{"id":27892,"date":"2017-01-30T00:03:29","date_gmt":"2017-01-29T23:03:29","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27892"},"modified":"2017-01-30T09:27:21","modified_gmt":"2017-01-30T08:27:21","slug":"globalizzazione-e-internazionalismo-una-traduzione-e-un-commento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=27892","title":{"rendered":"Globalizzazione e internazionalismo. Una traduzione e un commento"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;originale \u00e8 al seguente indirizzo:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/monthlyreview.org\/1998\/11\/01\/globalization-and-internationalism\/\"><strong>http:\/\/monthlyreview.org\/1998\/11\/01\/globalization-and-internationalism\/<\/strong><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Globalizzazione e internazionalismo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Quanto \u00e8 attuale il Manifesto comunista?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/monthlyreview.org\/author\/michaellowy\/\"><strong>Michael L\u00f6wy<\/strong><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Traduzione e commento di <strong>PAOLO DI REMIGIO (FSI Teramo)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Michael L\u00f6wy \u00e8 direttore di ricerca in sociologia al Centro nazionale di ricerca scientifica di Parigi. \u00c8 autore di \u2018Il marxismo di Che Guevara\u2019 (Monthly Review, 1972) e di \u2018On changing the world\u2019 (Humanities Press. 1992). Una versione abbreviata di questo articolo \u00e8 stata pubblicata originariamente in New Politics (Winter, 1998).<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <em>Manifesto comunista<\/em> \u00e8 lo scritto pi\u00f9 conosciuto di Marx ed Engels. Con la sola eccezione della Bibbia, nessun altro libro \u00e8 stato tradotto cos\u00ec spesso o ripubblicato cos\u00ec tante volte. Ma cos\u2019ha in comune con la Bibbia? Non molto, a parte la denuncia dell&#8217;ingiustizia sociale in alcuni libri profetici. Come Amos o Isaia, Marx ed Engels si sono pronunciati contro la nefandezza dei ricchi e dei potenti e hanno alzato la voce in solidariet\u00e0 con i poveri e gli umili. Come Daniele, leggono la scrittura sulle pareti della Nuova Babilonia: \u00abMene, Mene, Tekel Upharsin\u00bb: \u00abI tuoi giorni sono contati\u00bb. A differenza dei profeti della Bibbia ebraica, per\u00f2, non ripongono nessuna delle loro speranze su un dio, su un messia, su un supremo salvatore: la liberazione degli oppressi deve essere opera degli oppressi stessi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un secolo e mezzo dopo cosa resta del <em>Manifesto comunista<\/em>? Durante la vita dei suoi autori, come riconobbero essi stessi nelle loro numerose prefazioni per le sue varie edizioni, certe sue sezioni e certi suoi argomenti erano gi\u00e0 diventati obsoleti. Anche altri sono divenuti cos\u00ec datati durante il secolo presente da richiedere un riesame critico. Ma il senso generale del documento, il suo nucleo, il suo spirito \u2013 esiste certamente qualcosa come lo \u2018spirito\u2019 di un testo\u2013 non hanno perso la loro forza e vitalit\u00e0 originarie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo spirito deriva dalla sua qualit\u00e0 di essere insieme critico ed emancipatorio \u2013 cio\u00e8 dall&#8217;unit\u00e0 inestricabile tra analisi del capitalismo e appello al rovesciamento del capitalismo, tra esame della lotta di classe e dedizione alla classe sfruttata, tra analisi chiara delle contraddizioni interne alla societ\u00e0 borghese e utopia rivoluzionaria di una societ\u00e0 determinata dall&#8217;uguaglianza e dalla mutua solidariet\u00e0, tra lucida spiegazione dei meccanismi guida dell&#8217;espansione capitalista e richiesta morale di \u2018rovesciare tutte le condizioni nelle quali l&#8217;essere umano \u00e8 disprezzato, abbandonato, sminuito, asservito\u2019<a href=\"#_edn1\" name=\"_ednref1\">[1]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In molti aspetti il <em>Manifesto<\/em> non \u00e8 soltanto attuale \u2013 \u00e8 ancora pi\u00f9 rilevante oggi di quanto lo fosse 150 anni fa. Prendiamo per esempio la sua diagnosi della <em>globalizzazione capitalista<\/em>. I due giovani autori rilevarono che il capitalismo aveva intrapreso un processo di unificazione culturale ed economica del mondo sotto la sua egida: \u00abSfruttando il mercato mondiale la borghesia ha dato un carattere cosmopolita alla produzione e al consumo in ogni paese. Con grande mortificazione dei reazionari ha sottratto all&#8217;industria la base nazionale su cui poggiava \u2026 Al posto del vecchio isolamento e dell&#8217;autosufficienza nazionale, abbiamo traffici in ogni direzione, interdipendenza universale delle nazioni. E nella produzione materiale come in quella intellettuale\u00bb<a href=\"#_edn2\" name=\"_ednref2\">[2]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 che \u00e8 coinvolto \u00e8 non soltanto l&#8217;espansione ma anche il <em>dominio<\/em>: la borghesia \u00abcostringe tutte le nazioni, a pena dell&#8217;estinzione, ad adottare il modo di produzione borghese; le costringe a introdurre al loro interno ci\u00f2 che chiama civilt\u00e0, cio\u00e8 a diventare esse stesse borghesi. In una parola, crea un mondo a propria immagine e somiglianza\u00bb<a href=\"#_edn3\" name=\"_ednref3\">[3]<\/a>. Naturalmente, nel 1848 questo passaggio costituiva un&#8217;anticipazione del futuro pi\u00f9 di quanto fosse una semplice descrizione della realt\u00e0 contemporanea. Qui abbiamo un&#8217;analisi che \u00e8 <em>molto pi\u00f9 vera<\/em> oggi di quanto lo fosse 150 anni fa quando fu scritto il <em>Manifesto<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infatti, mai prima di questa fine del XX secolo il capitale \u00e8 riuscito ad esercitare un&#8217;influenza cos\u00ec completa, assoluta, indivisa, universale e illimitata su tutto il mondo. Mai nel passato ha avuto la sua capacit\u00e0 attuale di imporre le sue regole, la sua politica, i suoi dogmi e i suoi interessi su tutte le nazioni del globo. Mai il capitale finanziario internazionale e le multinazionali sono state cos\u00ec fuori controllo degli Stati e dei popoli. Mai prima di ora \u00e8 esistita una rete cos\u00ec densa di istituzioni internazionali \u2013 Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio \u2013 impegnate nel controllo, nel governo e nell&#8217;amministrazione della vita umana in accordo alle regole rigorose del libero mercato capitalistico e del perseguimento illimitato della profittabilit\u00e0 capitalista. Infine, mai in qualunque epoca precedente tutte le sfere della vita umana \u2013 relazioni sociali, cultura, arte, politica, sessualit\u00e0, salute, istruzione, sport, ricreazione \u2013 sono state cos\u00ec completamente dominate dal capitale, cos\u00ec profondamente sommerse dall&#8217;\u00abacqua gelida del calcolo egoistico\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nondimeno, l&#8217;analisi brillante \u2013 e <em>profetica<\/em> \u2013 della globalizzazione capitalista schizzata nelle pagine iniziale del <em>Manifesto<\/em> soffre di certi limiti, tensioni o contraddizioni. Queste non derivano da un eccesso di zelo rivoluzionario, come la maggior parte delle critiche del marxismo contestano, ma, al contrario, da un insufficiente atteggiamento critico riguardo alla moderna civilt\u00e0 industriale\/borghese. Diamo uno sguardo ad alcuni degli aspetti strettamente legati di questo atteggiamento.<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify;\">\n<li>L&#8217;ideologia del progresso tipica del secolo XIX si mostra nel modo evidentemente <em>eurocentrico<\/em> in cui Marx ed Engels esprimono la loro ammirazione per la capacit\u00e0 della borghesia di \u00abtrascinare tutto, anche le nazioni pi\u00f9 barbare, nella civilt\u00e0\u00bb: grazie alle sue merci a buon mercato \u00abcostringe a capitolare l&#8217;odio pi\u00f9 ostinato dei barbari contro gli stranieri\u00bb (un riferimento evidente alla Cina). Essi sembrano considerare il dominio coloniale occidentale come un&#8217;espressione del ruolo storico di \u2018civilizzazione\u2019 della borghesia: questa classe \u00abha reso dipendenti da paesi civilizzati quelli barbari e semi barbari, le nazioni contadine dalle nazioni borghesi, l&#8217;Est dall\u2019Ovest\u00bb<a href=\"#_edn4\" name=\"_ednref4\">[4]<\/a>. La sola restrizione di questa distinzione eurocentrica, per non dire colonialista, tra nazioni \u2018civilizzate\u2019 e nazioni \u2018barbare\u2019 \u00e8 la frase \u00abla cosiddetta civilt\u00e0\u00bb (<em>sogennante Zivilisation<\/em>) riferita al mondo borghese occidentale.<\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nei suoi scritti tardi Marx prender\u00e0 una posizione pi\u00f9 critica verso il colonialismo occidentale in India e in Cina, ma sarebbe rimasto ai teorici moderni dell&#8217;imperialismo \u2013 Rosa Luxemburg e Lenin \u2013 il compito di formulare una sfida marxista <em>radicale<\/em> alla \u2018civilt\u00e0 borghese\u2019 dal punto di vista delle sue vittime, cio\u00e8 dei popoli colonizzati. E soltanto con la teoria di Trotzkij della rivoluzione permanente sarebbe emersa l&#8217;idea eretica che le rivoluzioni socialiste sarebbero iniziate pi\u00f9 probabilmente nella periferia del sistema, nei paesi dipendenti. Naturalmente, il fondatore dell&#8217;Armata Rossa ha insistito sul punto ulteriore che senza allargarsi ai centri industriali avanzati \u2013 propriamente all&#8217;Europa occidentale \u2013 prima o poi la rivoluzione sarebbe stata condannata al fallimento. \u00c8 stato spesso dimenticato che, nella loro premessa alla traduzione russa del <em>Manifesto<\/em> (1881), Marx ed Engels immaginarono una situazione ipotetica in cui la rivoluzione socialista sarebbe iniziata in Russia \u2013 sulle basi del tradizionale collettivismo contadino \u2013 e poi si sarebbe allargata all&#8217;Europa occidentale. La rivoluzione russa, secondo le loro parole, sarebbe divenuta un segnale per una rivoluzione proletaria in Occidente, cos\u00ec che entrambe si sarebbero completate a vicenda. Questo testo \u2013 proprio come la contemporanea lettera a Vera Zasulich<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a> \u2013 replica in anticipo ai pretesi argomenti \u2018marxisti ortodossi\u2019 dei Kautsky e dei Plechanov contro il \u2018volontarismo\u2019 della rivoluzione dell&#8217;ottobre 1917 \u2013 argomenti che oggi sono divenuti di nuovo affascinanti dopo la fine dell&#8217;URSS \u2013 secondo i quali una rivoluzione socialista \u00e8 possibile solo dove le forze produttive hanno raggiunto la \u2018maturit\u00e0\u2019, cio\u00e8 nei paesi capitalisti avanzati.<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"2\">\n<li>Ispirati da un ottimismo libero-scambista e da un certo determinismo economico, Marx ed Engels previdero \u2013 erroneamente \u2013 che \u00able differenze nazionali e gli antagonismi tra i popoli (sarebbero svaniti) di giorno in giorno, con lo sviluppo della borghesia, con la libert\u00e0 di commercio, con il mercato mondiale, con l&#8217;uniformit\u00e0 nel modo di produzione e con le condizioni di vita corrispondenti\u00bb<a href=\"#_edn5\" name=\"_ednref5\">[5]<\/a>.<\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 andata cos\u00ec, ahim\u00e8! La storia del XX secolo \u2013 le due guerre mondiali e gli innumerevoli conflitti tra le nazioni \u2013 non hanno dato affatto conferma a questa previsione. \u00c8 nella natura incessante dell&#8217;espansione globale del capitale produrre e riprodurre scontri tra nazioni nei conflitti inter-imperialisti per il dominio del mercato mondiale, nei movimento nazionali di liberazione contro l&#8217;oppressione imperiale o in mille altre forme.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oggi vediamo ancora una volta quanto alimento la globalizzazione capitalista offra a politiche identitarie in preda al panico e a nazionalismi tribali. Il falso universalismo del mercato mondiale scatena il particolarismo ed esaspera la xenofobia: il cosmopolitismo commerciale del capitale e gli istinti aggressivi dell&#8217;identit\u00e0 di gruppo si rinforzano a vicenda<a href=\"#_edn6\" name=\"_ednref6\">[6]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;esperienza storica \u2013 propriamente quella dell&#8217;Irlanda e della sua lotta contro il dominio imperiale inglese \u2013 insegn\u00f2 a Marx e ad Engels, pochi anni dopo, che il regno della borghesia e del mercato capitalistico non sopprime ma <em>intensifica<\/em> \u2013 in una misura senza precedenti storici \u2013 i conflitti tra nazioni. Ma occorreva aspettare gli scritti di Lenin sul diritto di autodeterminazione nazionale e quelli di Otto Bauer sull&#8217;autonomia culturale nazionale \u2013 due approcci normalmente considerati contraddittori ma che possono infine essere visti come complementari \u2013 perch\u00e9 apparisse uno studio marxista coerente sulla realt\u00e0 della nazione, sulla sua natura politica e culturale, e sulla sua autonomia relativa \u2013 in effetti la sua irriducibilit\u00e0 \u2013 con riferimento all&#8217;economia.