{"id":2867,"date":"2011-03-08T15:01:53","date_gmt":"2011-03-08T14:01:53","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=2867"},"modified":"2011-03-08T15:01:53","modified_gmt":"2011-03-08T14:01:53","slug":"la-crisi-libica-e-i-suoi-sciacalli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=2867","title":{"rendered":"La crisi libica e i suoi sciacalli"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><span style=\"font-size: medium\">L&#39;articolo che presentiamo &egrave; lungo ma &egrave; eccellente. Lascia intendere ci&ograve; che &egrave; importante, per il popolo libico e per i popolo itaiano. Invitiamo perci&ograve; i lettori a dedicare ad esso attenzione; e a leggere con la lentezza, la calma e la pazienza necessarie per penetrare lo spirito dell&#39;autore di uno scritto che vale (SDA)<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><span style=\"font-size: medium\">di <strong>Spartaco Alfredo Puttini <\/strong><a href=\"http:\/\/eurasia-rivista.org\">Eurasia<\/a><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><span style=\"font-size: medium\">&ldquo;<em>From the Halls of Montezuma,<br \/>\n\tTo the shores of Tripoli;<br \/>\n\tWe fight our country&rsquo;s battles<br \/>\n\tIn the air, on land, and sea<\/em>&rdquo; <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: right\"><span style=\"font-size: medium\">[<em>Dalle sale di Montezuma,<br \/>\n\tAlle spiagge di Tripoli;<br \/>\n\tcombattiamo le battaglie del nostro paese<br \/>\n\tin cielo, in terra, in mare<\/em>]<br \/>\n\t(Inno dei marines)<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: right\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: right\"><span style=\"font-size: medium\"><br \/>\n\t<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Nell&rsquo;inno dei marines figura un chiaro riferimento alle spiagge di Tripoli. In effetti fu contro i tripolini che il reparto speciale degli Stati Uniti fece il proprio battesimo del fuoco fuori dal Nuovo Mondo. Erano i primi anni dell&rsquo;Ottocento, e a quell&rsquo;epoca la marina americana era una neonata che cercava di difendere i propri traffici commerciali nel Mediterraneo dai pirati della &ldquo;citt&agrave;-stato&rdquo; di Tripoli, che coraggiosamente davano l&rsquo;assalto alle navi di quei paesi che non volevano pagare loro il dovuto pedaggio. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Da allora le cose sono cambiate. Gli Usa sono diventati la prima Potenza marittima del globo e dalla fine del secondo conflitto mondiale il Mediterraneo &egrave; diventato un loro mare.<br \/>\n\tCon la fine del colonialismo italiano, la Libia raggiunse un&rsquo;indipendenza per lo pi&ugrave; formale sotto la monarchia senussita di re Idris e gli americani furono ben contenti di puntellare la loro presenza nel Mediterraneo con le basi libiche. Quando vennero scoperte ingenti riserve di petrolio le multinazionali anglo-americane si gettarono sul paese con avidit&agrave;. Il regime senussita era talmente succube delle Grandi Potenze che quando l&rsquo;Italia, tramite l&rsquo;Eni di Mattei, strinse un accordo per l&rsquo;esplorazione e lo sfruttamento degli idrocarburi nel paese (per altro secondo uno schema molto favorevole al paese arabo), bast&ograve; una telefonata dell&rsquo;allora presidente americano Kennedy perch&eacute; re Idris costringesse alle dimissioni il suo primo ministro seppellendo di fatto l&rsquo;accordo sottoscritto con l&rsquo;Italia. Non si capisce per tanto come Sergio Romano possa parlare di Idris come di &ldquo;un re bonario e saggio che aveva stabilito rapporti cordiali con l&rsquo;Italia, aperto il paese all&rsquo;Eni nel 1959&rdquo; . Ma sono molte le cose che vengono sostenute con eccessiva faciloneria nel corso di questi giorni. Quella era la situazione della Libia prima del golpe rivoluzionario del settembre 1969, che port&ograve; al potere i &ldquo;giovani ufficiali&rdquo;, tra cui Gheddafi. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">La nuova giunta prese successivamente misure modernizzatrici in un paese estremamente arretrato, a cominciare dalla nazionalizzazione del settore petrolifero.