{"id":29584,"date":"2017-03-30T12:41:13","date_gmt":"2017-03-30T10:41:13","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29584"},"modified":"2017-03-30T12:41:13","modified_gmt":"2017-03-30T10:41:13","slug":"europa-60-mal-portati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29584","title":{"rendered":"Europa, 60 mal portati"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>CARLO CLERICETTI<\/strong><\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 chi con l&#8217;et\u00e0 diventa pi\u00f9 saggio e tollerante, e chi invece sempre pi\u00f9 acido, rigido e pretenzioso, rischiando di divenire inviso anche a chi gli voleva bene. Se l&#8217;Europa fosse una persona ricadrebbe in questo secondo caso. L&#8217;immagine di popoli che si legavano sempre pi\u00f9 tra loro in nome della pace e di una maggiore prosperit\u00e0 e aiutavano chi era pi\u00f9 indietro a migliorare la sua condizione man mano \u00e8 diventata quella in cui alla solidariet\u00e0 si \u00e8 sostituita la competizione, alla pari dignit\u00e0 l&#8217;egemonia di qualcuno su tutti gli altri, all&#8217;aiuto a chi \u00e8 in difficolt\u00e0 l&#8217;imposizione di penitenze, secondo torti e ragioni stabiliti dalla logica del pi\u00f9 forte.<\/p>\n<p><b>Le radici di una costruzione disastrosa<\/b><\/p>\n<p>Non ci si pu\u00f2 stupire che questo sia accaduto. Questa trasformazione risponde esattamente all&#8217;evoluzione ideologico-culturale \u00a0che negli ultimi quarant&#8217;anni \u00a0ha investito quasi tutto il mondo. Prima degli anni &#8217;80 anche i liberali (per lo meno, la maggior parte di loro) avevano una visione per cui una pi\u00f9 equa distribuzione della ricchezza era opportuna per il buon funzionamento della societ\u00e0 e lo Stato non era visto solo come una macchina inefficiente e dissipatrice di risorse che il settore privato avrebbe impiegato meglio. Non dimentichiamo che William Beveridge, il barone britannico considerato il fondatore del moderno welfare, era appunto un liberale, come lo era John Maynard Keynes.<\/p>\n<p>A partire dagli anni &#8217;80 del secolo scorso l&#8217;altra visione, quella di una societ\u00e0 competitiva al massimo, con un settore pubblico da ridurre ai minimi termini e con una ricchezza da redistribuire il meno possibile perch\u00e9 la userebbe meglio chi \u00e8 capace di accumularla (facendo poi &#8220;gocciolare&#8221; questo maggior benessere verso gli strati sociali inferiori: la teoria cosiddetta del <i>trickle-down<\/i>), ha preso il sopravvento e rapidamente la completa egemonia, conquistando anche quasi tutti gli esponenti di formazioni politiche socialdemocratiche. E&#8217; in questa temperie che \u00e8 nata l&#8217;Europa che c&#8217;\u00e8 ora, quella del Trattato di Maastricht, elaborato a fine anni &#8217;80 e firmato nel febbraio &#8217;92, e del Trattato di Lisbona, firmato nel 2007 dopo che un tentativo di Costituzione europea era stato bocciato dai referendum in Francia e Olanda. Per fortuna, visto che era basato appunto su quei principi, trasferiti peraltro pari pari nel Trattato &#8220;riparatore&#8221;.<\/p>\n<p><b>La Costituzione stravolta<\/b><\/p>\n<p>Principi molto diversi da quelli su cui \u00e8 basata la nostra Costituzione, che infatti un famoso <i>report <\/i>di una delle maggiori banche d&#8217;affari mondiali <a href=\"http:\/\/nuke.carloclericetti.it\/LinkClick.aspx?link=318&amp;tabid=36\" target=\"_blank\">ci invitava a cambiare.