{"id":29156,"date":"2017-03-10T10:52:43","date_gmt":"2017-03-10T09:52:43","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29156"},"modified":"2017-03-09T23:06:03","modified_gmt":"2017-03-09T22:06:03","slug":"il-vento-culturale-del-neoliberismo-storia-di-una-controrivoluzione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29156","title":{"rendered":"Il vento culturale del neoliberismo: storia di una controrivoluzione"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>ALDO GIANNULI<\/strong><\/p>\n<p><strong>A cavallo fra i sessanta e i settanta,<\/strong> tutte le societ\u00e0 occidentali furono attraversate, in varia misura, da una ondata di movimenti di protesta: la generazione nata dopo la guerra metteva in discussione tanto gli equilibri sanciti dalla guerra fredda quanto la stessa legittimit\u00e0 del sistema sociale e politico.<span id=\"more-8804\"><\/span><\/p>\n<p>A questa si aggiunse, in molti paesi, una ondata di rivendicazioni salariali senza precedenti e poi, una serie di movimenti di genere, di dissenso religioso, di ceti marginali ecc. Questo magmatico ribollire di istanze, affermazioni di identit\u00e0 e proteste non riusc\u00ec a darsi un progetto politico.<\/p>\n<p><strong>La \u201cstagione dei movimenti\u201d<\/strong> si concludeva definitivamente nella seconda met\u00e0 degli anni settanta: gi\u00e0 nel 1975, il movimento era in pieno riflusso in Germania, Inghilterra, Usa, Francia, dopo qualche anno segu\u00ec l\u2019Italia.<\/p>\n<p>Nello stesso 1975, si svolse un importante convegno di studi organizzato dalla Trilateral Commission (nata due anni prima, come raccordo fra i circoli dirigenti finanziari, industriali di Usa, Europa e Giappone).<\/p>\n<p>I tre relatori principali (il francese Michel Crozier, l\u2019americano Samuel Huntington ed il giapponese Joji Watanuki) (1) si trovarono concordi <a href=\"http:\/\/trilateral.org\/download\/doc\/crisis_of_democracy.pdf\" target=\"_blank\">nel diagnosticare la crisi come prodotta dal \u201csovraccarico del sistema decisionale\u201d<\/a> -che rendeva lo Stato facile preda del ricatto dei pi\u00f9 diversi gruppi sociali- e dal conseguente indebolimento dell\u2019autorit\u00e0 governativa.<\/p>\n<p><strong>Da tale diagnosi discendeva la prescrizione di una riforma complessiva<\/strong> che riducesse il campo di intervento statale e, contestualmente, ridesse funzionalit\u00e0 decisionale e prestigio all\u2019esecutivo, in modo da consentirgli di agire come riaggregatore della domanda sociale. In questo quadro, rafforzamento dell\u2019esecutivo a scapito del Parlamento, \u201craffreddamento\u201d degli istituti di democrazia diretta (come il referendum), regolamentazione legislativa dei conflitti di lavoro, erano altrettanti passaggi necessari sul piano istituzionale.<\/p>\n<p>Questa analisi basata sul \u201csovraccarico ed anarchia della domanda politica\u201d e sulla \u201ccrisi dei meccanismi della decisione\u201d venne ripresa anche dal sociologo tedesco Niklas Luhmann e dallo storico Italiano Giuseppe Are(2).<\/p>\n<p><strong>Questa interpretazione fu variamente contestata<\/strong> da autori che proponevano modelli ben pi\u00f9 sofisticati: da Alain Touraine a Samuel Eisenstadt, da Seymour Lipset ad Alessandro Pizzorno, da Sidney Tarrow ad Alberto Melucci. E, in effetti si trattava di un modello scientificamente molto debole: sovraccarico della domanda rispetto a quali parametri? Quelli della ricchezza prodotta? Ma perch\u00e8 non prendere in considerazione la curva della distribuzione? Che tale crescita della domanda fosse in eccesso rispetto alle esigenze dell\u2019accumulazione era dato ma non dimostrato.<\/p>\n<p>N\u00e8, per la verit\u00e0, \u00e8 chiaro cosa si intendesse per \u201ccrisi dei meccanismi della decisione\u201d se non l\u2019esigenza di sottrarre una quantit\u00e0 di decisioni alla procedura democratica per portarle all\u2019interno di quello che Pizzorno chiama \u201cil nucleo cesareo del potere\u201d.