{"id":29652,"date":"2017-04-02T12:40:49","date_gmt":"2017-04-02T10:40:49","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29652"},"modified":"2017-04-02T12:41:14","modified_gmt":"2017-04-02T10:41:14","slug":"il-mito-della-crescita-attraverso-il-libero-scambio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=29652","title":{"rendered":"Il mito della crescita attraverso il libero scambio"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>VOCI DALL&#8217;ESTERO <em>(Patrick Kaczmarczyk)<\/em><\/strong><\/p>\n<p><em>Il sito di analisi politica ed economica\u00a0<a href=\"https:\/\/makroskop.eu\/2017\/02\/wachstum-durch-freihandel-ein-mythos\/\">Makroskop<\/a>, curato da\u00a0Heiner Flassbeck\u00a0<\/em><em>e Paul Steinhardt, passa al vaglio in questo documentato articolo il mito neoliberista secondo cui il libero mercato sarebbe sinonimo di crescita e benessere per tutti, mentre il protezionismo foriero di povert\u00e0 e disastri. Giungendo alla conclusione che un\u2019analisi senza pregiudizi della storia economica degli ultimi due secoli permette di affermare l\u2019opposto: il libero mercato non porta affatto vantaggi a tutti e un certo protezionismo pu\u00f2 giovare allo sviluppo economico di un paese, come risulta in particolare se si esamina\u00a0il periodo precedente alla Prima guerra mondiale, proprio quello solitamente usato come prova a sostegno delle tesi neoliberiste.<br \/>\n<\/em><em> Ringraziamo per la segnalazione <a href=\"http:\/\/www.risorse-associazione.it\/\">Beppe Vandai<\/a>.<\/em><\/p>\n<p><em>Traduzione di Michele Paratico<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il protezionismo conduce alla guerra e alla stagnazione, il libero scambio inevitabilmente alla crescita. Questa storiella \u00e8 un paradosso neoliberista da prima del 1913. Vale la pena dare un\u2019occhiata pi\u00f9 attenta alla storia.<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Da quando Donald Trump \u00e8 diventato presidente, ha cominciato a circolare la paura del protezionismo. Eminenti economisti attraverso i mass media ci mettono in guardia all\u2019unisono contro le sventure che il protezionismo avrebbe gi\u00e0 apportato all\u2019umanit\u00e0.<br \/>\nA questo proposito sempre pi\u00f9 spesso si traccia un confronto con il periodo precedente alla prima guerra mondiale, che in letteratura notoriamente segna la fine della prima era della globalizzazione. Gabriel Felbermayr, dirigente dell\u2019IFO \u2013 <em>Institut f\u00fcr Wirtschaftsforschung<\/em> (Istituto per la ricerca economica) di Monaco \u2013\u00a0 sezione commercio estero, vede la fine della globalizzazione in arrivo gi\u00e0 prima delle elezioni americane in novembre e fa risalire al crescente protezionismo la catastrofe della prima guerra mondiale (1914 \u2013 1918) (vedi <a href=\"http:\/\/www.focus.de\/finanzen\/news\/konjunktur\/situation-aehnlich-wie-1913-vorgang-wiederholt-sich-oekonomen-prophezeien-das-ende-der-globalisierung_id_5893536.html\">qui<\/a>). Il messaggio \u00e8 chiaro: appena limitiamo in qualche modo il libero scambio, questo ci porta al disastro economico.<\/p>\n<p>Quando vengono effettuati confronti tanto arditi, vale la pena dare un\u2019occhiata pi\u00f9 approfondita alla storia, nel nostro caso allo sviluppo dell\u2019economia mondiale nel 19\u00b0 secolo. In questo modo due aspetti diventano particolarmente chiari: da una parte, alla tesi che il libero scambio porti a una maggiore crescita e il protezionismo alla catastrofe manca qualsiasi fondamento storico; dall\u2019altra, la politica economica che fece emergere le nazioni industrializzate mostra con quale doppiezza si predica, nel mondo occidentale, la storia dei liberi mercati.