{"id":29304,"date":"2017-03-16T11:39:06","date_gmt":"2017-03-16T10:39:06","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29304"},"modified":"2017-03-16T00:07:23","modified_gmt":"2017-03-15T23:07:23","slug":"il-politico-e-la-guerra-prima-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29304","title":{"rendered":"Il politico e la guerra (prima parte)"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>RADICI E FUTURO (Eduardo Zarelli)<\/strong><\/p>\n<p>Alcune considerazioni sui libri di Fabio Falchi:<\/p>\n<p><em>Il politico e la guerra<\/em><\/p>\n<p>Anteo Edizioni (2015)<\/p>\n<p><em>Comunit\u00e0 e conflitto. La terra e l\u2019ombra<\/em><\/p>\n<p>Anteo edizioni (2016)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La guerra pareva depositata nella soffitta della storia. L\u2019occidentalizzazione del mondo \u00e8 fenomeno in realt\u00e0 assai cruento, ma edulcorato dallo strabismo morale, dall\u2019ipocrisia autoimmunizzante e dalla falsa prospettiva di un conflitto che si fa cruento solo in assenza della modernit\u00e0, cio\u00e8 quando \u00e8 praticato da \u201caltri da s\u00e9\u201d. La volont\u00e0 universalistica di esportare la \u201cdemocrazia\u201d nel mondo, di cui \u00e8 ben dubitabile la buona fede umanitaria, ha ingenerato una spirale opposta, portandoci la violenza in ogni dove, fin dentro casa. Jean Jacques Rousseau scrisse con efficacia, nel <em>Discorso sulle scienze e le arti<\/em>, di \u00abquei presunti cosmopoliti che giustificando l\u2019amore per la propria patria con l\u2019amore per il genere umano, si vantano di amare tutti per avere il diritto di non amare nessuno\u00bb.<\/p>\n<p>Gli ultimi decenni hanno per l\u2019ennesima volta posto l\u2019evidenza dei fatti a smentire le \u00abillusioni del progresso\u00bb \u2013 per dirla con le parole di Georges Sorel \u2013 con la sua <em>religio<\/em> dei diritti umani. Attiene all\u2019emiplegia dell\u2019irresponsabilit\u00e0 pensare la pace senza la guerra. In tal senso, l\u2019adagio del celebre trattato di strategia militare <em>Della guerra<\/em> \u2013 scritto dal maggior generale nell&#8217;esercito prussiano, combattente durante le guerre napoleoniche, Karl von Clausewitz \u2013 risulta di incontrovertibile lucidit\u00e0: la guerra \u00e8 la \u00abprosecuzione della politica con altri mezzi\u00bb. Certo che oggi, dato il potenziale apocalittico degli arsenali termonucleari affermatisi nel XX secolo, la \u201cguerra guerreggiata\u201d sovrana si declina come \u201cguerra asimmetrica\u201d, per usare la definizione degli ufficiali cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui \u2013 <strong><em>Guerra senza limiti. L\u2019arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione<\/em><\/strong> (Goriziana) \u2013 cio\u00e8 tra entit\u00e0 non equivalenti, meglio detta ultimamente guerra \u201cibrida\u201d; termine, questo, adoperato dal generale Fabio Mini, autore de <strong><em>La Guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell\u00b4epoca della pace virtuale<\/em><\/strong> (Einaudi). \u00c8 palese, insomma, che la guerra combattuta \u00e8 uscita dalla paradossale impronunciabilit\u00e0 nell\u2019epoca della \u201cguerra fredda\u201d: si confligge ovunque, con qualsiasi mezzo possibile. Nel Medio Oriente tra Afghanistan, Iraq, Siria e Libia \u2013 per tralasciare altri contesti di minore intensit\u00e0 \u2013 si combatte con il massimo potenziale tattico a disposizione, coinvolgendo indiscriminatamente le popolazioni civili, con una tragica contabilit\u00e0 di decine, per non ammetterne centinaia, di migliaia di morti. Anche in Europa, per\u00f2, la guerra \u00e8 tornata a essere parte integrante dei rapporti di forza geopolitici: la disgregazione orientale, dalla Moldavia alla ex Jugoslavia, in Armenia piuttosto