{"id":28356,"date":"2017-02-12T10:00:24","date_gmt":"2017-02-12T09:00:24","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=28356"},"modified":"2017-02-11T21:44:19","modified_gmt":"2017-02-11T20:44:19","slug":"un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=28356","title":{"rendered":"Un quarto di secolo con Maastricht. Liberiamocene, o sar\u00e0 fascismo"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>SINISTRAINRETE (Alessandro Somma)<\/strong><\/p>\n<p>Il Trattato di Maastricht, a cui si devono l\u2019Euro e gli attuali assetti politico istituzionali dell\u2019Unione europea, compie un quarto di secolo: venne firmato il 7 febbraio 1992, per poi essere ratificato dagli allora dodici Paesi membri ed entrare in vigore il 1. novembre 1993. In alcuni casi questo passaggio coinvolse direttamente il corpo elettorale: come in Danimarca, dove furono necessari due referendum per poi raggiungere un consenso relativamente contenuto (56,7%), e in Francia, dove i favorevoli rappresentarono una minoranza decisamente risicata (51%). Diversa la situazione nei Paesi in cui la ratifica spett\u00f2 ai parlamenti nazionali: quasi ovunque il Trattato fu approvato con maggioranze bulgare, a testimonianza di come sui temi europei, e in genere sulle ricette economiche, la distanza tra elettori ed eletti sia da molto tempo incolmabile.<\/p>\n<p>In Italia i Senatori favorevoli alla ratifica del Trattato furono 176 (16 contrari e un astenuto), e 403 i Deputati (46 contrari e 18 astenuti). Il tutto avvenne tra settembre e ottobre 1992, in un clima di forte preoccupazione non tanto per i disastri che avrebbe provocato, quanto per le note vicende legate a Tangentopoli, su cui all\u2019epoca la magistratura aveva da poco iniziato a indagare. Anche per questo nessuno sembr\u00f2 aver compreso appieno il senso di Maastricht, mentre i pochi che lo intuirono ritenevano che avrebbe rappresentato un\u2019opportunit\u00e0.<\/p>\n<p>\u00c8 il caso di Guido Carli, Ministro del tesoro tra il 1989 e il 1992, che rappresent\u00f2 l\u2019Italia nei negoziati per la definizione dei contenuti del Trattato. Il banchiere era consapevole che Maastricht avrebbe imposto \u201call\u2019Europa la Costituzione monetaria della Repubblica Federale di Germania\u201d, quindi un \u201cmutamento di carattere costituzionale\u201d. Ma lo apprezzava proprio per questo, perch\u00e9 avrebbe finalmente comportato \u201cla ridefinizione delle modalit\u00e0 di composizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilit\u00e0 che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi\u201d, per poi \u201cripensare in profondit\u00e0 le leggi con le quali si \u00e8 realizzato in Italia il cosiddetto Stato sociale\u201d<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftn1\">[1]<\/a>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019Europa prima di Maastricht<\/strong><\/p>\n<p>Il Trattato di Maastricht rappresenta uno spartiacque che identifica in modo netto un prima e un dopo nella costruzione dell\u2019Europa unita. Quest\u2019ultima \u00e8 stata concepita come progetto neoliberale, e tuttavia, sino agli anni Settanta, vi erano ancora spazi per impostazioni di altro tipo: spazi che si chiusero quando si avvi\u00f2 il percorso che avrebbe condotto al Trattato di Maastricht.<\/p>\n<p>Ma procediamo con ordine. Il Trattato di Roma, con cui nel 1957 si istitu\u00ec la Comunit\u00e0 economica europea, si era limitato a creare un mercato unico: una zona di libero scambio per la libera circolazione dei fattori della produzione (beni, servizi, persone e capitali), e tariffe doganali comuni nei rapporti con i Paesi terzi. Non si parlava ancora di Unione economica e monetaria, ma di mero coordinamento delle politiche economiche nazionali, oltretutto a partire da due finalit\u00e0 per molti aspetti contrastanti: la piena occupazione e la stabilit\u00e0 dei prezzi. Il che legittimava politiche di matrice neoliberale, ossessionate dal controllo dell\u2019inflazione, ma anche politiche redistributive incentrale sul sostegno della domanda, ovvero di tipo keynesiano.