{"id":28216,"date":"2017-02-07T11:15:30","date_gmt":"2017-02-07T10:15:30","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=28216"},"modified":"2017-02-06T23:59:18","modified_gmt":"2017-02-06T22:59:18","slug":"la-resistenza-delle-elites","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=28216","title":{"rendered":"La resistenza delle elites"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Gianmaria Vianova)<\/strong><\/p>\n<p><em>A Davos \u00e8 andata in scena la consueta recita dei poteri forti, quest\u2019anno rovinata da un 2016 ricco di variabili impazzite: la globalizzazione \u00e8 a rischio, l\u2019elettorato esausto, le politiche economiche insoddisfacenti. Le parole dei protagonisti e il drammatico distacco delle \u00e8lite dalla realt\u00e0: tra Alpi svizzere l\u2019esilio dorato di una classe dirigente in declino.<\/em><\/p>\n<p>Quando si \u00e8 circondati la resistenza diventa un obbligo. L\u2019alternativa sarebbe la resa: in questo caso non contemplabile. Il 2016 ci ha consegnato un <strong>nuovo ordine mondiale<\/strong> e le \u00e9lites non sono riuscite a capacitarsene. Ecco la ritirata, solo temporanea, dietro alle mura del castello di <strong>Davos<\/strong>. Dal 17 al 20 gennaio, infatti, influenti personalit\u00e0 del capitalismo mondiale si sono ritrovate nella splendida cornice delle Alpi svizzere per discutere. Discutere di cosa? Del presente e delle prospettive. Pura formalit\u00e0. <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/economia\/davos-2015-schizofrenia-del-globalismo\/\" target=\"_blank\">Uomini e donne ai vertici della societ\u00e0 che eseguono una scevra disamina di problemi che potrebbero in realt\u00e0 risolvere con la propria influenza.<\/a> Davos \u00e8, in questi termini, la perfetta rappresentazione del 2017: un mondo diviso tra una stucchevole classe dirigente e un popolo semplicemente tradito ed esausto. Nelle comode baite i potenti parlano, si crogiolano nel loro essere importanti e contribuiscono al loro declino.<\/p>\n<p>Diversi sono stati gli eventi all\u2019origine della <strong>popolo-fobia<\/strong> delle \u00e9lites di Davos. Il primo, cronologicamente, \u00e8 stato il referendum sulla Brexit, con l\u2019imminente <strong>attivazione dell\u2019articolo 50 del TUE<\/strong> da parte della Gran Bretagna. Una Theresa May che ne avrebbe sicuramente fatto a meno si \u00e8 trovata a dover esporre al pubblico la<em> road map<\/em> destinata a traghettare la Regina fuori dall\u2019Unione. Un pubblico supponente, impettito e preoccupato. Non tanto per il destino del Regno Unito, quanto per il loro regno: il mondo globalizzato. Il voto inglese ha rappresentato un forte freno al proseguimento di un progetto che vive dal 1989, con la caduta del Muro di Berlino. Tutto, fino a giugno dell\u2019anno scorso, faceva presagire un percorso netto, magari stagnante ma privo di intoppi.<\/p>\n<p><strong>La May \u00e8 stata chiara: sar\u00e0 <em>h<\/em><em>ard Brexit,<\/em> niente compromessi<\/strong>. <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/esteri-3\/pragmatismo-british\/\" target=\"_blank\">Se, per\u00f2, qualcuno volesse mettere le mani avanti parlando di neo-protezionismo, muri e isolazionismo sappia che si sta sbagliando di grosso.<\/a> La premier britannica \u00e8 stata chiara: <strong>\u201cVogliamo una Gran Bretagna globale\u201d.<\/strong> Pienamente sovrana e libera di scegliere il proprio destino, davanti a s\u00e9 avr\u00e0 pi\u00f9 o meno lunghe trattative destinate a chiudere accordi bilaterali. Aperti al resto del mondo ma con specificit\u00e0 e responsabilit\u00e0. La sensazione \u00e8 che il distacco caratteristico della Commissione Europea dall\u2019economia reale, specie durante la stipula di trattati come TTIP e CETA, abbia pagato l\u2019incomprensione dell\u2019elettorato. <strong>Non ci si riconosce pi\u00f9 in entit\u00e0 sovranazionali intangibili e panteiste: servono limiti.