{"id":28587,"date":"2017-02-22T00:54:05","date_gmt":"2017-02-21T23:54:05","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=28587"},"modified":"2017-05-06T14:50:46","modified_gmt":"2017-05-06T12:50:46","slug":"trump-e-la-critica-del-libero-scambio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=28587","title":{"rendered":"Trump e la critica del libero scambio"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">di <strong>JACQUES SAPIR<\/strong>; 16 febbraio 2017<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;articolo originale al seguente indirizzo:\u00a0<a href=\"http:\/\/russeurope.hypotheses.org\/5711\" target=\"_blank\">http:\/\/russeurope.hypotheses.org\/5711<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Traduzione di\u00a0<strong>PAOLO DI REMIGIO (FSI Teramo)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il presidente Donald Trump non ha aspettato il suo insediamento, il 20 gennaio 2017, per cominciare a mettere in atto parte del suo programma economico, essenzialmente tramite pressioni protezioniste e la rimessa in discussione degli accordi di libero scambio. Che sia il Trattato Trans-Pacifico o il NAFTA (firmato qualche decennio fa con il Messico e il Canada) o misure che rimettono in discussione l&#8217;autorit\u00e0 del WTO, si assiste comunque a un&#8217;offensiva generale contro il principio stesso del libero scambio. Questa offensiva suscita molte questioni quanto alla sua pertinenza e alla politica commerciale che il presidente Trump vuole mettere in atto per gli Stati Uniti. Ma permette anche di porre tutta una serie di questioni sulla razionalit\u00e0 del libero scambio che ai nostri giorni \u00e8 diventata non pi\u00f9 una teoria, ma un&#8217;ideologia, non una semplice ideologia, ma una religione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La mondializzazione non \u00e8 felice<\/strong><br \/>\n\u00c8 significativo che oggi il libero scambio sia rimesso in discussione dagli Stati Uniti, da un presidente americano e, di pi\u00f9, da un personaggio conosciuto per la sua vicinanza al mondo degli affari. Di solito le critiche contro il libero scambio provenivano piuttosto dai paesi del \u00abSud\u00bb e da governi considerati di sinistra o almeno populisti. Gli Stati Uniti sono stati, quasi da quarant&#8217;anni e anche prima (se si ricorda la politica detta di \u00abporta aperta\u00bb in Asia), la forza motrice dei trattati di libero scambio. La difesa della \u00ablibert\u00e0 di commercio\u00bb poteva essere considerata come una delle note essenziali della politica estera di questo paese. Certo, queste proposizioni avevano incontrato, bisogna dirlo, un&#8217;ottima accoglienza nel quadro dell&#8217;Unione europea. Questa organizzazione condivideva con gli Stati Uniti la fede che il libero scambio fosse la strada dell&#8217;avvenire. La storia d&#8217;amore che i dirigenti dell&#8217;Unione europea hanno sviluppato con il libero scambio pone problemi, perch\u00e9 essa \u00e8 in realt\u00e0 contraddittoria con le ragioni iniziali della costruzione europea. Questa storia d&#8217;amore \u00e8 diventata oggi un punto del dogma europeista e l&#8217;Unione europea \u00e8 essa stessa diventata oggi il punto di fuga di tutti gli incensatori della religione del libero scambio. D\u2019altronde questa posizione si radica in una concezione molto ideologica delle virt\u00f9 del libero scambio, ritenuto apportatore di benessere ai paesi poveri, di pace nel mondo o almeno di fine dei conflitti. Si sa bene che non \u00e8 stato nulla di tutto questo.<br \/>\nGli ultimi vent&#8217;anni non hanno portato acqua al mulino dei partigiani del libero scambio. Di fatto esso non ha fatto sparire i conflitti. I progressi del libero scambio si sono arrestati con la crisi del 2008-2010. Il <em>Doha Round<\/em> si \u00e8 rivelato un fallimento. Il numero di misure protezioniste prese nei differenti paesi dal 2010 non cessa di aumentare. Cos\u00ec la svolta presa dagli Stati Uniti sotto la direzione di Donald Trump, per quanto spettacolare, stupisce meno di quanto si potrebbe pensare.