<br \/>\n\tNel 1986, infastiditi dalla politica antimperialista del piccolo paese arabo, gli Usa si fecero ancora vicini alle coste libiche. In questo caso si limitarono a bombardare Tripoli, causando ingenti danni e mietendo numerose vittime, tra cui la figlia di Gheddafi.<br \/>\n\tNonostante il &ldquo;disgelo&rdquo; intervenuto da circa 10 anni tra la Libia e gli anglo-americani, l&rsquo;attuale crisi in cui &egrave; precipitato il paese arabo &egrave; diventato il nuovo round del match che oppone l&rsquo;ormai vecchio colonnello alle vecchie Potenze imperialiste. Questa &egrave; l&rsquo;unica cosa certa in una situazione che pare piuttosto difficile da decifrare e che viene raccontata in modo ancor pi&ugrave; confuso dai media.<br \/>\n\tE&rsquo; lecito chiedersi cosa davvero stia accadendo in Libia. Perch&eacute; le notizie dei media richiamano episodi drammatici ma assolutamente non appurati ed a volte nemmeno congruenti.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Sappiamo solo che nel paese &egrave; in corso un&rsquo;ampia sollevazione e che il livello di violenza raggiunto pu&ograve; gi&agrave; far parlare di guerra civile. Non sappiamo con certezza quale sia l&rsquo;indirizzo della rivolta, ma il fatto che i ribelli sventolino le bandiere del vecchio regime monarchico e feudale di re Idris e non la bandiera del loro paese (come invece &egrave; avvenuto in Tunisia ed Egitto) non lascia presagire nulla di buono per il popolo libico. E nemmeno per noi perch&eacute;, come ha acutamente notato sin dalle prime battute della crisi Fidel Castro, il rischio di un intervento americano diretto &egrave; forte. Ed allora i marines potrebbero tornare sulle spiagge di Tripoli, questa volta per restarci.<br \/>\n\tPer questo &egrave; opportuno chiarire alcune questioni e porsi necessarie domande al fine di mettere insieme i tasselli di un intricato mosaico. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\"><strong>La Libia sotto le bufale<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Ci sono parecchie cose che non tornano nel modo in cui questa crisi viene raccontata. Questo anche al di l&agrave; delle panzane pi&ugrave; colossali: la fuga di Gheddafi, la sua morte e la sua resurrezione su tutte.<br \/>\n\tL&rsquo;esperienza dovrebbe lasciarci intuire che, al di l&agrave; di chi sia Gheddafi, ci troviamo di fronte ad una montatura mediatica clamorosa. La storia del bombardamento a tappeto voluto dal dittatore sui dimostranti pacifici &egrave; grottesca quanto la ricorrente frottola delle fosse comuni, lanciata a titoli cubitali ad ogni crisi per scioccare la smarrita opinione pubblica occidentale e spingerla ad accettare l&rsquo;intervento propiziatorio degli anglo-americani (che le bombe sui civili inermi sono soliti lanciarle sul serio). I bombardamenti sui cittadini inermi delle citt&agrave; sono stati categoricamente smentiti dagli stranieri che hanno lasciato il paese. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Ma anche lo stesso svilupparsi degli avvenimenti che ci viene raccontato lascia alquanto a desiderare.<br \/>\n\tI rivoltosi, stando alle notizie fornite, sembravano dover marciare sulla capitale da un momento all&rsquo;altro. La caduta di Tripoli, come il suo presunto assedio hanno tenuto le prime pagine dei giornali. La fine di Gheddafi sembrava segnata, questione di giorni, forse di ore&hellip;<br \/>\n\tLa controffensiva governativa del 2 marzo ha chiarito che i rivoltosi sono inchiodati in Cirenaica e che le truppe governative fedeli al colonnello sono a circa 200 km da Bengasi&hellip;<br \/>\n\tLo stesso Gheddafi, che, ci era stato raccontato, sarebbe stato da giorni chiuso nel bunker in attesa del suicidio (come Hitler al museo delle cere di Milano), ha parlato pi&ugrave; volte alla televisione o al popolo sulla Piazza Verde.