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 fu possibile perch\u00e9 si era immersi nei cosiddetti Gloriosi Trenta: il periodo tra gli anni Cinquanta e Settanta caratterizzato da una crescita economica relativamente sostenuta e da un accettabile livello di redistribuzione della ricchezza, alla base di un equilibrio altrettanto accettabile tra capitalismo e democrazia. Il tutto assicurato, oltre che dall\u2019ispirazione keynesiana della politica economica, fiscale e del lavoro, anche da un compromesso sulla circolazione dei fattori della produzione: le merci si spostavano liberamente, ma non cos\u00ec i capitali, da sottoporre a penetranti controlli statali. Per questo, sul punto, il Trattato di Roma era rimasto lettera morta.<\/p>\n<p>Le cose sarebbero per\u00f2 cambiate per effetto degli avvenimenti che caratterizzarono gli anni Settanta, dagli shock petroliferi alla fine del sistema di cambi fissi varato a Bretton Woods. Determinanti furono per\u00f2 gli anni Ottanta, il decennio dominato dalle figure di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, fautori di politiche economiche ricavate dalla credenza secondo cui i fallimenti del mercato sono in verit\u00e0 fallimenti dello Stato: il mercato assicura la migliore redistribuzione della ricchezza, sicch\u00e9 i pubblici poteri devono limitarsi ad assicurare il funzionamento della concorrenza. Il che significava rinunciare allo stimolo della domanda, ridurre la pressione fiscale, e svalutare e precarizzare il lavoro: significava cestinare le politiche di matrice keynesiana.<\/p>\n<p>Ma non \u00e8 tutto. Sul finire degli anni Ottanta il blocco sovietico fin\u00ec per implodere e questo priv\u00f2 il capitalismo del suo principale competitore, per il quale era stato costretto a non trascurare il tema della giustizia sociale. Segu\u00ec a ruota la Riunificazione tedesca, vicenda che aliment\u00f2 ulteriormente l\u2019illusione circa la bont\u00e0 di Maastricht. Si pensava infatti che la Germania unita privata del Marco non avrebbe tenuto comportamenti imperialistici nei confronti degli altri Paesi europei<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftn2\">[2]<\/a>: che la moneta unica ci avrebbe salvati dall\u2019Europa tedesca!<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Jacques Delors e la svolta neoliberale<\/strong><\/p>\n<p>Come era intuibile, l\u2019avanzata del neoliberalismo a livello mondiale incise profondamente sull\u2019assetto della costruzione europea. La svolta fu interpretata da Jacques Delors, Presidente della Commissione europea dal 1985 al 1995, formidabile amplificatore del verbo neoliberale e tutore dei centri di interessi beneficiati da quel verbo.<\/p>\n<p>Spiccava tra questi ultimi la Tavola rotonda degli industriali europei, una lobby fondata nella prima met\u00e0 degli anni Ottanta per iniziativa di un selezionato gruppo di imprenditori, tra i quali compaiono gli italiani Umberto Agnelli e Carlo De Benedetti<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftn3\">[3]<\/a>. Le loro proposte sul modo di procedere verso l\u2019Europa unita, prima fra tutte la piena liberalizzazione nei movimenti di capitali, vennero fedelmente tradotte nel noto Libro bianco confezionato dalla Commissione Delors nei suoi primi mesi di vita<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftn4\">[4]<\/a>. Fu a partire da questo documento che venne predisposto l\u2019Atto unico europeo del 1986, con il quali si dette l\u2019impulso decisivo all\u2019integrazione dei mercati finanziari, e si rafforz\u00f2 l\u2019indicazione per cui la politica economica doveva definirsi a partire dal controllo dei prezzi.