{"id":29390,"date":"2017-03-20T09:46:28","date_gmt":"2017-03-20T08:46:28","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29390"},"modified":"2017-03-19T15:53:34","modified_gmt":"2017-03-19T14:53:34","slug":"mivar-e-samsung-una-storia-ed-una-lezione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29390","title":{"rendered":"Mivar e Samsung, una storia ed una lezione"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Alessio Sani)<\/strong><\/p>\n<p><em>Carlo Vichi, patron dello storico marchio di televisori Mivar, invoca Samsung per dare nuova vita alla sua fabbrica deserta. Nella storia di Mivar \u00e8 riassunta la storia della grande impresa italiana, che siamo stati incapaci di proteggere e coltivare a differenza dei coreani.<\/em><\/p>\n<p>Milano, immediato dopoguerra. Il signor Carlo Vichi ha 22 anni ed \u00e8 convinto che l\u2019Italia sia finita nel \u201943 ed il mondo nel \u201945. <a href=\"http:\/\/www.ilfattoquotidiano.it\/2013\/10\/17\/carlo-vichi-la-mivar-e-la-dura-vita-di-un-imprenditore-contro\/746753\/\" target=\"_blank\"><strong>\u00c8 fascista, il signor Vichi, ma \u00e8 anche perito elettrotecnico<\/strong>.<\/a> Comincia qui, quando tutto sembra finito, quella che sar\u00e0 un\u2019epopea industriale italiana.\u00a0\u00c8 ormai difficile ricostruirne le coordinate culturali, sociali e politiche di quell\u2019Italia l\u00ec, non tanto per il tempo trascorso, ma per l\u2019incolmabile abisso di mentalit\u00e0 e stili di vita che separano quegli italiani da quelli dei tempi presenti. <strong>Altra gente, altre facce, altra tempra.<\/strong> Aiuta un poco scavare negli album di famiglia, intrecciare i ricordi dei nonni, di chi quell\u2019epoca l\u2019ha vissuta cambiando per sempre volto al Paese. Sar\u00e0 quella generazione, infatti, quei figli di contadini che compiranno<strong> la grande migrazione antropologica<\/strong> ed andranno in citt\u00e0 ed in fabbrica, a scrivere col sudore della loro fronte le prime pagine del benessere italiano. La storia di Carlo Vichi accompagna e riassume la storia di quella generazione e quindi dell\u2019Italia che esce dalla guerra. Tanti successi, qualche fallimento e una coda triste, ma, soprattutto, tanto lavoro.\u00a0<strong>Per il momento, per\u00f2, la vita \u00e8 ancora grama.<\/strong> Si va in bicicletta, schivando le buche lasciate dalle bombe, e ci si arrangia come si pu\u00f2 per mangiare e dormire. Oggi ci si stupisce dei cinesi di Prato, della loro capacit\u00e0 di sopportazione e sacrificio, <strong>ma non hanno inventato niente<\/strong>.<\/p>\n<p>Il signor Vichi comincia infatti nella camera da letto del suo appartamento: un grande tavolo di progettazione, il lavoro in contoterzi, i primi amici che vengono a dare una mano, l\u00ec, in quella casa che pian piano va assomigliando sempre pi\u00f9 ad un\u2019officina. La moglie, Anna, ha tanta pazienza e fiducia nel marito e non lo abbandoner\u00e0 mai, nonostante la scomodit\u00e0 di quelle notti senza sonno e di poca privacy.\u00a0Ha del talento, il signor Vichi, e il fiuto di intuire il successo che le radio a valvole avrebbero avuto di l\u00ec a poco, cos\u00ec, passo dopo passo, <strong>quella che era un\u2019officina domestica diventa un\u2019azienda che impiega 200 dipendenti<\/strong>. \u00c8 nata la <strong>Mivar<\/strong>.