<br \/>\n\tIl dubbio &egrave; che tali notizie vengano date a scopo propagandistico e che vengano utilizzate come arma di guerra psicologica. Dare Gheddafi per spacciato da subito &egrave; servito a scongiurare qualsiasi intervento dall&rsquo;esterno in suo soccorso e a far approvare drastiche ed inusitate misure alle Nazioni Unite. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Le uniche certezze paiono queste: che oggi la Cirenaica &egrave; in mano agli insorti ed il paese &egrave; spaccato a met&agrave;. Nessuno controlla pi&ugrave; le frontiere del paese, nel quale &egrave; data ormai per assodata la presenza di mercenari stranieri, molto probabilmente pi&ugrave; dalla parte degli insorti che da quella di Gheddafi. La Tv italiana ha fugacemente mostrato le immagini di un enigmatico barbuto &ldquo;afghano&rdquo; in bella compagnia di un uomo bianco che addestrava le milizie degli insorti a Bengasi, mentre la stampa israeliana scrive senza peli sulla lingua di militari anglo-americani al servizio della rivolta. Di fatto Usa e Gran Bretagna sono gi&agrave; coinvolti, seppur indirettamente.<br \/>\n\tLa crisi mostra tutti i segni di una crescente complicazione. La destabilizzazione del paese arabo pone inquietanti interrogativi anche a quelle forze che hanno soffiato sul vento della sedizione e che adesso, come l&rsquo;apprendista stregone, devono decidere quale prezzo pagare per portare a casa la partita. Perch&eacute; &egrave; chiaro che senza un intervento diretto anglo-americano i rivoltosi non ce la faranno mai, cos&igrave; come &egrave; chiaro che questo intervento rischia di cementare attorno a Gheddafi gran parte del paese all&rsquo;insegna della difesa della patria minacciata e che qualsiasi intervento di terra rischia di aprire un altro fronte per l&rsquo;imperialismo americano.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Anche se non sono possibili al momento risposte inequivocabili ad una crisi che si sviluppa a grande velocit&agrave; sotto i nostri occhi &egrave; necessario cercare di contestualizzare la situazione.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\"><strong>La Libia non &egrave; n&eacute; l&rsquo;Egitto, n&eacute; la Tunisia<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Innanzitutto non esiste alcun vento del deserto che &egrave; partito dalla Tunisia e che dopo l&rsquo;Egitto &egrave; giunto in Libia spingendo i popoli arabi alla rivolta contro i loro regimi.<br \/>\n\tSe la crisi tunisina e quella egiziana (che era iniziata gi&agrave; dal 2008!) hanno inequivocabilmente elementi in comune per la caratteristica dei regimi in piazza (fiduciari degli Usa e diretti da compradores) la crisi libica rappresenta un caso completamente diverso. Semmai, un elemento in comune potrebbe essere costituito dall&rsquo;esorbitante aumento del prezzo dei cereali che ha pesantemente colpito i paesi nordafricani che ne sono grandi importatori, peggiorando sensibilmente le condizioni di vita di quei popoli. Le maggiori difficolt&agrave; a ottenere un bene di prima necessit&agrave; ha sicuramente costituito il lievito delle rivolte. Ma le analogie si fermano qui. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Il caso della Libia &egrave; completamente diverso da quello tunisino ed egiziano. In Tunisia e in Egitto i regimi si sono trovati di fronte all&rsquo;esplosione di manifestazioni pacifiche che hanno tentato di reprimere nel sangue.<br \/>\n\tContrariamente a quanto ci &egrave; stato raccontato lo sviluppo della crisi sembra suggerire che in Libia il regima ha dovuto affrontare da subito un&rsquo;insurrezione armata di ampie proporzioni. A questa insurrezione hanno partecipato spezzoni dell&rsquo;esercito e intere trib&ugrave;, oltre che bande armate. Ecco perch&eacute; il paese &egrave; precipitato nella guerra civile. Non possono esserci dubbi che l&rsquo;insurrezione sia stata organizzata da tempo, probabilmente con il supporto esterno di oppositori al governo di Gheddafi rifugiatasi in Gran Bretagna e negli Usa, o di questi stessi paesi. La diffusione delle bandiere monarchiche mostrataci dai rivoltosi fa pensare a un&rsquo;operazione pianificata con cura, perch&eacute; in un regime come quello libico le bandiere della monarchia deposta non si comprano al mercato del sabato. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\"><strong>La fronda dell&rsquo;esercito e la sollevazione dei clan tribali<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Parti consistenti dell&rsquo;esercito e spezzoni dell&rsquo;establishment hanno da subito defezionato e la crisi si &egrave; cos&igrave; caratterizzata non come una manifestazione pacifica oggetto di spietata repressione ma come una vera e propria guerra civile che ha spaccato il paese in due. E c&rsquo;&egrave; da chiedersi se la Libia sopravvivr&agrave; come Stato unitario e sovrano. Non si conosce il numero delle vittime degli scontri ma &egrave; chiaro che data la natura della dinamica in corso queste non possano essere messe solo sul conto del regime. E soprattutto che sono destinate a salire, comunque vadano le cose. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Alcuni aspetti della crisi libica sono destinati per molto tempo a restare avvolti nel mistero.<br \/>\n\tCi&ograve; che emerge con certezza &egrave; il peso dei clan tribali. Molti erano forse scontenti per come Gheddafi stava tracciando la rotta di una possibile successione, orientata presumibilmente secondo criteri bonapartisti. Alcuni, in primis le trib&ugrave; della Cirenaica, erano forse scontente per la redistribuzione dei ricavati del petrolio ed hanno sommato questa rivendicazione alla riscoperta di un loro particolarismo regionalistico o al rigurgito nostalgico dell&rsquo;appartenenza alla confraternita senussita, che dirigeva il paese prima dell&rsquo;ascesa al potere di Gheddafi. Infine &egrave; chiaro che per il momento ci troviamo di fronte alla spaccatura di una paese che non &egrave; mai stato nazione e in cui la modernizzazione operata dall&rsquo;alto dal regime non ha saputo incidere in profondit&agrave; sulle strutture tradizionali. Su queste debolezze, forse aggravate dalla politica che il colonnello ha seguito nell&rsquo;ultimo decennio, hanno probabilmente agito con la solita capacit&agrave; i servizi anglo-americani.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Da questo punto di vista &egrave; evidente l&rsquo;equivoco di fondo del regime di Gheddafi e la radice dell&rsquo;attuale crisi. Il dispotismo illuminato del colonnello &egrave; riuscito a tenere in patria i proventi del petrolio per dare al suo popolo un tenore di vita dignitoso ed un progresso reale, e questo gi&agrave; lo differenzia dai regimi tunisino e egiziano, ma non &egrave; andato al di l&agrave;. Si &egrave; limitato a cooptare in questo suo disegno i clan tribali preesistenti. Ha cercato un difficile compromesso con i vari clan di un paese da sempre scomposto che &egrave; stato assemblato solo dal colonialismo italiano. L&rsquo;elemento unificante era dato dalla figura carismatica del colonnello, che forse si &egrave; progressivamente appannata anche in patria, e dalla promozione dell&rsquo;eclettica elaborazione ideologica contenuta nel Libro verde. La recente crisi ha mostrato le crepe dell&rsquo;edificio costruito dal 1969 in avanti. Ma occorre aggiungere per onest&agrave; intellettuale che quest&rsquo;opera non era affatto facile in un paese che non ha mai avuto una forte storia unitaria e che la capacit&agrave; di imprimere dall&rsquo;esterno un colpo di accelerazione alle contraddizioni endogene degli stati di volta in volta nel mirino dell&rsquo;imperialismo &egrave; una tecnica che ha fatto notevoli progressi negli ultimi 20 anni.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\"><strong>L&rsquo;enigmatico Gheddafi<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Nonostante questo non si pu&ograve; certo scambiare Gheddafi con Ben Al&igrave; o Mubarak. Occorre tenerlo presente se si vogliono capire quali possono essere gli sviluppi della crisi in corso. Bench&eacute; tutti questi leader abbiano guidato il paese con pugno di ferro, &egrave; stata assai diversa la politica da loro impostata e la percezione che della stessa si &egrave; avuta nelle cancellerie mondiali.