{"id":30725,"date":"2017-05-13T08:00:09","date_gmt":"2017-05-13T06:00:09","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30725"},"modified":"2017-05-12T22:13:02","modified_gmt":"2017-05-12T20:13:02","slug":"il-rovescio-della-liberta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30725","title":{"rendered":"Il rovescio della libert\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><strong>di LE PAROLE E LE COSE (Massimo De Carolis)<\/strong><br \/>\n[<em>Il rovescio della libert\u00e0. Tramonto del neoliberalismo e disagio della civilt\u00e0 (Quodlibet<\/em>) di <strong>Massimo De Carolis<\/strong> \u00e8 un saggio sui fondamenti filosofici della formula politica egemone negli ultimi decenni e sulla sua crisi. Il neoliberalismo si fonda sulla convinzione il mercato rappresenti una forma di ordine immanente alle societ\u00e0 umane \u2013 un ordine che esiste nella realt\u00e0, ma non sempre emerge da solo. Nella visione neoliberale, il potere politico ha il compito di organizzare la societ\u00e0 in modo che il mercato possa esercitare la propria forza regolatrice.<\/p>\n<p>Elaborata in Europa fra le due guerre mondiali da un gruppo eterogeneo di economisti e sociologi, questa formula politica si afferma fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento e diventa un modello politico planetario. La crisi degli ultimi dieci anni, secondo De Carolis, ne ha rivelato le contraddizioni interne e ne annuncia il tramonto. Le pagine che seguono si intitolano Nota sulla performativit\u00e0 e chiudono il terzo capitolo della seconda parte. Stasera alle 18,30 Il rovescio della libert\u00e0 verr\u00e0 presentato da Marco Mazzeo presso la sede di Quodlibet (via Monte Fiore 34, Roma)]<\/p>\n<p>Nell\u2019ordoliberalismo tedesco, il termine cruciale \u00e8 la parola Leistung: la prestazione, l\u2019opera, il contributo effettivamente fornito all\u2019ordine sociale, sulla cui base va calcolata l\u2019equa retribuzione e, con essa, il valore di ogni cosa: azioni, ruoli professionali e beni di consumo. Il modello, insomma, \u00e8 quello frequentemente riassunto nel concetto di \u00abmeritocrazia\u00bb: a ciascuno secondo la sua Leistung. E, dal momento che le Leistungen sono obiettivamente differenti, una societ\u00e0 equa non potr\u00e0 avere una forma astrattamente egualitaria: dovr\u00e0 invece saper premiare i contributi individuali in proporzione esatta al valore effettivo delle singole prestazioni. \u00c8 inevitabile perci\u00f2 che vi si accenda una competizione, una gara. Almeno in teoria per\u00f2, come avviene nello sport, lo sforzo di ciascun concorrente, impegnato a superare gli avversari, dovrebbe spontaneamente tradursi in un potenziamento delle prestazioni collettive, una crescita dell\u2019organismo sociale nel suo insieme e, dunque, un progresso civile in ogni senso.<\/p>\n<p>L\u2019essenziale, ovviamente, \u00e8 che \u00abvinca il migliore\u00bb. Perch\u00e9 sia equiparabile davvero alla lealt\u00e0 sportiva, occorre che il gioco della catallassi sia regolamentato in modo lungimirante ed efficace; e occorre che un apparato tecnico-amministrativo solido e indipendente garantisca tanto il continuo aggiornamento delle regole quanto la loro imparziale e rigorosa applicazione. Un compito non facile, evidentemente, visto che i concorrenti pi\u00f9 forti hanno tutto l\u2019interesse a truccare le carte, pilotando l\u2019equilibrio del mercato nella direzione pi\u00f9 congeniale al loro sistematico rafforzamento.