2017-01-26T22:02:21","slug":"egemonia-e-dissenso-quali-prospettive","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27831","title":{"rendered":"Egemonia e dissenso: quali prospettive?"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Matteo Volpe)<\/strong><\/p>\n<p><em>Il neoliberismo non \u00e8 pi\u00f9 capace di attrarre consenso. Tuttavia, il dissenso fatica ancora a organizzarsi e a formulare un progetto politico. In questo interregno, il ceto politico referente delle oligarchie continua a illudersi di poter riconquistare le masse ormai disilluse solo attraverso la comunicazione.<\/em><\/p>\n<p>La\u00a0<a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/italia-2\/solo-linizio\/\">sconfitta di Renzi al referendum costituzionale<\/a>, avrebbe dovuto indurre a una riflessione non soltanto il segretario del PD e la sua cerchia, ma tutto quanto il ceto dirigente italiano che ha tenuto il governo politico in questi anni, anche se un governo pi\u00f9 simbolico che reale, svuotato delle sue effettive prerogative, diventato un mero esecutore della <strong>strategia delle oligarchie e della tirannia di mercato<\/strong>. Questa sconfitta, e le conseguenti dimissioni di Renzi da Presidente del Consiglio, segnalano due fatti di cui non si pu\u00f2 non prendere atto: a) <strong>l\u2019incapacit\u00e0 attuale della strategia neoliberale<\/strong> e dei suoi deboli referenti politici di attrarre consenso e b) <strong>il fallimento storico del Partito Democratico<\/strong> e dell\u2019idea sulla quale \u00e8 stato fondato.<\/p>\n<blockquote><p><strong><em>L\u2019illusione e il disincanto: il tramonto dell\u2019egemonia culturale attiva<\/em><\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>L\u2019esaurimento dello slancio delle lotte sociali del Novecento, che hanno raggiunto l\u2019apice del loro successo nel corso degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, trascinata dall\u2019avanzata del \u201cblocco socialista\u201d (col quale si vuole qui intendere tutto l\u2019insieme di partiti, sindacati e movimenti di ispirazione marxiano-keynesiana, comunisti, socialisti, socialdemocratici, laburisti) aveva visto il <strong>ritorno del liberalismo e la restaurazione capitalista<\/strong>. In appena tre decenni, le tutele sociali sono state rapidamente cancellate, i mercati ampiamente liberalizzati, <strong>gli stati-nazione indeboliti<\/strong>, proprio grazie alla partecipazione del nuovo ceto dirigente erede di quello socialista.<\/p>\n<p>Questo processo di restaurazione liberale \u00e8 stato possibile grazie alla <strong>crisi ideologica del blocco socialista<\/strong>, cui il crollo dell\u2019Unione Sovietica ha dato il colpo di grazia. Il capitalismo \u00e8 apparso come l\u2019unico universo possibile e il neoliberalismo \u00e8 riuscito a instaurare un\u2019egemonia culturale come forse mai prima di allora. La novit\u00e0 era che questa egemonia non riguardava soltanto le classi dominanti, ma anche quelle dominate, che hanno creduto nella promessa di <strong>emancipazione individuale<\/strong> del liberalismo post-moderno. Questa egemonia ha potuto esercitarsi grosso modo incontrastata per un trentennio. Qui per\u00f2 occorre integrare la proficua categoria gramsciana; bisogna infatti distinguere tra un\u2019egemonia culturale <em>attiva<\/em> e un\u2019egemonia culturale <em>passiva<\/em>. Con la prima si intende la persuasione ideologica consapevole e la conscia rappresentazione di una certa idea di societ\u00e0 sottesa da tale ideologia. Con la seconda invece ci si vuole riferire all\u2019introiezione inconsapevole delle forme ideologiche e alla loro riproduzione inconscia e automatica nel sistema sociale. Per molto tempo le due categorie sono, in linea di massima, coincise. Ci\u00f2 \u00e8 accaduto anche con la <strong>restaurazione neoliberale degli anni Ottanta, Novanta e Duemila<\/strong>. Ma all\u2019inizio di questo decennio vi \u00e8 stata una divaricazione. L\u2019egemonia attiva \u00e8 entrata in crisi e sta andando via via dissipandosi, mentre \u00e8 rimasta in vigore inalterata quella passiva. Ci\u00f2 ha significato che le masse hanno cominciato a rifiutare la formulazione esplicita dell\u2019ideologia neoliberale, ma continuano a subire le forme di <strong>integrazione implicite<\/strong> che essa propone nei comportamenti individuali e collettivi.