{"id":30450,"date":"2017-05-03T10:00:53","date_gmt":"2017-05-03T08:00:53","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30450"},"modified":"2017-05-02T17:51:12","modified_gmt":"2017-05-02T15:51:12","slug":"le-involuzioni-degli-economisti-del-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30450","title":{"rendered":"Le involuzioni degli economisti del lavoro"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>MICROMEGA (Amedeo di Maio e Ugo Marani)<\/strong><\/p>\n<p>Come in tutte le saghe che si rispettino, \u00e8 difficile precisare quando divamp\u00f2 l\u2019inizio della fine, ovvero quando gli studiosi sociali del mercato del lavoro cominciarono a far danno alla comprensione dei processi macroeconomici.<\/p>\n<p>L\u2019inizio non era stato malvagio: la trattazione manualistica della determinazione del reddito e dell\u2019occupazione risultava monca di una teoria dei prezzi. Il mercato del lavoro consentiva di sopperire a questa carenza: poich\u00e9 l\u2019andamento della disoccupazione influenzava, verosimilmente, quello dei salari e questi ultimi, in mercati oligopolistici, la fissazione del prezzo da parte delle imprese; era dunque possibile \u201cchiudere\u201d il modello reddito-spesa. Eravamo all\u2019universalizzazione della Curva di Phillips, uno strumento interpretativo semplice, ma efficace.<\/p>\n<p>Ancora: poich\u00e9 in un\u2019economia capitalistica, labili e mutevoli appaiono i confini tra occupati, disoccupati e inattivi, era necessario approfondire i metodi di stima e le cause di passaggio tra le diverse segmentazioni, in primis tra inattivit\u00e0 e segmentazione. La teoria del \u201clavoratore scoraggiato\u201d, in Italia ripresa da Salvatore Vinci e Giorgio La Malfa, \u00e8 una buona declinazione di questo filone di indagine. Non che non ci fossero esagerazioni: la stima della Curva di Phillips beneficiava delle nuove tecniche econometriche che consentivano, tramite raffinatezze semi-logaritmiche, doppio-logaritmiche e \u201cstiramenti della funzione\u201d, di arrivare sempre al risultato prefisso.<\/p>\n<p>Ma erano esibizioni, tutto sommato, accettabili: l\u2019economista che si occupava dI mercato del lavoro ambiva a spiegare molto ma, di certo, non le determinanti del livello di occupazione muovendo dalle interazioni tra salariati e imprenditori. L\u2019occupazione era la risultante ultima, fenomenica, di quanto avveniva altrove, sul mercato monetario, dei beni, degli scambi con l\u2019estero.<\/p>\n<p>Ma l\u2019appetito vien mangiando, e una posizione di retroguardia non piace a nessuno. Comincia negli anni Ottanta un\u2019inesorabile, non sappiamo quanto inconsapevole, cavalcata dei \u201clavoristi\u201d, economisti e giuristi, verso una maggiore centralit\u00e0 nel firmamento dei livelli di occupazione. Per i primi, con i quali abbiamo maggiore consuetudine, una buona occasione \u00e8 fornita dagli studi di un eminente economista francese, Edmond Malinvaud, negli anni Settanta presidente dell\u2019International Economic Association che raffina, dopo alcuni studi degli anni Cinquanta che la avevano etichettata impropriamente come Curva di Beveridge, la possibile relazione tra disoccupazione e posti di lavoro vacanti. Ne sortiva una tassonomia della disoccupazione, frizionale, ciclica, strutturale, che oscurava quanto di buono Keynes ci aveva lasciato: la distinzione tra disoccupazione volontaria e involontaria, da intendersi, la seconda, come l\u2019impossibilit\u00e0 di trovare un posto di lavoro al saggio di salario corrente.<\/p>\n<p>Assolutizzando le relazioni comportamentali sul mercato del lavoro, l\u2019accademia, e quella italiana provincialisticamente anzi tutte, da allora rimuove un dato che rimarr\u00e0 impresso solo in sparuti studiosi, in primis al Premio Nobel Robert Solow: il mercato del lavoro \u00e8 un\u2019istituzione sociale ed in quanto tale non pu\u00f2 rispondere a regole che non siano sociali e qualsiasi tentativo di analizzare il lavoro come merce che dipenda unicamente dai segnali di prezzo \u00e8 da considerare irrealistico.<\/p>\n<p>Gli economisti del lavoro, talora predicando keynesianamente bene e razzolando neo classicamente male, si incamminano su di una strada opposta ai caveat di Solow, non solo, ma abbracciando la figura dell\u2019agente rappresentativo, secondo il quale l\u2019individuo, che offre la propria forza lavoro, e l\u2019imprenditore, che lo richiede, massimizzano le rispettive funzioni di utilit\u00e0 e di profitto, secondo i criteri dell\u2019individualismo metodologico.<\/p>\n<p>Il mercato del lavoro perde la propria connotazione di luogo ideale della genesi del conflitto distributivo tra classi sociali e diviene la sede in cui valutare il grado di razionalit\u00e0 degli \u201cagenti\u201d, l\u2019esistenza di vincoli esogeni, il grado di flessibilit\u00e0 dei salari, il rispetto del principio di razionalit\u00e0. Il tutto al fine di accertare il rispetto dell\u2019eguaglianza tra salario (reale) e produttivit\u00e0 marginale.