<\/p>\n<p>Sotto il profilo soggettivo, \u00e8 logico che ciascun concorrente abbia di mira esclusivamente il proprio potenziamento, non quello della societ\u00e0 nel suo complesso. \u00c8 prevedibile perci\u00f2 che usi il proprio potere di mercato per ostruire la concorrenza, per sbarrare la strada agli avversari e trasformare cos\u00ec il proprio vantaggio momentaneo in un privilegio intangibile e definitivo. Nelle analisi di Alexander R\u00fcstow, in particolare, questo genere di concorrenza ostruttiva \u00e8 presentato come una tendenza intrinseca al capitalismo, diametralmente opposta alla concorrenza performativa cui deve aspirare invece una societ\u00e0 libera[1]. Per garantire la lealt\u00e0 e l\u2019equilibrio della competizione, non basta quindi fissare una volta per tutte le regole del gioco. \u00c8 necessaria una vigilanza quotidiana contro le spinte alla rifeudalizzazione del mercato e a questo scopo, per gli ordoliberali, il calcolo economico \u00e8 lo strumento tecnico essenziale.<\/p>\n<p>Adoperando infatti il calcolo con neutralit\u00e0 scientifica, l\u2019amministrazione potr\u00e0 misurare di volta in volta l\u2019autentico valore di ciascuna Leistung, intesa come contributo all\u2019ordine sociale complessivo. A quel punto, qualsiasi deviazione da questa misura equa andr\u00e0 trattata come il segnale di un illegittimo esercizio di potere, un\u2019ostruzione alla dinamica spontanea della concorrenza. E sar\u00e0 compito dell\u2019autorit\u00e0 di governo correggerla con le misure amministrative pi\u00f9 adeguate.<\/p>\n<p>Come si pu\u00f2 vedere, in questa concezione la centralit\u00e0 dell\u2019azione di governo \u00e8 interamente fondata nella differenza tra l\u2019ordine di fatto, influenzato dai rapporti di potere, e l\u2019ordine cosmico, che pu\u00f2 generarsi solo se tutte le forze sociali sono messe in condizione di concorrere liberamente alla sua costruzione. La differenza concettuale tra questi due livelli dell\u2019ordine sociale ha un valore decisivo nell\u2019ordoliberalismo. E, d\u2019altra parte, proprio qui si annida il punto critico dell\u2019intera costruzione, che i liberali di ascendenza austriaca non mancheranno di denunciare come un pericoloso cedimento al \u00absocialismo\u00bb.<\/p>\n<p>Per autori come Mises e Hayek, l\u2019ordine cosmico generato dal mercato non pu\u00f2, semplicemente, essere calcolato in anticipo: n\u00e9 dal sovrano, n\u00e9 dai pianificatori dell\u2019economia n\u00e9, tanto meno, da un ipotetico governo liberale. Pu\u00f2 solo essere generato dalla convergenza cieca tra le innumerevoli contingenze di cui \u00e8 fatta la dinamica sociale. Il valore che il mercato assegna alle diverse Leistungen \u00e8 perci\u00f2 sicuramente convenzionale e spesso, quindi, indifferente ai meriti e alle virt\u00f9 morali dei diversi concorrenti. Ma per gli austro-americani non pu\u00f2 esistere, per definizione, altro valore socialmente legittimo che quello generato di fatto dal mercato.<\/p>\n<p>Il contenzioso tra le due scuole non giunger\u00e0 mai a una sintesi definitiva e, all\u2019inizio degli anni Sessanta, sfocer\u00e0 anzi in una rottura mai sanata. A rimuovere per\u00f2 nei fatti questo stallo (anche se, come vedremo subito, solo per spostarlo a un livello pi\u00f9 profondo) \u00e8 stata nel frattempo la crescente attitudine del mercato moderno a puntare non tanto sulle Leistungen in se stesse, quanto sulle potenzialit\u00e0 che vi si manifestano.