{"id":29334,"date":"2017-03-17T11:11:30","date_gmt":"2017-03-17T10:11:30","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29334"},"modified":"2017-03-16T23:13:56","modified_gmt":"2017-03-16T22:13:56","slug":"il-politico-e-la-guerra-seconda-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29334","title":{"rendered":"Il politico e la guerra (seconda parte)"},"content":{"rendered":"<p>di\u00a0<strong>RADICI E FUTURO (Eduardo Zarelli)<\/strong><\/p>\n<p>(continua)<\/p>\n<p>Ecco quindi il secondo autore al centro della nostra riflessione, per il quale l\u2019analisi del conflitto nella storia ha il medesimo peso, ma porta a esiti ben diversi. Fabio Falchi \u00e8 un intellettuale non accademico, il quale ha realizzato un\u2019opera che, indipendentemente dal giudizio di valore di cui argomenteremo, ha una dignit\u00e0 storiografica unita a una sostanza argomentativa che ben si affianca al lavoro di Filippo Andreatta, ma che pi\u00f9 in generale non si rintraccia nell\u2019usuale produzione scolastica o universitaria in tema polemologico. Il suo saggio <strong><em>Il politico e la guerra<\/em><\/strong> (Anteo Edizioni), si sviluppa per centinaia di pagine in una ricostruzione dettagliatissima del fenomeno bellico come condizione antropologica del conflitto. Rifuggendo dall\u2019individualismo metodologico dominante, se \u00e8 vero che aristotelicamente il destino degli uomini \u00e8 di &#8220;Essere-insieme&#8221;, vale a dire che l&#8217;uomo \u00e8, in primo luogo, un \u201canimale politico\u201d, il conflitto \u00e8 consustanziale alla condizione culturale dell\u2019essere umano che, per dirla con Arnold Gehlen, \u00e8 un individuo non specializzato. L\u2019uomo \u00e8 proiettato heideggerianamente, per mezzo della tecnica, in un progetto di vita composto da un &#8220;intreccio&#8221; tra il politico, l&#8217;economico e il conflitto stesso. Si potrebbe quindi affermare, con Alain de Benoist, che \u00abla guerra rimarr\u00e0 sempre una possibilit\u00e0, perch\u00e9 non si potr\u00e0 mai fare scomparire ci\u00f2 che la provoca, ovvero la diversit\u00e0 virtualmente antagonistica delle aspirazioni e dei valori, degli interessi e dei progetti\u00bb, tanto che anche in una distopica mondializzazione realizzata, il conflitto si sottrae in soggetti pubblici riconoscibili, per moltiplicarsi in guerra civile virale generalizzata. L&#8217;opera \u00e8 suddivisa in due parti distinte: <strong>\u201cTerra e Mare\u201d<\/strong> (primo volume), che tratta dei conflitti fino alle guerre napoleoniche, e <strong>\u201cMaschera e Volto dell&#8217;Occidente\u201d <\/strong>(secondo volume), in cui l&#8217;accento cade sulla stretta connessione tra la funzione politico-strategica dell&#8217;economico e la \u201cpre-potenza\u201d della grande talassocrazia d&#8217;oltreoceano, come esito non scritto del processo di civilizzazione della \u201cforma capitale\u201d: una connessione cos\u00ec stretta che \u201cpax americana\u201d e barbarie occidentale appaiono ormai come due facce della medesima medaglia; in questo secondo volume, infatti, si prendono in esame i conflitti dall\u2019Ottocento fino ai nostri giorni, contestualizzandoli \u00a0per\u00f2 in quelle profonde trasformazioni politiche e sociali che in poco pi\u00f9 di due secoli hanno cambiato radicalmente il destino planetario, ove la \u201coccidentalizzazione del mondo\u201d si fa prometeico mondialismo di uno sviluppo illimitato in presenza di risorse date, cio\u00e8 limitate. Ci\u00f2 nonostante, la potenza statunitense, dopo la scomparsa dell\u2019Unione Sovietica, tenta di sottoporre l\u2019intero Pianeta alla propria egemonia, ma la stessa crisi economica che attanaglia il mondo occidentale \u00e8, in primo luogo, crisi degli equilibri geopolitici mondiali fondati sull\u2019unilateralismo occidentale: \u00abVale a dire che non \u00e8 il capitale finanziario in quanto tale ad articolare i rapporti di dominio caratteristici del sistema capitalistico mondiale, bens\u00ec le strategie politiche che il gruppo di potere, \u201cdefinito\u201d dall\u2019alleanza tra una classe capitalistica