<\/a> La nostra Carta fondamentale mette al primo posto il lavoro, non certo il controllo dell&#8217;inflazione, e &#8220;riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto&#8221; (art. 4). Anche il <a href=\"http:\/\/www.consilium.europa.eu\/it\/press\/press-releases\/2017\/03\/25-rome-declaration\/\" target=\"_blank\">Trattato sull&#8217;Unione europea<\/a> afferma che si punta alla &#8220;piena occupazione&#8221;, ma poi <a href=\"http:\/\/clericetti.blogautore.repubblica.it\/2017\/01\/20\/gli-stregoni-dei-numeri-di-bruxelles\/\" target=\"_blank\">i meccanismi di controllo dei conti pubblici<\/a>, invece, si basano su teorie che parlano di un tasso di disoccupazione &#8220;naturale&#8221;, riducendo il quale si produce inflazione, il cui controllo \u00e8 invece il principale obiettivo sancito nei Trattati &#8211; e ripetuto nello statuto della Bce &#8211; insieme alla tutela della concorrenza. Da noi si assegna alla Repubblica il compito di &#8220;rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libert\u00e0 e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana&#8221;. Nel Trattato sull&#8217;Unione questo concetto \u00e8 molto pi\u00f9 sfumato, anche se si dice che &#8220;combatte l&#8217;esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parit\u00e0 tra donne e uomini, la solidariet\u00e0 tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore&#8221;. Sul fatto comunque che i trattati che hanno dato forma all&#8217;attuale Europa confliggano con la nostra Costituzione sono stati scritti libri (ai quali rimandiamo: per esempio\u00a0 &#8220;La Costituzione nella palude&#8221; di Luciano Barra Caracciolo&#8221; e &#8220;Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile&#8221; di Vladimiro Giacch\u00e8, entrambi editi da Imprimatur). Anche l&#8217;inserimento nella Carta del pareggio di bilancio approvato dal nostro Parlamento (con un eccesso di zelo, visto che non c&#8217;era nessun obbligo di farlo) \u00e8 stato un errore, perch\u00e9 questa norma pu\u00f2 entrare in conflitto con i primi articoli, quelli che ne stabiliscono lo spirito.<\/p>\n<p>La nostra adesione a &#8220;questa&#8221; Europa implica dunque una riforma costituzionale ben pi\u00f9 radicale di quella che \u00e8 stata recentemente bocciata con un referendum da pi\u00f9 del 60% degli italiani. Cosa che non potrebbe accadere, per esempio, per la Germania, la cui Costituzione prevede che non si possano firmare trattati in contrasto con la Costituzione stessa, e la cui Corte \u00e8 stata pi\u00f9 volte chiamata a giudicare su problemi riguardanti le scelte europee.<\/p>\n<p><b>&#8220;Ce lo chiede l&#8217;Europa&#8221;<\/b><\/p>\n<p>Chi dunque invoca &#8220;pi\u00f9 Europa&#8221; per superare le attuali difficolt\u00e0, dovrebbe anche spiegare &#8220;quale&#8221; Europa e come sarebbe possibile trasformarla, visto che per cambiare sostanzialmente i trattati servirebbe pi\u00f9 o meno un miracolo: anche se i rapporti di forza fossero pi\u00f9 favorevoli di quelli oggi ipotizzabili, le modifiche dovrebbero essere approvate da tutti i 27 membri. Sarebbe pi\u00f9 facile veder volare un asino. Ma in realt\u00e0 una parte importante della nostra classe dirigente non vorrebbe cambiare proprio niente, in base a un ragionamento ben riassunto da un paio di frasi di Mario Monti apparse sul <i>Sole24Ore<\/i>: &#8220;Per l&#8217;Italia, andare verso l&#8217;economia sociale di mercato voleva dire andare verso la disciplina e verso l&#8217;Europa. Quel modello di stampo tedesco stava diventando la costituzione economica europea&#8221;. E&#8217; l&#8217;antico criterio del &#8220;vincolo esterno&#8221;. Siccome l&#8217;Italia non si sa governare, bisogna creare le condizioni perch\u00e9 la strada da seguire sia obbligata.<\/p>\n<p>Ora, sono molti i governi italiani che hanno fatto di tutto per dar ragione a questa impostazione, da Berlusconi a Renzi solo per citare gli ultimi. Ma concluderne che \u00e8 meglio che l&#8217;Italia sia governata da altri significa ignorare quale sia &#8211; da che esiste il mondo &#8211; la sorte delle colonie: il loro destino \u00e8 sempre stato quello di essere gestite a vantaggio di chi le controllava. La probabile replica pu\u00f2 essere che questo \u00e8 un caso diverso, di una &#8220;unione tra pari&#8221;: tesi davvero ardua da sostenere, visti gli innumerevoli episodi della storia recente in cui i nostri interessi non sono stati presi in alcuna considerazione.