{"id":30332,"date":"2017-05-06T00:33:19","date_gmt":"2017-05-05T22:33:19","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30332"},"modified":"2017-05-05T23:38:53","modified_gmt":"2017-05-05T21:38:53","slug":"non-senza-la-mia-nazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30332","title":{"rendered":"Non senza la mia nazione"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: 18pt;\"><strong>Non senza la mia nazione<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Francia, Gran Bretagna o Polonia: gli europei non vogliono rinunciare alle loro identit\u00e0. Soltanto i Tedeschi sognano l&#8217;assenza neoliberale di confini.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di <span style=\"text-decoration: underline;\"><em><strong>Wolfgang Streeck<\/strong><\/em><\/span><br \/>\n26 aprile 2017<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019articolo originale \u00e8 disponibile al seguente collegamento:<br \/>\nhttp:\/\/www.zeit.de\/2017\/18\/europaeische-union-nationalstaat-deutschland-neoliberalismus<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Traduzione di <em>Paolo Di Remigio<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le nazioni e i loro Stati, cos\u00ec ci si assicura, sono \u00abcostruzioni sociali\u00bb. Questo non significa per\u00f2 che possano essere decostruite in qualunque momento. Anche le famiglie, le burocrazie, le societ\u00e0 per azioni sono costruzioni sociali; nondimeno non le si pu\u00f2 demolire. Se deve esistere una casa comune europea, occorre che vi sia posto per le nazioni europee. Senza di esse non ci sar\u00e0 nessun ordine politico europeo, ma solo insieme ad esse, per loro tramite e sulla loro base.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In effetti lo sa chiunque, fuorch\u00e9 in Germania e, forse, a Bruxelles. Qui ci si immagina volentieri che il prossimo passo verso un\u2019\u00abEuropa unita\u00bb debba partire dai \u00abcittadini europei\u00bb che, nauseati dai loro Stati nazionali, in una convenzione istituita in un modo qualunque, decidono la denazionalizzazione dell\u2019Europa. La chiamo la via golpista verso l\u2019unione europea. Che sia percorribile \u00e8 un&#8217;illusione \u2013 ma le illusioni, in particolare del tipo dell\u2019idealismo tedesco, deviando dal necessario e dal possibile, possono avere conseguenze catastrofiche. Chi propone il \u00abpatriottismo costituzionale\u00bb come alternativa al nazionalismo e allo sciovinismo, non dovrebbe voler barare sui referendum britannico e olandese neppure col pensiero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 inutile: non solo la natura, anche le societ\u00e0 si possono sviluppare soltanto dal materiale che esse stesse hanno creato in precedenza; gli sociologi lo chiamano \u201cdipendenza dal percorso\u201d. In politica atti di creazione esistono soltanto dopo sconfitte totali in guerre totali. La storia politica europea ha prodotto un intreccio complesso di identit\u00e0 nazionali e sovranit\u00e0, che fuori dalla Germania nessuno vuole distruggere, almeno non per compiacere i tedeschi. \u00abPosso capire\u201d, diceva un paio di anni fa in un colloquio personale un politologo greco docente a New York, \u201cche voi tedeschi vogliate dissolvere la vostra nazionalit\u00e0. Ma non esigete da noi che facciamo lo stesso per aiutarvi\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In effetti la maggior parte degli Stati membri non partecipano alla UE per rinunciare alla loro sovranit\u00e0, ma per difenderla per quanto possibile, anche contro altri Stati membri, oppure per realizzarla pienamente \u2013 vedi l\u2019Irlanda, la Danimarca, l\u2019Olanda e