<br \/>\nNo, la globalizzazione o la mondializzazione non \u00e8 stata \u00abfelice\u00bb, non lo \u00e8 mai stata. Conviene dirlo e ripeterlo. Non \u00e8 stata \u00abfelice\u00bb non per imperfezioni che si potrebbero correggere, ma in ragione della sua stessa forma di costituzione. Il mito del \u00abcommercio dolce\u00bb che si sostituisce ai conflitti bellici \u00e8 stato troppo reclamizzato per non lasciare qualche traccia \u2026 Ma in verit\u00e0 non \u00e8 stato che un mito. La nave da guerra ha sempre preceduto la nave mercantile. Le potenze dominanti hanno sempre usato la loro forza per aprirsi mercati e modificare i termini dello scambio secondo le proprie convenienze. La mondializzazione che abbiamo conosciuto da quasi quarant&#8217;anni \u00e8 risultata dalla combinazione della globalizzazione finanziaria, che si \u00e8 posta in essere con lo smantellamento del sistema ereditato dagli accordi di Bretton Woods nel 1973, e della globalizzazione commerciale, che si \u00e8 incarnata nel libero scambio. Ad ogni tappa queste hanno imposto i loro carichi di violenze e di guerre. Oggi ne vediamo il risultato: un movimento generale verso la regressione economica e sociale, che colpisce dapprima i paesi chiamati \u00abricchi\u00bb ma anche quelli che si indicano come paesi \u00abemergenti\u00bb. Essa ha condotto a un supersfruttamento delle risorse naturali precipitando pi\u00f9 di un miliardo e mezzo di esseri umani nelle crisi ecologiche che peggiorano di giorno in giorno. In un gran numero di paesi ha provocato la distruzione dei legami sociali e ha posto masse innumerevoli davanti allo spettro della guerra di tutti contro tutti, allo <em>choc<\/em> di un individualismo forsennato che fa presagire altre regressioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il grande capovolgimento<\/strong><br \/>\nSu questo tema oggi si assiste dunque a un grande capovolgimento. Ed \u00e8 particolarmente interessante che questo capovolgimento abbia come origine gli Stati Uniti. Infatti, alla base stessa del capovolgimento c&#8217;\u00e8 il declino dei redditi delle classi medio-inferiori e della classe lavoratrice. Questa caduta \u00e8 in larga misura imputabile alla mondializzazione. Lo scarto tra l&#8217;1% superiore e il 90% inferiore si \u00e8 aperto soprattutto dagli anni \u201980. La caduta \u00e8 stata confermata da un altro studio pubblicato nel 2015 . Questo scarto si evidenzia anche nello sganciamento tra il ritmo degli incrementi di produttivit\u00e0 del lavoro e quello dei salari orari. Se le due curve apparivano quasi parallele dal 1946 al 1973, il che implica che i guadagni di produttivit\u00e0 avevano ugualmente giovato ai salariati e ai capitalisti, si constata che dopo il 1973 non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec. Dopo questa data i salari orari sono aumentanti molto pi\u00f9 lentamente della produttivit\u00e0 del lavoro, il che implica che i guadagni di produttivit\u00e0 hanno ormai giovato essenzialmente ai profitti delle imprese e degli azionisti. Questa situazione si \u00e8 aggravata negli anni \u201990, evidentemente sotto l&#8217;effetto della mondializzazione e dell&#8217;apertura delle frontiere. Negli Stati Uniti l&#8217;evoluzione \u00e8 stata psicologicamente fondamentale, perch\u00e9 ha significato la \u00abfine\u00bb del sogno americano per una grande maggioranza della popolazione. Lo indica la differenza molto netta tra i ritmi di evoluzione del reddito medio, che ha continuato a progredire, e il reddito mediano. Ma gli Stati Uniti non sono stati il solo paese in cui si \u00e8 manifestata questa situazione. Occorre notare che essa si presenta anche in Gran Bretagna, il che non \u00e8 senza conseguenze politiche. Si \u00e8 assistito a una evoluzione simile anche nel caso della Francia, in particolare a partire dalla \u00absvolta del rigore\u00bb presa da Fran\u00e7ois Mitterrand nel 1983. Quanto agli incrementi di produttivit\u00e0, il \u00abpiano Delors\u00bb ha avuto per la Francia gli stessi effetti di quelli che si constatano negli Stati Uniti. E non \u00e8 un caso che dopo questo episodio Jacques Delors sia andato a infierire a Bruxelles.