\u00a0Siamo arrivati, a questo punto, in pieno boom economico. \u00c8 gi\u00e0 un\u2019altra Italia quella che si appresta ad accogliere in casa, dopo le voci, anche le immagini: tocca ai televisori di massa e Vichi lo capisce. Si sposta cos\u00ec in via Giordani, dove aprir\u00e0 un nuovo stabilimento da 400 persone. Sono gli anni della Dolce Vita, dei primi vizi borghesi di massa, <strong>nuovi consumi e nuovi costumi<\/strong> iniziano timidamente ad affermarsi in un Paese che, finalmente, comincia anche a godere. Non Carlo Vichi, per\u00f2, e neanche tanti altri italiani per il quale la religione \u00e8 una sola, quella del lavoro. Hanno voglia di arrivare, di migliorarsi, di gettarsi finalmente alle spalle la miseria dell\u2019infanzia, cos\u00ec, nel 1963, sull\u2019onda del successo dei primi Tv color, la Mivar progetta un nuovo stabilimento ad Abbiategrasso. <strong>800 persone stavolta e, all\u2019apice del successo, il 35% del mercato italiano<\/strong>. Parliamo di 350 miliardi di lire a met\u00e0 anni \u201990.<\/p>\n<div id=\"attachment_84095\" class=\"wp-caption alignnone\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-84095\" src=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/evoluzione.png\" alt=\"L\u2019evoluzione delle televisioni Mivar, dal primo modello all\u2019ultimo tentativo di resistere dopo la rivoluzione LCD.\" width=\"819\" height=\"301\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\">L\u2019evoluzione delle televisioni Mivar, dal primo modello all\u2019ultimo tentativo di resistere dopo la rivoluzione LCD.<\/p>\n<\/div>\n<p>Eh s\u00ec, perch\u00e9 Vichi passa indenne alla grande crisi dell\u2019elettronica di consumo made in Italy degli anni Ottanta. Tiene sempre in tasca, ad eterna memoria, un foglietto, che non esita a mostrare: \u00e8 l\u2019elenco delle 39 aziende italiane di elettronica che hanno gettato la spugna dal \u201946 ad oggi. Se fino a questo momento, infatti, stiamo parlando di una storia di successo come tante nell\u2019et\u00e0 del boom economico, <strong>il vero miracolo Carlo Vichi lo compie negli anni Ottanta<\/strong>. Le prime avvisaglie di crisi generalizzata del settore dell\u2019elettronica arrivano il decennio precedente, quando cominciano ad apparire i primi prodotti giapponesi. Sar\u00e0 una rivoluzione. Chi non ha ascoltato le cassette dei Duran Duran con un walkman targato Sony? Uno dopo l\u2019altro, i grandi marchi italiani ed europei, tedeschi in primis, cominciano a soffrire. Autovox, Brionvega, S\u00e8leco, Formenti, per tutte c\u2019\u00e8 la REL, finanziaria pubblica creata ad hoc nel 1982 per tenere in piedi un settore nel quale si aprono buchi di bilancio che assomigliano sempre pi\u00f9 a voragini. Alla fine REL stessa diventer\u00e0 un abisso da 474 miliardi di lire erogati in dieci anni; aziende risanate prossime allo zero.<br \/>\n<strong>Mivar invece \u00e8 come l\u2019universo, in continua espansione.<\/strong><a href=\"http:\/\/ricerca.repubblica.it\/repubblica\/archivio\/repubblica\/1990\/11\/23\/mivar-miracolo-ad-abbiategrasso.html\" target=\"_blank\"> I maggiori quotidiani si sperticheranno nelle lodi a cavallo degli anni \u201990<\/a> per quell\u2019imprenditore cos\u00ec controcorrente in grado di tenere testa ai colossi dell\u2019estremo oriente. Diventeranno famosi i cinque zero di Vichi, le sue regole auree: zero pubblicit\u00e0, zero licenziamenti, zero cassa integrazione, zero sovvenzioni pubbliche, zero prodotti assemblati. Specialmente l\u2019ultimo \u00e8 il cardine del credo di Vichi: tutto dev\u2019essere prodotto in azienda, dalla progettazione all\u2019imballaggio, <strong>in Mivar non si marchia, si produce<\/strong>.