<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"3\">\n<li>Pagando un tributo alla borghesia per la sua inaudita capacit\u00e0 di sviluppare le forze produttive, Marx ed Engel hanno celebrato senza riserve l&#8217;\u2018assoggettamento delle forze della natura all&#8217;uomo\u2019 e lo \u2018sgombero di continenti interi per la messa a coltura\u2019 da parte della produzione borghese.<\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">Inoltre sembrano immaginare una rivoluzione consistente principalmente nel sopprimere le \u2018catene\u2019 \u2013 le forme di propriet\u00e0 esistenti \u2013 che negano la libera crescita delle forze produttive create dalla borghesia, senza chiedersi se ci sia anche bisogno di rivoluzionare la struttura stessa delle forze produttive in accordo con criteri ecologici e sociali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa limitazione fu parzialmente corretta da Marx in alcuni scritti tardi, propriamente nel <em>Capitale<\/em>, dove recepisce l&#8217;esaurimento simultaneo del suolo e della forza lavoro da parte della logica del capitale. Ma \u00e8 soltanto nei decenni recenti, con il sorgere dell&#8217;eco-socialismo, che abbiamo visto seri sforzi per integrare le intuizioni fondamentali dell&#8217;ecologia nel corpo della teoria marxiana.<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"4\">\n<li>Inspirati da quello che si potrebbe chiamare l&#8217;\u2019ottimismo fatalistico\u2019 dell&#8217;ideologia progressista, Marx ed Engels proclamano senza esitazioni la caduta della borghesia e la vittoria del proletariato come \u2018ugualmente inevitabili\u2019. Non occorre dilungarsi sulle conseguenze politiche di questa visione della storia come processo i cui risultati sono garantiti dalla scienza, dalle leggi della storia, o dalle contraddizioni del sistema. Portato alle sue conseguenze \u2013 il che, naturalmente, non fu fatto dagli autori del <em>Manifesto<\/em> \u2013 questo ragionamento non lascerebbe posto al fattore soggettivo: coscienza, organizzazione e iniziativa rivoluzionaria. Se, come doveva dichiarare Plechanov, \u00abla vittoria del nostro programma \u00e8 inevitabile come il sorgere del sole domani\u00bb, perch\u00e9 creare un partito politico, perch\u00e9 lottare, perch\u00e9 rischiare la vita per la causa? Nessuno si sognerebbe di organizzare un movimento per garantire che il sole sorga l&#8217;indomani.<\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 vero che un passaggio del <em>Manifesto<\/em> contraddice, almeno implicitamente, la concezione \u2018inevitabilista\u2019 della storia: mi riferisco al celebre secondo paragrafo del capitolo \u2018Borghesia e proletariato\u2019, secondo il quale ogni lotta storica di classe \u00ab\u00e8 finita sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la societ\u00e0 o con la rovina comune delle classi in lotta\u00bb. Marx ed Engels non affermano esplicitamente che questa alternativa potrebbe mantenersi anche per il futuro, ma \u00e8 un&#8217;interpretazione possibile di questo passaggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In realt\u00e0, fu il \u201cJunius Pamphlet\u201d del 1915 di Rosa Luxemburg (<em>La crisi della social-democrazia<\/em>) che per la prima volta fu chiaro nel porre l&#8217;alternativa <em>socialismo o barbarie<\/em> come scelta storica di fronte al movimento della classe lavoratrice e alla specie umana. \u00c8 stato solo in quel momento specifico che il marxismo ha rotto radicalmente con la sua visione lineare della storia e con una illusione di un futuro \u2018garantito\u2019. Ed \u00e8 stato solo negli scritti di Walter Benjamin che si potrebbe trovare infine una critica in profondit\u00e0, sulla base del materialismo storico, delle ideologie progressiste che disarmarono il movimento dei lavoratori tedesco ed europeo drogandolo con l&#8217;illusione che si potesse vincere semplicemente \u2018nuotando con la corrente\u2019 della storia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sarebbe erroneo concludere da queste osservazioni critiche che il <em>Manifesto<\/em> non riesca a superare i limiti della filosofia della storia \u2018progressista\u2019 ereditata dai pensatori illuministi e da Hegel. Anche nel salutare la borghesia come classe che ha rivoluzionato la produzione e la societ\u00e0 e che ha \u00abcompiuto meraviglie superiori alle piramidi egiziane, agli acquedotti romani, alle cattedrali gotiche\u00bb<a href=\"#_edn7\" name=\"_ednref7\">[7]<\/a>, Marx ed Engel hanno respinto ogni visione lineare della storia. Esse evidenziano di continuo che il progresso spettacolare delle forze produttive \u2013 pi\u00f9 impressionante e colossale nella societ\u00e0 borghese che in ogni civilt\u00e0 passata \u2013 \u00e8 acquistato al costo della degradazione della condizione sociale dei produttori diretti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo accade specialmente in quelle analisi che tengono conto del declino \u2013 in termini di qualit\u00e0 della vita e di lavoro \u2013 che caratterizza le condizioni del lavoratore moderno in confronto con quello dell&#8217;artigiano e perfino, in certi aspetti, del sevo feudale: \u00abIl servo, nel periodo della servit\u00f9, si elevava come membro del Comune \u2026 Il lavoratore moderno, al contrario, invece di elevarsi con il progresso dell&#8217;industria, precipita sempre di pi\u00f9 in basso, sotto le condizioni di esistenza della propria classe\u00bb<a href=\"#_edn8\" name=\"_ednref8\">[8]<\/a>. Analogamente, nel sistema capitalista dell&#8217;industria meccanizzata, il processo lavorativo stesso diventa \u00abripugnante\u00bb \u2013 un concetto che il <em>Manifesto<\/em> prende a prestito da Fourier \u2013 