<br \/>\n\u00c8 dunque chiaro che il libero scambio non ha avuto sulle economie e sui lavoratori che vivono in queste economie le conseguenze benefiche che la teoria economica \u00abmainstream\u00bb promette. Tuttavia gli economisti della corrente dominante, quelli definiti \u00abortodossi\u00bb, non hanno cessato di pretendere che il libero scambio sia il futuro, necessariamente radioso, dell&#8217;umanit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il libero scambio \u00e8 il futuro dell&#8217;umanit\u00e0?<\/strong><br \/>\n\u00c8 vero che le diverse sovvenzioni e le pastoie alla concorrenza, che sono l&#8217;essenza stessa delle politiche protezioniste, hanno oggi una pessima fama. A destra come nella sinistra liberale, esse evocano il divieto assoluto, il tab\u00f9. L&#8217;ex ministro dell&#8217;economia e oggi candidato all&#8217;elezione presidenziale francese, Emmanuel Macron, non parla d&#8217;altro che di \u00abliberare\u00bb l&#8217;economia francese, ci\u00f2 che equivale a dire che abbiamo bisogno di pi\u00f9 concorrenza. Bisogna segnalare che Macron si \u00e8 distinto per il suo sostegno al trattato molto contestato tra l&#8217;Unione europea e il Canada, trattato che si chiama CETA, trattato che \u00e8 stato appena approvato dal \u00abparlamento\u00bb europeo. Uno stesso discorso, com&#8217;\u00e8 facile immaginare, \u00e8 tenuto ogni giorno dalla Commissione europea, che ha reagito con veemenza alle dichiarazioni di Donald Trump, non esitando a prendere l&#8217;atteggiamento delle vergini oltraggiate. Vi \u00e8 qui evidentemente un punto di consenso. Ma questo punto \u00e8 costruito su un&#8217;evidenza illusoria e autoproclamata.<br \/>\nI discorsi prescrittivi che cercano di estendere il libero scambio suppongono che la concorrenza sia sempre e ovunque un fatto positivo. Ora, questi discorsi riposano su basi normative estremamente discutibili. Se ne diede la dimostrazione dagli anni \u201930 del XX secolo. Questa dimostrazione trova la sua origine nelle riflessioni ispirate a un grande economista dalle fluttuazioni cicliche dei mercati del mais e del maiale, ci\u00f2 che si chiama il \u00abciclo della carne di maiale\u00bb o teorema della tela di ragno, o \u00abcobweb\u00bb. Come dimostra una lettura attenta dell&#8217;articolo fondamentale scritto da Mordecai Ezekiel nel 1938, si \u00e8 in presenza di un problema che va molto al di l\u00e0 dei fenomeni che hanno permesso la sua identificazione iniziale, la fluttuazione dei prezzi agricoli. L&#8217;analisi delle condizioni che danno origine al meccanismo del cobweb mostra una faglia maggiore nella teoria dell&#8217;equilibrio concorrenziale. Questa analisi contiene una critica radicale del ruolo normativo accordato alla concorrenza detta \u00abpura e perfetta\u00bb. Ella finisce col restituire una legittimit\u00e0 alle misure che restringono l&#8217;esercizio della concorrenza, che si tratti di sovvenzioni o dei limiti all&#8217;entrata in certi mercati tramite la presenza di quote o di diritti di dogana. Non \u00e8 senza ragione che i compilatori di un&#8217;opera estremamente importante sulla teoria dei cicli economici abbiano introdotto l&#8217;articolo di Ezekiel nella raccolta da essi compilata.