<\/p>\n<p>E muovendo da questa distorsione interpretativa i passi successivi sono ineluttabili: la raffinatezza delle indagini poco si coniuga con l\u2019efficacia descrittiva del ciclo, della disoccupazione, della carenza di domanda effettiva.<\/p>\n<p>Alcuni paradigmi significativi di questa mutazione. Il primo: la teoria della job search. Coloro che cercano un lavoro, selezionano un\u2019offerta di lavoro alla volta e decidono di accettare o meno l\u2019opportunit\u00e0 lavorativa, confrontando il salario ricevuto in offerta con il proprio salario minimo accettabile (salario di riserva). Il punto \u00e8 che il salario minimo accettabile \u00e8 determinato soggettivamente dal lavoratore e potrebbe deviare dai principi della produttivit\u00e0 marginale. Ci si dimentica, come affermava Joan Robinson, che il lavoratore pu\u00f2 solo scegliere se lavorare o \u201cmorire di fame\u201d.<\/p>\n<p>Il secondo: i modelli dei \u201csalari di efficienza\u201d. Alle imprese converr\u00e0 fissare un livello di salari che massimizzi lo sforzo dei lavoratori, poich\u00e9 la loro \u201cadesione\u201d al bene dell\u2019impresa crescer\u00e0 all\u2019aumentare del salario corrisposto. Assunzione quest\u2019ultima non particolarmente aderente alle ipotesi di contrapposizione tra classi sociali, ma, forse, veritiera di comportamenti atomistici.<\/p>\n<p>E infine la terza classe di modelli, di certo la meno gratificante per l\u2019universo dei lavoratori: il filone insider-outsider. I lavoratori occupati, gli insider, godono di un potere relativo, determinato dal costo per un\u2019impresa di sostituirli con lavoratori esterni, gli outsider. Il vantaggio determinerebbe una vera e propria rendita di posizione in termini di salario e di potere sindacale, impedendo l\u2019assunzione degli outsider. Modello, quest\u2019ultimo, che rimuove definitivamente il concetto di classe a favore di quello individualistico.<\/p>\n<p>Per ricapitolare: siamo partiti, logicamente e cronologicamente, dall\u2019idea che la domanda effettiva determini il fabbisogno di lavoratori nell\u2019economia e che sul mercato del lavoro si fissi il salario corrispondente a quel fabbisogno e il livello di prezzi cui quella domanda effettiva sarebbe soddisfatta. Arriviamo, grazie anche ad una parte della nostra professione, a modelli in cui il livello di produzione \u00e8 determinato dai comportamenti sul mercato del lavoro, dalle ipotesi di efficienza, di egoismo degli insider, dalle aspettative sul salario minimo soddisfacente.<\/p>\n<p>Le ipotesi di policy, nei due approcci, sono del tutto opposte: nel primo le politiche del lavoro sono politiche della domanda aggregata, dirette e indirette; nel secondo approccio \u00e8 necessaria la governance di quello specifico mercato, la rimozione delle distorsioni sulla domanda e, soprattutto, sull\u2019offerta da parte dei lavoratori. Al lettore risulter\u00e0 immediatamente intuitivo quanto attraente, in termini di ideologie e di interessi, risulti comparativamente il secondo approccio rispetto al primo: la contrapposizione salario-occupazione, l\u2019egoismo di chi lavora rispetto a chi \u00e8 escluso, i bamboccioni che hanno un troppo elevato salario di riserva.<\/p>\n<p>Ma vi \u00e8 qualcosa di ancor pi\u00f9 rassicurante se si imbocca la strada del mercato del lavoro quale luogo di genesi della disoccupazione. La politica economica della piena occupazione cessa di occuparsi delle cause di deficienza della domanda aggregata per occuparsi di formazione dell\u2019offerta, di occupabilit\u00e0, nel tentativo (nemmeno troppo) subliminale di convincere il giovane disoccupato che se non trova lavoro un bel po\u2019 di colpa sar\u00e0 anche sua, di matching, terribile anglicismo per indicare la funzione statale di agenzia tra disoccupazione e posti vacanti.<\/p>\n<p>Le sedicenti politiche del lavoro, attive-passive-miste, si ramificano, divengono una struttura istituzionale e burocratica fornite di vita (e di rendita) propria, mentre gli economisti del lavoro aggiungono nuove fantasie a quelle gi\u00e0 esistenti: il placement, lo skill, i jobs.<\/p>\n<p>Poi arriva una crisi economica epocale e forse dovrebbe sorgere il dubbio ai nostri colleghi se non sia il momento di invertire la rotta.<\/p>\n<p><strong>fonte: <\/strong><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/le-involuzioni-degli-economisti-del-lavoro\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><em>http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/le-involuzioni-degli-economisti-del-lavoro\/<\/em><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MICROMEGA (Amedeo di Maio e Ugo Marani) Come in tutte le saghe che si rispettino, \u00e8 difficile precisare quando divamp\u00f2 l\u2019inizio della fine, ovvero quando gli studiosi sociali del mercato del lavoro cominciarono a far danno alla comprensione dei processi macroeconomici. 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