{"id":30248,"date":"2017-04-25T11:10:15","date_gmt":"2017-04-25T09:10:15","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30248"},"modified":"2017-04-24T23:54:52","modified_gmt":"2017-04-24T21:54:52","slug":"perche-non-possiamo-non-dirci-populisti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30248","title":{"rendered":"Perch\u00e9 non possiamo non dirci populisti"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>CARLO FORMENTI<\/strong><\/p>\n<p>Sul <em>Nuovo Quotidiano di Lecce<\/em> di domenica 23 aprile \u00e8 uscita una doppia pagina dedicata al dibattito sul populismo che ospita due lunghe interviste: la prima a Marco Revelli, a partire dal suo ultimo saggio (\u201cPopulismo 2.0\u201d, Einaudi), la seconda al sottoscritto, a partire da \u201cLa variante populista\u201d (DeriveApprodi). <span id=\"more-22146\"><\/span>Nelle risposte che diamo a Laura Presicce, che cura\u00a0 entrambe le interviste, ci sono diversi punti di convergenza.<\/p>\n<p>Entrambi rifiutiamo la definizione del populismo come \u201cantipolitica\u201d, affermando al contrario che tale fenomeno rappresenta la forma che assume oggi la politica, sia nelle sue componenti pi\u00f9 tradizionali \u2013 i partiti storici o ci\u00f2 che ne resta \u2013 sia da parte dei movimenti sociali (nel mio libro ho scritto senza mezzi termini che il populismo \u00e8 la forma che oggi assume la lotta di classe). Entrambi mettiamo l\u2019accento sul vuoto politico che la svolta in senso neoliberale delle sinistre ha aperto, lasciando totalmente privi di rappresentanza gli interessi, i bisogni, le frustrazioni e la rabbia della massa crescente di cittadini (proletari e classi medie) penalizzati dagli effetti del processo di globalizzazione. Entrambi rifiutiamo la sostanziale assimilazione fra populismi di destra e di sinistra, che ci viene proposta da media e forze politiche tradizionali che chiamano alla mobilitazione contro questi movimenti, presentandoli come un\u2019unica minaccia per la democrazia.<\/p>\n<p>Ci sono poi alcune differenze \u2013se non dei veri e propri dissensi \u2013 che rispecchiano diversit\u00e0 di approccio nel descrivere le caratteristiche strutturali del fenomeno. Per esempio, Revelli parla di \u201cmalattia senile della democrazia\u201d, contrapponendo il disagio di chi, agli albori della democrazia moderna, non si sentiva <em>ancora<\/em> rappresentato (\u201cla malattia infantile\u201d) a quello di chi oggi non si sente <em>pi\u00f9<\/em> rappresentato (cio\u00e8 chi \u00e8 passato da una condizione di cittadinanza attiva a quella di escluso). Inoltre, richiesto di definire la differenza fra populismo di destra e populismo di sinistra, fatica ad accettare la definizione stessa di populismo ove riferita a formazioni come Podemos e Syriza.<\/p>\n<p>Viceversa io penso che il populismo, pi\u00f9 che una malattia della democrazia, sia l\u2019unica forma possibile di democrazia nell\u2019era in cui la democrazia rappresentativa non \u00e8 semplicemente in crisi, ma \u00e8 letteralmente morta, spazzata via dal definitivo divorzio fra capitalismo e democrazia (basti pensare alle lodi dell\u2019Economist al presidente cinese, eletto a campione globale del libero mercato). Penso inoltre che, pur nella radicale differenza di obiettivi politici, populismi di destra e di sinistra presentino una serie inequivocabile di caratteristiche comuni (erezione di un confine di inimicizia fra alto e basso; popolo ed \u00e9lite, \u201cnoi e loro\u201d, drastica semplificazione della dialettica e del linguaggio politici, ecc.). Del resto non \u00e8 un caso che Sanders si dichiarasse esplicitamente socialista <em>e <\/em>populista nel corso della sua campagna elettorale, o che Podemos si sia sempre rifiutata di definirsi \u201cdi sinistra\u201d.<\/p>\n<p>Ma la vera differenza di prospettiva emerge quando si passa a ragionare sull\u2019esistenza o meno di una \u201cterza via\u201d fra l\u2019allineamento al pensiero unico (<em>There Is No Alternative<\/em>, per dirla con la Tatcher) e la rabbia populista. Pur criticando la conversione liberale della sinistra socialdemocratica (e il velleitarismo senza idee di quella radicale), e pur riconoscendo gli effetti devastanti prodotti dalla perdita di sovranit\u00e0 che gli stati nazione hanno subito ad opera delle istituzioni del capitalismo globale, Unione Europea in testa, Revelli esita a scegliere una via populista che, secondo lui, pu\u00f2 solo portare a \u201crialzare muri\u201d. Io penso invece che una scelta di campo sia inevitabile: o si sta con il capitalismo globale e le sue istituzioni\u00a0 postdemocratiche, o si sceglie il campo populista, che vuol dire lottare per la riconquista di una sovranit\u00e0 popolare che non necessariamente deve assumere le forme del nazionalismo di destra, ma che finir\u00e0 inevitabilmente per incamminarsi in tale direzione se lasciamo l\u2019egemonia del campo nelle mani dei vari Trump, Le Pen, Salvini.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/?p=22146\">http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/?p=22146<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CARLO FORMENTI Sul Nuovo Quotidiano di Lecce di domenica 23 aprile \u00e8 uscita una doppia pagina dedicata al dibattito sul populismo che ospita due lunghe interviste: la prima a Marco Revelli, a partire dal suo ultimo saggio (\u201cPopulismo 2.0\u201d, Einaudi), la seconda al sottoscritto, a partire da \u201cLa variante populista\u201d (DeriveApprodi). 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