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro, in effetti, che ogni concreta prestazione, oltre a produrre un certo risultato, denota anche, indirettamente, una qualche capacit\u00e0 o competenza, un\u2019attitudine potenziale o, nel senso pi\u00f9 lato, una virt\u00f9. Un atto di parola, ad esempio, ha un suo significato e pu\u00f2 avere determinate conseguenze; ma \u00e8 anche, ovviamente, il segnale della competenza linguistica in se stessa: qualunque cosa esso dica, vi si mostra in ogni caso che il parlante conosce la lingua in oggetto ed \u00e8 in grado di adoperarla con maggiore o minore padronanza.<\/p>\n<p>Quello degli atti di parola, comunque, non \u00e8 che un esempio tra gli altri della possibile divergenza tra il risultato dell\u2019azione e la potenzialit\u00e0 che vi si manifesta. Con tutta probabilit\u00e0, la sfera che illustra invece nel modo pi\u00f9 eclatante una tale divergenza \u00e8 proprio quella delle competizioni sportive, che i neoliberali adottano cos\u00ec volentieri come paradigma della catallassi del mercato. Un pugile, ad esempio, pu\u00f2 uscire sconfitto da un singolo incontro, pur avendo mostrato di possedere maggiori potenzialit\u00e0 del suo avversario. Il risultato, certo, resta quello. Ma per gli scommettitori abituali, spesso \u00e8 la potenzialit\u00e0 ci\u00f2 che pi\u00f9 conta, in vista degli incontri successivi.<\/p>\n<p>\u00c8 per questo motivo che, negli ippodromi e nelle arene di tutta Europa, fin dal tardo Ottocento si \u00e8 andato diffondendo l\u2019uso di un termine inglese (ma di ascendenza francese e di remota origine latina), per indicare esattamente il computo delle recenti \u00abprestazioni\u00bb di un atleta o di un cavallo, in vista della previsione dei suoi rendimenti futuri. \u00c8 il termine performance, che deve proprio a questa matrice sportiva il suo statuto apolide di termine \u00abglobale\u00bb, accolto gi\u00e0 all\u2019epoca nei dizionari di tutte le maggiori lingue del vecchio continente.<\/p>\n<p>In prima istanza, una performance \u00e8 a sua volta una prestazione, un\u2019impresa, un atto effettivamente realizzato. \u00c8 perci\u00f2 che, in tedesco, il termine ha potuto sovrapporsi senza scosse apparenti alla parola Leistung. L\u2019affinit\u00e0 superficiale nasconde per\u00f2, nel profondo, un vero e proprio rivoluzionamento semantico. Considerata come performance, infatti, l\u2019azione vale solo pi\u00f9 come segnale della potenzialit\u00e0 che vi si esprime: diviene, insomma, un test, una prova di ci\u00f2 che \u00e8 lecito aspettarsi in futuro.<\/p>\n<p>Di conseguenza, i risultati gi\u00e0 raggiunti e registrati rivestono interesse solo come indici pi\u00f9 o meno affidabili dei rendimenti futuri: in se stessi, al di fuori del computo della virtualit\u00e0, non hanno praticamente alcun valore. Il punto cruciale, come rimarca Mises, \u00e8 che tanto l\u2019imprenditore quanto l\u2019investitore, sul mercato, eseguono per l\u2019appunto il genere di calcolo soggettivo di chi valuta le performance di un cavallo: \u00abi prezzi del passato sono per lui meri punti di partenza nei tentativi di anticipare i prezzi del futuro\u00bb[2].<\/p>\n<p>\u00c8 essenziale non lasciarsi sfuggire la portata ontologica di questo mutamento di prospettiva. In effetti, a partire dalla distinzione aristotelica tra potenza e atto, nella cultura europea \u00e8 stato sempre dato per acquisito che il possibile, il virtuale, il potenziale non abbiano una qualche parvenza d\u2019essere che nelle realizzazioni cui mettono capo. Prese in se stesse, al di fuori delle realt\u00e0 effettive in cui si esprimono, le potenzialit\u00e0 non sembrano in effetti che astrazioni concettuali, \u00abun che di prossimo al non-ente\u00bb pi\u00f9 che all\u2019ente vero e proprio.