{"id":29039,"date":"2017-03-05T11:50:13","date_gmt":"2017-03-05T10:50:13","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29039"},"modified":"2017-03-05T00:11:34","modified_gmt":"2017-03-04T23:11:34","slug":"lavoro-e-reddito-una-questione-di-produzione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29039","title":{"rendered":"Lavoro e reddito: una questione di produzione!"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>CONTROPIANO (Marta Fana e Simone Fana)<\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Di ritorno dalla California, Renzi si imbatte nella difesa del lavoro, come principio sui cui la Repubblica italiana si fonda, con questa argomentazione respinge l\u2019idea del reddito di cittadinanza che al contrario del lavoro \u00e8, secondo lui, incostituzionale. Un atteggiamento che rasenta il paradosso, ma anche una non banale dose di approssimazione su argomenti chiave: il lavoro, il reddito, l\u2019autodeterminazione individuale e collettiva, la libert\u00e0.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Paradossalmente Renzi parla di lavoro come diritto costituzionalmente garantito nonostante le riforme adottate dal suo governo in materia di lavoro e occupazione siano ben distanti dai principi fondamentali della Carta.<\/span><\/p>\n<h3 align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\"><b>Il lavoro e la costituzione.<\/b><\/span><\/h3>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">A partire dalle periferie del mercato del lavoro, quello gratuito, in appalto o a voucher in cui sono negati i diritti previsti dall\u2019art 36 della Costituzione in base al quale \u201cIl lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantit\u00e0 e qualit\u00e0 del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a s\u00e9 e alla famiglia un\u2019esistenza libera e dignitosa. [\u2026] Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non pu\u00f2 rinunziarvi\u201d. La frantumazione del mondo del lavoro perseguita, volontariamente, per mezzo delle riforme di flessibilizzazione e liberalizzazione disinnesca altri ben pi\u00f9 profondi principi costituzionali. Parliamo dell\u2019articolo 3 che dota la Repubblica dell\u2019obiettivo dell\u2019eguaglianza sostanziale, o giustizia sociale che dir si voglia, e si adopera per eliminare tutti quegli ostacoli che impediscono \u201cl\u2019effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all\u2019organizzazione economica\u201d oltre che politica e sociale. Dove per\u00f2 l\u2019organizzazione economica a cui i padri costituenti facevano riferimento \u00e8 antitetica a quella che poggia sullo sfruttamento e pi\u00f9 in generale sulle tendenze del capitalismo contemporaneo. Cos\u00ec la precarizzazione dei lavoratori non \u00e8 solo un fattore di instabilit\u00e0 economica, ma, attraverso la mercificazione del rapporto di lavoro, disinnesca la capacit\u00e0 dei lavoratori, organizzati o meno, di incidere sulle scelte aziendali, sull\u2019organizzazione del lavoro in termini di salari, tempi di lavoro ma anche investimenti quindi di partecipare allo sviluppo economico del Paese. Un paradigma che investe non solo le periferie e i bassifondi del mercato del lavoro, ma anche quello che un tempo ne poteva essere considerato il centro, cio\u00e8 un rapporto di lavoro stabile portatore pieno di diritti.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Il divorzio tra costituzione e diritto del lavoro vive anche in altri provvedimenti cardine del Jobs Act, ad esempio il demansionamento in base al quale il lavoratore pu\u00f2 essere relegato a mansioni inferiori mediante una decisione unilaterale del datore di lavoro purch\u00e9 supportata da una \u00abmodifica degli assetti organizzativi aziendali\u00bb. In questo caso, ad essere manomesso \u00e8 l\u2019articolo 35 della Carta Costituzionale secondo cui \u201cla Repubblica cura la formazione e l\u2019elevazione professionale dei lavoratori\u201d. Decisione unilaterale che non riguarda solo il demansionamento ma investe molti aspetti del rapporto di lavoro a partire dal diritto di licenziamento anche senza giusta causa e soprattutto senza diritto al reintegro per il lavoratore. In sintesi, da un lato, alle imprese \u00e8 attribuita piena discrezionalit\u00e0 su tutti i fronti: quanto e quale lavoro, quale produzione e quali processi produttivi. Dall\u2019altro lato, l\u2019impresa non \u00e8 pi\u00f9 tenuta ad essere responsabile della tenuta democratica del Paese, contrariamente a quanto sancisce l\u2019articolo 2 della Costituzione: \u201cLa Repubblica richiede [\u2026] l\u2019adempimento dei doveri inderogabili di solidariet\u00e0 politica, economica e sociale\u201d.