{"id":29069,"date":"2017-03-06T13:31:38","date_gmt":"2017-03-06T12:31:38","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29069"},"modified":"2017-03-06T13:31:38","modified_gmt":"2017-03-06T12:31:38","slug":"repubblica-italiana-e-ideologia-del-vincolo-esterno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29069","title":{"rendered":"Repubblica italiana e ideologia del vincolo esterno"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>A\/SIMMETRIE (Agenor)<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019idea di risolvere i conflitti interni a un paese ricorrendo ad aiuti esterni \u00e8 tipica dei paesi in via di sviluppo, o di quelli di recente costruzione, o comunque poco coesi. Non \u00e8 chiaro quanto questo metodo sia davvero utile allo sviluppo dei paesi, tuttavia con il progresso economico e sociale le caratteristiche che li rendono fragili tendono gradualmente ad attenuarsi di pari passo con il rafforzamento delle istituzioni democratiche e della struttura produttiva.\u00a0L\u2019Italia \u00e8 una nazione relativamente giovane, unita 150 anni fa quando ancora per\u00f2 c\u2019erano da \u201cfare gli italiani\u201d. Passata attraverso due guerre mondiali, prende forma come Repubblica solo 70 anni fa. L\u2019Italia repubblicana ha sempre conosciuto una qualche forma di vincolo esterno, a cominciare da una fase iniziale di relativa prosperit\u00e0, guidata dalla ricostruzione post bellica sostenuta dagli Stati Uniti. Con la fine del sistema di Bretton Woods, l\u2019Italia cerca di ritrovare un aggancio esterno, prima con il sistema monetario europeo e poi \u2013 dopo il suo fallimento \u2013 con l\u2019unione monetaria europea. Questi vincoli diventano sempre pi\u00f9 stringenti, poich\u00e9 la liberalizzazione dei movimenti di capitali, assieme alla rigidit\u00e0 del cambio, alla perdita della politica monetaria e ai limiti alla politica fiscale, limiteranno fortemente la capacit\u00e0 di condurre le politiche macroeconomiche a livello nazionale.<\/p>\n<p><b>Il vincolo esterno\u00a0<\/b><\/p>\n<p>Verso la fine degli anni \u201970, l\u2019ex-governatore della Banca d\u2019Italia Guido Carli professa tutto il suo pessimismo rispetto alla qualit\u00e0 della classe politica italiana e alla sua capacit\u00e0 di guidare il paese in uno spirito di modernit\u00e0 e riformismo, richiesto dal funzionamento di un\u2019economia di mercato.<\/p>\n<p>Successivamente scriver\u00e0:\u00a0<i>\u201cLa nostra scelta del \u2018vincolo esterno\u2019 nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della societ\u00e0 italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese\u201d.<\/i> (Guido Carli, Cinquant\u2019anni di vita italiana).<\/p>\n<p>In particolare, il controllo della politica monetaria, resa prima indipendente da quella fiscale e in seguito addirittura ceduta a un\u2019entit\u00e0 sovranazionale difficilmente controllabile da qualsiasi governo, poteva definitivamente risolvere il conflitto interno, vincendo le resistenze di chi a sinistra voleva mantenere un ruolo importante dello stato nell\u2019economia. Il vincolo esterno consentiva di indebolire i governi, spingendoli a prendere decisioni impopolari: non avendo pi\u00f9 la politica monetaria a disposizione, ogni aggiustamento doveva essere necessariamente realizzato attraverso svalutazione interna di prezzi e salari, con buona pace dei sindacati, dei movimenti operai, dei rappresentanti politici del mondo del lavoro; la proibizione per la banca centrale di garantire il debito pubblico, metteva sotto pressione anche la politica fiscale; l\u2019unica leva a disposizione rimaneva una politica dei redditi destinata ad assorbire tutti gli squilibri macroeconomici.\u00a0Non tutti gli intellettuali dell\u2019epoca sottoscrissero questa visione, si pensi ai dubbi di Federico Caff\u00e8 in merito, e nemmeno tutti i partiti politici, si pensi alle posizioni del PCI fino al 1978 in merito all\u2019adesione al sistema monetario europeo. Tuttavia pezzi fondamentali di classe dirigente italiana sposarono appieno la linea di Carli e si adoperarono per realizzarla.