<\/p>\n<p>\u00c8 curioso peraltro che, per rimarcare il significato etico di questa superiorit\u00e0 dell\u2019atto sulla semplice potenza, Aristotele ricorra proprio a una metafora sportiva. Nell\u2019Etica Nicomachea si osserva, infatti, che \u00abanche nei giochi olimpici non vengono premiati i pi\u00f9 belli e i pi\u00f9 forti, ma quelli che prendono parte alle gare: \u00e8 fra loro che si trovano, infatti, i vincitori\u00bb[3]. Non \u00e8 insomma la virt\u00f9 in se stessa ci\u00f2 che propriamente conta, ma la sua realizzazione.<\/p>\n<p>In un mercato tradizionale, ancora interamente basato sullo scambio delle merci, le contraddizioni raccolte spesso sotto l\u2019etichetta della \u00abmercificazione\u00bb dipendono, in larga misura, proprio dalla fedelt\u00e0 con cui la formazione del valore ricalca la gerarchia ontologica fissata a suo tempo da Aristotele. Per un verso, infatti, l\u2019economia classica riconosce che la prima sorgente di ogni ricchezza sociale \u00e8 un fattore puramente potenziale: quella che Marx chiama la forza-lavoro, vale a dire l\u2019insieme delle attitudini e delle capacit\u00e0 produttive di cui dispongono, collettivamente, i membri di una determinata societ\u00e0. Allo stesso tempo, non si riconosce valore che ai prodotti della forza-lavoro: le merci tangibili e scambiabili materialmente sul mercato. Solo le merci hanno realt\u00e0 effettiva mentre la forza-lavoro in se stessa, proprio perch\u00e9 ha un carattere puramente potenziale, resta \u00abun che di prossimo al non ente\u00bb.<\/p>\n<p>Il calcolo della performativit\u00e0 capovolge, letteralmente, questa gerarchia. Conferisce, di fatto, una realt\u00e0 effettiva alla virtualit\u00e0 come tale, facendone, volta per volta, un oggetto pubblico, su cui \u00e8 possibile accordarsi, negoziare e investire. Stiamo parlando della virt\u00f9 di un cavallo o di un atleta ma, ovviamente, anche di quella di un progetto commerciale, un\u2019idea brevettata, un\u2019impresa. \u00c8 la performance ora \u2013 la pura potenzialit\u00e0, la promessa rivolta al futuro \u2013 ci\u00f2 su cui si scommette e da cui discende il valore di mercato. Resa liquida dalle convenzioni del mercato, e trasformata in un titolo negoziabile in ogni momento, la pura potenzialit\u00e0 \u00e8 adesso ci\u00f2 che veramente resta, mentre le singole realizzazioni passano e generano valore solo nei limiti in cui segnalano un accrescimento della potenzialit\u00e0.<\/p>\n<p>Come ho gi\u00e0 rimarcato, la questione ha fin dai tempi di Aristotele un peso centrale nella eticit\u00e0 delle scelte di vita. \u00c8 il caso perci\u00f2 di ricordare, a questo punto, che negli anni Sessanta e Settanta lo scarto semantico tra l\u2019esecuzione di un\u2019opera e la pura e semplice performance \u00e8 stato uno dei principali terreni di sperimentazione delle avanguardie artistiche, per di pi\u00f9 con l\u2019esplicito intento di combattere la crescente \u00abmercificazione\u00bb dell\u2019arte. All\u2019epoca, si era portati a ritenere che il mercato non potesse appropriarsi che dell\u2019opera, scambiabile come una merce e passibile perci\u00f2 di una valutazione commerciale.<\/p>\n<p>Per contrastare quindi alla radice l\u2019ingerenza del mercato, non sembrava potesse esserci arma pi\u00f9 efficace che quella di spostare il nocciolo dell\u2019esperienza artistica dall\u2019opera all\u2019operazione come tale: alla prassi creativa in se stessa, a monte dei suoi eventuali risultati. Prese forma cos\u00ec un\u2019arte performativa, che non metteva capo ad alcuna opera al di fuori dell\u2019evento creativo, vissuto e condiviso come tale, e che, per questa via, si riprometteva di sfuggire del tutto alle insidie del mercato.