<br \/>\nIl termine stesso cobweb fu proposto da Nicholas Kaldor. Bisogna sottolineare che Kaldor ha mostrato che conviene estrarre la dinamica del cobweb dal suo ambiente soltanto agricolo, perch\u00e9 si \u00e8 in presenza di un problema generale che infetta la teoria dell&#8217;equilibrio concorrenziale non appena si sia in presenza di una situazione in cui \u00ab \u2026 gli aggiustamenti sono completamente discontinui\u00bb. Una riflessione analoga era stata fatta da Wassili Leontief nello stesso periodo. Leontief dimostr\u00f2 l&#8217;impossibilit\u00e0 di determinare un meccanismo spontaneo di equilibrio dei prezzi e della produzione tramite il gioco della concorrenza \u00abpura\u00bb non appena si fosse in presenza di curve di offerta e di domanda che non corrispondessero precisamente alle specificazioni iniziali del modello di L\u00e9on Walras. L&#8217;equilibrio appare allora come un caso particolare e non un caso generale, ci\u00f2 che \u00e8 stato confermato da lavori pi\u00f9 recenti.<br \/>\nDi pi\u00f9, se ci si d\u00e0 l&#8217;obiettivo di evitare o di limitare le fluttuazioni perch\u00e9 possono avere effetti negativi a breve e a lungo termine sia sui produttori che sugli acquirenti (in particolare per l&#8217;investimento ), se ne pu\u00f2 trarre la conclusione che le misure che sospendono la concorrenza, come le sovvenzioni, le quote o i diritti di dogana diventino allora utili e legittime. Gilbert Abraham-Frois e Edmond Berrebi hanno mostrato che l&#8217;introduzione di clausole realiste nel ragionamento (per esempio accettare che l&#8217;agente economico abbia la scelta non fra due ma fra tre opzioni \u2026) conduce a generalizzare situazioni di forte instabilit\u00e0 finch\u00e9 \u00e8 mantenuta la concorrenza. Tuttavia, proprio mentre dei lavori teorici prodotti dall&#8217;inizio degli anni \u201970 confermano ed estendono le conclusioni di Ezekiel quanto a una critica radicale della portata normativa del modello di equilibrio concorrenziale, si tende a dimenticare la lezione generale del suo lavoro. Ora questa lezione rimette realmente in dubbio il principio della concorrenza, ma anche, indirettamente, il principio del libero scambio, che \u00e8 un&#8217;estensione del principio della concorrenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La diplomazia twitter di Donald Trump<\/strong><br \/>\nLe dichiarazioni recenti di Donald Trump, come le sue pressioni sui grandi gruppi industriali con i messaggi <em>twitter<\/em> (su Toyota, Ford e General Motors), se possono sembrare un po&#8217; esotiche, hanno per\u00f2 rilanciato la questione delle forme moderne di protezionismo. Di fatti questo dibattito ha gi\u00e0 avuto luogo. Negli anni \u201930, in seguito alla grande crisi economica, un certo numero di economisti ha rovesciato le posizioni tradizionali del \u00ablibero scambio\u00bb in una visione pi\u00f9 protezionista. John Maynard Keynes ne fu uno, e certo colui che esercit\u00f2 l&#8217;influenza pi\u00f9 rilevante. Il testo di J. M. Keynes sulla necessit\u00e0 di una autosufficienza nazionale fu pubblicato nel giugno 1933 nella Yale Review. Oggi, come nel 1933, le ragioni per mettere in dubbio il libero scambio si accumulano.<br \/>\nRicordiamo che gli esperti della Banca mondiale nel primo decennio del 2000 hanno rivisto al ribasso le loro stime dei \u00abvantaggi\u00bb di una liberalizzazione del commercio internazionale, bench\u00e9 questi vantaggi siano calcolati senza riferimento a possibili costi. Di pi\u00f9, qualche anno fa uno studio della CNUCED ha anche mostrato che il \u00abDoha Round\u00bb del WTO potrebbe costare ai paesi in via di sviluppo fino a 60 miliardi di dollari e non apporterebbe che 16 miliardi di guadagni. Anzich\u00e9 favorire lo sviluppo, il WTO potrebbe aver contribuito alla povert\u00e0 mondiale. Qui si misura tutta la falsit\u00e0 delle dichiarazioni di chi pretende che il libero scambio riduca la povert\u00e0. Perfino gli investimenti diretti esteri, per lungo tempo considerati come la soluzione miracolosa dello sviluppo, sono oggi messi in discussione. La concorrenza nella quale si mettono numerosi paesi per tentare di attirarli ha chiaramente degli effetti negativi nell&#8217;ambito sociale e della protezione dell&#8217;ambiente. Molto chiaramente, questo non \u00e8 preso in considerazione nella logica dell&#8217;\u00abAmerica prima\u00bb di Donald Trump. Ma le conseguenze