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-10432\" src=\"http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb01-300x211.png\" sizes=\"(max-width: 375px) 100vw, 375px\" srcset=\"http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb01-300x211.png 300w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb01-768x541.png 768w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb01-1024x721.png 1024w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb01-500x350.png 500w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb01.png 1359w\" alt=\"\" width=\"375\" height=\"264\" \/><\/p>\n<p>Commercio europeo nel periodo 1870 \u2013 1913 (incluso il commercio intra-europeo)<\/p>\n<ul>\n<li><em>Wachstum = crescita <\/em><\/li>\n<li><em>Gewichteter Durchschnitt = media ponderata<\/em><\/li>\n<li><em>Rest der Welt = resto del mondo<\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sebbene al commercio sia stato attribuito un sempre maggiore impatto sulla attesa crescente prosperit\u00e0, \u00e8 interessante per\u00f2 vedere che i flussi commerciali nel 1913 non si differenziano in maniera cos\u00ec marcata da quelli del 18\u00b0 secolo. I paesi industrializzati occidentali (specialmente l\u2019Europa occidentale e, alla fine del secolo, anche gli USA e il Giappone) esportavano soprattutto beni industriali, mentre il resto del mondo forniva prodotti agricoli per i lavoratori e materie prime per la produzione nei paesi industrializzati.<\/p>\n<p>Le conseguenze di questi flussi commerciali furono pesanti. In primo luogo la dipendenza dalla esportazione di materie prime e la crescente importazione di prodotti industriali (specialmente tessili e abbigliamento) imped\u00ec nel Sud una propria industrializzazione. Per questo la distruzione dell\u2019industria tessile indiana viene vista negli studi come il primo esempio di deindustrializzazione, ma anche in altre regioni, tra cui la Cina, l\u2019America Latina e il Medio Oriente, si verific\u00f2 un declino di importanti settori industriali. Complessivamente la quota di produzione mondiale di prodotti industriali dovuta ai paesi in via di sviluppo tra il 1860 e il 1913 scese da un terzo a un decimo.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-10433\" src=\"http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb02-300x75.png\" sizes=\"(max-width: 400px) 100vw, 400px\" srcset=\"http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb02-300x75.png 300w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb02-768x193.png 768w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb02-1024x257.png 1024w\" alt=\"\" width=\"400\" height=\"100\" \/><\/p>\n<p>Distribuzione percentuale nel mondo della produzione industriale<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Una ulteriore conseguenza di questo sviluppo fu che la differenza di reddito tra il Nord industrializzato e il Sud esportatore di materie prime aument\u00f2 significativamente in questo periodo ( vedi figura in basso) \u2013 un processo che lo storico Kenneth Pommeranz ha definito \u201c<em>Great Divergence<\/em>\u201d (La grande divergenza) e che contribu\u00ec decisamente a porre le basi della situazione attuale di molti paesi poveri del Sud del mondo. Se il periodo precedente alla prima guerra mondiale viene visto come una prova che il libero scambio porta vantaggi a tutti i partecipanti, ci si pu\u00f2 porre la domanda, allora come adesso, di chi si intenda con questi \u201ctutti\u201d.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-10434\" src=\"http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb03-300x194.png\" sizes=\"(max-width: 420px) 100vw, 420px\" srcset=\"http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb03-300x194.png 300w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb03-768x496.png 768w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb03-1024x662.png 1024w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb03.png 1181w\" alt=\"\" width=\"420\" height=\"271\" \/><\/p>\n<p>PIL pro capite in alcuni paesi nel periodo 1820-1938<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Fonte:\u00a0Maddison (2001), WTO <a href=\"https:\/\/www.wto.org\/english\/res_e\/booksp_e\/world_trade_report13_e.pdf\">World Trade Report 2013<\/a> (p. 49)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Protezionismo nel bel mezzo del periodo d\u2019oro del