<\/p>\n<p>Come tutti sappiamo, le cose sono andate in modo esattamente inverso. La performativit\u00e0 si \u00e8 rivelata del tutto congeniale ai meccanismi di mercato, tanto da favorire un\u2019impennata miliardaria dei profitti e dei compensi. L\u2019investimento e l\u2019attenzione del mercato si sono spostate anzi a tal punto dall\u2019opera in se stessa al suo valore comunicativo di \u00absegnale\u00bb, che oggi persino le opere dall\u2019aspetto pi\u00f9 tradizionale vivono essenzialmente della performativit\u00e0 indiretta con cui vengono esposte e celebrate. Col risultato che diventa sempre pi\u00f9 aleatorio distinguerne il valore comunicativo dal puro e semplice valore commerciale.<\/p>\n<p>Chiaramente, su una tale parabola ha inciso in modo determinante l\u2019evoluzione dei mezzi tecnici di riproduzione, di cui peraltro Walter Benjamin aveva intuito l\u2019importanza gi\u00e0 quasi un secolo fa. Se lasciamo da parte per\u00f2 i singoli dettagli, risulter\u00e0 chiaro che il mercato dell\u2019arte non ha fatto che percorrere, a suo modo, la parabola della catallassi in generale. La finanziarizzazione del mercato si \u00e8 mossa, infatti, nella stessa direzione evolutiva tracciata, in parallelo, tanto dall\u2019innovazione tecnica quanto dalla crescente individualizzazione delle attivit\u00e0 creative, nell\u2019ambito genericamente produttivo non meno che in quello specificamente \u00abartistico\u00bb. In un mercato ipermoderno \u00e8 infatti il calcolo convenzionale dei rendimenti futuri a decretare il valore di un titolo, di un\u2019impresa o anche solo di una specifica prestazione professionale. In altre parole, \u00e8 la performativit\u00e0 il metro del valore, non l\u2019eventuale risultato tangibile della Leistung[4].<\/p>\n<p>A prima vista, specie se la si addobba con l\u2019ottimismo ottuso della propaganda, pu\u00f2 sembrare che una simile evoluzione dissolva alla radice la difficolt\u00e0 che affliggeva a suo tempo gli ordoliberali. Il mercato non si limita pi\u00f9, infatti, a valutare i risultati delle azioni, ma ne scava le potenzialit\u00e0 e ne prospetta le evoluzioni future. Certo, le sue previsioni restano ipotetiche e fallibili. Ma sono in fondo le uniche di cui la societ\u00e0 dispone. Che senso ha, allora, cercare ancora un qualche valore \u00abautentico\u00bb delle azioni, distinto dal loro puro e semplice valore di mercato? O, in altre parole, perch\u00e9 ostinarsi a distinguere l\u2019ordine cosmico dall\u2019ordine effettivamente realizzato dal mercato, se quest\u2019ultimo include ormai, tendenzialmente, tutte le eventualit\u00e0 future?<\/p>\n<p>Sono questioni con le quali dovremo confrontarci ancora a lungo. Un ulteriore approfondimento del concetto di performance pu\u00f2 aiutarci, per\u00f2, per cominciare a intuire fin da adesso che il problema non poteva in nessun caso risolversi in modo tanto semplice e lineare; e che, in realt\u00e0, il suo potenziale esplosivo non \u00e8 stato affatto disinnescato, ma solo spostato a un livello ancora pi\u00f9 profondo, a rischio di esasperarne la pericolosit\u00e0.