globali della sua azione per la protezione dell&#8217;ambiente potrebbero rivelarsi in realt\u00e0 molto positive, ci\u00f2 che sarebbe, occorre sottolinearlo, un paradosso divertente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Come il libero scambio si \u00e8 imposto agli spiriti<\/strong><br \/>\nLa forte aperture del commercio internazionale dagli anni \u201970 e \u201980 ha segnato gli spiriti. Alcuni lavori, tra i quali si devono includere quelli di Dollar nel 1992, di Ben-David nel 1993, di Sachs e Warner nel 1995 e di Edwards nel 1998, hanno cercato di stabilire un legame tra il commercio internazionale e la crescita. Questi anni sono stati segnati da cambiamenti molto importanti. Si verificarono due fenomeni maggiori: la fine dell&#8217;Europa dell&#8217;Est, nel senso del <em>Consiglio per il mutuo aiuto economico<\/em> (COMECON), e la fine dell&#8217;URSS. In entrambi i casi si \u00e8 potuto constatare che i flussi di commercio, quali sono contabilizzati, hanno conosciuto una forte crescita. Il semplice passaggio da quello che era un \u00abcommercio interno\u00bb a un \u00abcommercio internazionale\u00bb si \u00e8 tradotto nel forte aumento di quest&#8217;ultimo. Parte della crescita del commercio mondiale pu\u00f2 cos\u00ec essere attribuita all&#8217;effetto \u00abrivelazione\u00bb di un commercio che si produceva all&#8217;interno di altri quadri statistici. Questo problema \u00e8 menzionato molto raramente dagli specialisti che intonano il credo della globalizzazione.<br \/>\nUna seconda causa \u00e8 pi\u00f9 sottile. L&#8217;aumento dei flussi del commercio internazionale \u00e8 stato legato all&#8217;evoluzione di queste economie durante i primi anni della loro transizione. Cos\u00ec, nel caso dell&#8217;URSS, una larga parte della produzione di alluminio e di acciaio non ha pi\u00f9 trovato impiego all&#8217;interno dell&#8217;economia, a causa della diminuzione delle attivit\u00e0 manifatturiere. L&#8217;esportazione di questa eccedenza, legale o illegale, \u00e8 stata immediata. Allo stesso modo si \u00e8 assistito a un fenomeno di sostituzione dei prodotti importati ai prodotti locali, favorito dalla forte evoluzione del tasso di cambio. A questo riguardo, le cifre estremamente elevate del commercio internazionale negli anni 1994-1997 sembrano essere state il prodotto di una illusione statistica. Sono queste cifre, registrate su quattro anni, che hanno fortemente condizionato la nostra visione della crescita come se fosse legata al commercio internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La rimessa in discussione dell&#8217;ortodossia libero scambista<\/strong><br \/>\nIn generale, i test effettuati danno risultati per lo meno molto ambigui. Se ne pu\u00f2 dedurre che, per certi paesi, l&#8217;apertura abbia avuto risultati positivi, ma non per altri. Il successo economico dipende molto pi\u00f9 dalla qualit\u00e0 delle misure macroeconomiche menzionate che dall&#8217;apertura. Di fatto i paesi che hanno associato politiche protezioniste a buone politiche macroeconomiche hanno conosciuto tassi di crescita che sono largamente superiori a quelli dei paesi pi\u00f9 aperti, e ci\u00f2 invalida il primato dell&#8217;apertura. Questo ci riporta alla problematica dello sviluppo, che si rivela essere ben pi\u00f9 complessa di quanto i partigiani del libero scambio generalizzato pretendono. I lavori di Alice Amsden, Robert Wade o quelli raggruppati da Helleiner mostrano che nel caso di paesi in via di sviluppo la scelta del protezionismo, se \u00e8 associata a reali politiche nazionali di sviluppo e di industrializzazione, determina tassi di crescita molto al di sopra di quelli di paesi che non fanno la stessa scelta. Il fatto che i paesi asiatici a pi\u00f9 forte crescita hanno sistematicamente violato le regole della globalizzazione stabilite e codificate dalla Banca Mondiale e dal FMI \u00e8 sottolineato da Dani Rodrik. Tutto ci\u00f2 rinvia alla questione delle politiche