{"id":28541,"date":"2017-02-18T11:50:46","date_gmt":"2017-02-18T10:50:46","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=28541"},"modified":"2017-02-17T18:23:10","modified_gmt":"2017-02-17T17:23:10","slug":"liberiamo-il-lavoro-dal-neo-liberismo-cogestione-e-socializzazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=28541","title":{"rendered":"Liberiamo il lavoro dal neo-liberismo: cogestione e socializzazione"},"content":{"rendered":"<div>di <strong>ALBERTO MICALIZZI<\/strong><\/div>\n<div><\/div>\n<div>Un pensiero primitivo piuttosto diffuso nella galassia &#8220;sovranista&#8221; ritiene che la crescita strutturale del tasso di disoccupazione e la crescente diffusione del precariato del lavoro proprie del neo-liberismo si combattano con la re-distribuzione del reddito, realizzabile ad esempio tramite redditi di cittadinanza o di sussistenza e con il ritorno a valute nazionali.<\/div>\n<div>Il reddito di sussistenza trarrebbe fondamento dall&#8217;evidenza empirica che i cospicui incrementi di produttivit\u00e0 del lavoro degli ultimi decenni si sono risolti nell&#8217;accumulo di ricchezza nelle mani di pochi. Nel caso del ritorno alla Lira, invece, si ritiene che reinserendo cambi flessibili fra i Paesi si eviterebbe che l&#8217;aggiustamento dei differenziali di competitivit\u00e0 si ribalti sui salari.<\/div>\n<div>Problema risolto? Forse, a patto che non si creda di aver sconfitto il neo-liberismo. Anzi, a patto di accettare di averlo persino legittimato nella sua essenza e puntellato nei suoi meccanismi funzionali.<\/div>\n<div>Questo sovranismo pigro e improvvisato non ha i mezzi per spingersi oltre nell&#8217;analisi dei meccanismi di mercato, dei rapporti di potere e di cosa il lavoro \u00e8 diventato. Non comprende che il meccanismo di appropriazione in atto ha la necessit\u00e0 di inquadrare il lavoro all&#8217;interno delle leggi neo-liberiste della domanda e dell&#8217;offerta perch\u00e9 vuole che sia la fluttuazione dei salari a riequilibrare il mercato, ovvero a creare opportunit\u00e0 di lavoro.<\/div>\n<div>In altre parole, se quello del lavoro \u00e8 un mercato come tanti altri, il salario (che \u00e8 il prezzo del servizio scambiato) si former\u00e0 dalla domanda e dall&#8217;offerta. Questo \u00e8 quello che tutti, pi\u00f9 o meno consapevolmente accettiamo. Pertanto, siccome la domanda interna &#8211; per ammissione stessa dei &#8220;padri&#8221; di questa finta Europa &#8211; \u00a0\u00e8 oggetto di distruzione, l&#8217;offerta deve adeguarsi riducendo la capacit\u00e0 produttiva, delocalizzando, de-industrializzando, riducendo i salari e optando per forme di precariato del lavoro, spingendosi ad intercettare ondate di immigrati disperati, sradicati dai propri territori e dalle proprie culture e pronti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro.<\/div>\n<div>I fondatori della finta Europa non si sono fatti sfuggire l&#8217;opportunit\u00e0 di un inquadramento teorico di questo nuovo paradigma, forgiando il tema dell&#8217;<strong>occupabilit\u00e0<\/strong>. Dal sito del Ministero del Lavoro apprendiamo che l&#8217;occupabilit\u00e0 \u00e8 &#8220;<em>La capacit\u00e0 delle persone di essere occupate, e quindi di cercare attivamente un impiego, di trovarlo e di mantenerlo<\/em>&#8220;. Tale principio fu adottato dal Consiglio Europeo di Lussemburgo del 1997 e da allora ha guidato le successive declinazioni che sul tema sono state adottate. Dunque, il focus delle politiche europee diventa qualsiasi azione che metta gli individui nelle condizioni di cercare un impiego, naturalmente nel rispetto delle esigenze dettate dalla globalizzazione e della necessit\u00e0 di difendere la competitivit\u00e0 internazionale.<\/div>\n<div>Peraltro, anche a voler dar credito ad una visione utilitaristica del lavoro, l&#8217;evidenza empirica condanna una simile scelta mostrando il raddoppio del tasso disoccupazione negli ultimi 10 anni (fonte: Istat).<\/div>\n<div><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"ArtImgNone\" title=\"\" src=\"http:\/\/megachip.globalist.it\/QFC\/NewsExtra_262260.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"300\" \/><\/div>\n<div>In questo quadro, politiche di redistribuzione della ricchezza e di reintroduzione di cambi flessibili, avulsi da altro, non farebbero che puntellare il paradigma neo-liberista esteso al lavoro, consentendo ai suoi teorici di perpetuare i meccanismi distruttivi della domanda interna, attraverso il\u00a0<em>Fiscal Compact<\/em>\u00a0e la menzogna dell&#8217;austerit\u00e0, e aggredendo alla radice la funzione sociale del lavoro. Tanto, sussidi e cambi riequilibrerebbero la situazione.