<\/p>\n<p>Cominciamo col ricordare che, nell\u2019ultimo mezzo secolo, il termine performativo ha dovuto in gran parte la sua popolarit\u00e0 alla rapida diffusione, in tutte le scienze umane, della concezione filosofica del linguaggio introdotta da John Austin: quella basata, appunto, sulla distinzione tra enunciati performativi e constativi. A differenza di un\u2019asserzione che si limiti a constatare un dato di fatto (\u00aboggi \u00e8 una bella giornata\u00bb, \u00abMaria \u00e8 malata\u00bb), un enunciato performativo ha un\u2019efficacia pratica: realizza uno stato di cose, compie un\u2019azione, fa qualcosa con le parole, che \u00abnon avrebbe potuto essere compiuto altrimenti, o almeno non altrettanto bene\u00bb. Gli esempi tipici sono \u00abmi scuso di averti disturbato\u00bb, \u00abti prometto che verr\u00f2\u00bb, \u00abvi dichiaro marito e moglie\u00bb.<\/p>\n<p>In prima istanza, come si pu\u00f2 vedere, l\u2019accento cade sul risultato pratico, sull\u2019azione eseguita e, quindi, sulla Leistung nel senso pi\u00f9 ordinario. \u00c9mile Benveniste, ad esempio, che aveva notato a sua volta il fenomeno linguistico in questione gi\u00e0 prima di imbattersi nel lavoro di Austin, lo aveva dapprincipio definito come un accomplissement[5], appunto per rimarcarne l\u2019efficacia pratica. Se qualche anno dopo, confrontandosi direttamente con Austin, il grande linguista non esita ad adottare il termine \u00abperformativo\u00bb, non \u00e8 tanto per un tributo alla solidit\u00e0 della teoria avanzata dal collega inglese. Il punto \u00e8 che, nel confronto critico con Austin, Benveniste si \u00e8 convinto che il risultato pratico, in se stesso, non d\u00e0 affatto la misura del fenomeno ma, anzi, rischia di velarne la specifica complessit\u00e0. Non conta infatti ci\u00f2 che l\u2019enunciato realizza, ma il modo del tutto speciale in cui lo fa.<\/p>\n<p>Di per s\u00e9, che le parole abbiano effetti pratici non ha nulla di stupefacente. Posso ottenere un effetto pratico anche con un urlo, un improperio o un colpo di clacson. La particolarit\u00e0 del performativo \u00e8 invece il suo carattere autoreferenziale: il fatto che vi si compia esattamente l\u2019azione che in esso \u00e8 enunciata, proprio e solo perch\u00e9 \u00e8 stata enunciata[6]. Come quando il presidente di un\u2019assemblea dichiara che \u00abla seduta \u00e8 aperta\u00bb e, appunto, la seduta \u00e8 aperta. O il dio biblico enuncia \u00abfiat lux\u00bb e, miracolosamente, la luce fu. Dove si origina una simile magia, capace di trasformare in un istante le parole in fatti? E perch\u00e9 \u00e8 relativamente facile trasformare con poche parole due amanti in coniugi o uno stalliere in cavaliere, mentre restano decisamente fuori della nostra portata altri prodigi, come ad esempio trasformare l\u2019acqua in vino?<\/p>\n<p>L\u2019indicazione di Austin, laconica ma estremamente preziosa, \u00e8 che a poter essere compiute per via performativa sono in realt\u00e0 solo le azioni a carattere convenzionale, che rimandano a una regola sociale condivisa. Come la regola secondo cui, per essere legittimo, un matrimonio va celebrato con particolari crismi procedurali; o quella per cui una promessa, per essere davvero vincolante, deve implicare determinate condizioni. Pu\u00f2 sembrare una constatazione banale. La verit\u00e0 \u00e8 che, invece, l\u2019intrinseca convenzionalit\u00e0 delle operazioni performative ha una catena di conseguenze problematiche, che rendono questo genere di operazioni particolarmente delicate e cariche di incertezze o, come scrive Austin, di possibili infelicit\u00e0.