nazionali e alla problematica dello Stato come protagonista dello sviluppo, che \u00e8 riemersa nel dibattito da qualche anno. Questa problematica \u00e8 realmente il cuore del risveglio industriale dell&#8217;Asia. Infatti sono queste politiche nazionali a costituire le vere variabili critiche per la crescita e lo sviluppo, e non l&#8217;esistenza o meno di misure di liberalizzazione del commercio internazionale. Ma ammetterlo significa dover riconsiderare il ruolo dello Stato nelle politiche economiche e dunque il ruolo del nazionalismo come ideologia associata allo sviluppo. Qui si toccano potenti tab\u00f9 del pensiero ortodosso, in economia come in politica. Per provocare lo stallo sulla questione nazionale, i partigiani della \u00absovra-nazionalit\u00e0\u00bb, in qualunque modo, sono dunque obbligati a pretendere che la concorrenza sia un principio vantaggioso \u00ab sempre e ovunque \u00bb e sono costretti a lanciarsi in un&#8217;apologia sfrenata del libero scambio. Di fatto la loro teoria economica si deduce facilmente dai loro presupposti ideologici. Ne segue ineluttabilmente la strumentalizzazione del dibattito teorico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Un ritorno alla ragione<\/strong><br \/>\nNegli ultimi trent&#8217;anni lo sviluppo economico sarebbe stato veicolato soprattutto dal commercio internazionale: questa \u00e8 la conclusione diffusa da una parte degli economisti ma anche, ben inteso, dai giornalisti a pagamento. E tuttavia, esaminata da vicino, questa conclusione svapora. La vulgata del libero scambio passa rapidamente sopra elementi importanti per la sua dimostrazione, che sono stati evidenziati dalla crisi attuale. Si \u00e8 visto, nel 2008 e nel 2009, il commercio internazionale diminuire in proporzione del calo della produzione nei grandi paesi industrializzati. Il commercio per se stesso non crea dunque valore, vecchio errore dei mercantilisti che risorge sotto la forma della fede in una crescita suscitata unicamente dal commercio. Al contrario, \u00e8 la crescita nei principali paesi che suscita il commercio. Conviene dunque chiedersi se non siamo di fronte a un errore, almeno a un&#8217;illusione, dovuta alle statistiche. In effetti il fenomeno della crescita, che si tratti di quella del prodotto interno loro (PIL) o di quella del commercio internazionale, \u00e8 stato sicuramente sovrastimato, e ci\u00f2 per diverse ragioni. Ora, la possibilit\u00e0 di un errore di misura pu\u00f2 rimettere in discussione l&#8217;idea convenzionale di un legame diretto e meccanico tra lo sviluppo del commercio internazionale e la crescita mondiale. Questa possibilit\u00e0 costringe a ripensare i legami di causalit\u00e0 che vanno dalla crescita al commercio. Detto altrimenti, dove si produce valore? La confusione, ahim\u00e8 tradizionale, tra il valore e i prezzi (questi ultimi misurano soltanto i rapporti di forza nello scambio) viene ad aggravare e a rafforzare l&#8217;errore iniziale. Max Weber ne era ben cosciente, quando a proposito dei \u00abprezzi di mercato\u00bb scriveva: \u00abI prezzi monetari risultano da compromessi e conflitti di interesse; a questo riguardo essi derivano dalla distribuzione del potere. La moneta non \u00e8 un semplice \u00abdiritto su beni non specificati\u00bb che potrebbe essere utilizzato a piacere senza conseguenza fondamentale sulle caratteristiche del sistema dei prezzi inteso come una lotta tra gli uomini. La moneta \u00e8 innanzitutto una arma in questa lotta; \u00e8 uno strumento di calcolo solo nella misura in cui si considerano le opportunit\u00e0 di successo in questa lotta\u00bb .<br \/>\nQuesta confusione \u00e8 alla base di quella, non meno importante, che circonda la teoria del mercato. A partire da qui va rimessa discussione tutta l&#8217;ideologia che ha circondato la globalizzazione commerciale. E i partigiani del libero scambio si rivelano allora per quello che sono: epigoni di un pensiero economico pre moderno, del mercantilismo.