perde ogni indipendenza \u00abe, di conseguenza, ogni attrattiva per il lavoratore\u00bb<a href=\"#_edn9\" name=\"_ednref9\">[9]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Qui intravediamo i lineamenti di una concezione eminentemente <em>dialettica<\/em> del processo storico, in cui certi tipi di <em>progresso<\/em> \u2013 in termini di tecnologia, di industria, di produttivit\u00e0 \u2013 sono accompagnati da regressione in altri campi: in termini di vita sociale, culturale ed etica. In questo come in quel rispetto \u00e8 importante l&#8217;osservazione che la borghesia \u00abha risolto il valore personale nel valore di scambio\u00bb e ha non ha lasciato altro legame tra gli esseri umani \u00abche il nudo interesse egoistico, lo spietato \u2018pagamento in contanti\u2019 (<em>die gef\u00fchllose \u2018bahre Zahlung\u2019<\/em>)\u00bb<a href=\"#_edn10\" name=\"_ednref10\">[10]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Aggiungiamo che il <em>Manifesto<\/em> \u00e8 molto pi\u00f9 che una diagnosi \u2013 a volte profetica, a volte segnata dai limiti del suo tempo \u2013 del potere globale del capitalismo: \u00e8 anche, e soprattutto, un appello pressante alla <em>lotta internazionale contro il dominio<\/em>. Marx ed Engels capivano perfettamente che il capitale, come sistema mondiale, poteva essere sconfitto soltanto dall&#8217;azione storico-mondiale delle sue vittime, del proletariato e delle classi alleate. Tra tutte le frasi del <em>Manifesto<\/em>, quella finale \u00e8 senza dubbio la pi\u00f9 importante, quella che ha ispirato le immaginazioni e i cuori di parecchie generazioni di attivisti socialisti e lavoratori: \u2018<em>Proletarier aller L\u00e4nder, vereinigt euch!<\/em>\u2019 Non \u00e8 un caso che questa esclamazione sia diventata la norma e la parola d&#8217;ordine per le tendenze pi\u00f9 radicali del movimento per i 150 anni passati. Resta come un proclama, una chiamata, un imperativo categorico morale e strategico che ha fatto da stella polare attraverso guerre, scontri confusi e pesanti nebbie ideologiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo appello \u00e8 stato anche un appello <em>visionario<\/em>. Nel 1848 il proletariato era ancora una minoranza nella maggior parte delle societ\u00e0 europee, per non menzionare il resto del mondo. Oggi la massa dei salariati sfruttati dal capitale \u2013 lavoratori industriali, colletti bianchi, impiegati nei servizi, lavoratori a giornata, braccianti \u2013 comprende la maggioranza della popolazione mondiale. \u00c8 di gran lunga la forza pi\u00f9 importante nella lotta di classe contro il sistema capitalista globale, ed \u00e8 l&#8217;asse attorno al quale altre forze sociali, altre lotte sociali possono e devono orientarsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In effetti non sono soltanto gli interessi proletari ad essere in gioco: sono tutte le categorie sociali e i gruppi oppressi \u2013 donne (non molto presenti nel <em>Manifesto<\/em>), nazioni e gruppi etnici sotto l&#8217;altrui dominio, i disoccupati e i marginalizzati (il \u2018poverariato\u2019) \u2013 di tutti i paesi che hanno un interesse nella trasformazione sociale. E questo senza sollevare la questione dell&#8217;ambiente, che riguarda non questo o quel gruppo ma l&#8217;intera specie umana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo la caduta del muro di Berlino, alcuni hanno dichiarato la fine del socialismo, la fine della lotta di classe, anche la fine della storia. Le ondate di scioperi degli anni recenti in Francia, Italia, Sud Corea, Brasile, Stati Uniti \u2013 in effetti ovunque \u2013 hanno espresso una confutazione stringente\u00a0 a questa sorta di speculazione pseudo-hegeliana. Ma ci\u00f2 che d&#8217;altra parte manca tragicamente alle classi inferiori \u00e8 la pur minima coordinazione internazionale<a href=\"#_edn11\" name=\"_ednref11\">[11]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per Marx ed Engels l&#8217;internazionalismo era sia un pezzo forte nella strategia dell&#8217;organizzazione proletaria e nella lotta contro il capitale mondiale sia l&#8217;espressione di un&#8217;ambizione umanista rivoluzionaria, per la quale l&#8217;emancipazione dell&#8217;umanit\u00e0 era il supremo valore morale e l&#8217;obiettivo ultimo della lotta. Essi erano comunisti \u2018cosmopoliti\u2019 in quanto il mondo intero, senza frontiere o confini nazionali, era l&#8217;orizzonte del loro pensiero e della loro azione come pure del contenuto della loro utopia rivoluzionaria. Nell&#8217;<em>Ideologia tedesca<\/em>, scritta soltanto due anni prima del <em>Manifesto<\/em>, essi sottolineano che \u00e8 solo grazie alla rivoluzione comunista, che deve essere necessariamente un processo storico-mondiale, che ogni persona \u00absar\u00e0 liberata dai suoi limiti particolari locali e nazionali, sar\u00e0 portata in una relazione pratico con i prodotti (inclusi i prodotti intellettuali) del mondo intero e abilitato ad acquisire la capacit\u00e0 di deliziarsi di tutti i frutti della creativit\u00e0 umana universale\u00bb<a href=\"#_edn12\" name=\"_ednref12\">[12]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Marx and Engels non si limitarono ad esaltare l&#8217;unit\u00e0 proletaria senza riguardo per le frontiere. Durante larga parte della loro vita si sforzarono di <em>dare forma concreta e organizzata alla solidariet\u00e0 internazionalista<\/em>. Lo fecero, in uno stadio iniziale, riunendo i rivoluzionari tedeschi, francesi ed inglesi nella Lega Comunista del 1847-48, e poi offrendo un ampio contributo per costituire l&#8217;Associazione internazionale dei lavoratori, fondata nel 1864. Le successive Internazionali \u2013 dalla seconda<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a> alla quarta \u2013 soffrirono di crisi, di deformazioni burocratiche o di isolamento. Nulla di tutto ci\u00f2 imped\u00ec all&#8217;internazionalismo di essere una delle pi\u00f9 potenti forze motrici delle lotte di liberazione per tutto il XX secolo. Nei primi anni dopo la rivoluzione dell&#8217;ottobre 1917 un&#8217;impressionante ondata internazionalista sorse in Europa e in tutto il mondo. Durante gli anni stalinisti, questo internazionalismo fu manipolato come uno strumento per gli interessi di grande potenza