<\/p>\n<p>La pi\u00f9 evidente di tali infelicit\u00e0 virtuali \u00e8 la differenza che immancabilmente si instaura tra l\u2019atto in se stesso e la sua eventuale verifica nella realt\u00e0 dei fatti. Un imputato, ad esempio, pu\u00f2 essere dichiarato colpevole nel rispetto di tutte le convenzioni giuridiche, salvo scoprire a distanza di tempo che era invece del tutto innocente. E si pu\u00f2 celebrare in gran pompa il varo di una nave, battezzandola col nome \u00abLibert\u00e0\u00bb, per poi scoprire che i marinai continuano a chiamarla \u00abGeneralissimo Stalin\u00bb[7]. Il punto \u00e8 che la convenzione non \u00e8 mai completamente nelle mani del parlante: dipende dalla ricezione degli interlocutori e dalla loro disponibilit\u00e0 a condividerla[8].<\/p>\n<p>Una conseguenza logica \u00e8 che l\u2019atto performativo, per non risultare \u00abinfelice\u00bb, richiede autorit\u00e0: un caporale rischia a volte che i suoi ordini cadano nel vuoto; un generale, di norma, molto meno. In ogni caso, non c\u2019\u00e8 comunque autorit\u00e0 che valga in assoluto. La convenzione sociale, in altre parole, non \u00e8 mai un presupposto certo e assodato: in qualche misura, va messa comunque alla prova, esposta al rischio dell\u2019insuccesso e di fatto, perci\u00f2, istituita ogni volta daccapo.<\/p>\n<p>Tutti i diversi aspetti problematici della performativit\u00e0 si ripropongono puntualmente nei meccanismi del mercato ipermoderno, e per ragioni squisitamente logiche. Come si \u00e8 appena visto, infatti, l\u2019efficacia straordinaria del calcolo economico \u00e8 dovuta essenzialmente alla sua capacit\u00e0 di trasformare le pure potenzialit\u00e0 in oggetti pubblici, passibili di misurazione e di scambio. \u00c8 chiaro per\u00f2 che, a differenza delle merci, gli \u00aboggetti\u00bb della catallassi ipermoderna non hanno alcuna tangibilit\u00e0. Sono titoli, impegni, opzioni, garanzie: in altre parole, oggetti del tutto convenzionali, che non hanno altra sostanza che il credito, dunque in ultima analisi la credenza condivisa nell\u2019affidabilit\u00e0 della convenzione di mercato.<\/p>\n<p>Un simile requisito convenzionale non \u00e8 mai assodato e certo. E di sicuro non \u00e8 tributato in uguale misura a tutti gli operatori. Anche le convenzioni di mercato, insomma, esigono autorit\u00e0 e distinguono, perci\u00f2, tra caporali e generali. C\u2019\u00e8 chi pu\u00f2 azzardare sul mercato operazioni ad alto rischio, sapendo di poter contare su una diffusa disponibilit\u00e0 alla condivisione. E chi invece non trova sostegno neanche per un progetto imprenditoriale obiettivamente promettente, perch\u00e9 nessuno \u00e8 disposto anche solo a leggerne il prospetto.<\/p>\n<p>In un mercato ipermoderno le convenzioni sono fluttuanti, disuguali e, soprattutto, manipolabili. A rigore, il potere di mercato non \u00e8 altro che questa capacit\u00e0 di manipolazione: la garanzia dell\u2019ubbidienza o, in altri termini, il controllo sulle scelte altrui. E un controllo del genere pu\u00f2 essere acquisito e incrementato proprio attraverso operazioni a carattere squisitamente performativo: minacce, pressioni, avvertimenti, ordini, e cos\u00ec via.<br \/>\nIl calcolo della performativit\u00e0 finisce cos\u00ec col risultare inesorabilmente opaco, perch\u00e9 misura con lo stesso valore due grandezze profondamente eterogenee: da un lato la potenzialit\u00e0 emergente nell\u2019ordine cosmico, spontaneo e imprevedibile della cooperazione sociale; dall\u2019altro le relazioni di potere cristallizzate nell\u2019ordine costituito. La distinzione messa in campo dagli ordoliberali, quindi, \u00e8 destinata a riemergere inesorabilmente, per il semplice motivo che la potenzialit\u00e0 e il potere restano comunque due grandezze indipendenti.