<br \/>\n\tBen Al&igrave; e Mubarak sono sempre stati i protetti ed i pupilli dei governi occidentali e i loro regimi erano spesso portati ad esempio in quanto custodi della laicit&agrave; che avevano ereditato dai propri predecessori.<br \/>\n\tE&rsquo; noto che Mubarak e Ben Al&igrave; guidavano partiti che facevano parte dell&rsquo;Internazionale socialista, dove amano incontrarsi noti idealisti e cantori dei diritti umani come Tony Blair, Kouchner, D&rsquo;Alema&hellip;<br \/>\n\tI loro regimi erano definiti &ldquo;moderati&rdquo;, come quello dell&rsquo;oscurantista e tirannica Arabia Saudita del resto, solo perch&eacute; proni ai voleri di Washington. Gheddafi al contrario non era mai stato accolto a braccia aperte. Certo, i paesi a capitalismo avanzato hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco con il colonnello. Non potevano ignorare il peso della Libia nel mercato energetico globale. Ma gli anglo-americani non hanno mai digerito la politica autonoma ed antimperialista patrocinata dal leader libico, cos&igrave; come non gli perdonano di essere stati cacciati dalle basi che il retrogrado re Idris aveva donato loro.<br \/>\n\tGheddafi ha compiuto varie capriole politiche nel corso di 40 anni di potere: da presunto erede di Nasser e portabandiera del panarabismo, a sostenitore dell&rsquo;unit&agrave; africana, da sostenitore dell&rsquo;indipendenza eritrea a mediatore in numerosi conflitti nel continente nero. Da quando &egrave; caduto il muro di Berlino ha accettato numerosi compromessi con l&rsquo;imperialismo americano e questo &egrave; stato il primo gesto che gli ha inimicato settori occidentali che all&rsquo;inizio della Jamahiriya avevano guardato con simpatia alla sua politica. Bisogna per&ograve; dire che difficilmente la piccola ed indifesa Libia avrebbe potuto continuare ad opporsi in modo frontale all&rsquo;imperialismo senza fare la fine dell&rsquo;Iraq di Saddam.<br \/>\n\tInfine gli hanno nuociuto, per la sinistra italiana, i suoi rapporti con Berlusconi ed il suo cinico utilizzo della minaccia della migrazione verso l&rsquo;Europa. E&rsquo; difficile spiegare ai politici italiani la differenza che passa tra le polemiche da teatrino della politica interna e le regole della politica internazionale. Figuriamoci ai loro militanti&hellip; Ma se basta farsi fotografare accanto a Silvio Berlusconi in un incontro ufficiale per essere accomunato al primo ministro italiano significa che le capacit&agrave; di analisi critica della sinistra sono finite molto in basso.<br \/>\n\tMa il punto non &egrave; il giudizio su Gheddafi in quanto tale, quanto comprendere ci&ograve; che attende la Libia.<br \/>\n\tCertamente il colonnello non scapper&agrave; con la cassa, come ha fatto il clan Ben Al&igrave;-Trabelsi. Egli &egrave; un patriota convinto, &egrave; comunque un combattente che crede nella giustezza della propria politica e della propria causa e come Saddam rifiuter&agrave; le proposte di esilio dorato e lotter&agrave; fino all&rsquo;ultimo. Lo far&agrave; perch&eacute; dopo di s&eacute; scorge solo le forze dell&rsquo;apocalisse scatenarsi sul suo paese a distruggere i frutti della rivoluzione del &rsquo;69. Lo far&agrave; specialmente se interverranno nella crisi pi&ugrave; scopertamente gli americani.<br \/>\n\tQualsiasi sia il giudizio sul colonnello, sul suo regime, o sulla sua politica non si pu&ograve; che convenire riguardo al fatto che la Libia &egrave; lanciata verso una catastrofe totale. Sia se Gheddafi dovesse tenere, perch&eacute; a questo punto gli Usa si sono esposti troppo e dovranno sostenere l&rsquo;opposizione in forma ancor pi&ugrave; fattiva, sia nel caso in cui i ribelli riusciranno nell&rsquo;intento di abbattere il governo centrale.