<\/strong><\/p>\n<p>Impossibile ignorare il secondo evento che ha sconvolto il mondo nel 2016: Trump. La sua vittoria era quotata 3 a 1 dai bookmakers, mentre la Clinton si attestava ad un modesto 2 a 9. Non doveva vincere. Non era nei piani. Anomalia? Diretta conseguenza? Poco importa ora, poco importa a Davos. <strong>Le \u00e9lites devono mettersi al lavoro, imbastire la resistenza: la globalizzazione \u00e8 a rischio<\/strong>. \u00c8 necessario comprendere il ruolo che, seppur in decadenza, gli Stati Uniti svolgono: sono la principale locomotiva della crescita mondiale. Se \u00e8 vero, come \u00e8 vero, che il mercato viene trainato dalla domanda, gli USA, con il loro deficit commerciale mensile che si aggira costantemente attorno ai 40 miliardi, rappresentano uno dei clienti pi\u00f9 importanti delle economie esportatrici (tra le altre Cina e Germania).<\/p>\n<p>Trump, introducendo una politica neomercantilistica, intende ridurre questo deficit e con esso il deficit della bilancia dei pagamenti (-2,7%). Che piaccia o meno, \u00e8 lui a dettare la moda adesso. <strong>Dazi sulle importazioni, rafforzamento dei confini, ritorno all\u2019idea di Stato-nazione<\/strong>. Le intenzioni sono buone, per quanto riguarda gli statunitensi ovviamente: produrre negli States per dare lavoro a chi risiede negli States. Un stop alle delocalizzazioni, alla libert\u00e0 totale dei capitali produttivi. Per questo <strong>Trump preoccupa Davos<\/strong>: pur proponendo una generale deregolamentazione (all\u2019interno dei confini a stelle e strisce) le sue politiche andrebbero a mettere i bastoni tra le ruote alle grandi multinazionali. La pacchia \u00e8 finita?<\/p>\n<p>A soffrire maggiormente l\u2019abbattimento dei confini economici nazionali sono state le classe medio-bassa della popolazione. Nel 2015, per la prima volta, <strong>la somma di ricchi e poveri ha superato il numero di appartenenti alla classe media.<\/strong> Il sogno americano, il riuscire con le proprie forze a costruirsi una vita dignitosa, \u00e8 svanito: va compresa la proporzione di tale avvenimento. <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/editoriale\/il-trumpismo-prima-di-donald-trump\/\" target=\"_blank\">Trump parla alla <em>Rust Belt<\/em><\/a>, agli operai (all\u2019insieme dei salariati oppressi, se vogliamo prenderla in senso lato). La globalizzazione li ha colpiti, \u00e8 vero, ma a Davos Jack Ma, il fondatore di Alibaba, ha sottolineato anche la mala gestione dei conti pubblici a Washington.<\/p>\n<blockquote><p>\u201cNegli ultimi 30 anni l\u2019America ha avuto 13 guerre al costo di 14,20 trilioni di dollari\u2026 \u00a0Cosa sarebbe successo se essi avessero speso parte di quei soldi per costruire infrastrutture, aiutare impiegati e operai?\u201d<\/p><\/blockquote>\n<p>Jack Ma insiste su questo punto. <strong>Vi \u00e8 stato un grave problema in fase di distribuzione dei profitti.<\/strong> A suo avviso, probabilmente correttamente, le aziende hanno investito in settori non produttivi, come il mercato azionario, perdendo di vista la creazione di posti di lavoro reali. Afferma altres\u00ec, come riportato nella citazione, che se gli Stati Uniti avessero investito i 14 trilioni di dollari in istruzione, ricerca e sviluppo (o comunque in favore della produzione) oggi la storia americana sarebbe decisamente diversa. Se, da una parte, il keynesismo militare non ha mai abbandonato l\u2019economia americana per via del suo ruolo di giudice-arbitro mondiale, gran parte della spesa bellica non ha sortito effetti sulla crescita bens\u00ec sulla vita di soldati e civili.