<\/p>\n<p><strong>Ma la debolezza teorica del modello era largamente compensata<\/strong> dalla sua sintonia con gli umori del ceto politico e del potere economico, sia europeo che americano. In breve, questa lettura della stagione dei movimenti come sorta di \u201cscapigliatura\u201d pi\u00f9 ricca di eccessi e di aspettative irragionevoli, di ideologismi esasperati e d\u2019 inaudita violenza politica che di reale aspirazione ad un diverso modello di democrazia, divenne la principale vulgata.<\/p>\n<p><strong>Si avviava, in questo modo, una sorta di \u201ccontrorivoluzione culturale\u201d tesa a restaurare quel che la contestazione aveva intaccato.<\/strong><\/p>\n<p>In particolare, i movimenti del sessantotto avevano immaginato un capitalismo alla sua ultima stagione, privo di ogni residua legittimazione, con meccanismi definitivamente inceppati, che sopravviveva solo grazie al brutale sfruttamento neo-coloniale dei paesi del terzo mondo ma, ormai, stretto fra l\u2019ondata di proteste sociali all\u2019interno e le lotte antimperialiste al suo esterno. Su alcune riviste (come la \u201cMonthly review\u201d) comparivano articoli che prevedevano il collasso del sistema negli Usa entro il confine del decennio.<\/p>\n<p>Una descrizione scarsamente realistica che non teneva assolutamente conto delle capacit\u00e0 di recupero del sistema capitalistico, dell\u2019approssimarsi di una nuova rivoluzione industriale basata sull\u2019elettronica e l\u2019automazione, della sfavorevole evoluzione del quadro politico internazionale e di molti altri fattori.<\/p>\n<p>Ma, per quanto tali aspettative fossero destinate ad una rapida smentita, tuttavia esse avevano sedimentato un giudizio abbastanza diffuso sull\u2019esaurimento del capitalismo come sistema vitale e sulla sua sostanziale ingiustizia sociale.<\/p>\n<p><strong>La rivoluzione neo-liberista,<\/strong> che gi\u00e0 era in gestazione a Wall street e nella City, non avrebbe potuto decollare senza il necessario consenso sociale che esigeva una profonda ri-legittimazione del sistema.<\/p>\n<p>D\u2019altro canto, non era difficile prevedere che lo smantellamento dello stato sociale, per quanto graduale, avrebbe potuto riaccendere quella conflittualit\u00e0 che si era appena sopita. E, dunque, accanto ad una decisa opera di scomposizione del blocco sociale lavorista che lo sosteneva, si imponevano adeguate riforme istituzionali che ridessero al sistema \u201ccapacit\u00e0 di decidere\u201d.\u00a0 Ed anche qui l\u2019operazione richiedeva adeguati supporti culturali, tanto nella fase della progettazione quanto in quella della successiva raccolta di consenso.<\/p>\n<p>Occorreva rimuovere quelle premesse culturali che avevano retto il compromesso socialdemocratico del welfare, prodotto lo \u201cstato sociale di diritto\u201d emerso dopo la guerra, riconsacrare il potere profanato dalla contestazione sessantottina.<\/p>\n<p><strong>La storia fu il principale terreno<\/strong> sul quale avvenne questa battaglia culturale ed il revisionismo storico fu il ferro di lancia culturale del neo liberismo.<\/p>\n<p>Non si trattava solo di liquidare l\u2019eredit\u00e0 culturale di Marx o Lenin, ma bisognava andare molto pi\u00f9 in l\u00e0, disfacendosi anche di Kelsen e di Keynes e poi, via via, cancellare anche il liberalsocialismo di Rosselli, il riformismo di Kautski e Bernstein, la democrazia radicale, sino alle origini, identificate nel fantasma del giacobinismo.<\/p>\n<p>La storia tornava ad essere strumento del Principe e, per il resto, il neo liberismo ha promosso una sostanziale rimozione della storia come metodo per comprendere la realt\u00e0 sociale. Il neo liberismo vive nella dittatura di un presente eternizzato, che, peraltro, senza storia diventa incomprensibile.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.aldogiannuli.it\/vento-culturale-del-neoliberismo\/\">http:\/\/www.aldogiannuli.it\/vento-culturale-del-neoliberismo\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ALDO GIANNULI A cavallo fra i sessanta e i settanta, tutte le societ\u00e0 occidentali furono attraversate, in varia misura, da una ondata di movimenti di protesta: la generazione nata dopo la guerra metteva in discussione tanto gli equilibri sanciti dalla guerra fredda quanto la stessa legittimit\u00e0 del sistema sociale e politico. 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