<\/p>\n<p>L\u2019Atto unico europeo certificava insomma che, tra la piena occupazione e la lotta all\u2019inflazione, l\u2019Europa doveva privilegiare il secondo obiettivo e quindi procedere verso il definitivo rigetto delle soluzioni di matrice keynesiana. Questo era peraltro un effetto inevitabile, se si ammetteva la libera circolazione dei capitali: dal momento che gli investitori fanno confluire i loro fondi verso i contesti in cui maggiori sono i profitti, gli Stati sono condannati a competere per essere attrattivi dal punto di vista dei mercati. A vincere sar\u00e0 cos\u00ec l\u2019ordinamento nazionale che pi\u00f9 favorir\u00e0 la moderazione salariale, render\u00e0 la manodopera particolarmente flessibile e abbasser\u00e0 la pressione fiscale sulle imprese. Il tutto inevitabilmente bilanciato da una riduzione della spesa sociale e da un complessivo ridimensionamento del perimetro di azione dei pubblici poteri, e dunque da un loro arretramento di fronte all\u2019avanzata dei mercati: in sintesi il superamento dell\u2019approccio keynesiano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>I parametri di Maastricht e la moneta unica<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019Atto unico europeo diede inizio alla lunga marcia verso il Trattato di Maastricht, a cui si affid\u00f2 il compito di costruire l\u2019Unione economica e monetaria nel segno della stabilit\u00e0 dei prezzi, quindi promuovendo per gli Stati \u201ccondizioni finanziarie e di bilancio sane ed equilibrate\u201d. Nessuno spazio, dunque, per politiche redistributive alternative a quelle affidate al mercato e al principio di concorrenza: la libera circolazione dei capitali vanificava il ricorso alla leva fiscale, mentre l\u2019indebitamento veniva impedito dal divieto di \u201cfinanziamenti monetari di deficit\u201d<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftn5\">[5]<\/a>.<\/p>\n<p>Il Trattato di Maastricht chiariva il fine ultimo di queste misure: imporre che l\u2019integrazione europea fosse compatibile unicamente con \u201cun\u2019economia di mercato aperta e in libera concorrenza\u201d. Indicava poi le tappe del percorso: prima la libera circolazione dei capitali, poi la fissazione irrevocabile di tassi di cambio tra le monete nazionali, e infine l\u2019adozione dell\u2019Euro. Il tutto nel \u201crispetto dei seguenti principi direttivi: prezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie sane\u201d (art. 3A).<\/p>\n<p>Le politiche economiche continuavano a essere di competenza degli Stati, i quali erano semplicemente tenuti a coordinarsi, ma si trattava oramai di un\u2019affermazione di pura facciata. Il fine ultimo di quelle politiche era infatti individuato attraverso l\u2019attribuzione all\u2019Europa della competenza esclusiva in materia di moneta. I requisiti per essere ammessi nella Zona Euro, i cosiddetti parametri di Maastricht, erano in questo senso perentori, giacch\u00e9 il deficit e il debito pubblico dovevano essere contenuti entro \u201cvalori di riferimento\u201d: rispettivamente il 3% e il 60% del pil. E per i Paesi che, dopo l\u2019ammissione nella Zona Euro, si fossero discostati da questi obiettivi, venne prevista una procedura per disavanzo eccessivo, comprendente un complesso impianto sanzionatorio (art. 104C)<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftn6\">[6]<\/a>.<\/p>\n<p>La moneta unica venne varata nel 1999 come forma di pagamento non fisica, e dal 2002 come denaro contante. Della Zona Euro fecero parte, fin dall\u2019inizio, undici degli allora quindici Paesi membri dell\u2019Unione europea: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna (nel caso del Belgio e dell\u2019Italia nonostante fossero lontani dal rispettare i parametri di Maastricht). La Grecia si aggiunse nel 2001, mentre nel 2007 fu la volta della Slovenia, nel 2008 di Malta e Cipro, nel 2009 della Slovacchia, nel 2011 dell\u2019Estonia, nel 2014 della Lettonia e nel 2015 della Lituania.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Pareggio di bilancio<\/strong><\/p>\n<p>Abbiamo detto che sul piano formale le politiche economiche erano di competenza degli Stati, a cui per\u00f2 le politiche monetarie di Bruxelles sottraevano qualsiasi spazio di manovra. Fu questo il senso di Maastricht, che per\u00f2 rappresent\u00f2 solo l\u2019inizio di una fase caratterizzata dall\u2019imposizione del verbo neoliberale, con modalit\u00e0 capaci di azzerare le possibilit\u00e0 di equilibrio tra capitalismo e democrazia.