dell&#8217;URSS. Ma anche durante il periodo della degenerazione burocratica dell&#8217;Internazionale comunista ci furono manifestazioni genuine di internazionalismo, come le <em>brigate internazionali<\/em> in Spagna dal 1936 al 1938. Pi\u00f9 di recente, una nuova generazione ha riacquistato il senso dell&#8217;attivit\u00e0 internazionalista, nelle rivolte del 1968 e in azioni di solidariet\u00e0 con le rivoluzioni del Terzo mondo. I problemi attuali hanno portata internazionale. Le sfide rappresentate dalla globalizzazione capitalista, dal neoliberalismo, dai mercati finanziari speculativi sregolati, dall&#8217;indebitamento e impoverimento mostruoso del Terzo mondo, dal degrado ambientale, dalle gravi minacce delle crisi economiche \u2013 per menzionare solo pochi esempi \u2013 hanno tutte un evidente bisogno di soluzioni su scala globale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure non possiamo non ammettere che, in confronto all&#8217;unificazione, regionale (Unione europea) e globale, del grande capitale, l&#8217;unificazione dei suoi avversari ha fatto poco progresso. Mentre nel XIX secolo i settori pi\u00f9 consapevoli del movimento dei lavoratori, organizzati nell&#8217;Internazionale, erano <em>in anticipo<\/em> sulla borghesia, oggi sono relativamente, tragicamente, <em>indietro<\/em>. Mai \u00e8 stato cos\u00ec urgente il bisogno di associazione, coordinazione ed azione comune internazionale \u2013 a livello sindacale in riferimento a questioni comuni e a livello di lotta per il socialismo, e mai la risposta a quel bisogno \u00e8 stata cos\u00ec debole, fragile ed esitante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutto ci\u00f2 non significa che il movimento per il cambiamento sociale radica non debba iniziare al livello di una o pi\u00f9 nazioni o che non ci siano legittimi movimenti di liberazione nazionale. Ma le lotte contemporanee sono come mai prima interdipendenti e correlate da un polo all&#8217;altro. La sola risposta razionale ed effettiva possibile al ricatto capitalista sulla delocalizzazione e sulla \u2018competitivit\u00e0\u2019 \u2013 la pretesa che salari e servizi sociali debbano essere tagliati a Parigi per competere sul prezzo con i prodotti di Bangkok \u2013 \u00e8 la solidariet\u00e0 organizzata ed effettivamente internazionale dei lavoratori. Oggi \u00e8 diventato evidente, pi\u00f9 chiaro che in passato, come siano convergenti gli interessi dei lavoratori del Nord e del Sud: gli aumenti salariali per i lavoratori nell&#8217;Asia meridionale riguardano direttamente i lavoratori europei; la lotta dei contadini e dei popoli indigeni per proteggere la foresta pluviale brasiliana dagli attacchi distruttivi dell&#8217;agro business \u00e8 di interesse pressante per l&#8217;ambientalista americano; il rifiuto del neoliberalismo \u00e8 comune ai movimenti sindacali e popolari in tutti i paesi. Si potrebbero dare ancora altri esempi simili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che genere di internazionalismo \u00e8 qui in discussione? L&#8217;\u2019internazionalismo\u2019 falso al servizio di blocchi e di \u2018Stati guida\u2019 \u2013 URSS, Cina, Albania ecc. \u2013 \u00e8 morto e sepolto. Era uno strumento per insignificanti burocrazie nazionali che lo usavano per dare copertura a qualunque politica capitasse seguire ai loro Stati nazionali. \u00c8 arrivato il momento per un nuovo inizio che preserver\u00e0 anche il meglio delle passate tradizioni internazionaliste.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Qua e l\u00e0 si potranno vedere i semi di un nuovo internazionalismo, indipendenti da tutti gli Stati. Militanti sindacali, socialisti di sinistra, comunisti non stalinisti, trotzkisti non dogmatici, anarchici non settari cercano di trovare i sentieri di rinnovamento della tradizione internazionalista proletaria. Una valida iniziativa, sebbene ancora limitata a una singola regione, \u00e8 il <em>Forum of S\u00e3o Paulo<\/em>, un&#8217;arena per la discussione e l&#8217;azione comune tra le forze principali della sinistra latino-americana, istituito nel 1990, i cui scopo sono di combattere contro il neoliberalismo e di cercare di trovare nuovi sentieri di avanzata, servendo gli interessi e i bisogni della grande maggioranza della gente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel contempo nuova sentimenti internazionalisti diventano visibili nei movimenti sociali con una prospettiva globale, come il femminismo e l&#8217;ambientalismo, nei movimenti antirazzisti, nella teologia della liberazione, nelle associazioni in sostegno dei diritti umani e della solidariet\u00e0 con il Terzo mondo. Tutte queste correnti sono lontane dall&#8217;essere soddisfatte con istituzioni esistenti come l&#8217;Internazionale socialista che, sebbene abbia almeno il merito di esistere, \u00e8 troppo compromessa con l&#8217;ordine stabilito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Molti dei rappresentanti pi\u00f9 attivi di queste varie tendenze per il Nord e il Sud del pianeta si sono riuniti, in uno spirito unitario e fraterno, nella Conferenza intergalattica per l&#8217;umanit\u00e0 e contro il neoliberalismo, che \u00e8 stata convocata nel luglio 1996 nelle montagne del Chiapas, in Messico, dall&#8217;Esercito zapatista di liberazione nazionale \u2013 un movimento rivoluzionario che \u00e8 stato capace di combinare in modo originale e con successo, la dimensione locale (la lotta per il popolo indiano indigeno del Chiapas), quella nazionale (lo scontro per la democrazia in Messico) e quella internazionale (la lotta globale contro il neoliberalismo). Abbiamo qui soltanto un primo, modesto passo, ma nella direzione giusta: la ricostruzione della solidariet\u00e0 internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 evidente che in questa battaglia mondiale contro la globalizzazione capitalista un ruolo decisivo \u00e8 svolto dalle lotte nei paesi industriali avanzati che dominano l&#8217;economia mondiale: un cambiamento fondamentale nell&#8217;equilibrio internazionale delle forze \u00e8 impossibile senza colpire nel \u2018centro\u2019 stesso del sistema capitalista. La rinascita di un movimento sindacale combattivo negli Stati Uniti \u00e8 un segno incoraggiante, ma \u00e8 in Europa che troviamo i