<\/p>\n<div id=\"attachment_84096\" class=\"wp-caption alignnone\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-84096\" src=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/vichi-apice.png\" alt=\"Carlo Vichi all\u2019apice del successo\" width=\"1004\" height=\"715\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\">Carlo Vichi all\u2019apice del successo<\/p>\n<\/div>\n<p>Non si ferma qua la filosofia di questo padrone sui generis. <strong>Non ci sono uffici alla Mivar, tutto \u00e8 un open space ante litteram<\/strong>; il suo tavolo da lavoro (mica una scrivania dirigenziale, ohib\u00f2!) \u00e8 in mezzo alla fabbrica, cos\u00ec pu\u00f2 controllare minuto per minuto ogni fase del processo; niente manager, per carit\u00e0, quelli non servono, solo quindici persone per la contabilit\u00e0. Ogni minimo particolare \u00e8 curato, ideato e ingegnerizzato da lui personalmente. Una vita dedicata maniacalmente al lavoro, come solo quella generazione ha saputo fare.<\/p>\n<p>Ma torniamo alla nostra favola ormai post-moderna, dunque senza lieto fine. Siamo nel 1990, dicevamo, e l\u2019Italia, oltre ad ospitare i mondiali (con relativo boom di vendite), si trova, senza averlo compreso, ad un tornante della propria storia. <strong>Qu\u00ec, forse per la prima volta, Carlo Vichi fa un errore che, probabilmente, non rinnegherebbe neanche sotto tortura<\/strong>. Determinato dalla propria forza interiore, incoraggiato dagli ottimi risolutati dell\u2019azienda, che strappa quote di mercato nazionale sempre pi\u00f9 ampie ai concorrenti stranieri, Vichi progetta il proprio mausoleo personale, la fabbrica perfetta, il sogno di una vita. Il complesso \u00e8 mastodontico: 44mila metri quadri destinati alla produzione, 30mila di parcheggio, 60mila di parco, quasi fosse Adriano Olivetti. <strong>Una vera e propria cattedrale dell\u2019industria elettronica<\/strong> destinata ad occupare 1200 persone. La spesa, chiaramente, \u00e8 faraonica come il progetto. Quasi 100 miliardi di lire, tutti messi sul tavolo di tasca propria, perch\u00e9 alla filosofia contro di Vichi ci sarebbe da aggiungere anche zero banche: i profitti non servono per la villa o lo yatch, ma si reinvestono in azienda.<\/p>\n<p>Tuttavia, quando lo \u201cstabilimento perfetto\u201d \u00e8 finalmente pronto, nel 2000, <strong>la Mivar entra in crisi<\/strong>. Il 1998 \u00e8 il primo anno di pareggio di bilancio nonostante il 35% del mercato italiano. Per reggere alla nuova ondata di concorrenza cinese e coreana, infatti, Vichi \u00e8 costretto ad abbassare i prezzi, fino ad arrivare, nel 2001, a vendere in perdita. Per la prima volta ricorre alla cassa integrazione. Da l\u00ec in avanti, con l\u2019aggiunta della rivoluzione dell\u2019LCD, saranno perdite su perdite, ogni volta ripianate di tasca propria da un uomo di 80 anni che ancora non se la sente di metter fine alla sua impresa e con essa alla sua vita.<strong> Forse \u00e8 questo il dettaglio che permette di comprendere che pasta d\u2019uomo sia Carlo Vichi<\/strong>. Nonostante le graduali riduzioni del personale, dalle mille persone del 1998 alle 500 del 2008, alla decina di oggi, i sindacati, coi quali Vichi non \u00e8 mai andato particolarmente d\u2019accordo, non hanno fiatato perch\u00e9, ogni anno, pur di non chiudere, Vichi ripianava di tasca propria le perdite.<\/p>\n<blockquote><p>\u201cHo messo via quando andava bene per esser pronto quando sarebbe andata male\u201d, ripete.<\/p><\/blockquote>\n<p><a href=\"http:\/\/ricerca.repubblica.it\/repubblica\/archivio\/repubblica\/2013\/10\/15\/mivar-si-spegne-lultima-tv-made-in.html\" target=\"_blank\">Stando a Giuseppe Vigan\u00f2<\/a>, segretario Fim-Cisl Legnano-Magenta, la lenta agonia \u00e8 costata al padrone dai 100 ai 120 milioni di euro. I suoi colleghi avevano chiuso vent\u2019anni prima lasciando operai e debiti a carico della REL.<\/p>\n<div id=\"video\"><div class=\"video-container\"><span class=\"embed-youtube\" style=\"text-align:center; display: block;\"><iframe loading=\"lazy\" class=\"youtube-player\" width=\"640\" height=\"360\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/hksCGMsgSTg?