<\/p>\n<p>Con il Patto di stabilit\u00e0 e crescita del 1997 si \u00e8 iniziato a dire che il fine ultimo dell\u2019Unione economica e monetaria era in realt\u00e0 \u201cl\u2019equilibrio del bilancio, con un saldo prossimo al pareggio o positivo\u201d. Dello stesso tenore il Fiscal compact del 2012, che ha imposto agli Stati di prevedere il pareggio in disposizioni nazionali \u201cvincolanti e di natura permanente, preferibilmente costituzionale\u201d. Il che equivaleva a dichiarare l\u2019incostituzionalit\u00e0 dell\u2019approccio keynesiano, ovvero ad annullare la possibilit\u00e0 di politiche economiche incompatibili con l\u2019ossessione per il controllo dell\u2019inflazione. \u00c8 contenuta nel Fiscal compact anche l\u2019indicazione, rivolta ai Paesi con un debito pubblico oltre il 60% del pil, a ridurlo \u201ca un ritmo medio di un ventesimo all\u2019anno\u201d. Il tutto mentre il raffronto tra i livelli di indebitamento registrati a partire dall\u2019attuale crisi segnano un notevole incremento per tutti i Paesi europei, e in particolare quelli della Zona Euro: dal 65% del pil nel 2007 a oltre il 90% nel 2015 (dati Eurostat).<\/p>\n<p>Anche il coordinamento delle politiche economiche \u00e8 stato nel tempo concepito per incidere sugli spazi di manovra degli Stati, in buona sostanza azzerati con l\u2019inasprimento del sistema di controlli preventivi e di sanzioni successive.<\/p>\n<p>Nel merito gi\u00e0 il Patto di stabilit\u00e0 e crescita del 1997 aveva imposto ai Paesi membri di fornire annualmente un \u201cprogramma di stabilit\u00e0\u201d, con l\u2019indicazione delle misure con cui ottenere un \u201csaldo del bilancio vicino al pareggio o positivo\u201d. E aveva disposto che la procedura di infrazione per disavanzo eccessivo esercitasse la \u201cpressione opportuna\u201d per indurre lo Stato inadempiente a piegarsi al volere di Bruxelles.<\/p>\n<p>Una serie di provvedimenti raccolti sotto l\u2019etichetta di Six-pack, emanati nel 2011, sono poi intervenuti per limitare le valutazioni discrezionali nel coordinamento delle politiche economiche nazionali, reso cos\u00ec un dispositivo tecnocratico azionato da automatismi. Nel contempo si \u00e8 istituito il cosiddetto semestre europeo: la procedura per cui, nella prima parte di ciascun anno, il Consiglio europeo elabora le linee di politica economica che gli Stati devono tradurre in Programmi di stabilit\u00e0 e in Piani nazionali di riforma in cui illustrare le riforme strutturale per il futuro.<\/p>\n<p>Un ulteriore inasprimento delle procedure volte a coordinare le politiche economiche nazionali si \u00e8 ottenuto con il cosiddetto Two-pack, due provvedimenti emanati nel 2013. Impongono fra l\u2019altro che le indicazioni formulate durante il semestre europeo siano poi recepite nelle leggi di stabilit\u00e0, con ci\u00f2 sottraendo ai parlamenti nazionali qualsiasi potere decisionale, oltre che sul saldo di bilancio, anche sull\u2019individuazione delle coperture e degli oneri.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il debito come arma<\/strong><\/p>\n<p>I limiti al deficit e al debito non sono i soli strumenti utilizzati per rendere l\u2019Europa unita una costruzione neoliberale, e sacrificare cos\u00ec la partecipazione democratica sull\u2019altare del cosiddetto libero mercato. Maastricht ha aggiunto a quei limiti il divieto per i Paesi membri di ricorre all\u2019assistenza finanziaria dell\u2019Unione, di altri Paesi membri o delle Banche centrali (art. 104 ss.). In questo modo gli Stati che hanno bisogno di denaro devono rivolgersi al mercato, e questo finisce per assumere la funzione di disciplinare il loro comportamento, o se si preferisce di spoliticizzarlo. Il che \u00e8 un effetto voluto: come ha poi chiarito la Corte di giustizia, il contrarre debiti essendo \u201csoggetti alla logica del mercato\u201d induce a \u201cmantenere una disciplina di bilancio\u201d<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftn7\">[7]<\/a>.