<\/div>\n<div>Non \u00e8 questo il sovranismo che ho in mente. Quello del lavoro (come del resto mi capita spesso di dire per quello monetario) \u00e8 uno dei campi dove gli atteggiamenti primitivi e reazionari (nel senso di reagire a fatti esterni) prevalgono largamente su riflessioni pi\u00f9 profonde e autenticamente innovative che ancora una volta potremmo avere a portata di mano.<\/div>\n<div>Il concetto di occupabilit\u00e0 sopra ricordato unitamente al paradigma neo-liberista di cui \u00e8 figlio si scontra frontalmente con elementari diritti Costituzionali. Un esempio. L&#8217;art. 35 afferma che &#8220;<strong><em>La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni<\/em><\/strong><em>&#8221;\u00a0<\/em>e continua dicendo che &#8220;<em>La Repubblica cura l&#8217;elevazione professionale del lavoro<\/em>&#8221; e &#8220;<em>Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro e.tutela l&#8217;artigianato<\/em>&#8220;. Questo il neo-liberismo non pu\u00f2 garantirlo.<\/div>\n<div>Un altro esempio. L&#8217;art. 37 afferma che &#8220;<em>La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parit\u00e0 di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l&#8217;adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata<\/em>&#8220;. Neanche questo \u00e8 compatibile con il paradigma neo-liberista, e lo sanno bene le donne italiane che devono scegliere tra lavorare &#8211; pur a condizioni minime &#8211; o fare la mamma.<\/div>\n<div>Dunque il lavoro ha una funzione sociale, deve espletarsi nel rispetto dell&#8217;individuo, della sua funzione sociale, dell&#8217;imprescindibile ruolo familiare che rende uomini e donne\u00a0<strong>diversi<\/strong>, non uguali come vorrebbe il paradigma neo-liberista.<\/div>\n<div>Sottrarre il lavoro alle leggi utilitaristiche della domanda e dell&#8217;offerta superando l&#8217;obiettivo di occupabilit\u00e0 richiede allora qualcosa di pi\u00f9 rispetto ai sussidi sociali ed ai cambi flessibili, che pur rappresentano strumenti da inserire all&#8217;interno di un compiuto progetto di recupero di sovranit\u00e0.<\/div>\n<div>Occorre prima di qualsiasi altra cosa avere in mente un diverso modello di economia, occorre introdurre modifiche strutturali nel modo in cui il lavoro viene concepito, formato ed impiegato. \u00a0<strong>Il lavoro, sia fisico che intellettuale, non pu\u00f2 essere concepito come un fattore produttivo simile agli altri<\/strong>.<\/div>\n<div>Ci\u00f2 detto, la domanda cruciale si riduce ad una: si pu\u00f2 sottrarre il mercato del lavoro ad una stretta logica di mercato, nel senso sopra-ricordato e voluto dalla Costituzione, pur consentendo al Paese di mantenere competitivit\u00e0 a livello europeo ed internazionale? Questo \u00e8 il punto.<\/div>\n<div>Se iniziamo ad interrogarci su questo, forse arriviamo a mettere in discussione la globalizzazione come corso inevitabile della storia rispetto al quale si pu\u00f2 soltanto adeguarvisi. Per osare tanto, occorrono tuttavia almeno due parole d&#8217;ordine, due idee forza relative al tema fondamentale del lavoro, che sono\u00a0<strong>cogestione<\/strong>\u00a0e\u00a0<strong>socializzazione<\/strong>, due concetti che intervengono nella\u00a0<strong>struttura<\/strong>\u00a0dei rapporti tra lavoro e sistema economico, non limitandosi agli aspetti funzionali.<\/div>\n<div>La cogestione ha radici giuridiche persino nella Costituzione che all&#8217;art. 43 afferma &#8220;<em>la legge pu\u00f2 riservare originariamente o trasferire. a comunit\u00e0 di lavoratori. determinate imprese o categorie di imprese, che .. abbiano carattere di preminente interesse generale<\/em>&#8221; e all&#8217;art. 46 continua &#8220;<em>..la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende<\/em>&#8220;. D&#8217;altro canto la socializzazione poggia soprattutto sull&#8217;art. 45 &#8220;<em>La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualit\u00e0 e senza fini di speculazione privata<\/em>&#8221; unitamente all&#8217;applicazione di leggi di attuazione degli art. 35 e 36 sopra ricordati che riguardano la tutele del lavoro e della sua generale funzione sociale e familiare.<\/div>\n<div>Dall&#8217;applicazione sul campo di questi principi deriverebbe una forte spinta alla partecipazione popolare, alla rimessa in circolo di idee, alla condisione del \u00a0know-how, al ripristino d&#8217;uso di capacit\u00e0 lavorativa e produttiva insieme a quel pizzico di sano orgoglio di cui l&#8217;Italia ma tutta l&#8217;Europa dei popoli hanno bisogno.