<\/p>\n<p>La difficolt\u00e0 \u00e8 che il congegno di governo effettivamente messo a punto dal neoliberalismo, in tutte le sue varianti, non pu\u00f2 che rimuovere questa differenza, perch\u00e9 affida le due misurazioni allo stesso algoritmo del valore. Il valore della performativit\u00e0, con tutta la sua ambivalenza, diventa cos\u00ec il vero snodo critico dell\u2019intero meccanismo. In pratica, la promessa di felicit\u00e0, logicamente intrinseca a ogni scelta di vita, viene effettivamente riconosciuta e valorizzata dal sistema, ma solo nella misura in cui promette, nel profondo, un consolidamento dei rapporti di potere.<br \/>\n\u00c8 perci\u00f2 che il congegno di governo allestito dal neoliberalismo finisce regolarmente per incentivare la rifeudalizzazione della societ\u00e0, condannandosi cos\u00ec al discredito e al tramonto.<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><br \/>\n<strong>[1]<\/strong> Traduco alla lettera le due espressioni Behinderungswettberb e Leistungswettbewerb, la cui opposizione \u00e8 al centro di tutta l\u2019opera di R\u00fcstow.<\/p>\n<p><strong>[2]<\/strong> L. von Mises, Human Action, cit., p. 212.<\/p>\n<p><strong>[3]<\/strong> Cfr. Eth. Nic. A, 1099a.<\/p>\n<p><strong>[4]<\/strong> Con l\u2019invenzione di Internet, il mutamento di prospettiva \u00e8 diventato talmente macroscopico da non poter pi\u00f9 passare inosservato. A partire dagli anni Ottanta, \u00e8 diventato del tutto normale che alcune imprese on-line raggiungessero valutazioni vertiginose prima ancora di aver realizzato alcun profitto effettivo. In molti casi, come si sa, la crisi ha imposto una brusca correzione all\u2019algoritmo. Il principio del calcolo per\u00f2 \u00e8 rimasto intatto e, nei casi di maggior successo, ha rafforzato notevolmente il suo credito convenzionale.<\/p>\n<p><strong>[5]<\/strong> Cfr. \u00c9. Benveniste, Probl\u00e8mes de linguistique g\u00e9n\u00e9rale, cit., vol. 1, p. 265.<\/p>\n<p><strong>[6]<\/strong> Ivi, pp. 267-276.<\/p>\n<p><strong>[7]<\/strong> Riprendo alla lettera gli esempi di Austin, che risentono evidentemente del clima politico dell\u2019epoca, oltre che del proverbiale umorismo britannico.<\/p>\n<p><strong>[8]<\/strong> A dispetto delle apparenze, questo \u00e8 vero anche dei performativi pi\u00f9 elementari, che non hanno un esplicito carattere istituzionale, come \u00abvi prego di scusarmi\u00bb o \u00abti avverto che la strada \u00e8 scivolosa\u00bb. Pu\u00f2 accadere, infatti, di trovarsi in situazioni sociali in cui il significato convenzionale delle formule differisce da quello consueto e nel quale, ad esempio, il nostro presunto avvertimento \u00e8 recepito come una minaccia. In casi simili, non sar\u00e0 la grammatica, ma la convenzione dominante ad assegnare all\u2019enunciato la sua effettiva \u00abforza illocutoria\u00bb.Fonte:<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=27494#more-27494\">http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=27494#more-27494<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (Massimo De Carolis) [Il rovescio della libert\u00e0. Tramonto del neoliberalismo e disagio della civilt\u00e0 (Quodlibet) di Massimo De Carolis \u00e8 un saggio sui fondamenti filosofici della formula politica egemone negli ultimi decenni e sulla sua crisi. Il neoliberalismo si fonda sulla convinzione il mercato rappresenti una forma di ordine immanente alle societ\u00e0 umane \u2013 un ordine che esiste nella realt\u00e0, ma non sempre emerge da solo. 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