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 comporta che gli Stati fortemente indebitati, che le mitiche agenzie di rating stimano in difficolt\u00e0 a restituire la somma presa a prestito, saranno costretti a remunerare il rischio sopportato dai creditori concedendo interessi elevati: tanto elevati da alimentare la spirale del debito, e in ultima analisi a impedire il rispetto dei parametri di Maastricht. \u00c8 a questo punto, quando cio\u00e8 il ricorso al mercato diviene insostenibile, che si possono attivare le procedure previste per il caso in cui forme di assistenza finanziaria siano richieste non tanto per soccorrere lo Stato indebitato, quanto per \u201csalvaguardare la stabilit\u00e0 della Zona Euro nel suo insieme\u201d. Lo ha stabilito una disposizione del Trattato di Lisbona 2007, precisando per\u00f2 che l\u2019assistenza deve essere \u201csoggetta a una rigorosa condizionalit\u00e0\u201d (art. 136 TFU)<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftn8\">[8]<\/a>.<\/p>\n<p>\u00c8 questo l\u2019attuale fondamento per l\u2019attivit\u00e0 della cosiddetta Troika, composta da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, che dal 2008 ha finora assistito Cipro, Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Ungheria. Si \u00e8 di norma seguito un copione identico: l\u2019assistenza finanziaria \u00e8 stata assicurata in cambio di impegni a diminuire le uscite, a incrementare le entrate e a liberalizzare i mercati, incluso quello del lavoro. Tra gli impegni del primo tipo spiccano le misure volte a contenere la spesa pensionistica e sociale, compresa ovviamente quella per la sanit\u00e0 e l\u2019istruzione, a congelare o ridurre le retribuzioni dei pubblici dipendenti, e in genere a ridimensionare la Pubblica amministrazione. Gli impegni destinati a incrementare le entrate si traducono invece in un programma di privatizzazioni, a cui affiancare un piano di liberalizzazioni, in particolare nei settori dell\u2019energia, delle telecomunicazioni e delle assicurazioni, oltre che nei servizi pubblici locali in genere. Quanto alle riforme del mercato del lavoro, \u00e8 costante l\u2019impegno a ripristinare pi\u00f9 elevati livelli di libert\u00e0 contrattuale, utili fra l\u2019altro a rimuovere gli ostacoli alla precarizzazione e svalutazione del rapporto di lavoro. Il tutto limitando il potere dei sindacati dei lavoratori, ad esempio con la possibilit\u00e0 di derogare al contratto collettivo nazionale, e forzando la collaborazione con il datore di lavoro, in particolare con il ricorso alla partecipazione dei lavoratori agli utili d\u2019impresa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Liberiamoci di Maastricht<\/strong><\/p>\n<p>Insomma, sebbene le politiche economiche siano di competenza nazionale, come confermato dal Trattato di Lisbona del 2007 (art. 5 TFU), esse finiscono per essere decise dal livello europeo come riflesso di politiche monetarie di matrice neoliberale. Ed essendo queste ossessionate da controllo dell\u2019inflazione, sono precluse agli Stati le politiche redistributive incentrate sul sostegno della domanda. Potrebbero teoricamente ricorrere alla leva fiscale, ma la libera circolazione dei capitali impone di non farlo, pena l\u2019ulteriore decremento delle entrate fiscali e la cancellazione di posti di lavoro.<\/p>\n<p>Da questo punto di vista Maastricht ha trasformato la costruzione europea in una sorta di Superstato di polizia economica, impiccando i Paesi membri a parametri che impediscono anche solo di considerare nel dibattito pubblico opzioni diverse da quelle contemplate dal pensiero unico. Cos\u00ec facendo, il Trattato non solo ha affossato approcci di tipo keynesiano all\u2019ordine economico, bens\u00ec anche ci\u00f2 che li aveva ispirati: il controllo democratico sul funzionamento del mercato, poi reso impermeabile a scelte incompatibili con il proposito di presidiare il meccanismo concorrenziale. Giacch\u00e9 nella visione neoliberale la politica non controlla, bens\u00ec sostiene il mercato, usa la sua forza per riprodurlo e non certo per arginarlo: si riduce a mera amministrazione desocializzata dell\u2019esistente.