il Lussemburgo, gli Stati baltici, la Finlandia la Polonia e cos\u00ec via. Per quanto riguarda le due potenze atomiche europee, in Francia e Gran Bretagna la discussione sull\u2019Europa verte innanzitutto sul problema se si sia pi\u00f9 sovrani \u2013 detto in tedesco: se si sia meno diretti dalla Germania \u2013 dentro la UE, ossia l\u2019unione monetaria, o fuori. Con l&#8217;approfondirsi dell\u2019integrazione a questa domanda si risponde in modo sempre pi\u00f9 negativo; vedi la Brexit, vedi Le Pen e M\u00e9lanchon, che, insieme, hanno potuto attrarre a s\u00e9 oltre il 40% dei voti nel primo turno delle elezioni presidenziali. Che il \u00abdiscorso\u00bb tedesco sull\u2019Europa sia ammesso come ovvio, che alla fine dell\u2019unificazione europea ci sar\u00e0 non solo la fine dello Stato nazionale tedesco, ma anche quella di tutti gli Stati nazionali, negli altri paesi europei fa squillare di nuovo il campanello d\u2019allarme. Rientra in questo contesto che la Francia negli anni \u201890 abbia rifiutato a Kohl quell&#8217;\u00abunione politica\u00bb che la Germania considerava a buon diritto come presupposto di una unione valutaria funzionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo non significa che gli Stati nazionali e le nazioni siano formazioni senza problemi. Le nazioni tendono a presentarsi come comunit\u00e0 dalle radici comuni; in verit\u00e0 sono messe insieme nel modo pi\u00f9 vario. Solo raramente sono coincidenti con gli Stati nazionali in cui sono organizzate; quasi ovunque esistono residui non identici sotto il profilo linguistico, etnico, culturale. I confini esterni sono spesso arbitrari, i passaggi fluidi. \u00abComunit\u00e0\u00bb che si sentono nazioni come i catalani e gli scozzesi possono ritrovarsi in uno Stato nazionale che appare loro falso e vorrebbero fondare il proprio Stato \u2013 in seguito entrare nella UE certamente non per rinunciare di nuovo alla loro sovranit\u00e0 conquistata. Certo, normalmente gli Stati costruiscono le nazioni, non viceversa, e nel farlo sono pi\u00f9 (Francia) o meno (Jugoslavia) fortunati. Sono d\u2019aiuto le guerre esterne e interne, anche le sberle agli alunni che a lezione parlano le loro lingue regionali. Fortunatamente nessuno di questi mezzi \u00e8 a disposizione dei patrioti costituzionali europei di Bruxelles.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per parafrasare Bismarck: con le nazioni \u00e8 come con il sanguinaccio e con le leggi: non si vorrebbe sapere a tutti i costi come siano fatte. Una volta per\u00f2 che siano fatte, allora esistono e hanno conseguenze. Romani, Franchi, Baiovarii iniziarono come orde accozzate di briganti; ma ci\u00f2 che hanno lasciato \u00e8 identificabile in modo univoco. In effetti il moderno Stato nazionale, o Stato quasi-nazionale, come Stato territoriale sovrano \u00e8 tutt\u2019altro che obsoleto anche nell\u2019epoca della \u00abglobalizzazione\u00bb. Nel 2010 le Nazioni Unite contavano 202 Stati sovrani, di cui 192 Stati membri; nel 1950 erano stati ancora 91, 60 dei quali nell\u2019Onu. Nel 1980 il numero complessivo degli Stati era salito a 177 e nei tre decenni successivi di globalizzazione accelerata crebbe ancora una volta. La sovranit\u00e0 statale, evidentemente, \u00e8 ancora una risorsa istituzionale desiderata, e si cerca la piccola dimensione, presupposto di una maggiore omogeneit\u00e0. La met\u00e0 degli Stati esistenti nel 2010 aveva meno di 7,1 milioni di abitanti. Certamente nel 1980 il valore medio, con 4,9 milioni, era stato ancora pi\u00f9 basso; a causa dell&#8217;aumento del numero degli Stati la crescita del numero medio di abitanti rest\u00f2 per\u00f2 dietro