<\/p>\n<p><strong>La Cina \u00e8 stata protagonista indiscussa al Forum<\/strong>. No, non tanto per Jack Ma, quanto per il premier della Repubblica Popolare Cinese<strong> Xi Jinping<\/strong>, al suo battesimo del fuoco nella tana del capitalismo.\u201cMolti dei problemi di oggi non sono affatto causati dalla globalizzazione\u201d. Una novit\u00e0. Una rivoluzione nel modo di approcciare quella perennemente strana e sconosciuta sostanza dagli occhi a mandorla. Sulla carta Jinping a Davos \u00e8 il rappresentante di una nazione in cui a governare \u00e8, da decenni, il Partito unico Comunista. Appunto: sulla carta. Nella pratica i cinesi il capitalismo lo conoscono come le loro tasche e da tempo hanno imparato a prenderne le misure. Il primo fu <strong>Deng Xiaoping<\/strong>, leader cinese dal 1978 al 1993, che pronunci\u00f2 l\u2019epocale frase:<\/p>\n<blockquote><p>\u201cTutto ci\u00f2 che promuove l\u2019economia socialista \u00e8 socialista\u201d<\/p><\/blockquote>\n<p>Sotto il suo operato la Cina si apr\u00ec al mondo esterno, abbracciando, anche se delicatamente e con uno schizzinoso distacco, il libero mercato. Nacque Shenzhen, prima Zona Economica Speciale, destinata ad attirare capitali esteri e a diventare uno dei pi\u00f9 fiorenti centri industriali del Paese. Xi Jinping \u00e8 conscio del fatto che la propria economia dipenda ancora per consistente parte dalle esportazioni e che, nonostante il rapido mutamento, il progressivo sorgere di una classe media e il rafforzamento della domanda interna, <strong>la globalizzazione \u00e8 stato il volano che ha contribuito al boom economico cinese<\/strong>. La libera circolazione dei capitali e, quindi, la possibilit\u00e0 di trasferire la costosa produzione industriale occidentale nel ben pi\u00f9 economico e meno burocraticamente soffocante tessuto produttivo cinese ha portato all\u2019esplosione della sigla \u201cMade in China\u201d.<\/p>\n<p>E se la Cina ha presenziato in maniera cos\u00ec convinta al Forum, <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/esteri-3\/il-nuovo-alfiere-della-globalizzazione\/\" target=\"_blank\">interpretando il ruolo di alfiere della globalizzazione,<\/a> un motivo c\u2019\u00e8: <strong>l\u2019ordine mondiale \u00e8 prepotentemente minacciato dallo Stato-nazione.<\/strong>Anche il FMI, nella persona di Christine Lagarde, ha espresso le proprie preoccupazioni. Quello che ci aspetta potrebbe essere:<\/p>\n<blockquote><p>\u201cUn \u2018cigno nero\u2019 davvero grande che avrebbe effetti devastanti, se si ripetessero nel 2017 in maniera negativa tutti gli elementi di rottura che ci aspettiamo sulla base di quanto accaduto nel 2016, e se si va a finire in una corsa al ribasso sul fronte fiscale, del commercio internazionale e della regolazione finanziaria\u201d<\/p><\/blockquote>\n<p>La paura \u00e8, evidentemente, quella che il treno passi su un binario sconosciuto e imprevedibile. <strong>Trump ha promesso politiche economiche che rappresentano un cocktail inedito per le economie pi\u00f9 avanzate<\/strong>del III millennio: l\u2019impatto \u201cpotrebbe non essere positivo\u201d. Non positivo per gli Stati Uniti, per i partner commerciali e, sotto traccia, per la globalizzazione ormai stantia. Sempre Lagarde suggerisce una riprogettazione delle politiche economiche in favore di una maggiore redistribuzione della ricchezza. Qui irrompe, inevitabilmente, il rapporto Oxfam 2016. Se