<\/p>\n<p>Occorre dunque liberarsi di Maastricht, ristabilire il primato delle politiche economiche sulle politiche monetarie, e a monte tornare ai vincoli nella circolazione dei capitali: una massa di denaro stimata in oltre venti trilioni di dollari a livello planetario, amministrata da manager della ricchezza privi di scrupoli, capaci di sottrarre al fisco 200 bilioni di dollari all\u2019anno<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftn9\">[9]<\/a>. Cos\u00ec facendo si tornerebbe al primato degli Stati nazionali nella scelta del segno di quelle politiche: non tanto per soddisfare un istinto sovranista fine a s\u00e9 stesso, ma per riportare la partecipazione democratica al centro della costruzione europea. E per consentire di ripensarla come motore di giustizia sociale, di redistribuzione della ricchezza se del caso contro il funzionamento del mercato.<\/p>\n<p>Non sarebbe nulla di rivoluzionario, anzi. Sarebbe semplicemente il ritorno dell\u2019impostazione prevalente sino agli anni Settanta, quando si pensava che l\u2019Europa unita dovesse prima decidere le priorit\u00e0 di politica economica, e solo in un secondo tempo, di riflesso, le politiche monetarie. E quando si sottolineava che il trasferimento di sovranit\u00e0 dal piano nazionale a quello europeo doveva maturare di pari passo con lo sviluppo di forme di democrazia sovranazionale: con il \u201ctrasferimento di una corrispondente responsabilit\u00e0 parlamentare dal piano nazionale a quello della Comunit\u00e0\u201d<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftn10\">[10]<\/a>.<\/p>\n<p>\u00c8 peraltro evidente che un ritorno al Novecento \u00e8 auspicabile se implica una restituzione alla sovranit\u00e0 popolare di spazi oramai riservati all\u2019azione di una tecnocrazia, tanto determinante quanto oscura nell\u2019individuare le modalit\u00e0 dello stare insieme come societ\u00e0. Per il resto non sono certo riproponibili le ricette pensate per un ordine economico fondato sulla crescita illimitata della produzione e del consumo di massa: un ordine rivelatosi incompatibile con la tenuta ambientale del pianeta, ma anche con la fine del lavoro determinata fra l\u2019altro dall\u2019evoluzione tecnologica.<\/p>\n<p>\u00c8 comunque dal ripristino del controllo democratico sul funzionamento del mercato, che occorre ripartire. Proprio il Novecento, con l\u2019avventura fascista, ci ha del resto mostrato cosa succede se salta l\u2019equilibrio tra democrazia e capitalismo, ovvero se per salvare il capitalismo scosso da una crisi economica e finanziaria viene sacrificata la democrazia. \u00c8 di tutta evidenza che la crisi del 2008 ha scatenato reazioni molto simili: prima l\u2019imposizione dell\u2019austerit\u00e0 contro la volont\u00e0 popolare, e poi la chiusura nazionalista non tanto per combattere l\u2019invadenza del mercato, ma per avviare un conflitto commerciale tra Stati.<\/p>\n<p>Maastricht \u00e8 alla base di tutto questo. Se la costruzione europea potr\u00e0 farne a meno, allora si potr\u00e0 aspirare a un ritorno alla normalit\u00e0 democratica: che di per s\u00e9 non genera giustizia sociale, ma che se non altro crea i presupposti affinch\u00e9 la si possa generare. Se invece la costruzione europea non riuscir\u00e0 a liberarsi di Maastricht, allora non rester\u00e0 che liberarci della costruzione europea. Altrimenti imploder\u00e0 rovinosamente, riportandoci alla fase pi\u00f9 buia del Secolo breve.<\/p>\n<hr \/>\n<h5><strong>NOTE<br \/>\n<\/strong><br \/>\n<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftnref1\">[1]<\/a>\u00a0G. Carli,\u00a0<em>Cinquant\u2019anni di vita italiana<\/em>\u00a0(1993), Roma e Bari, Laterza, 1996, pp. 432 ss.