<\/span><\/p>\n<h3 align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\"><b>Il lavoro di cittadinanza<\/b><\/span><\/h3>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Se questa \u00e8 la prospettiva perseguita dalle riforme promosse dai governi e approvate dai Parlamenti che si sono succeduti negli ultimi decenni, tra cui quello presieduto da Matteo Renzi, l\u2019evocazione di un \u201clavoro di cittadinanza\u201d apre a valutazioni inquietanti. Infatti, il divorzio tra Costituzione e diritto del lavoro si \u00e8 tramutato non soltanto in una deflazione salariale senza precedenti, la quale erode progressivamente la quota salari sul totale del reddito nazionale aumentando le diseguaglianze socio-economiche, ma ha permesso che la competitivit\u00e0 del tessuto imprenditoriale fosse fondata sul costo del lavoro e non invece sulla qualit\u00e0 dei prodotti e dei processi produttivi. Ad oggi, come mostra il rapporto European Job Monitor 2016 dell\u2019Eurofound, le posizioni lavorative create tra il 2011 e il 2015 si concentrano nel venti percento dei lavori retribuiti peggio. Una dinamica che persiste e che riguarda ormi tutte le forme di lavoro. Se in parte questa tendenza \u00e8 legata a un\u2019occupazione in settori scarsamente qualificati e qualificanti per il lavoro, come il turismo, il commercio al dettaglio, la logistica, dall\u2019altro rimane intatta la deflazione salariale anche all\u2019interno di comparti industriali i quali tuttavia scontano lo scarso investimento in innovazione di cui si \u00e8 appena detto.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">A ben vedere nell\u2019attuale condizione del tessuto produttivo, il lavoro di cittadinanza non pu\u00f2 che tradursi nella distribuzione di un dovere al lavoro senza il riconoscimento di alcuna dignit\u00e0 per i lavoratori. Tanto nel settore privato quanto in quello pubblico che oggi promuove lavoro di scarsa qualit\u00e0 e con sempre minori diritti, come dimostra l\u2019uso intensivo dei voucher e del ricorso al lavoro gratuito, ormai sempre meno mascherato da volontariato, da parte delle amministrazioni pubbliche.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Le dichiarazioni dell\u2019ex Presidente del Consiglio ed ex Segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, vanno allora collocate pi\u00f9 in un attacco alla proposta di reddito di cittadinanza del M5S che in una rinnovata, bench\u00e9 confusa, idea della centralit\u00e0 del lavoro e della sua dignit\u00e0 come fattore di riassorbimento delle crescenti diseguaglianze. L\u2019enfasi posta sui meccanismi di redistribuzione del reddito e della ricchezza come risposta all\u2019aumento delle diseguaglianze sembra raccogliere ampio consenso in larghi strati delle forze politiche e dell\u2019opinione pubblica. Una discussione che a ben vedere non appassiona, invece, l\u2019ex capo del governo, pi\u00f9 attento a non urtare gli umori del blocco sociale che lo ha sostenuto e con cui continua ad interloquire, da Confindustria alle grandi banche d\u2019affari.