quello della popolazione mondiale. Ci furono divisioni a getto continuo: sanguinose come nel Sudan e in Jugoslavia, pacifiche come in Cecoslovacchia. Delle fusioni volontarie \u2013 dell\u2019Italia, della Spagna e del Portogallo nel Mediterraneo latino, della Norvegia, della Svezia, della Danimarca e della Finlandia in Scandinavia, di Lituania, Lettonia, Estonia nel Baltico orientale \u2013 non si sa nulla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Integrazione significa sempre anche differenziazione<\/strong><br \/>\n\u00c8 questo che filosofi come Habermas deplorano come \u00abstaterellismo\u00bb servendosi della retorica dei grandi Stati nazionalisti? Se lasciamo da parte gli sforzi degli USA di razionalizzare il mondo degli Stati producendo <em>failed states<\/em> in serie per mezzo di interventi umanitari, allora qui si tratta di un problema fondamentale di autorganizzazione sociale nell\u2019epoca della divisione mondiale del lavoro: \u00e8 meglio essere uno Stato piccolo o grande? E se piccolo, inserito come? Se grande, costituito come? Nella UE ai piccoli paesi fuori dall\u2019unione valutaria (Danimarca, Svezia) va meglio che a quelli all\u2019interno (Finlandia, Portogallo, Grecia, Irlanda), e ai piccoli paesi fuori dalla UE (Norvegia, Svizzera, Islanda) perlomeno non peggio che ai piccoli paesi dentro la UE, perfino quando questi dispongono ancora di una propria valuta. \u00c8 possibile che i paesi piccoli possano utilizzare meglio gli strumenti della sovranit\u00e0 nazionale per la ricerca strategica di nicchie e per la gestione pi\u00f9 durevole nelle risorse \u2013 come per esempio la Norvegia, che non consuma le sue risorse petrolifere, ma le risparmia per il futuro. D\u2019altra parte la specializzazione \u00e8 sempre rischiosa \u2013 un esempio \u00e8 la Finlandia, che in pochi anni da esportatrice di materie prime \u00e8 diventata esportatrice di alta tecnologia, ma ora a causa della crisi di Nokia \u00e8 messa in crisi anche come paese. I paesi grandi possono diversificare i rischi e ridistribuire internamente i guadagni dei vincitori ai perdenti \u2013ammesso che lo consentano la concorrenza internazionale e la struttura del potere statale. Almeno nella UE la ridistribuzione non \u00e8 ammessa, ma forse neanche, o sempre meno, negli Usa e in Cina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Molto probabilmente qui si tratta di un dilemma che si pu\u00f2 risolvere solo di caso in caso secondo i tempi. Ai sogni rosei del volontarismo economico si oppone qui l\u2019alta resilienza dell\u2019organizzazione ereditata degli Stati-nazione. Questa ha due aspetti, il primo dei quali, normalmente il solo presente nella discussione pubblica, risulta dal carattere delle nazioni odierne come comunit\u00e0 storica basate sull\u2019esperienza e sulla comprensione. Ricordi collettivi fissati in un linguaggio comune fondano identit\u00e0 collettive, costituite come Stati nazionali o aspiranti a una costituzione di Stati nazionali. La <em>nation-building<\/em>, nel bene come nel male, trasferisce a un&#8217;organizzazione statale i precoci legami emozionali (inevitabilmente \u00abmonoculturali\u00bb per ogni individuo) con paesaggio, dialetto, musica, cucina e cos\u00ec via, e trasforma in amore di patria l\u2019amore per la propria casa, sottratto a ogni kantiana <em>reductio ad abstractum<\/em>. Le identit\u00e0 politiche collettive che ne sorgono non sono statiche, gi\u00e0 perch\u00e9 sono imposte con \u00abconflitti di valore\u00bb (Weber). Ma su ci\u00f2 che debba spettare loro, innanzitutto dall\u2019estero, \u2013 a quanta patria vogliano rinunciare o riassumere \u2013 su questo vogliono