<\/h5>\n<h5><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftnref2\">[2]<\/a>\u00a0In questa ricostruzione si ritrovano anche i tedeschi: ad es. M. Sauga, S. Simons e K. Wiegrefe,\u00a0<em>Der Preis der deutschen Einheit<\/em>, in\u00a0<em>Der Spiegel<\/em>\u00a0del 27 settembre 2010, p. 34 ss.<\/h5>\n<h5><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftnref3\">[3]<\/a>\u00a0Cfr.\u00a0<em>Changing Scales. A Review prepared for the Roundtable of European Industries<\/em>\u00a0(giugno 1985), www.ert.eu\/document\/changing-scales.<\/h5>\n<h5><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftnref4\">[4]<\/a>\u00a0<em>Il completamento del mercato interno: Libro bianco della Commissione per il Consiglio europeo (Milano, 28-29 giugno 1985)<\/em>, Com\/85\/310 def.<\/h5>\n<h5><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftnref5\">[5]<\/a>\u00a0Consiglio europeo del 27 e 28 ottobre 1990,\u00a0<em>Conclusioni della Presidenza<\/em>.<\/h5>\n<h5><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftnref6\">[6]<\/a>\u00a0V. anche il\u00a0<em>Protocollo sulla procedura per i disavanzi eccessivi<\/em>, allegato al Trattato di Maastricht, dove sono quantificati i \u201cvalori di riferimento\u201d (art. 1).<\/h5>\n<h5><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftnref7\">[7]<\/a>\u00a0Sentenza\u00a0<em>Thomas Pringle contro Governement of Ireland e altri<\/em>\u00a0del 27 novembre 2012 (C-370\/12).<\/h5>\n<h5><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftnref8\">[8]<\/a>\u00a0Questa disposizione si deve alla\u00a0<em>Decisione del Consiglio europeo che modifica l\u2019articolo 136 del trattato sul funzionamento dell\u2019Unione europea relativamente a un Meccanismo di stabilit\u00e0 per gli Stati membri la cui moneta \u00e8 l\u2019Euro<\/em>\u00a0(2011\/199\/Ue), del 25 marzo 2011.<\/h5>\n<h5><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftnref9\">[9]<\/a>\u00a0Da ultimo B. Harrington,\u00a0<em>Capital without Borders. Wealth Managers and the One Percent<\/em>, Cambridge Ma. e London, Harvard University Press, 2016.<\/h5>\n<h5><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/un-quarto-di-secolo-con-maastricht-liberiamocene-o-sara-fascismo\/#_ftnref10\">[10]<\/a>\u00a0Cos\u00ec il cosiddetto Piano Werner del 1970:\u00a0<em>Rapporto al Consiglio e alla Commissione sulla realizzazione per fasi dell\u2019Unione economica e monetaria nella Comunit\u00e0<\/em>, dell\u20198 ottobre 1970.<\/h5>\n<p><strong>fonte:<\/strong>\u00a0<a href=\"http:\/\/www.sinistrainrete.info\/europa\/9077-alessandro-somma-un-quarto-di-secolo-con-maastricht.html\">http:\/\/www.sinistrainrete.info\/europa\/9077-alessandro-somma-un-quarto-di-secolo-con-maastricht.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRAINRETE (Alessandro Somma) Il Trattato di Maastricht, a cui si devono l\u2019Euro e gli attuali assetti politico istituzionali dell\u2019Unione europea, compie un quarto di secolo: venne firmato il 7 febbraio 1992, per poi essere ratificato dagli allora dodici Paesi membri ed entrare in vigore il 1. novembre 1993. In alcuni casi questo passaggio coinvolse direttamente il corpo elettorale: come in Danimarca, dove furono necessari due referendum per poi raggiungere un consenso relativamente contenuto (56,7%),&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":78,"featured_media":26572,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/Schermata-2016-12-13-alle-15.57.26.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-7nm","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/28356"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/78"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=28356"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/28356\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":28358,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/28356\/revisions\/28358"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26572"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=28356"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=28356"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=28356"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}