liberismo<\/strong><\/p>\n<p>La spinta liberalizzazione del commercio sub\u00ec una importante battuta d\u2019arresto dopo due decenni di accordi bilaterali, tanto che in Europa si deline\u00f2 un crescente protezionismo. La problematica del libero commercio, dal quale in teoria alla fine tutti dovrebbero trarre vantaggi, si deline\u00f2 gi\u00e0 nel 19\u00b0 secolo, quando la societ\u00e0 si divise tra vincitori e sconfitti della globalizzazione. I primi furono principalmente i lavoratori delle citt\u00e0, in quanto i prezzi dei prodotti alimentari, grazie alla riduzione dei costi di trasporto, diminuirono significativamente. Cos\u00ec, in un periodo in cui la maggior parte del reddito doveva essere speso per i bisogni alimentari necessari per vivere, i redditi reali poterono salire del 43% (in Gran Bretagna) tra il 1870 e il 1913.<\/p>\n<p>I perdenti invece furono principalmente i contadini che vivevano nelle campagne, poich\u00e9 i prezzi dei prodotti agricoli calarono, a causa delle importazioni a prezzi bassi, e i loro redditi si ridussero significativamente. Sovvenzioni statali insufficienti e la politica deflazionistica dovuta al Gold Standard peggiorarono la situazione dei contadini. Come risposta alla crescente guerra dei prezzi e alla incombente depressione del 1870, i proprietari terrieri insieme a nuovi imprenditori emergenti dell\u2019industria riuscirono a far accettare in vaste aree dell\u2019Europa un pi\u00f9 forte protezionismo, che \u00e8 rimasto in vigore fino all\u2019inizio della Prima guerra mondiale. L\u2019impero austro-ungarico innalz\u00f2 le tariffe doganali nel 1876, l\u2019Italia segu\u00ec nel 1878 e la Germania si un\u00ec al trend nel 1879.<\/p>\n<p>Anche dall\u2019altra parte dell\u2019Atlantico il forte sviluppo economico degli USA ebbe poco a che fare con il libero commercio. Dopo la vittoria degli stati del Nord nella guerra civile americana nel 1865, il governo cominci\u00f2 a promuovere la propria economia attraverso interventi statali, con il suo programma di industrializzazione volto alla sostituzione delle importazioni (ISI, <em>Import Substitution Industrialization<\/em>). Negli anni dal 1866 al 1883 gli USA si trincerarono dietro a dazi doganali mediamente del 45% per l\u2019importazione di prodotti industriali (i dazi inferiori furono del 25%, i superiori del 60%) e ottennero nonostante \u2013 o grazie a? \u2013 questa politica economica una crescita notevole e progressi tecnologici.<\/p>\n<p>In questo contesto \u00e8 ancora pi\u00f9 incredibile che si associ il capitalismo anglosassone di oggi esattamente al contrario di ci\u00f2 che ha posato la pietra angolare della prosperit\u00e0 degli USA.<\/p>\n<p>Mentre tutti gli stati ricchi dal 1870 cominciarono a mettere cos\u00ec validamente in campo misure protezionistiche, fu imposta ai paesi in via di sviluppo, principalmente attraverso l\u2019influsso coloniale, una radicale liberalizzazione dei mercati. Lo storico Paul Bairoch descrive in modo particolarmente efficace la situazione nell\u2019anno 1913 con queste parole:<\/p>\n<p>\u201cQuando la politica commerciale fino al 1913 nel mondo industrializzato viene descritta come un\u2019isola di liberismo, circondata da un mare di protezionismo, allora si dovrebbe caratterizzare al meglio il mondo industrializzato come oceano del liberismo con isole di protezionismo\u201d (traduzione libera)<\/p>\n<p>Questa situazione non risulta di certo sconosciuta oggi ad alcuni paesi in via di sviluppo, dove negli ultimi decenni al posto delle potenze coloniali sono stati i fondamentalisti del libero mercato del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale ad imporre ai governi una politica economica neoliberista.<\/p>\n<p>Tra gli studiosi c\u2019\u00e8 una dibattuta discussione su fino a che punto l\u2019imperialismo del 19\u00b0 e 20\u00b0 secolo possa essere visto come inevitabile conseguenza dell\u2019ordine mondiale capitalista. Alcuni, tra cui in particolare\u00a0l\u2019economista britannico John Atkinson Hobson, hanno sostenuto la tesi che l\u2019espansione coloniale fosse l\u2019inevitabile conseguenza della ricerca di nuovi mercati e luoghi di produzione pi\u00f9 economici. Si contrappone a questa tesi l\u2019opinione che motivi economici da soli non possano costituire una spiegazione sufficiente, visto che spesso solo una minima parte degli investimenti and\u00f2 nelle colonie.