e uno Stato egemone, adotta per contrastare potenziali centri di potere antiegemonici\u00bb. Quindi non solo bisogna intendere, con Karl von Clausewitz, la natura politica della guerra, ma anche, con Niccol\u00f2 Machiavelli, che la politica \u00e8 la prosecuzione della guerra con qualsiasi mezzo, compreso il denaro, metro di misura dell\u2019economicismo dominante. Fabio Falchi, padroneggiando le categorie metapolitiche schmittiane \u2013 Terra, Mare, \u201cgrande spazio\u201d \u2013 riesce a sottrarsi a una lettura deterministica dello strutturalismo materiale dei rapporti di forza sociali e internazionali. Pur confrontandosi con gli strumenti analitici marxiani di Gianfranco La Grassa del cosiddetto \u201cconflitto strategico\u201d per cui l&#8217;attenzione va posta con positivistica metodologia sulle strategie tra agenti sociali in reciproco scontro per raggiungere la supremazia nello scenario geopolitico contemporaneo, in uno squilibrio incessante di fasi capitalistiche policentriche e monocentriche, Falchi ha una lettura indipendente dell\u2019autonomia del \u201cpolitico\u201d, la quale rimanda al nostro &#8220;Essere-nel-Mondo&#8221; non limitatamente alla dimensione storico-geopolitica, che potremmo definire filosofica, ontologica, ma anche geofilosofica e \u2013 ci permettiamo di dire \u2013 spirituale dell\u2019esperienza umana. Debitore della sua formazione a Giorgio Colli, per cui la complessit\u00e0 teoretica di categorie e deduzione si risolve in una interpretazione della totalit\u00e0 della manifestazione come &#8220;espressione&#8221; di qualcosa (l&#8217;immediatezza) che sfugge alla presa della conoscenza, rimanda alla <em>phronesis<\/em> (\u03c6\u03c1\u03cc\u03bd\u03b7\u03c3\u03b9\u03c2) &#8220;saggezza&#8221; o anche &#8220;intelligenza&#8221; come archetipo sapienziale del pensiero. Falchi si muove cio\u00e8 a suo agio con categorie culturali non riduzionistiche, scientiste, per esprimersi diagnosticamente con realismo nell\u2019oggi, ma traguardando nella prognosi oltre il moderno. In ci\u00f2 risulta emancipato dalle appartenenze delle tarde famiglie ideologiche novecentesche e del discrimine destra\/sinistra, intellettualmente partecipe di un\u2019elaborazione metapolitica delle cosiddette \u201cnuove sintesi\u201d. Questo \u00e8 definito in modo ulteriormente chiaro nel suo ultimo recentissimo titolo pubblicato, <strong><em>Comunit\u00e0 e conflitto. La terra e l&#8217;ombra<\/em><\/strong> (Anteo Edizioni), ove si chiude la riflessione sviluppata nei due volumi sopra indicati; \u00e8 cio\u00e8 ormai evidente, per l\u2019autore, che l&#8217;emergere di nuove potenze antiegemoniche e la questione di nuovi soggetti politici realmente \u201cantagonistici\u201d nei confronti della \u201csociet\u00e0 del capitale\u201d non sono che due facce della medesima medaglia. In quest&#8217;ottica, \u00e8 logico che anche la questione della sovranit\u00e0 dello Stato, della tutela dei legami comunitari e della stessa &#8220;cittadella interiore&#8221; dell&#8217;uomo debba essere compresa alla luce dei conflitti del Novecento e del declino relativo dell&#8217;attuale Stato egemone capitalistico. Fabio Falchi cio\u00e8 pone la questione non solo di una contrapposizione politica all\u2019affermazione della dismisura dell\u2019<em>homo oeconomicus<\/em>, ma anche quella fondativa di un paradigma ulteriore a quello della modernit\u00e0. La ricostruzione del legame comunitario passa per una junghiana \u201csimbolica dello spirito\u201d, che pone l\u2019esigenza di una ricomposizione dello iato tra cultura e natura. Quest\u2019ultima non pu\u00f2 essere schiacciata dalla dialettica tra il determinismo meccanicistico o la fuga nella suggestione irrazionale: \u00abLa natura, difatti, \u00e8 in primo luogo un \u201ccampo di forze elementari\u201d, aperto all\u2019agire dell\u2019uomo e al tempo stesso una lingua cifrata che ci rivela lo \u201cspazio interiore del mondo\u201d\u00bb. Questo punto \u00e8 fondamentale, in quanto il conflitto pone la questione del relativismo culturale unito alla volont\u00e0 di potenza. Carl Schmitt