<br \/>\nLa lacerazione di questo velo permette allora di porre altre questioni. Qual \u00e8 la responsabilit\u00e0 della globalizzazione nel degrado dell&#8217;ambiente naturale, di cui si constata l&#8217;accelerazione dalla fine degli anni \u201980? Il degrado non \u00e8 connesso soltanto alla moltiplicazione dei trasporti sulle lunghe distanze, all&#8217;esporre alla concorrenza i lavoratori dell&#8217;Europa occidentale e i lavoratori asiatici al di l\u00e0 dei sistemi sociali molto differenti che regolano il loro lavoro. Eppure oggi si sa che questo ha avuto effetti profondamente destabilizzanti sulla ripartizione interna dei redditi. Le imprese si sono affrancate dal vincolo che vuole che, nel quadro di una economia relativamente chiusa, i salari (che per loro sono dei costi) siano determinanti per i loro mercati. Questo affrancamento proviene dalla sottomissione delle logiche economiche locali a una logica superiore, che pu\u00f2 tradursi in danni ecologici importanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Economia e politica<\/strong><br \/>\nDi fatto la globalizzazione \u00e8 sinonimo di crescita solo quando pu\u00f2 appoggiarsi su un progetto di sviluppo nazionale, spesso connesso con un&#8217;ideologia nazionalista. La globalizzazione commerciale d\u00e0 risultati solo nella misura in cui non si gioca il suo gioco ma altri accettano di giocarlo. Il caso della Cina \u00e8 qui esemplare, perch\u00e9 attraverso la combinazione di una politica nazionale estremamente forte e dell&#8217;apertura si \u00e8 compiuto lo sviluppo importante degli ultimi venticinque anni. Ma anche in questo caso l&#8217;aumento delle disuguaglianze sociali e delle distruzioni ecologiche rende problematico il perseguimento di questo modello. Ci\u00f2 \u00e8 particolarmente vero in Estremo Oriente, ma lo si pu\u00f2 constatare in Russia dal 1999.<br \/>\nCos\u00ec, anzich\u00e9 condurre al superamento della nazione, la globalizzazione si rivela essere il nuovo quadro di espressione di politiche nazionali che generano sia effetti di dominio e di distruzione di quadri nazionali a vantaggio di nazioni pi\u00f9 forti, sia fenomeni di reazione e di sviluppo nazionale.<br \/>\nFondamentalmente, l&#8217;idea che abbiamo a partire dalla fine del \u00absecolo breve\u00bb, di una tendenza all&#8217;integrazione tramite il commercio, si rivela cos\u00ec un mito. Lo hanno mostrato Paul Bairoch e Richard Kozul-Wright in uno studio sistematico di questi flussi che \u00e8 stato realizzato nel 1996 per la <em>Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo<\/em> (CNUCED). Non c&#8217;\u00e8 dunque mai stata un&#8217;\u00abet\u00e0 dell&#8217;oro\u00bb della globalizzazione che sia terminata con la prima guerra mondiale e che sia stata seguita da un lungo periodo di declino, prima di conoscere un rinnovamento dagli anni \u201970. \u00c8 tutta un&#8217;immagine di un movimento che si vorrebbe armonioso verso il \u00abvillaggio globale\u00bb che si trova messa profondamente in discussione. Questo dibattito \u00e8 continuato nel periodo recente e i suoi risultati sono gli stessi. Conserviamo tuttavia l&#8217;immagine che ci \u00e8 offerta da Rodrik e Rodriguez. La spinta verso un&#8217;apertura maggiore non \u00e8 stata favorevole alla maggioranza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Requiem per il libero scambio<\/strong><br \/>\nEconomicamente, il libero scambio non \u00e8 la migliore soluzione e comporta considerevoli rischi di crisi e di crescita delle disuguaglianza. Mette in competizione territori differenti non sulla base delle attivit\u00e0 umane che vi si svolgono ma su quella di scelte sociali e fiscali esse stesse molto discutibili. La liberalizzazione del commercio non ha giovato ai paesi pi\u00f9 poveri, come mostrano gli studi pi\u00f9 recenti. Un confronto dei vantaggi e dei costi, in particolare in ci\u00f2 che concerne il crollo delle capacit\u00e0 di investimento pubblico nella sanit\u00e0 e nell&#8217;educazione seguito al crollo delle risorse fiscali, suggerisce che il bilancio sia negativo.