<\/span><\/p>\n<h3 align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\"><b>Reddito come redistribuzione non si occupa del chi come e cosa produrre<\/b><\/span><\/h3>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Nel frattempo, da destra a sinistra emergono opinioni comuni sulla necessit\u00e0 di introdurre misure che allevino le disparit\u00e0 interne al mercato del lavoro e che riducano i differenziali tra la parte pi\u00f9 ricca della popolazione e ampie fasce di societ\u00e0 condannate ad un regime di bassi salari e disoccupazione. Nella molteplicit\u00e0 delle posizioni sul tema \u00e8 possibile distinguere due impostazioni: da una parte chi rivendica l\u2019introduzione di misure di sostegno al reddito che rispondano ai periodi di disoccupazione e non lavoro e quindi inserite in una riforma degli ammortizzatori sociali; dall\u2019altra chi attribuisce al diritto al reddito una funzione di emancipazione individuale non legata al \u201clavoro\u201d, quindi reddito come diritto universale di base: come architrave di un nuovo patto sociale e costituzionale.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">\u00c8 indubbio che l\u2019introduzione di una misura universalistica di sostegno al reddito \u00e8 necessaria e consentirebbe di dare una risposta immediata alla vulnerabilit\u00e0 sociale di intere fasce di lavoro povero e di persone prive di occupazione, oltre a rappresentare uno strumento di difesa contro il ricatto di lavoro sottopagati e privi di tutele.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Senza entrare nel merito delle due opzioni, \u00e8 utile sottolineare come entrambe tendano a separare la questione \u201credistributiva\u201d dalla dimensione pi\u00f9 propriamente distributiva, legata quindi al controllo dei processi di produzione e alle implicazioni che queste assumono nel determinare l\u2019ammontare di reddito prodotto e la sua allocazione primaria. Un tema che appare invece centrale nel leggere le trasformazioni che attraversano gli assetti produttivi \u2013 il cosa e come si produce \u2013 e le dinamiche di accumulazione capitalistica \u2013 dove va il reddito prodotto tra salari e profitti.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Detto altrimenti, entrambe le impostazioni esulano dall\u2019includere nella propria analisi domande sul chi, come e cosa produrre, relegando il tema del controllo degli investimenti e pi\u00f9 in generale il problema dell\u2019organizzazione del lavoro e degli assetti proprietari a fatto secondario. I processi di privatizzazione e il trasferimento al mercato degli oligopoli privati di interi settori strategici, dal trasporto all\u2019energia, dalle telecomunicazioni e al settore del credito perdono di importanza, quando non addirittura estromessi dalla discussione.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Ne emerge una prospettiva comune in cui il piano delle lotte nei luoghi di lavoro \u00e8 scisso dalle scelte politiche. Viene separato cio\u00e8 il terreno della rivendicazione di potere nell\u2019allocazione dei fattori della produzione, capitale e lavoro (salari e profitti), dalla riforma dello stato e dei suoi rapporti con il mercato (a chi spettano le decisione sul chi e come e quanto produrre). La redistribuzione del reddito diventa speculare all\u2019ideologia della \u201cfine del lavoro\u201d che, prefigurando la scomparsa del lavoro vivo attraverso l\u2019introduzione della tecnologia, finisce per sciogliere la portata dello scontro tra capitale e lavoro in una dimensione esclusivamente riproduttiva, cio\u00e8 di gestione del tempo liberato dal lavoro tra consumo e vita privata. Ma cos\u00ec facendo si finisce per ignorare gli assetti che a monte producono le diseguaglianze di potere, tra chi vende la propria forza lavoro e chi ne acquista la propriet\u00e0, tra chi decide cosa produrre e chi solo il diritto di consumare.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Un discorso che appare altres\u00ec miope al cospetto della realt\u00e0 italiana. Quando si parla della fine del lavoro in Italia, bisogna guardare in faccia la realt\u00e0: l\u2019assenza di domanda di lavoro dovuta alla sottoutilizzazione degli impianti nel presente e futuro prossimo e allo stesso tempo a un impoverimento della produzione stessa. Situazione che deriva dal crollo della capacit\u00e0 produttiva italiana, oltre il 20% nell\u2019ultimo decennio, accompagnato da un crollo del 30% degli investimenti, mai recuperato e non dall\u2019automazione sfrenata dei processi produttivi.