aveva visto, con lucidit\u00e0 profetica nell\u2019epilogo dei conflitti novecenteschi, come \u00abl&#8217;universalismo dell&#8217;egemonia anglo-americana\u00bb fosse destinato a cancellare ogni distinzione e pluralit\u00e0 spaziale in un \u201cmondo unitario\u201d totalmente amministrato dalla tecnica e dalle strategie economiche transnazionali, soggetto a una mistificazione legale e morale per mezzo di una supposta \u2018polizia internazionale\u2019. Un mondo spazialmente neutro, senza partizioni e senza contrasti, dunque senza politica. Il peggiore dei mondi possibili, sradicato dai suoi fondamenti tellurici. Fedele alla <em>justissima tellus<\/em>, Schmitt alimenta invece l&#8217;idea che non possa esservi \u2018<em>Ordnung<\/em>\u2019 (ordinamento) mondiale senza \u2018<em>Ortung<\/em>\u2019 (localizzazione), cio\u00e8 senza un\u2019adeguata, differenziata suddivisione dello spazio terrestre. Una suddivisione che superi per\u00f2 l&#8217;inerzia storica dei vecchi Stati nazionali, per approdare al principio dei \u201cgrandi spazi\u201d: l&#8217;unico in grado di creare un nuovo <em>jus gentium<\/em>, al cui centro ideale dovrebbe porsi l&#8217;antica terra d&#8217;Europa, autentico <em>katechon<\/em> di fronte all&#8217;Anticristo dell&#8217;uniformazione planetaria nel segno di un unico \u201csignore del mondo\u201d. Spiega Jean-Fran\u00e7ois Kerv\u00e9gan nel recentissimo <strong><em>Che fare di Carl Schmitt?<\/em><\/strong> (Laterza) che le analisi del giurista tedesco sono estremamente attuali, perch\u00e9 non esiste un diritto puro, autonomo o neutrale. Il diritto trova il suo fondamento in un atto politico, e la politica presuppone sempre il perseguimento del proprio interesse contro quello degli altri: implica dunque una pluralit\u00e0 di agenti e il rischio del conflitto. Per questo la guerra ci sar\u00e0 sempre e non ha senso stigmatizzarla: \u00e8 parte della lotta politica. Il problema \u00e8 piuttosto come contenerla e regolarla, lasciando cadere le distinzioni morali tra buoni e cattivi: non ci sono guerre giuste, ma ci deve essere un \u00abgiusto\u00bb, vale a dire delle regole rispettate, nella guerra. Cos\u00ec successe nell\u2019et\u00e0 moderna ed \u00e8 questo ci\u00f2 a cui bisogna aspirare oggi per evitare di finire in una \u00abguerra civile mondiale\u00bb senza limiti, in cui ciascuno si ritiene portatore di verit\u00e0 universalistiche assolute.<\/p>\n<p>Falchi parla conseguentemente di lotta tra diverse \u201cimmagini del mondo\u201d, di cui i gruppi umani sono sempre portatori, consapevolmente o meno. Se questa <em>Weltanschauung<\/em> si declina come dominio di s\u00e9 (<em>imperium<\/em>), prospetta la possibilit\u00e0 di mutare lo scenario del moderno, vocando l\u2019<em>auctoritas<\/em> nell\u2019accettazione della diversit\u00e0. Di contro, nel <em>bellum omnium contra omnes<\/em> di giusnaturalistica accezione, una potenza suborner\u00e0 un\u2019altra, nell\u2019incedere unilaterale del belluino scontro di supremazia sull\u2019altro da s\u00e9. Il mutamento di prospettiva richiesto esige cio\u00e8 un confronto con l\u2019essenza della tecnica, l\u2019Essere e il nulla. Solo \u201coltre la linea\u201d \u2013 per dirla con Ernst J\u00fcnger \u2013 si pu\u00f2 superare il nichilismo, indurre al reincantamento della Terra, ridare frutto nella landa desolata del Mondo. Dato questo presupposto metapolitico, il conflitto pu\u00f2 essere messo in \u201cforma\u201d dall\u2019autonomia del politico, sottratto alla \u201cneutralizzazione\u201d dalla giuridicizzazione del primato economico liberalcapitalistico. La praticabilit\u00e0 della pace passa per l\u2019accettazione del multilateralismo internazionale. Il titanismo dell\u2019illimitato che accompagna l\u2019unilateralismo egemonico occidentale si determina \u2013 al contrario \u2013 in una \u201cstrategia del caos\u201d, che sollecita i rapporti di forza fino al rischio concreto di una deflagrazione globale, di cui siamo gi\u00e0 testimoni, per quanto \u201ca pezzi\u201d, per esprimersi con l\u2019approssimazione emotiva dell\u2019attuale pontefice