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent\" allowfullscreen=\"true\" style=\"border:0;\" sandbox=\"allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox\"><\/iframe><\/span><\/div><\/div>\n<p><span class=\"captiontext\">Viaggio nella fine della Mivar, incontrando il proprietario Carlo Vichi.<\/span><\/p>\n<p>Ci siamo imbattuti in questa storia per caso, leggendo sui principali quotidiani dell\u2019ultima trovata di questo piccolo grande uomo di ormai 94 anni: <a href=\"http:\/\/www.mivar.it\/index.htm\" target=\"_blank\"><strong>cedere gratis la sua fabbrica gioiello, mai entrata in funzione, a Samsung, a patto che venga a costruire elettronica in Italia<\/strong><\/a>. Poter vedere, insomma, il progetto a cui ha dedicato la vita, fare quello per cui l\u2019ha realizzato: produrre, anche solo per un giorno.<\/p>\n<div id=\"attachment_84097\" class=\"wp-caption alignnone\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-84097 size-full\" src=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Vichi-maus.jpg\" alt=\"Vichi maus\" width=\"402\" height=\"270\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\">Vichi nel suo mausoleo, vuoto e mai utilizzato.<\/p>\n<\/div>\n<p>Difficilmente l\u2019eco della notizia rimbalzer\u00e0 fino in Corea, ma proprio questo ci spinge ad un\u2019ultima considerazione. <strong>La Corea del Sud \u00e8 un paese paragonabile all\u2019Italia<\/strong>, abbiamo avuto una storia analoga: la guerra, nel loro caso addirittura la divisione che perdura fino ad oggi, l\u2019occupazione americana, quella dell\u2019Asse prima, la grande voglia di riscatto. La differenza \u00e8 che la Corea ha avuto un governo capace di tutelare i propri interessi industriali molto pi\u00f9 di noi, <a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/esteri-3\/la-crisi-esistenziale-della-corea-del-sud\/\" target=\"_blank\">anche se suona difficile dirlo in questi giorni di impeachment per il loro presidente<\/a>. Eppure, Samsung, quando \u00e8 nata, si occupava di spaghetti di riso; poi si \u00e8 dedicata all\u2019import-export di alimentari; poi, finalmente, dopo la guerra di Corea, il governo sudcoreano ha avuto la pensata geniale di comprendere che il futuro stava nell\u2019elettronica e nell\u2019automobile. Cos\u00ec ha preso due aziende semi-sconosciute (ma dai padroni \u201cconosciuti\u201d, evidentemente) e ha chiesto loro di riconvertirsi in quei settori.<strong> In cambio, le avrebbe protette, con sgravi fiscali, opere pubbliche infrastrutturali e pesanti dazi alle importazioni<\/strong>. Questa strategia di sviluppo si chiama <em>import substitution<\/em>, in italiano sostituzione delle importazioni, e qualunque Paese in fase di sviluppo o di ristrutturazione dovrebbe perseguirla. Le due aziende si chiamavano <strong>Samsung <\/strong>e<strong> Hyundai<\/strong>. Non \u00e8 difficile immaginare cosa sarebbe successo se anche noi avessimo protetto la nostra elettronica durante la necessaria riorganizzazione degli anni Ottanta, invece di limitarci a coprire per un po\u2019 le perdite a colpi di debito pubblico. Chiss\u00e0, forse oggi sarebbe Samsung a invocare il signor Vichi.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/italia-2\/mivar-e-samsung-una-storia-ed-una-lezione\/\">http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/italia-2\/mivar-e-samsung-una-storia-ed-una-lezione\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Alessio Sani) Carlo Vichi, patron dello storico marchio di televisori Mivar, invoca Samsung per dare nuova vita alla sua fabbrica deserta. Nella storia di Mivar \u00e8 riassunta la storia della grande impresa italiana, che siamo stati incapaci di proteggere e coltivare a differenza dei coreani. Milano, immediato dopoguerra. 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