<\/span><\/p>\n<h3 align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\"><b>Consumo come unica fonte di autonomia<\/b><\/span><\/h3>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Nel momento in cui il reddito viene elevato a strumento necessario e sufficiente per l\u2019emancipazione, l\u2019unico terreno di liberazione appare quello del consumo. Naturale conseguenza \u00e8 la netta separazione tra chi detiene il capitale e comanda la produzione e chi consuma. Scompare l\u2019idea che possa esistere una soggettivit\u00e0 collettiva, la classe sociale, che si forma nel conflitto produttivo e prova a rovesciarne gli attuali assetti proprietari e di organizzazione sociale.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">In quest\u2019ottica, l\u2019emancipazione attraverso il consumo, in un modello capitalistico dominato dalla propriet\u00e0 privata, \u00e8 presto esaurita. A maggior ragione in un contesto in cui i bisogni sono eterodiretti a vantaggio dei produttori attraverso gli oligarchi della grande distribuzione. Considerazioni che si traducono sul piano dell&#8217;organizzazione sociale in fenomeni di individualizzazione e frammentazione dei soggetti pi\u00f9 vulnerabili, agendo in controtendenza rispetto a processi di ricomposizione sociale e di lotta politica.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Lo sanno bene quegli imprenditori, come Bill Gates, che oggi si dicono disposti a tassare i robot per risarcire i lavoratori espulsi dai processi produttivi a causa della tecnologia. Siamo di fronte a un compromesso necessario per i capitalisti che necessariamente devono garantire a loro stessi prima ancora che al resto della popolazione, la possibilit\u00e0 di consumo, cio\u00e8 di sbocco per le proprie merci, materiali e immateriali che siano.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Rimanendo sul piano strettamente italiano, l\u2019impoverimento della struttura produttiva e il crollo degli investimenti hanno aggravato un altro fondamentale aspetto relativo alla produzione: la dipendenza tecnologica dall\u2019estero. L\u2019Italia non soltanto \u00e8 importatrice netta di materie prime, ma oggi anche di tecnologia su un ampio spettro di settori. Questa forma di subalternit\u00e0 produttiva non pu\u00f2 essere scissa dalla capacit\u00e0 anche solo redistributiva \u2013 di usare la tassa sui robot per finanziare reddito \u2013 in un contesto globalizzato e di piena mobilit\u00e0 dei capitali.<\/span><\/p>\n<h3 align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\"><b>Disoccupazione tecnologica: liberazione dal lavoro o distribuzione del lavoro e controllo propriet\u00e0\u2019<\/b><\/span><\/h3>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">A John Maynard Keynes si deve la definizione di disoccupazione tecnologica, intesa come processo che avrebbe stravolto il rapporto tra macchine e lavoro umano, nella direzione della riduzione dei posti di lavoro attraverso l\u2019intensificazione del progresso tecnologico. L\u2019intuizione di Keynes acquista, nella fase attuale del capitalismo globalizzato, particolare interesse, attirando la curiosit\u00e0 del mondo accademico e delle forze politiche. Un primo elemento che andrebbe approfondito rispetto al rapporto tra processi di automazione e aumento dei livelli di disoccupazione riguarda la trasformazione settoriale del mercato del lavoro e la polarizzazione sempre pi\u00f9 profonda tra lavoro dequalificato e lavoro ad alto contenuto di competenze. In questo senso, guardando al contesto italiano, risulta evidente che l\u2019innovazione tecnologica in ampi settori dalla grande distribuzione al delivery non abbiano affatto ridotto la domanda di lavoro da parte delle imprese, ma abbia invece allargato le differenze interne al mercato del lavoro, spingendo sempre pi\u00f9 verso una domanda di lavoro a bassi salari e privi delle tutele sindacali minime. Il mutamento pare quindi pi\u00f9 legato alla composizione e alla qualit\u00e0 della domanda di lavoro piuttosto che alla dimensione numerica e quantitativa.