che in Georgia, e poi nel cuore del continente con l\u2019Ucraina, con l\u2019aggravante di un\u2019esplicita militarizzazione delle relazioni internazionali. Venute meno le ragioni storiche della NATO, se ne cercano ideologicamente di sempre nuove, nella logica della globalizzazione, costruendo nemici di comodo per giustificare l\u2019ingiustificabile. In tal senso, \u00e8 molto puntuale Darius Nazemroaya nel suo <strong><em>La globalizzazione della NATO. Guerre imperialiste e colonizzazioni armate<\/em><\/strong> (Arianna editrice). La North Atlantic Treaty Organization ha continuato a espandersi senza sosta proprio verso est, in direzione del suo antico nemico, l\u2019Unione Sovietica, trasposto ora nella Russia. Il conflitto nella Jugoslavia, in particolare, ha costituito un punto di svolta per l&#8217;Alleanza Atlantica e il suo mandato. L&#8217;organizzazione ha mutato il proprio quadro strategico da difensivo in offensivo sotto il pretesto dell&#8217;umanitarismo, intraprendendo il proprio cammino verso la globalizzazione, e andando quindi a interessare un&#8217;area di operazioni estesa al di fuori del continente europeo. Assurta via via sempre pi\u00f9 a simbolo del militarismo statunitense e della diplomazia dei missili, la NATO agisce come braccio del Pentagono ed \u00e8 dislocata nelle zone di combattimento in cui sono a frizione gli interessi strategici degli Stati Uniti e dei loro alleati. \u00c8 significativo ricostruire questa fase storica successiva al 1989 nella politica italiana grazie a Paolo Borgognone nel recente <em>L\u2019<strong>immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale<\/strong><\/em> (Zambon editore). Vi troviamo una confutazione dell&#8217;odierna &#8220;religione unica&#8221; del liberalismo assoluto come teleologia della &#8220;fine capitalistica della storia&#8221;; cio\u00e8 proprio quella vulgata annunciata allora dalla destra statunitense con Francis Fukuyama, ma coerentemente inverata anche dalla sinistra europea (si pensi alla coppia perfetta costituita da George W. Bush e Tony Blair nella seconda invasione dell\u2019Iraq), che con la fine del comunismo storico novecentesco si \u00e8 convertita al dogma utilitaristico e all&#8217;individualismo postmoderno, abbandonando una lettura critica e di contrasto all\u2019espansionismo liberale. Il governo D&#8217;Alema, il primo a guida progressista, che nel marzo del 1999 impegna aviogetti italiani nel bombardamento &#8220;etico&#8221; della socialista Repubblica Federale di Jugoslavia, in violazione della Costituzione, ma tra lo sventolio interno di bandiere arcobaleno, \u00e8 una delle immagini plastiche pi\u00f9 eloquenti della &#8220;commedia dell&#8217;arte&#8221; della storia repubblicana. Con il senno di poi, \u00e8 passata ovviamente sotto silenzio, in Italia e in tutto il mondo occidentale, la notizia dell&#8217;assoluzione di Slobodan Milosevic, il presidente eletto di quella Jugoslavia, da parte del Tribunale Internazionale dell&#8217;Aia per l&#8217;accusa di crimini di guerra e contro l&#8217;umanit\u00e0. Una sentenza arrivata, non a caso, assai dopo la morte dell&#8217;imputato, che ha trascorso in carcere gli ultimi cinque anni della sua esistenza. Una sentenza che afferma, di fatto, l&#8217;assenza della presunta ragione &#8220;umanitaria&#8221; per cui la Nato ha bombardato per settimane la popolazione civile di quel Paese. Verdetto successivo solo di qualche settimana agli esiti del <em>Chilcot report<\/em> sulla guerra in Iraq, un <em>opus magnum<\/em> che raccoglie in dodici volumi testimonianze e documenti messi insieme dalla commissione parlamentare inglese in sette anni di indagine conoscitiva sul secondo conflitto del Golfo. Tony Blair ment\u00ec spudoratamente alla nazione, i servizi segreti avevano prodotto \u00abvalutazioni false che mai furono seriamente vagliate\u00bb\u00bb in merito alle presunte armi di distruzione di massa irachene; le basi legali dell&#8217;intervento \u00aberano assolutamente infondate\u00bb.