<\/div>\n<div>La modifica dei rapporti strutturali tra lavoro e mezzi di produzione deve andare di pari passo con un\u00a0<em>new deal<\/em>\u00a0(nuovo corso) da attuare a livello di politica economica. Infatti, il tema della quantit\u00e0 e qualit\u00e0 dell&#8217;occupazione, nel senso degli art 35 e 36 della Costituzione, non pu\u00f2 essere scisso da almeno altri tre obiettivi strettamente collegati che sono\u00a0<strong>la reindustrializzazione<\/strong>\u00a0del Paese, la ricostruzione di\u00a0<strong>domanda interna<\/strong>\u00a0ed il mantenimento e sviluppo della\u00a0<strong>competitivit\u00e0<\/strong>\u00a0del sistema Paese, all&#8217;interno di una ritrovata sovranit\u00e0 economica e industriale.<\/div>\n<div>Questi tre obiettivi necessitano di un mix di fattori che includono in primis la stessa cogestione e socializzazione del lavoro, la spesa pubblica per i settori strategici e per la ricerca, l&#8217;attrattivit\u00e0 fiscale, le gabbie salariali, i dazi doganali, gli incentivi all&#8217;esportazione, le oscillazione del cambio valutario. Un corretto mix di questi fattori consentirebbe al lavoro di tornare ad essere mestiere ed arte, \u00a0in un contesto economico solido ed orientato al benessere della popolazione.<\/div>\n<div>Ad esempio, la reindustrializzazione del Paese deve essere resa attraente sia dalla leva fiscale (includendo agevolazioni al rimpatrio dei capitali produttivi) che da quella infrastrutturale (relativa ai servizi della pubblica amministrazione, ai trasporti, etc.). La ricostruzione di domanda interna richiede dazi doganali, gabbie salariali e soprattutto un piano strutturale e strategico di spesa pubblica.<\/div>\n<div>Per quanto attiene alla competitivit\u00e0 internazionale, ricordiamo anzitutto che i saldi netti della bilancia commerciale con l&#8217;estero rappresentano pochi punti percentuali del PIL (mai oltre il 6-7% negli ultimi decenni). Il problema sar\u00e0 comunque gestito grazie ad una pi\u00f9 robusta domanda interna e alla creazione di un&#8217;area di scambio tra Paesi ad economie similari (ad esempio l&#8217;Europa mediterranea). \u00a0Inoltre, minore pressione fiscale ed incentivi all&#8217;esportazione agiranno da propulsori del\u00a0<em>made in Italy<\/em>. E&#8217; in questo contesto che i cambi variabili potranno aiutare, riflettendo il saldo degli avanzi e dei disavanzi commerciali che i principali settori registreranno verso l&#8217;estero. Dunque,\u00a0<strong>competere sui mercati internazionali sottraendo il lavoro alla logica neo-liberista \u00e8 possibile<\/strong>!<\/div>\n<div>A proposito di aree di scambio, \u00e8 evidente che il primo Paese europeo che si incamminer\u00e0 su un percorso di questo genere far\u00e0 da apripista per gli altri, stimolando nuove forme di cooperazione centrate sui popoli e non sulle istituzioni finanziarie. In questo, in tema di innovazione politica e sociale l&#8217;Italia ha saputo tante volte essere punto di riferimento internazionale.<\/div>\n<div>E&#8217; un processo che richieder\u00e0 tempo e che si pu\u00f2 auto-alimentare nel contesto di una politica economica espansiva. Inizialmente compreremo meno &#8220;cineserie&#8221; e quindi i consumatori domestici potrebbero percepire un disagio; tuttavia, dovendosi rivolgere maggiormente al mercato interno, essi aumenteranno la domanda interna e le imprese domestiche torneranno ad assumere, aumentando quindi il reddito disponibile per le famiglie residenti, e via di seguito.<\/div>\n<div>C&#8217;\u00e8 un destino da riprendere in mano, una comunit\u00e0 politica che vuole tornare ad esercitare la sovranit\u00e0 sul proprio territorio. Facciamolo, ma evitiamo gli abbagli.<\/div>\n<div><\/div>\n<div><strong>fonte:<\/strong> <a href=\"https:\/\/albertomicalizzi1.wordpress.com\/2017\/02\/07\/liberiamo-il-lavoro-dal-neo-liberismo-cogestione-e-socializzazione\/\">https:\/\/albertomicalizzi1.wordpress.com\/2017\/02\/07\/liberiamo-il-lavoro-dal-neo-liberismo-cogestione-e-socializzazione\/<\/a>.<\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ALBERTO MICALIZZI Un pensiero primitivo piuttosto diffuso nella galassia &#8220;sovranista&#8221; ritiene che la crescita strutturale del tasso di disoccupazione e la crescente diffusione del precariato del lavoro proprie del neo-liberismo si combattano con la re-distribuzione del reddito, realizzabile ad esempio tramite redditi di cittadinanza o di sussistenza e con il ritorno a valute nazionali. 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