<br \/>\nNel caso dell\u2019impero britannico le colonie britanniche nel loro insieme (escluse Australia, Canada e Nuova Zelanda) ottennero il 16,9% di tutti i crediti e investimenti, mentre gli USA da soli ottennero una quota del 20,5%. Alle colonie tedesche (2,6%) e francesi (8,9%) similmente fu destinata\u00a0solo una insignificante quota degli investimenti e crediti esteri dalle loro rispettive potenze di occupazione e amministrazione.<br \/>\nOltre a questo, il prestigio politico di uno stato che si fosse affermato come potenza coloniale ebbe senza dubbio una certa rilevanza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Contraddizioni neoliberiste dai tempi della prima era della globalizzazione<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong>In considerazione dei contesti visti finora, la tesi che la liberalizzazione del commercio obbligatoriamente porti a un commercio maggiore e maggiori crescita e prosperit\u00e0 pone due domande decisive.<\/p>\n<p>In primo luogo, come \u00e8 possibile che eminenti economisti si riferiscano al periodo antecedente alla Prima guerra mondiale per mostrare che il \u201clibero scambio\u201d \u00e8 un elemento essenziale per la crescita economica?<\/p>\n<p>In secondo luogo, su quale fondamento si poggia l\u2019opinione che il protezionismo emergente negli anni settanta del 19\u00b0 secolo sfoci\u00f2 nella catastrofe del 1914?<\/p>\n<p>In particolar modo i neoliberisti dovrebbero essere di fronte a un mistero per quanto riguarda la crescita nella fase finale del 19\u00b0 secolo. Da una parte abbiamo visto che \u201cl\u2019Epoca d\u2019oro del liberismo\u201d ebbe una componente protezionistica molto forte e che una grossa parte del commercio mondiale ebbe luogo solamente tra i paesi ricchi. Dall\u2019altra abbiamo visto la forte divergenza di reddito tra il Nord e il Sud, bench\u00e9 il libero scambio avrebbe dovuto condurre invece a una convergenza.<\/p>\n<p>In aggiunta, dovrebbe essere posta un\u2019altra domanda, su come gli USA \u2013 dove invece furono imposti alti dazi doganali a protezione dell\u2019industria nazionale \u2013 poterono svilupparsi cos\u00ec positivamente. Questo sviluppo non sarebbe per niente sorprendente, se lo si comparasse con la politica economica che ha portato la Cina e le \u201cTigri asiatiche\u201d ad ottenere una forte crescita verso la fine del 20\u00b0 secolo, sebbene la loro politica economica fosse diametralmente opposta al dogma neoliberista del libero scambio.<\/p>\n<p>Ancora pi\u00f9 chiara diventa la problematicit\u00e0 di una relazione di causalit\u00e0 nel fatto che il libero scambio porterebbe a pi\u00f9 commercio e con ci\u00f2 a maggiore crescita, osservando i dati di crescita in relazione alle rispettive politiche economiche predominanti (vedi figura in basso). Sorprendentemente, con un crescente protezionismo aumentarono sia la crescita economica sia l\u2019export.<\/p>\n<p>Troviamo lo stesso modello se confrontiamo il periodo durante\u00a0il sistema di Bretton Woods (1950 \u2013 1970 nella tabella) con la fase immediatamente seguente della liberalizzazione (1970 \u2013 1990), fase in cui la crescita sia nei paesi industrializzati sia nei paesi in via di sviluppo raggiunge solo la met\u00e0 rispetto al periodo precedente. Spesso come motivazione viene riportato il bisogno di recuperare che i paesi industrializzati ebbero dopo la Seconda guerra mondiale. Tuttavia di fronte alla condizione in cui si trovano oggi molti paesi in via di sviluppo e di fronte al bisogno enorme di recupero che la maggior parte dei paesi industrializzati ha nella formazione, nell\u2019ecologia e nelle infrastrutture, a mio avviso l\u2019argomento \u00e8 insufficiente.