<\/p>\n<p>Il primo e pi\u00f9 convinto sostenitore delle virt\u00f9 del vincolo esterno nel disciplinare partiti, sindacati e amministrazioni pubbliche italiane fu Carlo Azeglio Ciampi. Di fatti il primo e pi\u00f9 importante passo fu il cosiddetto \u201cdivorzio\u201d fra Tesoro e Banca d\u2019Italia, realizzato nel 1981 da un gruppo di tecnici, guidati da Ciampi per la Banca d\u2019Italia e da Beniamino Andreatta per il Ministero del Tesoro, senza passare per alcun dibattito parlamentare.\u00a0La portata storica di quella decisone \u00e8 facilmente intuibile: da quel momento in poi la Banca d\u2019Italia toglieva la garanzia del collocamento integrale dei titoli di stato, cio\u00e8 eliminava la possibilit\u00e0 di calmierare i tassi d\u2019interesse che il mercato poteva richiedere allo stato per rifinanziare il suo debito, di fatto mettendo lo stato in mano al mercato. \u201cUn importante progresso\u201d lo defin\u00ec Ciampi nelle sue considerazioni finali di quell\u2019anno, perch\u00e9:<i>\u201dsolo arrestando il degrado monetario si pu\u00f2 ottenere un durevole ritorno dei privati sui titoli a lunga e ottemperare al dettato della tutela del risparmio\u201d<\/i> (p.896).<\/p>\n<p>Vale la pena ricordare che in quel momento il debito pubblico italiano era basso, che esso aument\u00f2 vertiginosamente nel decennio successivo, e soprattutto che la maggior parte dell\u2019aumento non fu dovuto alla spesa corrente ma alla spesa per interessi. In altre parole dal 1981 lo stato fu vincolato al ricatto del mercato, che pot\u00e9 limitarne da l\u00ec in poi il margine di manovra. Inoltre le politiche monetarie della Banca d\u2019Italia furono orientate al mantenimento della parit\u00e0 di cambio imposta dal sistema monetario europeo, piuttosto che mantenimento della parit\u00e0 di cambio imposta dal sistema monetario europeo, piuttosto che a considerazioni di equilibrio economico interno.<\/p>\n<p><b>Spesa primaria (esclusi interessi sul debito) e spesa totale in % al PIL\u00a0<\/b><\/p>\n<p><a class=\"fancybox\" href=\"http:\/\/www.asimmetrie.org\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Schermata-2017-03-06-alle-11.27.11.png\" rel=\"gallery\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-3136\" src=\"http:\/\/www.asimmetrie.org\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Schermata-2017-03-06-alle-11.27.11.png\" sizes=\"(max-width: 603px) 100vw, 603px\" srcset=\"http:\/\/www.asimmetrie.org\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Schermata-2017-03-06-alle-11.27.11.png 884w, http:\/\/www.asimmetrie.org\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Schermata-2017-03-06-alle-11.27.11-300x180.png 300w, http:\/\/www.asimmetrie.org\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Schermata-2017-03-06-alle-11.27.11-768x460.png 768w\" alt=\"Italy Interest Payments\" width=\"603\" height=\"361\" \/><\/a><em>Fonte: Fondazione Robert Schuman, dati Banca d\u2019Italia.<\/em><\/p>\n<p>Il secondo passo fondamentale del \u201cvincolismo\u201d fu l\u2019adesione a un sistema monetario sovranazionale, che vincolasse anche la politica monetaria gi\u00e0 indipendente della Banca d\u2019Italia. Il sistema monetario europeo era l\u2019anticamera del progetto di unificazione monetaria; la firma del Trattato di Maastricht, il cui negoziato per l\u2019Italia fu condotto dallo stesso Carli, rappresent\u00f2 poi il sigillo alla costruzione del vincolo esterno.\u00a0La mobilit\u00e0 dei capitali, la perdita della leva di politica monetaria, la proibizione di trasferimenti, l\u2019assenza di un bilancio comune e di qualsiasi meccanismo di stabilizzazione automatica, e i vincoli asimmetrici alla politica fiscale nazionale, configuravano un potentissimo vincolo esterno di impronta neoliberista, che non avrebbe pi\u00f9 permesso ad alcun governo di sfuggire all\u2019agenda politica ed economica dominante: pressione sulla sostenibilit\u00e0 del debito pubblico, quindi dismissioni del patrimonio pubblico e privatizzazioni, svalutazione del lavoro e compressione salariale, aumento del credito (debito) per compensare la domanda interna, e finanziarizzazione dell\u2019economia. Tale agenda dominante fu un consenso maturato fra le \u00e9lites tecnocratiche, che contribu\u00ec all\u2019affievolimento del potere di controllo democratico e a una vera e propria \u201cde- democratizzazione\u201d nei paesi che vi aderirono.