movimenti pi\u00f9 potenti di resistenza al neoliberalismo \u2013 anche se devono ancora sviluppare maggiore coordinazione continentale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 dalla convergenza tra rinnovamento della tradizione socialista, anticapitalista e anti-imperialista dell&#8217;internazionalismo proletario \u2013 inaugurato da Marx nel <em>Manifesto comunista<\/em> \u2013 e le aspirazioni universaliste, umaniste, libertarie, ambientali, femministe e democratiche dei nuovi movimenti sociali che potr\u00e0 sorgere l&#8217;internazionalismo del XXI secolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 14pt;\"><strong>Commento<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>di <strong>Paolo Di Remigio<\/strong><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Nonostante il \u2018Manifesto\u2019 di Marx ed Engels abbia avuto un numero di pubblicazioni secondo soltanto alla Bibbia, per L\u00f6wy i due testi non avrebbero molto in comune; la loro differenza sostanziale sarebbe che Marx ed Engels non sperano in un dio, in un messia, per loro sono gli oppressi che liberano se stessi. A questa opinione va obiettato da una parte che Ges\u00f9 esige da chi lo segue la conversione, ossia una vita da subito conforme a quella del Regno di Dio, dall&#8217;altra che il determinismo storico, di cui lo stesso L\u00f6wy lamenta la presenza nel \u2018Manifesto\u2019, libera gli oppressi a prescindere dalla loro azione, cio\u00e8 svolge esattamente la funzione che il dio o il messia svolge nella religione cristiana.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>D&#8217;altra parte, che gli oppressi liberino se stessi \u00e8 una lettura troppo riduttiva delle idee di Marx ed Engels; e il \u2018Manifesto\u2019 non avrebbe avuto il suo successo se si fosse affidato a una fiducia cos\u00ec ingenua. Esso racconta invece una precisa evoluzione del proletariato, per cui da moltitudine dispersa diventa una massa omogenea e compatta; questa massa \u00e8 per\u00f2 rivoluzionaria solo <\/em>potentia<em>, lo diventa <\/em>actu<em> quando diventa <strong>classe<\/strong> acquisendo consapevolezza di s\u00e9. E non l&#8217;acquista col semplice trascorrere del tempo, ma assorbendo i ceti medi proletarizzati, soprattutto quando \u2018una parte della borghesia passa al proletariato, e segnatamente una parte degli ideologi borghesi che sono giunti a comprendere teoricamente il movimento storico nel suo insieme\u2019. Perch\u00e9 ci sia rivoluzione non basta essere oppressi, non basta essere riuniti dallo sviluppo produttivo in grandi masse omogenee e comunicanti; occorre essere classe sociale che disponga della comprensione teorica, cio\u00e8 che sia guidata dagli intellettuali borghesi che abbandonano la loro classe: queste condizioni fanno della rivoluzione in potenza \u2013 la guerra civile pi\u00f9 o meno occulta \u2013 una rivoluzione in atto.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Alla fine del primo capitolo del \u2018Manifesto\u2019 appare la seguente sintesi: \u2018La condizione pi\u00f9 essenziale dell&#8217;esistenza e del dominio di classe borghese \u00e8 l&#8217;accumularsi della ricchezza nelle mani dei privati, la formazione e l&#8217;aumento del capitale; condizione del capitale \u00e8 il lavoro salariato. <strong>Il lavoro salariato si fonda esclusivamente sulla concorrenza degli operai fra di loro<\/strong>. Il progresso dell&#8217;industria, del quale la borghesia \u00e8 l&#8217;agente involontario e passivo, sostituisce all&#8217;isolamento degli operai, risultante dalla loro concorrenza, la loro unione rivoluzionaria mediante l&#8217;associazione. Lo sviluppo della grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce innanzi tutto i propri seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono ugualmente inevitabili\u2019. In altri termini: la ricchezza borghese viene dallo sfruttamento del lavoro degli operai; gli operai sono in concorrenza tra loro, perci\u00f2 sono incapaci di organizzarsi come classe e di dare battaglia; lo sviluppo industriale, a cui i borghesi sono costretti dalla concorrenza tra loro, tra <\/em>borghesi<em>, sopprime questa concorrenza tra <\/em>lavoratori<em> e li unisce in un&#8217;associazione rivoluzionaria invincibile. Marx ed Engels sono dunque perfettamente consapevoli della vera difficolt\u00e0 che impedisce il passaggio dalla rivoluzione potenziale alla rivoluzione attuale: la <\/em>concorrenza<em>, che domina il rapporto tra i lavoratori. Il capitalismo fa dei lavoratori non pura forza lavoro, essi non sono merce; ma li rende venditori indipendenti dell&#8217;unica merce di cui sono proprietari, della forza lavoro pi\u00f9 o meno semplice, cos\u00ec li espone, come tutti i venditori, alla concorrenza, li rende nemici.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Basta una minima riflessione per accorgersi di quanto sia illusoria la speranza del \u2018Manifesto\u2019. La sintesi di Marx ed Engels presenta due errori. Innanzitutto la borghesia \u00e8 concepita come <\/em>agente passivo<em> del progresso dell&#8217;industria \u2013 un&#8217;espressione contraddittoria che, se ha una plausibilit\u00e0 perch\u00e9 il <\/em>singolo<em> capitalista subisce il progresso dell&#8217;industria, d&#8217;altra parte non pu\u00f2 negare il fatto che il progresso industriale diminuisce la domanda di forza lavoro rispetto alla sua offerta, aumenta cio\u00e8 la concorrenza tra i lavoratori ed \u00e8 dunque uno dei fondamenti del potere del capitalista sui lavoratori. In secondo luogo, il progresso dell&#8217;industria riunisce gli operai dispersi in masse sempre pi\u00f9 numerose, \u00e8 vero, ma li riunisce come concorrenti, li aggrega senza che cessi la loro natura di atomi respingenti, non li costituisce come classe, perch\u00e9 si verifica sempre in modo da non toccare lo squilibrio tra un&#8217;offerta sempre eccessiva di forza lavoro e una domanda sempre carente. Le lamentele sull&#8217;alienazione della societ\u00e0 di massa significano in fondo solo che il progresso industriale nel massificare non associa gli individui. Ne segue che il termine stesso di \u2018masse rivoluzionarie\u2019 a cui questo passo del \u2018Manifesto\u2019 potrebbe dare adito, termine cos\u00ec ricorrente nei discorsi \u2018di sinistra\u2019, \u00e8 una contraddizione, un modo illusorio di risolvere la difficolt\u00e0 principale della rivoluzione proletaria, quella della trasformazione delle masse in classe.