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Non si spiegherebbe diversamente il ricorso massiccio a forme di lavoro, gi\u00e0 richiamate in precedenza, ad alta intensit\u00e0 di sfruttamento, come testimoniato dall\u2019impennata dei voucher, dei tirocini, del lavoro in appalto e del lavoro gratuito. Nel contesto del nostro paese questi elementi assumono ancora pi\u00f9 pregnanza, tenuto conto dei bassi tassi di investimento pubblico e privato in ricerca e sviluppo, allargando la domanda di lavoro in settori a basso valore aggiunto.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">La tendenza alla compressione dei diritti del lavoro spiega l\u2019emergere di contraddizioni sempre pi\u00f9 ampie tra processi di automazione e composizione della forza lavoro, evidenziando una non linearit\u00e0 tra robotizzazione e perdita dei posti di lavoro. Lungi dal richiedere meno lavoro, l\u2019introduzione di macchinari ad alto contenuto tecnologico sembra dar ragione a Marx, che vedeva nell\u2019introduzione delle macchine un\u2019intensificazione del comando sui tempi di lavoro e sulle condizioni normative e salariali del lavoro. Il tema che sembra ineludibile diventa quindi quello del controllo e del governo dei processi di innovazione tecnologica, nella direzione di una diversa combinazione dei fattori produttivi. Anche qui, il conflitto sull\u2019organizzazione del lavoro e quindi sull\u2019allocazione degli investimenti, diventa il terreno necessario per imprimere una direzione alternativa ai processi di accumulazione. Ed \u00e8 in questo quadro che misure di <a href=\"http:\/\/sbilanciamoci.info\/lavorare-meno-lavorare-tutti-2\/\">redistribuzione dell\u2019orario di lavoro<\/a> possono svolgere una funzione di controllo sulla domanda di lavoro, riducendo lo spazio dell\u2019impresa nell\u2019utilizzo di forza lavoro a basso costo e priva di tutele giuridiche e sindacali.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Contro la tendenza delle imprese ad utilizzare contratti di lavoro precari ed alta intensit\u00e0 di sfruttamento, oramai indipendentemente dalle fluttuazioni del ciclo economico, la riduzione dell\u2019orario consente di determinare un vincolo sull\u2019organizzazione del lavoro \u2013 quanto e in quanti si lavora \u2013 e sulla combinazione dei fattori produttivi \u2013 quali investimenti. Una prospettiva diametralmente opposta rispetto ad una tendenza manifestatasi prima con il decreto Poletti e poi con il Jobs Act che hanno assicurato all\u2019impresa piena disponibilit\u00e0 nel controllo della forza lavoro. L\u2019introduzione di politiche di redistribuzione del tempo di lavoro consentirebbero inoltre di gestire nell\u2019ottica dei lavoratori e delle lavoratrici il governo dei processi tecnologici, i quali senza un processo decisionale collettivo, che coinvolga quindi anche i lavoratori, diventano terreno fertile per i vecchi e nuovi capitani d\u2019industria, interessati unicamente ad aumentare i profitti a discapito dei salari.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"color: #000000\">Solo riunendo le ragioni di un protagonismo nella sfera della produzione con le rivendicazioni di un tempo liberato dal dominio del mercato \u00e8 possibile aprire una prospettiva alternativa ad un modello di societ\u00e0 che continua ad escludere larghi strati sociali dal pieno godimento di diritti civili, politici e sociali.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/contropiano.org\/news\/news-economia\/2017\/03\/04\/lavoro-reddito-questione-produzione-089512\">http:\/\/contropiano.org\/news\/news-economia\/2017\/03\/04\/lavoro-reddito-questione-produzione-089512<\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CONTROPIANO (Marta Fana e Simone Fana) Di ritorno dalla California, Renzi si imbatte nella difesa del lavoro, come principio sui cui la Repubblica italiana si fonda, con questa argomentazione respinge l\u2019idea del reddito di cittadinanza che al contrario del lavoro \u00e8, secondo lui, incostituzionale. 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