<\/p>\n<p>L\u2019idea di fondo era che le tensioni redistributive interne fra capitale e lavoro potesseror sostanzialmente risolversi vincolando la politica monetaria e scaricando sulla svalutazione del lavoro il peso di ogni aggiustamento macroeconomico. Inoltre, il nuovo consenso stabiliva l\u2019inefficacia degli stimoli della politica fiscale, indipendentemente dalla situazione congiunturale del ciclo economico. \u00c8 paradossale che le teorie sulle quali queste convinzioni si basavano considerassero i cittadini allo stesso tempo come degli individui perfettamente informati e razionali da scontare in anticipo gli effetti futuri sulla tassazione di un\u2019espansione fiscale presente, ma anche degli individui completamente incapaci di scegliersi un governo e una politica economica adeguata, attraverso un processo elettorale. In questo paradosso si riassume la contraddizione interna del modello teorico al quale l\u2019Italia si stava vincolando.<\/p>\n<p><b>La classe dirigente\u00a0<\/b><\/p>\n<p>Il PCI, che pure aveva maturato al suo interno una riflessione acuta e profonda sui rischi dell\u2019adesione al sistema monetario europeo (si pensi ai discorsi di Spaventa, Barca, e Napolitano), cambi\u00f2 bruscamente rotta alla fine del 1978. Sar\u00e0 interessante per gli storici andare a studiare cosa esattamente accadde in quei mesi, successivi all\u2019assassinio Moro, in cui la dirigenza del pi\u00f9 grande partito comunista d\u2019occidente accett\u00f2 di fatto le linee programmatiche di politica macroeconomica del grande capitale, con l\u2019obiettivo di diventare \u201ccredibile\u201d come forza di governo.\u00a0Lo diventer\u00e0, poi, forza di governo, nel mondo post-comunista, nella cosiddetta \u201cseconda Repubblica\u201d, nelle sue nuove varie forme (PDS, DS, PD), anche se non \u00e8 forse un caso che non riuscir\u00e0 mai a trovare fra le sue fila ed esprimere una personalit\u00e0 in grado di gestire il Ministero pi\u00f9 importante per l\u2019indirizzo di politica economica, quello dell\u2019economia e delle finanze, dovendo sempre appaltare a \u201ctecnici\u201d e \u201cindipendenti\u201d la gestione della politica economica, da Ciampi fino a Padoan.<\/p>\n<p>Inizialmente poteva forse esserci un po\u2019 di pudore, nel trovarsi ad applicare politiche deflazionistiche di svalutazione interna, attraverso moderazione salariale, e di limitazione del ruolo dello stato, attraverso privatizzazioni su larga scala dei servizi pubblici pi\u00f9 importanti. In seguito divenne chiaro come si trattasse anche di palese inadeguatezza, mancando nella classe politica PDS-DS-PD le competenze tecniche essenziali per la gestione economica di un paese. Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa, furono tutti tecnocrati, indipendenti, molto \u201ccredibili\u201d in quanto alla loro adesione al consenso neoliberista che sembrava dominare il mondo. Per questo furono subito erti a paladini della nuova \u201csinistra\u201d, che per governare era disposta a fare ci\u00f2 che un tempo rimproverava alla destra.\u00a0I governi di centro-sinistra sposarono in pieno i dettami imposti dal vincolo esterno: la riforma del lavoro, che iniziava il lungo processo di svalutazione interna introducendo precariet\u00e0 e moderazione salariale, fu opera del Governo Prodi; le privatizzazioni (le pi\u00f9 grandi realizzate in un paese europeo) furono opera dei Governi Amato, Prodi, e D\u2019Alema, tutte gestite dal potente Direttore Generale del Tesoro, Mario Draghi.<\/p>\n<p>Il centro-destra durante tutta la cosiddetta \u201cseconda Repubblica\u201d rimase prigioniero del sistema di interessi personali del suo leader, Silvio Berlusconi, che sembrava pi\u00f9 interessato ad aggirare i vincoli, esterni come interni, cercando per lo pi\u00f9 vantaggi per s\u00e9 e per le proprie aziende, piuttosto che a proporre una vera alternativa.