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Se si deve rimproverare a Marx e ad Engels l&#8217;eccesso di ottimismo sugli effetti associativi dello sviluppo industriale sulle masse, si deve per\u00f2 riconoscere loro almeno la chiara visione della concorrenza tra i lavoratori. La sinistra attuale semplicemente ignora questo punto. Essa si riferisce ai lavoratori senza pensarli come proprietari in concorrenza e se li immagina come gi\u00e0 associati in classe. Per questo l&#8217;eccessivo ottimismo di Marx ed Engels nella sinistra attuale si esaspera nella follia di identificare la globalizzazione con l&#8217;internazionalismo. La globalizzazione \u00e8 in realt\u00e0 la forma esasperata del libero scambio, lo strumento principale con cui la borghesia aumenta la concorrenza tra operai e spezza la loro unione come classe; ma la sinistra sogna che la classe operaia di dimensione internazionale sia gi\u00e0 costituita, perci\u00f2 ogni movimento capitalistico verso il globalismo sembra utile a facilitarle il compito della rivoluzione. In questo la sinistra rivela che di Marx ed Engels ha assorbito solo le illusioni e ha frainteso perfino l&#8217;appello con cui concludono il \u2018Manifesto\u2019: \u00abProletari di tutto il mondo, unitevi!\u00bb significa: \u00abSuperate la concorrenza tra voi che vi rende nemici e diventate classe\u00bb, non significa affatto: \u00abRallegratevi dell&#8217;estendersi del libero scambio, dimenticate i confini e associatevi con gli operai delle altre nazioni\u00bb. Infatti \u2018la lotta del proletariato contro la borghesia \u00e8 \u2026 all&#8217;inizio, per la sua forma, una lotta nazionale. Il proletariato di ogni paese deve naturalmente farla finita prima con la propria borghesia\u2019.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Il riferimento tra nazionalismo e internazionalismo nel \u2018Manifesto\u2019 \u00e8 complesso perch\u00e9 esso attribuisce alla borghesia una tendenza verso l&#8217;annullamento dello Stato-nazione, ma lo fa con grande insicurezza: da una parte la borghesia crea il mercato mondiale e cos\u00ec indebolisce l&#8217;isolamento e gli antagonismi nazionali; dall&#8217;altra il suo potere di aggregazione politica arriva allo Stato: \u2018Province indipendenti \u2026 sono state strette in una sola nazione, in un solo governo, in una sola legge, in un solo interesse nazionale di classe, in un solo confine doganale\u2019 \u2013 e non sembra poter andare oltre, perch\u00e9 il fatto che la borghesia \u2018\u00e8 di continuo in lotta \u2026 contro la borghesia di tutti i paesi stranieri\u2019 impedisce la fusione tra gli Stati-nazione. Il parere ultimo di Marx ed Engels \u00e8 che il superamento degli antagonismi nazionali, pi\u00f9 che un effetto dell&#8217;estensione del mercato mondiale o di sciagurate unioni monetarie, \u00e8 effetto del superamento dell&#8217;antagonismo di classe. Il proletariato non pu\u00f2 farsi forte del mercato mondiale e della globalizzazione del libero scambio, perch\u00e9 questi sono in realt\u00e0 meri strumenti della sua spogliazione, deve \u2018conquistarsi prima il dominio politico (nazionale, certo!), elevarsi a classe dirigente della nazione, costituirsi in nazione\u2019; \u2018il proletariato stesso \u00e8 nazionale, bench\u00e9 non certo nel senso della borghesia\u2019. Insomma, le tendenze cosmopolite della borghesia sono limitate dagli antagonismi nazionali e la lotta del proletariato si svolge entro questi antagonismi; l&#8217;unificazione dell&#8217;umanit\u00e0 \u00e8 un obiettivo aperto soltanto a proletariati nazionali che attraverso rivoluzioni nazionali siano diventati classe dirigente.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>L\u00f6wy \u00e8 lontano da tutta questa complessa pianificazione contenuta nel \u2018Manifesto\u2019; tutto il suo scritto ha un valore sentimentale. Poich\u00e9 ignora completamente che la massa proletaria \u00e8 divisa dalla concorrenza, che la sua organizzazione come classe \u00e8 un compito, non un dato, la frase finale del testo gli appare \u2018un proclama, una chiamata, un imperativo categorico\u2019 all&#8217;internazionalismo. Anzi, mentre l&#8217;appello all&#8217;internazionalismo era soltanto visionario nel 1848, oggi gli sembra avere molte pi\u00f9 <\/em>chance<em>, non perch\u00e9 l&#8217;organizzazione del proletariato mondiale in classe sia solida e sperimentata, ma perch\u00e9 il proletariato non \u00e8 pi\u00f9 solo minoranza, bens\u00ec maggioranza. L\u00f6wy non crede cio\u00e8 la rivoluzione sia il risultato dell&#8217;agire di una classe rivoluzionaria teoricamente illuminata, no, crede che la forza sia nel semplice essere maggioranza, nella massa. Poich\u00e9 \u00e8 massa il proletariato \u2018\u00e8 \u2026 la forza pi\u00f9 potente nella lotta di classe contro il sistema capitalista globale\u2019, anzi \u00e8 l&#8217;asse attorno al quale altre forze sociali possono e devono orientarsi. E sembra quasi che la rivoluzione si faccia attendere per il ritardo con cui si orientano le altre forze sociali, le donne, le nazioni oppresse da altre nazioni, i disoccupati, i marginalizzati, gli ambientalisti.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Infine, per\u00f2, L\u00f6wy non pu\u00f2 nascondersi che alla massa proletaria manca \u2018la pur minima coordinazione internazionale\u2019, n\u00e9 pu\u00f2 nascondere che questa coordinazione \u00e8 sempre mancata, che l&#8217;internazionalismo ha mostrato finora una totale impotenza storica. Eppure il cuore non si arrende alla percezione e alla ragione; per questo vuole vedere \u2018una nuova generazione\u2019 che \u2018ha riacquistato il senso dell&#8217;attivit\u00e0 internazionalista\u2019. Il problema, per\u00f2, non \u00e8 affatto se una generazione abbia o meno il senso dell&#8217;internazionalismo, qualunque cosa questo senso possa essere, ma se il proletariato, nazionale o internazionale che sia, sia organizzato come <\/em>classe<em> intelligente. Lo stesso L\u00f6wy se ne accorge e lamenta che \u2018mentre nel XIX secolo i settori pi\u00f9 consapevoli del movimento dei lavoratori, organizzati