<br \/>\nPoliticamente, il libero scambio \u00e8 dannoso. \u00c8 eversivo della democrazia e della libert\u00e0 di scegliere le istituzioni sociali ed economiche. Favorendo l&#8217;indebolimento delle strutture statali incoraggia l&#8217;ascesa del comunitarismo e dei fanatismi transfrontalieri come il jihadismo. Anzich\u00e9 essere una promessa di pace, l&#8217;internazionalismo economico ci conduce in realt\u00e0 alla guerra.<br \/>\nMoralmente, il libero scambio \u00e8 indifendibile. Non ha altre sponde che quella di ridurre tutta la vita sociale a merce. Stabilisce come valore morale l&#8217;oscenit\u00e0 sociale della nuova \u00abclasse agiata\u00bb mondializzata. L&#8217;avvenire \u00e8 dunque per il protezionismo. Quest&#8217;ultimo si imporr\u00e0 dapprima come mezzo per evitare il <em>dumping<\/em> sociale ed ecologico di certi paesi. Prender\u00e0 poi la forma di una politica industriale coerente in cui si cercher\u00e0 di stimolare lo sviluppo di filiere con un ruolo strategico in un progetto di sviluppo. Ci\u00f2 porter\u00e0 a ridefinire una politica economica globale in grado di includere una regolamentazione dei flussi di capitali, al fine di ritrovare gli strumenti della sovranit\u00e0 economica, politica e sociale. Restano da trovare le forme della politica del futuro. Sul suo senso generale non ci sono dubbi.<br \/>\n\u00c8 un punto interessante, ma assai paradossale, che il libero scambio sia rimesso in discussione dal presidente considerate come il pi\u00f9 \u00abpro-business\u00bb, ma anche il pi\u00f9 indifferente alle preoccupazioni ecologiche, che ci sia stato negli Stati Uniti da molti anni. Al di l\u00e0 dello stile politico, discutibile, di Donald Trump, riconosciamo che il suo progetto si inscrive nel quadro del grande capovolgimento che avevo pronosticato da qualche anno. Al momento attuale non sappiamo ancora se Donald Trump riuscir\u00e0 ad articolare una vera politica di reindustrializzazione del suo paese, politica che gioverebbe alla maggioranza. Ma la sua politica si rende conto, a differenza di quello che si pu\u00f2 vedere nell&#8217;Unione europea, che oggi l&#8217;era del libero scambio \u00e8 finita.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di JACQUES SAPIR; 16 febbraio 2017 L&#8217;articolo originale al seguente indirizzo:\u00a0http:\/\/russeurope.hypotheses.org\/5711 Traduzione di\u00a0PAOLO DI REMIGIO (FSI Teramo) Il presidente Donald Trump non ha aspettato il suo insediamento, il 20 gennaio 2017, per cominciare a mettere in atto parte del suo programma economico, essenzialmente tramite pressioni protezioniste e la rimessa in discussione degli accordi di libero scambio. Che sia il Trattato Trans-Pacifico o il NAFTA (firmato qualche decennio fa con il Messico e il Canada) o&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":65,"featured_media":28662,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":true,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[5101,6],"tags":[1200,5567,4647,3721,4984,5566,284,581,714],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/free-trade.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-7r5","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/28587"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/65"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=28587"}],"version-history":[{"count":14,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/28587\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":28664,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/28587\/revisions\/28664"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/28662"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=28587"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=28587"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=28587"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}