l\u2019anno scorso l\u20191% pi\u00f9 ricco della popolazione mondiale possedeva pi\u00f9 ricchezza del restante 99%, quest\u2019anno veniamo a conoscenza del fatto che 8 supermiliardari ne possiedono quanto la met\u00e0 degli abitanti della Terra. C\u2019\u00e8 chi ha levato cori d\u2019indignazione, chi vede in questo solo il successo personale di investitori che hanno saputo accumulare ricchezze. La verit\u00e0 sta nel mezzo: <strong>il capitalismo di oggi permette l\u2019accumulazione e la polarizzazione della ricchezza mondiale, sregolato com\u2019\u00e8 dalla politica nazionale, e questo rallenta la crescita delle economie.<\/strong> Per quale motivo? Se \u00e8 vero che gli \u201codiosi\u201d 8 (per citare Tarantino) hanno e stanno creando posti di lavoro, la loro propensione marginale al consumo \u00e8 nettamente inferiore a quella delle classi salariate e medio borghesi.<\/p>\n<p>\u00c8 un dato di fatto. Cento euro hanno un peso diverso di tasca in tasca. Un operaio spender\u00e0 grande parte di quella cifra per far fronte alle necessit\u00e0 primarie. Un imprenditore milionario \u00e8 gi\u00e0 facilmente in grado di soddisfare le proprie necessit\u00e0 primarie e vedr\u00e0 quella banconota verde come l\u2019ennesima da aggiungere alla propria collezione. Per questo motivo <strong>l\u2019eccessiva polarizzazione della ricchezza rappresenta una zavorra soprattutto per il benessere del ceto pi\u00f9 popolare<\/strong>. Ignorare la correlazione con l\u2019esplosione dei \u201cpopulismi\u201d (per quanto sia errato chiamarli cos\u00ec) \u00e8 sintomo di miopia. Acuta.<\/p>\n<p>\u00c8 il nostro Pier Carlo Padoan a ribadirlo, con un intervento carico di quel rancore che dal 5 dicembre non se n\u2019\u00e8 mai andato. La sua riflessione \u00e8 indirizzata alla classe media, la cui delusione viene espressa \u201cdicendo no a qualsiasi cosa i leader politici suggeriscano\u201d. <strong>Le politiche economiche pro cicliche non possono essere estranee al disagio di classe e generazionale che si \u00e8 venuto a creare<\/strong>. \u00a0Un distacco, quello tra il mondo reale e classe politico-dirigente, che \u00e8 \u00e8 simboleggiato perfettamente dalle \u00e9lite trinceratesi tra le mura di Davos. L\u00ec, nel rifugio di chi \u00e8 sotto minaccia dall\u2019opinione pubblica e dai nuovi leader di pesanti nazioni, per gustarsi un hamburger con patatine \u00e8 necessario sborsare 55 euro. Per una notte in hotel a 3 stelle oltre 2000 euro.<\/p>\n<p>Come pu\u00f2 il World Economic Forum, con questi presupposti, sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d\u2019onda della classe media? Da due decenni a questa parte ha smesso di riuscirci. Solo con la resa, con la reinterpretazione delle strategie di comunicazione e, soprattutto, politiche economiche alternative il gap tra governo e governati si pu\u00f2 ridurre. <strong>Il Mondo Nuovo, per dirla alla Huxley, prevede una globalizzazione consapevole, fatta di Stati sovrani, accordi bilaterali, piedi per terra e dialogo sostenibile.<\/strong> Allacciate le cinture, questo 2017 ci riserver\u00e0 turbolenze.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/economia\/la-resistenza-delle-elites\/\">http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/economia\/la-resistenza-delle-elites\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Gianmaria Vianova) A Davos \u00e8 andata in scena la consueta recita dei poteri forti, quest\u2019anno rovinata da un 2016 ricco di variabili impazzite: la globalizzazione \u00e8 a rischio, l\u2019elettorato esausto, le politiche economiche insoddisfacenti. 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