decidere da sole, in sovrana selettivit\u00e0. In tedesco internazionalista questo \u00e8 diffamato come \u00abchiusura\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 vero che l\u2019integrazione significa sempre anche differenziazione: ogni interno condiziona un esterno. Comunit\u00e0 nazionali che si comprendono sono dunque per principio enigmatiche l&#8217;una per l\u2019altra: un politologo comparativo mediamente dotato ha bisogno di almeno un decennio per \u00abcomprendere\u00bb approssimativamente un paese vicino. Soprattutto per questo non esiste uno \u00abspazio pubblico europeo\u00bb su cui possa fondarsi una democrazia popolare europea\u2013 o solo nella forma artificiale delle dichiarazioni delle PR di Bruxelles, incomprensibili perch\u00e9 \u00absenza cultura\u00bb. Perfino uno come J\u00fcrgen Habermas, citando De Gaulle, poteva immaginarsi ancora nel 1990 l\u2019Europa unita come \u00abEuropa delle patrie\u00bb \u2013 una <em>finalit\u00e9<\/em> che i suoi seguaci oggi condannano nel modo pi\u00f9 reciso come atavismo nazionalistico. Essi ritengono invece, in accordo con l&#8217;idea pi\u00f9 recente di Habermas, riecheggiante la fatale giustificazione weberiana di uno \u00abStato forte\u00bb tedesco, che a difesa del \u00abmodo di vita\u00bb \u2013 moralmente superiore? \u2013 ci sia bisogno di una Grande-Europa unita, che in caso di necessit\u00e0 potrebbe salire sul ring con i pesi massimi USA e Cina. Che aspetto essa debba avere, qui manca la fantasia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Naturalmente si pu\u00f2 sempre sperare di scoraggiare senza imposizione, non solo nei tedeschi ma anche in tutti gli altri, il loro particolarismo sentimentale sotto la minaccia di scomunica morale o col rimando alle catastrofi del XX secolo e alla bella vita multiculturale nelle citt\u00e0 globali. Ma non soltanto vi \u00e8 di ostacolo la <em>longue dur\u00e9e<\/em> di ricordi che creano identit\u00e0. Qui entra in gioco il secondo aspetto della riluttanza delle nazioni e degli Stati nazionali, che risulta dal loro consistere di differenti configurazioni non solo tra cittadini e Stato, ma anche tra societ\u00e0 e capitalismo. Nei paesi di capitalismo progredito due secoli di moderni conflitti di cultura e di classe hanno prodotto differenti \u00abcompromessi storici\u00bb nel punto di intersezione tra mondo vitale sociale e razionalizzazione capitalistica, a cui corrispondono diversi modi di vita e di economia. Nessuno di questi compromessi \u00e8 perfetto o anche solo stabile, e nessuno \u00e8 di per s\u00e9 moralmente superiore agli altri; tutti sono a loro modo contaminati e nulla pi\u00f9 che un equilibrio di interessi temporaneo sempre in bilico, in condizioni geostrategiche date, in dotazioni date di risorse, in strutture statali e di classe faticosamente conquistate e cos\u00ec via. Che una societ\u00e0 si assicuri la sua stabilit\u00e0 temporanea con moneta stabile e mercati del lavoro flessibili oppure con inflazione, debito pubblico e protezione dal licenziamento, \u00e8 una questione non morale, ma soltanto pratica. Soluzioni ideali nel senso dell\u2019economia teorica dell&#8217;efficienza qui non esistono, anche se i tecnocrati della UE lo credono e vogliono imporre un regime neoliberale di vita e di economia alle societ\u00e0 europee come esito della loro conflittuale storia capitalistica.