{"id":30776,"date":"2017-05-15T11:22:45","date_gmt":"2017-05-15T09:22:45","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30776"},"modified":"2017-05-14T21:49:30","modified_gmt":"2017-05-14T19:49:30","slug":"la-rivincita-en-marche","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30776","title":{"rendered":"La rivincita En Marche"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>ITALIA E IL MONDO (Giuseppe Germinario)<\/strong><\/p>\n<p>Il colpo clamorosamente fallito sette mesi fa a Washington, negli Stati Uniti, \u00e8 perfettamente riuscito questa volta, il 7 maggio, a Parigi. Almeno per adesso.<\/p>\n<p>Gli artefici dei due eventi appartengono, fatte salve le dovute gerarchie, allo stesso establishment. La compattezza del sodalizio \u00e8 apparsa lampante al momento della sconfitta della Clinton; cos\u00ec pure la complicit\u00e0 e la simbiosi inestricabile di quel groviglio di affinit\u00e0 ed interessi svelate dai ripetuti attacchi del tutto inusitati nella loro forma e natura e dal muro eretto dalle due sponde dell\u2019Atlantico contro il neopresidente americano.<\/p>\n<p>Nessuna giustificazione a posteriori delle repentine ed improvvide giravolte di Trump; piuttosto una semplice constatazione.<\/p>\n<p>A novembre l\u2019inaspettata vittoria di \u201cthe Donald\u201d aveva potuto contare sulla supponenza di una classe dirigente sicura del proprio totale controllo dei media tradizionali e sull\u2019accondiscendenza e la complicit\u00e0 delle gerarchie addomesticate dalle epurazioni perpetrate negli ultimi venti anni tra gli alti gradi militari, negli apparati amministrativi e nell\u2019intelligence e culminate nell\u2019apoteosi degli ultimi sei di amministrazione Obama; tanto supponente da riproporre imperterrita una vecchia guardia ormai logorata. Una \u00e9lite talmente tronfia da tollerare l\u2019ascesa di un outsider alle primarie repubblicane nella convinzione che fosse il miglior nemico da battere alle presidenziali; vittima sacrificale pi\u00f9 o meno inconsapevole sull\u2019altare della sacra alleanza tra esportatori di diritti umani e interventisti militari fautrice dei numerosi focolai di guerra sempre pi\u00f9 pericolosamente prossimi al nemico dichiarato: la Russia di Vladimir Putin. Una sicumera che ha accecato la loro mente e reso invisibile sino ad un paio di settimane dalla scadenza elettorale l\u2019azione coordinata di un manipolo di \u201ccarbonari cospiratori\u201d. Tanto limitato nel numero quanto compatto e sagace nello sfruttare ogni interstizio ed ogni crepa di quel moloch per scovare una improbabile candidatura, nello stringere i giusti contatti tra le pieghe degli apparati insofferenti ed esasperati da quella strategia, nel canalizzare con nuovi strumenti il consenso a un nuovo corso sino al successo finale di Trump.<\/p>\n<p>Quanto quel successo si sia rivelato al momento e per il prossimo futuro effimero e foriero di un trasformismo che sta riconducendo rapidamente lo scontro politico nell\u2019alveo e nelle ambizioni tradizionali della politica americana, pare ormai probabile; non basta per\u00f2 a ridimensionare la rilevanza di quell\u2019impresa. Lo testimonia l\u2019acutezza dello scontro ancora in atto dal giorno del suffragio e la inusitata trasparenza di un conflitto che in altri frangenti si ha solitamente cura di condurre dietro le quinte. Segno che i giochi non sono ancora conclusi, n\u00e9 tanto meno il risultato consolidato. Qualche avvisaglia di un ritorno alle intenzioni originarie infatti lo si coglie nella rimozione del capo del FBI, nella decisione di armare i curdi, nella gestione dell\u2019esito elettorale in Corea del Sud favorevole ad una maggiore apertura a Cina e NordCorea. Staremo a vedere.<\/p>\n<p>Con Macron, invece, \u00e8 filato tutto meravigliosamente liscio.