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In ogni caso \u00e8 chiaro che l\u2019idea, che la liberalizzazione del commercio porti con s\u00e9 necessariamente una crescita maggiore, non si lascia generalizzare. Questo concetto, specialmente in relazione al periodo precedente alla Prima guerra mondiale, rimane un\u2019idea assurda della scuola neoliberista.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-10435\" src=\"http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb04-300x155.png\" sizes=\"(max-width: 354px) 100vw, 354px\" srcset=\"http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb04-300x155.png 300w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb04-768x396.png 768w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb04-1024x528.png 1024w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb04.png 1171w\" alt=\"\" width=\"354\" height=\"183\" \/><\/p>\n<p>Tendenze della crescita economica 1830 \u2013 1990<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ul>\n<li><em>Industriestaaten = paesi industrializzati <\/em><\/li>\n<li><em>Entwicklungsl\u00e4nder = paesi in via di sviluppo <\/em><\/li>\n<li><em>Welt insgesamt = totale mondiale<\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Molto pi\u00f9 convincente sembra essere la tesi che il rapporto di causa-effetto vada nella direzione opposta: una maggiore crescita economica conduce a maggior commercio internazionale. Bairoch e Kozul-Wright corroborano questa linea di pensiero con gli sviluppi della seconda met\u00e0 del 19\u00b0 secolo. Nel periodo dal 1860 al 1879, quando il commercio era fortemente liberalizzato, sia la crescita della produzione sia l\u2019export furono molto deboli. Invece durante la fase protezionistica immediatamente successiva il tasso di crescita della produzione aument\u00f2 di pi\u00f9 del 100% e l\u2019export aument\u00f2 del 35%.<\/p>\n<p>Un\u2019osservazione pi\u00f9 ravvicinata dei singoli paesi chiarisce meglio questo concetto (vedi figura in basso). Con l\u2019eccezione dell\u2019Italia, ogni paese in seguito alla propria politica protezionistica vide una rapida crescita del reddito nazionale lordo. Anche il commercio, nella maggior parte dei casi, crebbe nel lungo periodo (20 anni), dopo un calo iniziale delle esportazioni nei primi dieci anni.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-10436\" src=\"http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb05-300x174.png\" sizes=\"(max-width: 386px) 100vw, 386px\" srcset=\"http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb05-300x174.png 300w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb05-768x444.png 768w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb05-1024x592.png 1024w, http:\/\/vocidallestero.it\/wp-content\/uploads\/Abb05.png 1452w\" alt=\"\" width=\"386\" height=\"224\" \/><\/p>\n<p>Quadro delle riforme della politica commerciale, export e crescita in alcuni paesi europei (*)<\/p>\n<p>(*) tassi di crescita annuale basati sui valori medi di tre anni, media dei tre anni precedenti, incluso l\u2019anno in cui \u00e8 entrata in vigore la nuova politica commerciale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ul>\n<li><em>Datum des Politikwechsels = data del cambio di politica (commerciale, ndt).<\/em><\/li>\n<li><em>10-Jahres-Zeitraum vor Einf\u00fchrung der protektionistischen Ma\u00dfnahme = periodo decennale antecedente l\u2019introduzione delle misure protezionistiche.<\/em><\/li>\n<li><em>Zeitr\u00e4ume nach Einf\u00fchrung der protektionistischen Ma\u00dfnahme = periodi dopo l\u2019introduzione delle misure protezionistiche<\/em><em>.<\/em><\/li>\n<li><em>Erste 10 Jahre = primi dieci anni<\/em><\/li>\n<li><em>Folgende 10 Jahre = dieci anni successivi<\/em><\/li>\n<li><em>BSP (Bruttosozialprodukt) = prodotto nazionale lordo <\/em><\/li>\n<\/ul>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Una distorsione dei fatti <\/strong><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019argomento che il protezionismo prima del 1914 contribu\u00ec allo scoppio della Prima guerra mondiale non ha nessuna prova fondata. Da una parte le nazioni industrializzate gi\u00e0 nel 1870 iniziarono ad adottare misure protezionistiche, dall\u2019altra aumentarono, nel periodo seguente, sia la crescita economica che le esportazioni.