nell&#8217;Internazionale, erano in anticipo sulla borghesia, oggi sono relativamente, tragicamente, indietro\u2019. Ne seguirebbe la necessit\u00e0 di iniziare la lotta dall&#8217;interno degli Stati. L\u00f6wy non lo riconosce; con un certo sforzo concede la possibilit\u00e0 di lotte nazionali, ma solo per andare al pezzo forte, all&#8217;appello finale: \u2018Le lotte contemporanee sono \u2026 interdipendenti \u2026 La sola risposta razionale ed effettiva \u2026 al ricatto capitalista sulla delocalizzazione e sulla competitivit\u00e0 \u2026 \u00e8 la solidariet\u00e0 dei lavoratori\u2019. Qui L\u00f6wy si mette su un terreno scivoloso. Infatti, da una parte il capitalista non esiter\u00e0 a dimostrare che proprio la delocalizzazione costituisce un atto di solidariet\u00e0 dei lavoratori ricchi nei confronti dei lavoratori poveri: per effetto della concorrenza il salario dei primi scende, quello dei secondi sale fino a trovare un punto di equilibrio; cos\u00ec chi ha poco d\u00e0 qualcosa del poco che ha a chi non ha nulla e i lavoratori di tutto il mondo condivideranno la medesima povert\u00e0. D&#8217;altra parte la delocalizzazione pu\u00f2 essere intesa solo come un <\/em>ricatto<em> impiegato dal capitalista per abbassare i salari pi\u00f9 ricchi. Come possono i lavoratori spezzare questo ricatto con la solidariet\u00e0? L\u00f6wy non lo spiega, ma vediamo solo due strade aperte: la nobile pretesa <\/em><em>dei lavoratori ricchi<\/em><em> di lavorare per un salario superiore, cos\u00ec da favorire nel capitalista la scelta di delocalizzare e portare lavoro nei paesi poveri, oppure la nobile rinuncia al lavoro dei lavoratori poveri, che, informati del ricatto a cui sono sottoposti i lavoratori ricchi, dichiarano: \u2018Se \u00e8 cos\u00ec, ci rifiutiamo di lavorare per questo capitalista ricattatore\u2019. Se per\u00f2 il mondo fosse questa gara di generose nobilt\u00e0, non ci sarebbe bisogno n\u00e9 delle classi n\u00e9 della loro lotta.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Il testo ha un erroneo \u2018Zasunch\u2019.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> \u00c8 una mia correzione: nel testo si legge \u2018prima\u2019.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ednref1\" name=\"_edn1\">[1]<\/a> Karl Marx, <em>A Contribution to the Critique of Hegel\u2019s Philosophy of Law<\/em>, Paris 1971, p.81.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ednref2\" name=\"_edn2\">[2]<\/a> Marx and Engels, <em>The Communist Manifesto<\/em> (New York: Monthly Review, 1998), pp. 21-22.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ednref3\" name=\"_edn3\">[3]<\/a> ibid. p. 22.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ednref4\" name=\"_edn4\">[4]<\/a> <em>Manifesto<\/em>, p. 22. Per una discussione approfondita di quest&#8217;area problematica rimando all&#8217;eccellente testo di Nestor Kohan \u201cMarx en su trec mundo,\u201d Casa de las Americas, 207, April-June 1977.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ednref5\" name=\"_edn5\">[5]<\/a> <em>Manifesto<\/em>, p. 40. Questa affermazione del <em>Manifesto<\/em> \u00e8 particolarmente contraddetta qualche riga sotto, dove gli autori sembrano collegare la fine dell&#8217;antagonismo nazionale a quella del capitalismo: \u00abNella misura in cui si mette fine allo sfruttamento di un individuo da parte di un altro, si metter\u00e0 fine anche allo sfruttamento di una nazione da parte di un&#8217;altra. Nella misura in cui svanisce l&#8217;antagonismo tra le classi all&#8217;interno delle nazioni, finisce l&#8217;ostilit\u00e0 tra le nazioni\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ednref6\" name=\"_edn6\">[6]<\/a> Faccio mia qui l&#8217;analisi di Daniel Bensaid nel suo notevole libro <em>Le Pari M\u00e9lancolique<\/em> (<em>The Melancholic Wager<\/em>) (Paris, Fayard, 1997).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ednref7\" name=\"_edn7\">[7]<\/a> <em>Manifesto<\/em>, p. 21.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ednref8\" name=\"_edn8\">[8]<\/a> Ibid, p. 31.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ednref9\" name=\"_edn9\">[9]<\/a> Ibid., p.25.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ednref10\" name=\"_edn10\">[10]<\/a> Ibid., p.20.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ednref11\" name=\"_edn11\">[11]<\/a> Otto anni dopo la caduta del muro, cosa pensano su questo argomento i tedeschi stessi? Credono che \u00aboggi la lotta di classe sia fuori moda, che capitalisti e lavoratori debbano rapportarsi tra loro come partner\u00bb o invece sostengono che \u00absia giusto parlare di lotta di classe, che fondamentalmente capitalisti e lavoratori abbiano interessi del tutto incompatibili?\u00bb Ecco un interessante sondaggio, pubblicato il 10 dicembre 1997 dalla <em>Frankfurter Allgemeine Zeitung<\/em>, un giornale difficilmente sospetto di simpatie per il marxismo: sebbene nel 1980 circa il 58% dei cittadini della Germania Occidentale scegliesse la prima risposta contro il 25% per la seconda, nel 1997 la proporzione \u00e8 stata rovesciata: circa il 41% considera la lotta di classe fuori moda, ma il 44% pensa che sia attuale. Nella ex DDR \u2013 cio\u00e8, tra la stessa gente che ha smantellato il muro di Berlino \u2013 la maggioranza \u00e8 molto pi\u00f9 chiara: il 58% degli aderenti alla lotta di classe contro il 26%! (cf.<em> Le Monde Diplomatique<\/em>, n. 526, January 1998, p. 8).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ednref12\" name=\"_edn12\">[12]<\/a> Marx and Engels,<em> L\u2019Id\u00e9ologie Allemande<\/em>, Paris, Editions Sociales, 1968, p.67.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;originale \u00e8 al seguente indirizzo: http:\/\/monthlyreview.org\/1998\/11\/01\/globalization-and-internationalism\/ \u00a0 Globalizzazione e internazionalismo Quanto \u00e8 attuale il Manifesto comunista? Michael L\u00f6wy Traduzione e commento di PAOLO DI REMIGIO (FSI Teramo) Michael L\u00f6wy \u00e8 direttore di ricerca in sociologia al Centro nazionale di ricerca scientifica di Parigi. \u00c8 autore di \u2018Il marxismo di Che Guevara\u2019 (Monthly Review, 1972) e di \u2018On changing the world\u2019 (Humanities Press. 1992). 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