<\/p>\n<p>Questa inedita divaricazione ha provocato conseguenze altrettanto inedite; a livello politico, infatti, <strong>l\u2019ideologia neoliberale non riesce pi\u00f9 a produrre consenso<\/strong>, non riesce pi\u00f9 a <em>sedurre<\/em> come in epoca reaganiana (il neoliberismo <em>seduce<\/em>, il progetto socialista <em>affascina<\/em>). Quel ceto dirigente, quindi, che si \u00e8 fatto interprete politico della strategia neoliberale, \u00e8 entrato in una crisi di consenso profonda che non sembra trovare sbocchi: si pensi alla situazione del partito socialista francese, o di entrambi i partiti statunitensi (costretti a integrare figure \u201cesterne\u201d, come Sanders da una parte e Trump dall\u2019altra) oppure del <strong>PD in Italia<\/strong><strong>affetto da cronica emorragia di iscritti<\/strong>. Tuttavia, a questa crisi della proposta politica neoliberale, non ha fatto seguito una capacit\u00e0 di elaborare una efficace strategia contrapposta delle altre forze. In questo modo le oligarchie hanno perduto il consenso politico, ma senza che il loro dominio di classe fosse scalfito. Se manca il consenso, il dissenso non riesce a organizzarsi e a proporre una contrapposta idea di societ\u00e0, arenandosi in rivendicazioni del tutto secondarie e sterili, finendo per disperdersi in mille rivoli. \u00c8 il cosiddetto \u201cpopulismo\u201d, come quello di formazioni quali <strong>Podemos<\/strong> in Spagna o il <strong>Movimento Cinque Stelle<\/strong>in Italia. Essi hanno inconsapevolmente introiettato l\u2019ideologia neoliberale che impedisce loro di trovare una valida struttura organizzativa e un progetto politico adeguato. Senza addentrarci in un argomento che meriterebbe una trattazione separata, baster\u00e0 citare a titolo esemplificativo il caso greco. Qui, il ceto politico referente dell\u2019oligarchia \u00e8 entrato in crisi, rimpiazzato dal partito di <strong>Syriza<\/strong> che ha raccolto la protesta delle classi greche impoverite ed esasperate, ma non \u00e8 riuscito a tradurla in un progetto politico realistico, a causa del pregiudizio anti-sovranista e della accettazione acritica dell\u2019euro e dell\u2019Unione Europea.<\/p>\n<blockquote><p><strong><em>Il Partito Democratico: un peccato originale<\/em><\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>La <strong>crisi di consenso<\/strong> ha riguardato tutti i partiti d\u2019Occidente promotori della globalizzazione e della mercatizzazione della societ\u00e0, coloro che, al netto delle varie e secondarie differenze nazionali, hanno svolto il ruolo di portare le <strong>classi popolari ad accettare l\u2019ideologia neoliberale<\/strong>, in altre parole, quel ceto politico che ha cercato di produrre egemonia culturale attiva in favore delle oligarchie capitalistiche. In Italia questo compito \u00e8 stato assunto da vari partiti e formazioni, in particolare quelli creatisi con l\u2019epilogo traumatico della Prima Repubblica; ma con la fine del decennio scorso e l\u2019inizio di quello attuale, un nuovo partito ha <em>monopolizzato<\/em> un tale compito, il Partito Democratico.<\/p>\n<p>Il Partito Democratico nasceva su una tesi: <strong>le ideologie sono morte<\/strong>; tradotto: le ideologie alternative al capitalismo e al liberalismo sono morte e pu\u00f2 esistere l\u2019unica ideologia dell\u2019assenza di ideologie, cio\u00e8 dell\u2019ineluttabilit\u00e0 del processo capitalistico di <strong>adeguamento delle strutture sociali al mercato globale<\/strong>. Il Partito Democratico doveva quindi unificare quel ceto politico italiano che pi\u00f9 coerentemente si era proposto come referente accreditato delle oligarchie neoliberali. In questo modo, secondo i fondatori, sarebbe stato possibile raccogliere il consenso delle classi dominate, che rischiava di disperdersi a causa delle divisioni politiche (anche se non ideologiche) di quel ceto dirigente. Sembrava dovesse funzionare, ma i fondatori non avevano fatto i conti con la Storia. Proprio allora, infatti, l\u2019egemonia culturale attiva, che il PD come altri partiti in Europa, si incaricava di produrre, veniva a mancare. Il Partito Democratico faceva il suo esordio proprio quando i suoi omologhi occidentali (i socialisti francesi, i socialdemocratici tedeschi, oppure i laburisti blairiani britannici) subivano un tracollo di consensi. Un tracollo che si sarebbe rivelato non puramente contingente, ma strutturale, perch\u00e9 era lo stesso modello dell\u2019egemonia attiva che si era deteriorato.<\/p>\n<p>Essendo costruito su questa tesi, ormai superata, il PD \u00e8 un partito che attraversa un l<strong>ungo, ininterrotto e strutturale calo di consensi<\/strong>, come si nota se si guardano i voti assoluti ottenuti alle varie elezioni e l\u2019incapacit\u00e0 di attrarre le classi popolari disilluse. Esso continua a gestire il potere politico (formale) per una sorta di inerzia delle procedure rappresentative e per quella disorganizzazione del dissenso di cui si diceva. Tuttavia la sua egemonia delle istituzioni rappresentative (che <strong>non \u00e8 mai stata egemonia culturale<\/strong>) \u00e8 sempre precaria, appesa a un filo. Tutti i segretari avvicendatisi hanno, finora, fallito il loro compito. Da Veltroni sconfitto da Berlusconi a Renzi mai eletto, passando per Bersani. Il ceto politico del PD, tuttavia, non riesce ancora a comprendere questa nuova fase storica nella quale si \u00e8 entrati e a ci\u00f2 si deve la sua <strong>incapacit\u00e0 di analisi<\/strong>. Si accampano, allora, ragioni collaterali, eventi scarsamente influenti per spiegare la sconfitta.