<br \/>\nAl contrario, questa epoca chiarisce ci\u00f2 che le ideologie neoliberiste non vogliono ammettere: che il \u201clibero scambio\u201d nel suo insieme ha arricchito solo pochi e che la crescita economica \u00e8 possibile anche senza un radicale fondamentalismo del libero mercato. In effetti, considerando la storia, la difesa del libero scambio si mostra come un atto ipocrita. Coloro che oggi sostengono a gran voce il capitalismo anglosassone, gli USA e la Gran Bretagna, hanno essi stessi difeso all\u2019inizio della loro industrializzazione le loro imprese e industrie attraverso alte tariffe doganali. Un simile attacco di amnesia storica lo ha avuto ultimamente anche il capo dello stato e del partito cinese Xi Jinping, che a Davos si \u00e8 pronunciato fortemente contro il protezionismo (vedi: <a href=\"http:\/\/www.handelsblatt.com\/politik\/international\/davos\/weltwirtschaftsforum-in-davos-china-wirbt-fuer-freihandel\/19263620.html\">qui<\/a>).<\/p>\n<p>L\u2019economista di Cambridge Ha-Joon Chang bolla giustamente questi modi di argomentare come \u201castorici\u201d, poich\u00e9 l\u2019analisi del passato \u00e8 stata rimossa grazie all\u2019uso della matematica e a ipotesi assurde. Il fatto che \u201cla maggior parte dei paesi benestanti, che attraverso una combinazione di protezionismo, sovvenzioni e altre misure di politica economica [sono diventati ricchi], [\u2026] sconsiglino ai paesi in via di sviluppo [esattamente queste misure]\u201d viene descritto da Ha-Joon Chang come lo scalciare via la scala dopo essere saliti sull\u2019albero.<br \/>\nNon si dimentichi che sono le attuali tariffe doganali e le sovvenzioni nel ricco Nord che rendono ancora pi\u00f9 difficile per i paesi in via di sviluppo la commercializzazione dei loro prodotti.<\/p>\n<p>Nell\u2019insieme ci rimane da evidenziare che un certo protezionismo pu\u00f2 essere molto utile per lo sviluppo economico di un paese, se applicato nel quadro di una intelligente strategia di politica commerciale, che corrisponda ogni volta al proprio stadio di sviluppo. E in effetti non solo per i paesi in via di sviluppo, ma anche per i principali paesi industrializzati possono esserci vantaggi derivanti da misure protezionistiche. Soprattutto quando si tratta di difendersi da vantaggi commerciali sleali di altri paesi.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, lentamente, si fa largo l\u2019idea che il nocciolo del problema sia qui. In Germania non si vuole ancora ammettere che l\u2019enorme avanzo della bilancia commerciale \u00e8 stato ottenuto con metodi sleali e a carico dei paesi in disavanzo di bilancia commerciale. Perci\u00f2 in Germania \u00e8 ancora pi\u00f9 facile che altrove condannare il protezionismo. Tuttavia, come abbiamo visto, il periodo antecedente il 1914 supporta con molta difficolt\u00e0 le tesi di alcuni economisti e mass media tedeschi.<\/p>\n<p>Non sarebbe pi\u00f9 sensato che i noti opinion makers studiassero pi\u00f9 attentamente le conseguenze del mercantilismo? \u00c8 cos\u00ec difficile riconoscere quale logica seguono la politica economica e la politica commerciale tedesche?<\/p>\n<p><em>\u201cThe ordinary means [\u2026] to encrease our wealth and treasure is by Forraign Trade, wherein wee must ever observe this rule; to sell more to strangers yearly than wee consume of theirs in value.\u201d<\/em><\/p>\n<p>\u201cI mezzi normali [\u2026] per la crescita della nostra prosperit\u00e0 e del nostro patrimonio sono il commercio con l\u2019estero, dove dobbiamo sempre osservare queste regole: ogni anno dobbiamo vendere agli stranieri pi\u00f9 della merce estera che consumiamo.