<br \/>\n\t<strong><br \/>\n\tLa Libia sotto le bombe<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">Il fatto che sulle citt&agrave; in mano ai rivoltosi sventoli impunita la bandiera della vecchia monarchia senussita, corrotta e infeudata all&rsquo;imperialismo, non promette nulla di buono. E&rsquo; incredibile che i media parlino di bandiera della nuova Libia libera e democratica! Ancor pi&ugrave; incredibile &egrave; vedere manifestazioni dove l&rsquo;attuale opposizione italiana la innalza senza alcuna coscienza, senza alcuna vergogna. &ldquo;Questo di tanta speme oggi vi resta&rdquo;?<br \/>\n\tIn realt&agrave; c&rsquo;&egrave; poco da festeggiare. La Libia del dopo Gheddafi avr&agrave; di fronte a s&eacute; due prospettive, entrambe terribili. La prima &egrave; diventare uno &ldquo;stato fallito&rdquo; implodendo in una guerra civile perpetua tra le sue trib&ugrave; e tra le bande armate che ormai, si dice, abbiano il controllo di interi villaggi. Altro che democrazia in questo caso: ci&ograve; che si vede all&rsquo;orizzonte &egrave; una Somalia nel cuore del Mediterraneo. Un caos nel quale scomparir&agrave; qualsiasi ombra di societ&agrave; civile, di strutture sanitarie, qualsiasi forma di istruzione. Oppure la Libia torner&agrave; ad essere ci&ograve; che era prima di Gheddafi: una provinciale colonia degli anglo-americani: una vacca da cui mungere petrolio e da sfruttare, per lasciare le briciole ad una ristretta &eacute;lite di parassiti e traditori del proprio popolo, come erano Ben Al&igrave; e Mubarak. Come era re Idris. Come sono gli oppositori libici all&rsquo;attuale regime che vengono coccolati dagli Usa. Se, invece, questa operazione di normalizzazione non dovesse funzionare ci&ograve; che attende i libici &egrave; l&rsquo;inferno irakeno.<br \/>\n\tQuesto a prescindere dall&rsquo;aderenza alla realt&agrave; delle notizie di una prossima conquista della capitale da parte dei rivoltosi. Perch&eacute; &egrave; lecito dubitarne&hellip;<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">In realt&agrave; non pare che gli insorti dispongano di gran ch&eacute;, oltre al controllo della Cirenaica e di qualche villaggio alle spalle di Tripoli. Il resto del paese sembra nelle mani del governo. Tanto che alle ricorrenti notizie smentite su una prossima caduta della capitale ha risposto con i fatti la controffensiva governativa, che il 2 marzo &egrave; giunta a 200 km da Bengasi. La crisi si prospetta pi&ugrave; lunga e difficile di quanto ci &egrave; stato mostrato.<br \/>\n\tQuesto lascia supporre che se vogliono farla finita con Gheddafi, gli Usa dovranno intervenire ancor pi&ugrave; massicciamente nella vicenda. Possono farlo o limitandosi a dare armi, tecnici e supporto aereo agli insorti oppure con un&rsquo;ingerenza ancora pi&ugrave; massiccia. Due loro navi hanno passato il Canale di Suez e puntano verso il golfo della Sirte. <\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\">L&rsquo;Italia in ogni caso ne uscir&agrave; malissimo. Incapace di tutto, fuorch&eacute; di subire i diktat di Washington. Con un governo che troppo frettolosamente ha scaricato il proprio partner e denunciato gli accordi presi e con una opposizione che sembra pi&ugrave; alla ricerca della benedizione di Obama che di convincere gli italiani della bont&agrave; di una sua presunta alternativa.<br \/>\n\t&ldquo;<em>Ahi! Serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!<\/em>&rdquo;<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: medium\"><br \/>\n\t<\/span><\/p>\n<p><em><strong><span style=\"font-size: medium\">Spartaco Alfredo Puttini, dottore in Storia, collaboratore di Eurasia dove ha pubblicato: L&rsquo;immagine della Sfinge: l&rsquo;Egitto nasseriano e l&rsquo;opinione pubblica italiana (nr. 3\/2005, pp. 115-124), Il Patto di Shanghai (nr. 3\/2006, pp. 77-82), USA e Siria: storia di un antagonismo (nr. 2\/2007, pp. 189-200), La zuffa per l&rsquo;Africa (nr. 3\/2009, pp. 169-178), La rivoluzione islamica dell&rsquo;Iran (nr. 1\/2010, pp. 249-262).<\/span><\/strong><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#39;articolo che presentiamo &egrave; lungo ma &egrave; eccellente. Lascia intendere ci&ograve; che &egrave; importante, per il popolo libico e per i popolo itaiano. 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