<\/p>\n<p>Renzi, nel corso di <a href=\"http:\/\/www.repubblica.it\/politica\/2017\/01\/15\/news\/intervista_ezio_mauro_a_matteo_renzi_l_italia_il_governo_il_pd_la_sinistra-156041821\/\">un\u2019intervista a <em>Repubblica<\/em><\/a>, alla domanda su quali siano stati i suoi errori, ha risposto: \u201cavrei dovuto metterci pi\u00f9 cuore, pi\u00f9 valori, pi\u00f9 ideali. Insomma, meno efficienza e pi\u00f9 qualit\u00e0\u201d. Non ha messo in discussione il programma politico del suo governo, che ha anzi difeso, ma il modo di comunicarlo. <strong>Renzi crede ancora nel progetto di egemonia attiva<\/strong>, crede che sia ancora possibile coinvolgere attivamente le masse nella strategia neoliberista che esse subiscono. Ci\u00f2 \u00e8 stato vero per un certo tempo, ma oggi rischia di rivelarsi clamorosamente anacronistico. Del resto, la cecit\u00e0 del ceto politico neoliberale \u00e8 la stessa di quello intellettuale. Ad esempio, molti hanno creduto di attribuire la vittoria di Trump a una differenza di comunicazione rispetto alla Clinton, al linguaggio semplice, diretto e \u201cpopulista\u201d del miliardario. Ci\u00f2 pu\u00f2 essere in parte vero, ma \u00e8 soltanto una <strong>causa collaterale e secondaria<\/strong>. La vera ragione della vittoria di Trump non \u00e8 in una comunicazione efficace, ma nella <strong>disillusione delle classi impoverite<\/strong>, degli Stati Uniti, come di tutto l\u2019Occidente (come dimostrano la \u201cBrexit\u201d e l\u2019avanzata delle formazioni populiste) rispetto all\u2019ideologia neoliberale e alla sua promessa di liberazione dell\u2019individuo dalle strutture oppressive dello stato e della burocrazia. Le classi popolari hanno sperimentato sulla loro pelle le <strong>contraddizioni del neoliberismo<\/strong> e hanno pagato e stanno pagando un prezzo altissimo. \u00c8 quantomeno dubbio che una efficace campagna pubblicitaria possa far dimenticare l\u2019austerit\u00e0, la disoccupazione, la crisi economica e la sfiducia nel ceto politico che i dominati hanno davanti agli occhi tutti i giorni, pur non essendo capaci di comprenderlo con lucidit\u00e0 intellettuale, ma <em>percependolo<\/em> in quella famosa \u201cdurezza del vivere\u201d sperimentata quotidianamente. Che si possa riottenere il consenso delle masse disilluse con una campagna pubblicitaria, senza cambiare di una virgola la strategia politica, restando quindi nella dimensione neoliberale, segnala che mentre le masse si disilludono (senza per\u00f2 riacquistare la capacit\u00e0 di riaffascinarsi) <strong>il ceto politico si illude<\/strong>.<\/p>\n<p>Il ceto politico neoliberale, sembra, ad oggi, uno spettatore impotente e balbettante; la questione centrale, attualmente, non \u00e8 la possibilit\u00e0 da parte dell\u2019oligarchia di esercitare un\u2019egemonia attiva, ma <strong>la capacit\u00e0 o l\u2019incapacit\u00e0 del dissenso di organizzarsi<\/strong>. Sar\u00e0 possibile che l\u2019integrazione capitalistica prosegua incontrastata rinunciando al consenso e avvalendosi soltanto dell\u2019egemonia culturale passiva, quindi dei modelli di consumo, dell\u2019individualismo, della sfiducia in un progetto alternativo di societ\u00e0 e dell\u2019afasia del dissenso? E il dissenso, da parte sua, per quanto potr\u00e0 essere orientato verso partiti populisti destrutturati <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/italia-2\/i-limiti-del-populismo-estemporaneo\/\">incapaci di formulare un progetto politico<\/a> anticapitalista senza che presto maturi un disincanto anche nei loro confronti? E sar\u00e0 possibile ripensare a una politica, marxianamente, come \u201cmovimento che abolisce lo stato di cose presente\u201d e progetto di rifondazione sociale? Queste sono, oggi, le domande alle quali solo la Storia sapr\u00e0 rispondere.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/italia-2\/egemonia-e-dissenso-quali-prospettive\/\">http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/italia-2\/egemonia-e-dissenso-quali-prospettive\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Matteo Volpe) Il neoliberismo non \u00e8 pi\u00f9 capace di attrarre consenso. 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