\u201d<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questa frase non \u00e8 della Merkel o di Sch\u00e4uble, come si pu\u00f2 cogliere immediatamente\u00a0dal modo di esprimersi.antiquato. Tanto meno \u00e8 un estratto del programma della Troika, che ha propugnato questa politica nelle sue \u201criforme\u201d per aumentare la \u201ccompetitivit\u00e0\u201d dell\u2019Europa. Questa \u201cstrategia\u201d di politica economica venne fissata da Thomas Mun, uno degli ex-direttori della Compagnia delle Indie Orientali, nella sua opera \u201cIl patrimonio dell\u2019Inghilterra attraverso il commercio estero\u201d, nel 1664.<\/p>\n<p>Da questo si pu\u00f2 riconoscere quanto poco progredito sia l\u2019atteggiamento mentale di alcuni politici, mass media e studiosi di oggi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>Bibliografia<\/em><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Bairoch, P. (1982) \u2018International industrialisation levels from 1750 to 1980\u2019, <em>The Journal of European History,<\/em> 2, pp. 269-333<\/p>\n<p>Bairoch, P. (1993) Economics and World History \u2013 Myths and Paradoxes. Harvester. London<\/p>\n<p>Bairoch, P. and Kozul-Wright, R. (1996) Globalization Myths: Some Historical Reflections on Integration, Industrialization and Growth in <em>The World Economy,<\/em>\u00a0UNCTAD Discussion Paper No. 113.<\/p>\n<p>Broadberry and O\u2019Rourke (2010) \u2013 The Cambridge Economic History of Modern Europe: Volume 2, 1870 to the Present. Cambridge University Press.<\/p>\n<p>Chang, H.-J. (2002) Kicking Away the Ladder: Development Strategy in Historical Perspective. Anthem Press.<\/p>\n<p>Chang, H.-J. (2012) 23 L\u00fcgen, die sie uns \u00fcber den Kapitalismus erz\u00e4hlen. Goldman Verlag.<\/p>\n<p>Edwards, S. (1993) \u2019Openness, Trade Liberalization, and Growth in Developing Countries\u2019, <em>Journal of Economic Literature,<\/em> 31(3), pp. 1358-1393<\/p>\n<p>Frieden, J. (2006) Will Global Capitalism Fall Again? Bruegel Essay and Lecture Series.<\/p>\n<p>Gallagher, J. and Robinson, R. (1952) \u2018The Imperialism of Free Trade\u2019, <em>The Economic History Review,<\/em> 6 (1), pp. 1-15<\/p>\n<p>Hobson, J. A. (1902) Imperialism: A Study. James Pott&amp; Co. New York<\/p>\n<p>Maddison, A. (2001) The World Economy \u2013 A Millennial Perspective. Development Centre Studies. OECD<\/p>\n<p>O\u2019Rourke, K. and J. Williamson (1994) Late 19th Century Anglo-American Factor Price Convergence: Were Heckscher and Ohlin Right? <em>Journal of Economic History,<\/em> 54(4), pp. 892-916<\/p>\n<p>Pomeranz, K. (2000) The Great Divergence: China, Europe, and the Making of the Modern World Economy. Princeton University Press.<\/p>\n<p>Ravenhill, J. (2016) The Global Political Economy. Oxford University Press.<\/p>\n<p>Ricardo, D. (1981\/1817) Principles of Political Economy and Taxation. R. M. Hartwell (ed.), Penguin Books Ltd., Middlesex, England.<\/p>\n<p>Sachs, J. and Warner, A. (1995) \u2018Economic Reform and the Process of Global Integration\u2018, <em>Brookings Papers on Economic Activity,<\/em> 1, pp. 1-118<\/p>\n<p>Smith, A. (1776 \/ 1981) An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations. Oxford University Press.<\/p>\n<p>Trommer, S. and Capling, A. (2016) The Evolution of the Global Trade Regime. In: <em>Global Political Economy<\/em>. Ravenhill, J. (ed). Oxford University Press. Oxford<\/p>\n<p>WTO (2013) World Trade Report \u2013 Factors Shaping the Future of World Trade.<\/p>\n<p><strong>fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/vocidallestero.it\/2017\/03\/31\/il-mito-della-crescita-attraverso-il-libero-scambio\/\"> http:\/\/vocidallestero.it\/2017\/03\/31\/il-mito-della-crescita-attraverso-il-libero-scambio\/<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di VOCI DALL&#8217;ESTERO (Patrick Kaczmarczyk) Il sito di analisi politica ed economica\u00a0Makroskop, curato da\u00a0Heiner Flassbeck\u00a0e Paul Steinhardt, passa al vaglio in questo documentato articolo il mito neoliberista secondo cui il libero mercato sarebbe sinonimo di crescita e benessere per tutti, mentre il protezionismo foriero di povert\u00e0 e disastri. 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