\u00a0 Tutto normale, \u00e8 la giustizia dei vincitori\u2026 Che ci hanno condotto al caos a cui assistiamo oggi.<\/p>\n<p>La marginalit\u00e0 e subalternit\u00e0 internazionale del nostro Paese \u00e8 dimostrata anche dalla scarsit\u00e0 e labilit\u00e0 della riflessione polemologica. Ci sono alcune eccezioni. Su questa rivista, tempo addietro, Marco Tarchi diede merito alle analisi di Alessandro Colombo, uno studioso delle relazioni internazionali alla luce delle categorie schmittiane: ne <strong><em>La disunit\u00e0 del mondo<\/em><\/strong> (Feltrinelli), egli scrisse lucidamente che dopo il 1989 \u00abl&#8217;eccezionale coerenza del mondo bipolare ha lasciato il posto a un sistema internazionale nel quale le diverse aree regionali continuano a essere in contatto tra loro grazie alla globalizzazione dell&#8217;economia e dell&#8217;informazione, ma nel quale ogni regione tende sempre pi\u00f9 ad abbracciare protagonisti, interessi, conflitti e linguaggi diversi. Tale scomposizione \u00e8 un potentissimo fattore di instabilit\u00e0: accentua le differenze istituzionali e culturali tra le diverse regioni, aumenta il peso delle gerarchie di prestigio e potere al loro interno e, in questo modo, apre la strada a nuove diffidenze e competizioni sulla sicurezza. Ma, soprattutto, tale scomposizione rende sempre pi\u00f9 inadeguate le risposte di portata globale, anzi rischia di trasformarle da fattori di ordine in fattori di disordine internazionale\u00bb. Su questa scia critica, l\u2019autore ha poi pubblicato <strong><em>Tempi decisivi. Natura e retorica delle crisi internazionali<\/em><\/strong> (Feltrinelli), in cui sostiene che le crisi sono eventi o processi storici doppiamente dirimenti: impongono di decidere, appunto, nella consapevolezza che \u201cil tempo stringe\u201d e che, dalle proprie decisioni, dipender\u00e0 l\u2019alternativa tra la vita e la morte, la pace e la guerra; inoltre, nella stessa misura in cui procurano uno strappo nel corso normale delle cose, le crisi mettono a nudo aspetti dell\u2019ordine politico e del suo linguaggio, che in condizioni ordinarie passano quasi sempre inosservati o vengono programmaticamente nascosti: l\u2019astrattezza della giuridicizzazione del conflitto, il carattere fittizio delle organizzazioni internazionali, le diseguaglianze di potere politico ed economico, il grado residuo di legittimit\u00e0 e credibilit\u00e0 delle istituzioni, l\u2019inadeguatezza dei linguaggi a disposizione degli attori, intrisi di mistificazione propagandistica.<\/p>\n<p>Vi sono altri due autori, che si sono dedicati, con esiti opposti, a opere tanto recenti quanto significative nella ricostruzione storica della guerra, con esplicita valenza analitica e interpretativa dell\u2019oggi. Il primo \u00e8 Filippo Andreatta, docente presso la facolt\u00e0 di Scienze politiche a Bologna, formatosi con un altro importante docente dell&#8217;ateneo felsineo nonch\u00e9 editorialista del <em>Corriere della Sera<\/em>, Angelo Panebianco, tra i pi\u00f9 espliciti nello sposare le ragioni atlantiche e interventiste. Per entrambi non ci si pu\u00f2 sottrarre quindi a un\u2019analisi della forza in politica e delle conseguenti istituzioni militari, che non sono comprensibili senza guardare alla societ\u00e0 nel suo complesso. Andreatta nel primo volume del <strong><em>Potere militare e arte della Guerra. Dalla polis allo Stato assoluto<\/em><\/strong> (FBK Press; il secondo volume sar\u00e0 disponibile nei prossimi mesi), tratta con fluida capacit\u00e0 espositiva le citt\u00e0-Stato greche, l&#8217;Impero romano, il