<\/p>\n<p>Ma l&#8217;Italia &#8211; <a href=\"http:\/\/www.repubblica.it\/politica\/2017\/03\/22\/news\/mattarella_no_alla_disgregazione_dell_europa_da_soli_non_si_va_lontano-161110877\/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1\" target=\"_blank\">si dice ancora<\/a> &#8211; \u00e8 troppo piccola per affrontare le sfide del mondo globalizzato. A parte che nel 2016 (dati Fmi) <a href=\"https:\/\/knoema.com\/nwnfkne\/world-gdp-ranking-2016-data-and-charts-forecast\" target=\"_blank\">risultavamo l&#8217;ottava economia mondiale<\/a> (la Russia, per dire, era dodicesima), l&#8217;obiezione sarebbe valida se dalla nostra partecipazione alla Ue ci derivassero vantaggi tali da compensare la perdita della possibilit\u00e0 di attuare politiche economiche diverse da quella imposta dai meccanismi europei, basata sulla svalutazione del lavoro e su limiti stretti all&#8217;intervento pubblico. Ma se la bilancia pesa dalla parte degli svantaggi &#8211; come mostra la storia degli ultimi otto anni &#8211; quale sarebbe la razionalit\u00e0 di questa situazione? Se l&#8217;Unione conta nel mondo, ma noi non contiamo nell&#8217;Unione, ci siamo solo scelti un padrone effettivo al posto di uno ipotetico (il mondo globalizzato). Il problema \u00e8 che buona parte della nostra classe dirigente, quella che ha gestito il potere negli ultimi anni, \u00e8 sostanzialmente d&#8217;accordo con quel &#8220;padrone&#8221;.<\/p>\n<p><b>Nazionalismo contro europeismo?<\/b><\/p>\n<p>La constatazione di questi fatti basta per essere accusati di anti-europeismo e di nazionalismo. Ma qui non si parla di un problema identitario, che per il nazionalismo \u00e8 un ingrediente indispensabile: si parla di preservare il funzionamento della democrazia. I sistemi di rappresentanza sono organizzati a livello nazionale, i politici per essere eletti hanno bisogno del voto dei &#8220;loro&#8221; cittadini (anche gli europarlamentari). Agiranno quindi in modo da fare prima di ogni altra cosa gli interessi del loro paese, cio\u00e8 dei cittadini che dovranno votarli, e i paesi pi\u00f9 forti tuteleranno i loro interessi anche a scapito degli altri. Non \u00e8 un caso se la Germania appare oggi, tra i membri dell&#8217;Unione, quello politicamente pi\u00f9 stabile, dove il peso dei partiti cosiddetti &#8220;anti-sistema&#8221; rimane modesto.<\/p>\n<p>Chiedere quindi che il potere effettivo non sia delegato a organismi tecnocratici, ma rimanga dove \u00e8 pi\u00f9 concreta la possibilit\u00e0 di controllo da parte dei cittadini, non ha nulla a che fare con il nazionalismo e molto invece con la democrazia. Non significa dunque tornare alle &#8220;piccole patrie&#8221; e non \u00e8 in contraddizione con una ulteriore &#8211; ma diversa &#8211; evoluzione del processo unitario europeo.<\/p>\n<p><b>E allora, uscire?\u00a0<\/b><\/p>\n<p>E dunque, Italexit, come il Regno Unito? Non \u00e8 facile. Una decisione unilaterale di questo genere ci esporrebbe a una probabile crisi finanziaria. Diverso sarebbe se l&#8217;uscita fosse concordata e avessimo l&#8217;appoggio della Bce, ma al momento questa ipotesi sembra avere probabilit\u00e0 analoghe a quelle di una riforma profonda dell&#8217;Unione, cio\u00e8 quasi nulle.<\/p>\n<p>E dunque, non si pu\u00f2 far niente? Qualche cosa si potrebbe fare. Non certo il referendum sull&#8217;euro che vorrebbero i 5Stelle: al suo solo annuncio &#8211; anzi, gi\u00e0 se ci fosse una vittoria elettorale dei 5S, a meno che non dichiarino di rinunciare a questa idea balzana &#8211; si scatenerebbe una fuga di capitali come se fossimo gi\u00e0 usciti: sarebbe un modo per ottenere il massimo danno a fronte del nulla. Ma altre strade ci sono.<\/p>\n<p>In politica, quella interna come quella internazionale, \u00e8 raro che esista solo un&#8217;alternativa: nel nostro caso, o dentro o fuori. Si potrebbe per esempio sfruttare il concetto di &#8220;Europa a pi\u00f9 velocit\u00e0&#8221; per applicarlo in modo diverso &#8211; anzi opposto &#8211; a quello per cui \u00e8 stato pensato. Nelle intenzioni di Angela Merkel significa fare ulteriori passi nell&#8217;integrazione con chi ci sta (o con chi pu\u00f2 essere &#8220;convinto&#8221; a starci). Non stupisce che la cancelliera tedesca voglia procedere sulla strada di questa Europa ad immagine della Germania. Ma noi invece dovremmo svincolarci, prima di tutto dalle assurde regolette di bilancio.