<br \/>\nAnche per questo sono illusorie le speranze universalistiche di poter viaggiare sulla scia di una globalizzazione sistematicamente autosospinta verso un futuro cosmopolitico privo di identit\u00e0 particolaristiche. Nell\u2019espansione globale del capitalismo si gioca infatti, a dispetto di Habermas e dell\u2019economia <em>main stream<\/em>, non un progresso evolutivo di razionalizzazione, ma una trasformazione della vita sociale sotto la costrizione oggettiva di un\u2019accumulazione capitalistica sconfinata \u2013 di un processo che divora la societ\u00e0, che ha bisogno di un argine sociale, che per\u00f2 in una prospettiva lunghissima pu\u00f2 essere offerto solo su un piano locale, particolare. Poich\u00e9 \u00abglobalizzazione\u00bb e democrazia sono unificabili soltanto sotto un governo mondiale, ma quest\u2019ultimo si pu\u00f2 avere solo nella forma di una <em>global governance<\/em>, dunque solo come immagine di desiderio e caricatura, \u00e8 necessario spezzare il dogma che nel XXI secolo non ci sia alternativa all\u2019apertura di tutti i confini per tutto e tutti \u2013 un dogma che ai teorici radiotelevisivi del neorazionalismo centralistico \u00e8, cosa interessante, altrettanto caro quanto ai Zuckerberg di questo mondo, nella cui azione gli universalisti internazionali sembrano vedere qualcosa di simile a un\u2019astuzia della ragione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli Stati nazionali europei sono qualcosa di pi\u00f9 di musei della loro storia emancipativa; sono artefatti storico sociali che vogliono essere riconosciuti nella loro singolarit\u00e0. Prendono la loro legittimazione come democrazie non da ultimo dal loro contributo alla difesa e allo sviluppo di identit\u00e0 mature e di possibilit\u00e0 vitali conquistate. Il loro pacifico coesistere in un continente come l\u2019Europa ha bisogno di un&#8217;organizzazione interstatale che appoggi i suoi Stati membri, anzich\u00e9 tentare di renderli superflui con l\u2019unificazione. L\u2019Europa non viene unita trasformando la politica estera tra i suoi Stati membri nella politica interna di un superstato europeo; al contrario ne viene scissa. Governi e burocrazie internazionali che ai cittadini degli Stati nazionali europei democratici spiegano che da questi non possono aspettarsi protezione dalla societ\u00e0 e dal mercato globali li spingeranno a cercarla allora con Stati nazionali non democratici. Per fortuna il mantra neoliberale di un nesso indivisibile tra libero scambio e benessere per tutti, ripetuto <em>ad nauseam<\/em> soprattutto in Germania per evidenti ragioni, viene sempre pi\u00f9 contraddetto anche dal centro della societ\u00e0 globale \u2013 vedi perfino Larry Summers e la sua esigenza di un \u00ab<em>responsible nationalism<\/em>\u00bb. Che da un po\u2019 di tempo il commercio mondiale sia stagnante, evidentemente come conseguenza di un cosiddetto protezionismo crescente, quale del resto anche Hillary Clinton lo aveva proclamato \u2013 troppo tardi \u2013 nel suo programma elettorale, pu\u00f2 significare che confini tracciati con saggezza e amministrati con competenza, oggettivamente come socialmente, tornano ad essere rivalutati. Da questo si potrebbe imparare qualcosa anche per il futuro dell\u2019Europa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non senza la mia nazione Francia, Gran Bretagna o Polonia: gli europei non vogliono rinunciare alle loro identit\u00e0. Soltanto i Tedeschi sognano l&#8217;assenza neoliberale di confini. Di Wolfgang Streeck 26 aprile 2017 L\u2019articolo originale \u00e8 disponibile al seguente collegamento: http:\/\/www.zeit.de\/2017\/18\/europaeische-union-nationalstaat-deutschland-neoliberalismus Traduzione di Paolo Di Remigio Le nazioni e i loro Stati, cos\u00ec ci si assicura, sono \u00abcostruzioni sociali\u00bb. Questo non significa per\u00f2 che possano essere decostruite in qualunque momento. 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