sistema feudale, i proto-stati moderni e gli Stati assoluti settecenteschi fino alla Rivoluzione francese, per poi chiudere con un&#8217;analisi delle differenze militari tra le unit\u00e0 politiche europee e quelle extraeuropee. Il modo di combattere di una comunit\u00e0 dipende quindi dal pi\u00f9 ampio contesto politico e sociale, ragione per cui, ad esempio, gli eserciti di cavalieri tendono ad essere associati ai regimi aristocratici, mentre gli eserciti di fanteria vengono legati a regimi pi\u00f9 egualitari. Ma ci\u00f2 che in questa sede \u00e8 significativo riportare \u00e8 la necessit\u00e0 \u2013 per questi docenti liberali \u2013 di confrontarsi con la violenza, rifuggendo da un utopismo irenistico. Senza monopolio e conseguente uso della forza, viene meno la sicurezza individuale, quindi il legame sociale contrattualistico, diffondendosi la \u201cillegalit\u00e0\u201d. Ecco allora giustificata la modernit\u00e0 occidentale di pensarsi universalisti e realizzarsi tramite strumenti militari, dottrina invalsa negli stati maggiori di tutti gli Stati occidentali. L\u2019intento \u00e8 quello di diffondere la \u201cpace\u201d del sistema mondo mercantile, cio\u00e8 di neutralizzare il conflitto politico con il mezzo eventuale della guerra che, in nome delle organizzazioni internazionali legittimate dall\u2019ideologia dei diritti umani (a geometria variabile, aggiungiamo noi\u2026), non sar\u00e0 mai dichiarata, disconoscendo quindi una controparte, ma verr\u00e0 realizzata come \u201cingerenza umanitaria\u201d. I processi di globalizzazione \u2013 si sostiene \u2013 esigono strategie, istituzioni politiche e ordinamenti giuridici &#8220;globali&#8221;; spetta alle grandi potenze industriali \u2013 e anzitutto agli Stati Uniti \u2013 il compito di garantire la stabilit\u00e0 di un ordine cosmopolitico pacifico. Che poi ci\u00f2 non sia \u201cgiusto\u201d e sia moltiplicatore di contraddizioni e ineguaglianze dirompenti, non preoccupa chi ha una visione unilaterale dei rapporti internazionali. Rimandiamo, di contro, all\u2019ampia e profonda opera di Danilo Zolo, gi\u00e0 filosofo del Diritto all\u2019Universit\u00e0 di Firenze, a partire dall\u2019ultima sua pubblicazione <strong><em>Il nuovo disordine mondiale<\/em><\/strong> (Diabasis), per una critica puntuale del &#8220;globalismo giuridico&#8221; che, nell\u2019apparente neutralit\u00e0 della forma, impone in realt\u00e0 una concezione gerarchica e omogenea dei rapporti internazionali. Ben diceva Ivan Illich in <strong><em>Nello specchio del passato<\/em><\/strong> (Boroli) <a name=\"_GoBack\"><\/a>che \u00abla guerra tende ad uguagliare le culture, mentre la pace \u00e8 la condizione in cui ciascuna cultura fiorisce nel proprio modo incomparabile. Da ci\u00f2 ne segue che la pace non \u00e8 esportabile: inevitabilmente la si deteriora nel trasporto, il tentativo stesso di esportarla significa guerra\u00bb. L\u2019alternativa \u2013 su cui conveniamo \u2013 \u00e8 una visione realistica, conflittuale e policentrica, che rivaluti il rapporto fra principi e identit\u00e0 culturali, fra neutralit\u00e0 e autodeterminazione, fra tutela delle libert\u00e0 e sovranit\u00e0 politica. <em>(fine prima parte)<\/em><\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.radiciefuturo.com\/blog\/2017\/03\/13\/il-politico-e-la-guerra\/\">http:\/\/www.radiciefuturo.com\/blog\/2017\/03\/13\/il-politico-e-la-guerra\/<\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di RADICI E FUTURO (Eduardo Zarelli) Alcune considerazioni sui libri di Fabio Falchi: Il politico e la guerra Anteo Edizioni (2015) Comunit\u00e0 e conflitto. La terra e l\u2019ombra Anteo edizioni (2016) &nbsp; La guerra pareva depositata nella soffitta della storia. 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