<\/p>\n<p>Abbiamo da tempo contestato i criteri usati dalla Commissione per valutare i nostri conti pubblici, ma siccome quei criteri &#8211; sotto la finta di tecnicismi &#8211; sono politici, nessuno ci sta a sentire. L\u00ec dovremmo ingaggiare una battaglia vera, usando tutti i mezzi che le procedure ci permettono: per esempio bloccando qualsiasi decisione che richieda l&#8217;unanimit\u00e0 finch\u00e9 non ci danno retta. Ma senza aspettare che ci diano il permesso: abbiamo gi\u00e0 perso troppo tempo. La mossa minimale sarebbe quella di fare nel frattempo il nostro bilancio applicando la metodologia Ocse per avere spazi ben pi\u00f9 ampi dei decimali di &#8220;flessibilit\u00e0&#8221; che di malavoglia ci vengono concessi. In realt\u00e0 ci vorrebbe una contestazione pi\u00f9 radicale di queste metodologie arbitrarie, ma se si vuole evitare uno scontro troppo aspro quello pu\u00f2 essere un primo compromesso. Con un po&#8217; pi\u00f9 di audacia, poi, si potrebbe infischiarsene del tutto delle regole, e fare un deficit sufficiente a far ripartire davvero l&#8217;economia, scrollandosi da quell&#8217;anemico 1%. Ci vorrebbe un deficit primario (cio\u00e8 al netto degli interessi) di un paio di punti di Pil per almeno due o tre anni. \u00a0Non si tratta di far crescita a debito: il bilancio deve essere usato in funzione anti-congiunturale. Si \u00e8 visto che i privati non investono, nemmeno con i cospicui sgravi fiscali che hanno ricevuto, nemmeno con i tassi ai minimi storici: non investono perch\u00e9 la ripresa non c&#8217;\u00e8 o \u00e8 troppo debole, e solo un flusso adeguato di investimenti pubblici pu\u00f2 farla ripartire.<\/p>\n<p><b>Non basta avere risorse<\/b><\/p>\n<p>Non basta, per\u00f2, avere pi\u00f9 risorse: poi bisogna usarle bene. Ci vuole un governo che quei soldi non li butti dalla finestra, come ha fatto Renzi negli ultimi tre anni. E questo forse \u00e8 persino pi\u00f9 difficile che vincere la battaglia a Bruxelles. Se le priorit\u00e0 di chi governa continueranno ad essere la riduzione del costo di un lavoro sempre pi\u00f9 flessibile, i soldi distribuiti a questa o quella categoria, la riduzione delle tasse (a parole: di fatto finora si sono solo redistribuiti i pesi, a vantaggio soprattutto delle imprese &#8211; o spesso degli imprenditori &#8211; e di gruppi che si presumeva che ne sarebbero stati riconoscenti al momento del voto); se si continuasse su questa strada, aumentare il deficit farebbe solo danno.<\/p>\n<p>L&#8217;Europa cos\u00ec com&#8217;\u00e8 e l&#8217;euro sono di certo grossi problemi, ma ancora pi\u00f9 grosso \u00e8 il problema di una classe dirigente che si \u00e8 dimostrata e si dimostra inadeguata, non sa farsi ascoltare in Europa e fa male in politica interna. Pensare che queste persone si potrebbero trovare a gestire un&#8217;uscita dall&#8217;euro, in seguito a qualche shock che resta tutt&#8217;altro che improbabile, fa venire qualche brivido. Si pu\u00f2 e si deve continuare a cercare di individuare le strade migliori da prendere, ma la questione di fondo \u00e8: poi chi \u00e8 che guida?<\/p>\n<p><strong>fonte<\/strong>:\u00a0<a href=\"http:\/\/clericetti.blogautore.repubblica.it\/2017\/03\/29\/europa-60-mal-portati\/\">http:\/\/clericetti.blogautore.repubblica.it\/2017\/03\/29\/europa-60-mal-portati\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CARLO CLERICETTI C&#8217;\u00e8 chi con l&#8217;et\u00e0 diventa pi\u00f9 saggio e tollerante, e chi invece sempre pi\u00f9 acido, rigido e pretenzioso, rischiando di divenire inviso anche a chi gli voleva bene. Se l&#8217;Europa fosse una persona ricadrebbe in questo secondo caso. 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