\u00a0La classe politica del centro-sinistra, invece, ha sempre diligentemente dato il suo appoggio politico alla linea economica imposta dal vincolo esterno, lasciandola gestire da \u201ctecnici\u201d, cosiddetti \u201cindipendenti\u201d. Si arriva cos\u00ec all\u2019appoggio a Mario Monti e alla dottrina dei giovani <i>parvenus <\/i>\u00e0 la Renzi, secondo cui \u201cle riforme le facciamo perch\u00e9 vogliamo noi e non perch\u00e9 ce le chiede l\u2019Europa\u201d. Poco importa che esse siano esattamente quelle imposte dal vincolo esterno.<\/p>\n<p><b>Verso una maturazione\u00a0<\/b><\/p>\n<p>L\u2019ostacolo principale per un\u2019uscita dell\u2019Italia dai vincoli esterni sar\u00e0 quello di creare una classe politica all\u2019altezza, capace non pi\u00f9 di fare da \u201cpassacarte\u201d delle burocrazie internazionali, ma di ricostruire e guidare un paese, per la prima volta pienamente autonomo e responsabile del proprio destino. Vorrebbe dire avere una classe dirigente capace di trattare alla pari con le principali diplomazie mondiali e con le burocrazie internazionali. Vorrebbe dire saper ponderare ogni scelta politica, prevederne le conseguenze e anticipare le reazioni degli altri. In altre parole, saper stare sulle proprie gambe. Questo era proprio il motivo di pessimismo che spingeva Carli quarant\u2019anni fa a ritenere che, a differenza di paesi \u201cmaturi\u201d come la Francia, l\u2019Italia avesse invece bisogno di essere affidata al vincolo esterno.<\/p>\n<p>Questa nazione relativamente giovane \u00e8 stata legata mani e piedi a un vincolo esterno progressivamente pi\u00f9 stringente, che nel bene e nel male ne ha condizionato la storia durante gli ultimi decenni. Si pu\u00f2 argomentare che in fondo fossero valide le ragioni di quei \u201cvincolisti\u201d che decisero di limitare drasticamente l\u2019autonomia e la sovranit\u00e0 politica nazionale nei decenni a venire, in quanto scettici riguardo le capacit\u00e0 della classe politica nazionale di operare per il bene del paese. Infatti gli ultimi a prendere una decisione vitale per il futuro del paese e che ne avrebbe condizionato l\u2019esistenza per molti decenni a venire furono proprio loro, con i risultati fallimentari che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Quella sfiducia di fondo nella classe politica nazionale, quindi, potrebbe essere letta come una auto-sfiducia nelle proprie capacit\u00e0. Senz\u2019altro giustificata, col senno di poi.<\/p>\n<p>Le ragioni dei \u201cvincolisti\u201d potranno essere smentite solo quando arriver\u00e0 una nuova classe dirigente italiana, che avr\u00e0 il compito di superare l\u2019affidamento al quale il paese \u00e8 stato consegnato in questa sua fase adolescenziale, per permettergli di camminare sulle proprie gambe e per evitare di frustrarne la vita da adulto.\u00a0Il conflitto di classe interno, che ha caratterizzato la storia economica dell\u2019Italia, va oggi progressivamente sfumando, man mano che tutto il paese scivola in una stagnazione e in un impoverimento senza fine. Quando questo processo sar\u00e0 fermato, probabilmente con grandi costi e sacrifici, sar\u00e0 importante trarre una lezione anche dalla fase che stiamo vivendo: il conflitto distributivo interno non dovr\u00e0 pi\u00f9 invocare il ricorso ad aiuti esterni, nella forma di vincoli che penalizzino una parte del paese, anche se \u00e8 la parte avversa.<\/p>\n<p>Il rischio \u00e8 che, una volta messo il destino del paese in mani esterne, poi non si possa pi\u00f9 tornare indietro, quando si prende atto che l\u2019impoverimento e la sconfitta di una parte (il lavoro) finisce per trascinare con s\u00e9 anche l\u2019altra (il capitale).<\/p>\n<p><strong>fonte<\/strong>:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.asimmetrie.org\/opinions\/repubblica-italiana-e-ideologia-del-vincolo-esterno\/\">http:\/\/www.asimmetrie.org\/opinions\/repubblica-italiana-e-ideologia-del-vincolo-esterno\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di A\/SIMMETRIE (Agenor) L\u2019idea di risolvere i conflitti interni a un paese ricorrendo ad aiuti esterni \u00e8 tipica dei paesi in via di sviluppo, o di quelli di recente costruzione, o comunque poco coesi. 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