Jorge Mario Bergoglio. La deriva oligarchica delle democrazie procedurali, la disintegrazione dello stato sociale, la perdita di ogni dovere civico e della consapevolezza comunitaria del bene comune, sono la condizione interna della patologia esterna sopra indicata. In tal senso, pensiamo che l\u2019autore converrebbe con quel magnifico <strong><em>Elogio delle frontiere<\/em> <\/strong>(ADD Editore), scritto da R\u00e9gis Debray solo alcuni anni fa; l&#8217;ex guevarista individua nella frontiera un bisogno naturale dell\u2019uomo e dei popoli, come custodia del Sacro (termine che, come la parola \u201csantuario\u201d, deriva appunto dal latino <em>sancire<\/em>) e della propria identit\u00e0 individuale e culturale. Detto legame, che riconduce la frontiera al mito (o, meglio, svela nel mito il carattere fondante della frontiera), nell\u2019analisi di Debray chiama in causa direttamente l\u2019unit\u00e0 europea, questa creatura che, nata come comunit\u00e0 economica invece che politica, mostra al giorno d\u2019oggi tutti i suoi limiti e le sue storture. Se difatti \u00abnessun insieme pu\u00f2 chiudersi all\u2019aiuto dei singoli elementi del suo stesso insieme\u00bb (quello che Debray chiama \u00abassioma d\u2019incompiutezza\u00bb) e se un insieme che si chiude \u00e8 \u201cun invito all\u2019ascesa\u201d, si capisce come, in questa comunanza tra immanente e trascendente, la chiusura si congiunge con una salita (l\u2019obelisco, il campanile, la guglia) e la popolazione si fa popolo, tra sussidiariet\u00e0 e decisione partecipata. L\u2019Europa, dunque, nel suo rifiuto a darsi una forma e nella sua conseguente impossibilit\u00e0 di darsi un mito fondativo effettivo, non pu\u00f2 incarnarsi in nulla e tantomeno riconoscersi in un Popolo. Oggi si tratta proprio di porre dei confini che declinino l\u2019universale come riconoscimento del particolare, legittimando nella diversit\u00e0 un\u2019identit\u00e0 comune, che possa fondare una mitologia d\u2019appartenenza e possa permettere cos\u00ec di rivendicare una sovranit\u00e0 in tutte le sue forme. Non resti inascoltato il monito di Simone Weil ne <strong><em>La prima radice<\/em><\/strong> (SE): \u00abIl radicamento \u00e8 forse il bisogno pi\u00f9 importante e misconosciuto dell\u2019anima umana\u2026 L\u2019essere umano ha una radice\u2026 Chi \u00e8 sradicato sradica\u2026 Lo sradicamento \u00e8 la pi\u00f9 pericolosa delle malattie delle societ\u00e0 umane\u00bb. Osserva all\u2019oggi R\u00e9gis Debray, con analoga intenzione, che l\u2019innalzarsi di muri, piuttosto che una degenerazione della frontiera, \u00e8 una conseguenza del rifiuto di una demarcazione. Il muro diventa infatti la conseguenza della rimozione di un confine chiaro e concordato politicamente dalla pluralit\u00e0 delle parti. La frontiera \u00e8 dunque un limite, indispensabile al ripristino di una sovranit\u00e0 (economica, politica, militare) sradicata dalla deriva nichilistica della mercificazione dell\u2019esistente. Sulla sovranit\u00e0 come identit\u00e0, partecipazione e giustizia sociale della collettivit\u00e0 si gioca il rapporto amico\/nemico del \u201cpolitico\u201d, nell\u2019avversione concreta alla deriva oligarchica della globalizzazione.<\/p>\n<p>Disse Aristotele: \u00abChi non conosce il suo limite tema il destino\u00bb, il che \u00e8 come affermare che nel limite, si manifesta una comunit\u00e0 di destino, anche di contro allo spirito dei propri tempi, perch\u00e9 la dignit\u00e0 della libert\u00e0 di Essere non \u00e8 contrattabile, pone in Forma sovrana il vivente.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.radiciefuturo.com\/blog\/2017\/03\/13\/il-politico-e-la-guerra\/\">http:\/\/www.radiciefuturo.com\/blog\/2017\/03\/13\/il-politico-e-la-guerra\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di\u00a0RADICI E FUTURO (Eduardo Zarelli) (continua) Ecco quindi il secondo autore al centro della nostra riflessione, per il quale l\u2019analisi del conflitto nella storia ha il medesimo peso, ma porta a esiti ben diversi. 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