<\/p>\n<p>La Francia di Le Pen e forse di Fillon avrebbe potuto diventare quella sponda necessaria a recuperare almeno alcuni aspetti delle originarie intenzioni in politica estera dichiarate a piena voce da Trump; a costruire un ponte stavolta pi\u00f9 discreto verso la Russia di Putin, ad isolare quella classe dirigente tedesca cos\u00ec implicata e imbrigliata nelle strategie demo-neocon americane. Una evenienza da scongiurare assolutamente, secondo i canoni del politicamente corretto.<\/p>\n<p>Da qui la selezione di un candidato, fresco di et\u00e0 e di esperienza sulla scena politica, ma gi\u00e0 navigato nella tessitura di relazioni; da qui il suo repentino distacco dalla gestione presidenziale di Hollande, l\u2019apparente ripudio della tradizione politica della sinistra socialista e della destra repubblicana conservatrice e la fondazione di un movimento di rinascita nazionale basato sull\u2019iperattivismo e l\u2019esasperazione delle attuali politiche di declino piuttosto che su un reale programma di rifondazione del paese e della nazione.<\/p>\n<p>Agli evidenti impacci di giovent\u00f9 del neofita ha sopperito per il resto l\u2019incensamento mediatico orchestrato dai gruppi editoriali, <strong>tutti, ancor pi\u00f9 che nella precedente avventura americana,<\/strong> direttamente implicati nella campagna elettorale e impegnati nella costruzione del personaggio come nel censurare apertamente sin dalla fonte le informazioni controproducenti. Ad essi si \u00e8 aggiunta una sottile campagna giudiziaria tesa a eliminare l\u2019avversario pi\u00f9 pericoloso, Fillon, per quanto scialbo e improvvido, e a insinuare il discredito verso Marine Le Pen, la candidata vincente al ballottaggio, ma con ancora sulla fronte il marchio pur sbiadito dei collaborazionisti, dei traditori della Resistenza e della Repubblica e del razzismo da additare agli indignati o sedicenti tali.<\/p>\n<p>Il successo di Macron \u00e8 incontrovertibile, ma non cos\u00ec schiacciante e solido come la percentuale dei voti e il battage mediatico lascerebbero intendere. Non va sottovalutata la capacit\u00e0 di aggregazione e di ricomposizione degli interessi, ma nemmeno la loro fragilit\u00e0 e scarsa pervasivit\u00e0.<\/p>\n<p>Ci sarebbero i milioni di schede bianche e nulle a certificare che il muro non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec granitico e che tra i due schieramenti esiste ormai una zona grigia contendibile o quanto meno neutrale.<\/p>\n<p>Buona parte dei voti presi, a dispetto dell\u2019ostentata positivit\u00e0 di Macron, sono voti contro l\u2019avversario piuttosto che a lui favorevoli; disponibili probabilmente a rientrare in qualche misura nell\u2019alveo classico dei vecchi partiti e ad alimentare una frammentazione politica propedeutica alla paralisi e allo stallo.<\/p>\n<p>Il sostegno proviene da un movimento, \u201cen marche\u201d, dalle scarse probabilit\u00e0 di diventare una forza strutturata, mosso da motivazioni generiche; l\u2019humus destinato a alimentare uno scontro di oligarchie tanto agguerrite quanto ristrette, rissose e instabili perch\u00e9 svincolate dalla ricerca di consensi organizzati estesi. Una dinamica che porta a sconvolgere le modalit\u00e0 di cooperazione e conflitto tra centri di potere cos\u00ec come regolate.<\/p>\n<p>La grande stampa ha gi\u00e0 iniziato ad evidenziare il gaullismo di Macron dimenticando che l\u2019ascesa di De Gaulle coincise con il suo isolamento politico nell\u2019Europa comunitaria dei Sei giustapposto ad un recupero dei legami con l\u2019Unione Sovietica e con il mondo arabo; in particolare con un progetto di comunit\u00e0 europea antitetico a quello di Macron. Il richiamo al gaullismo appare credibile solo perch\u00e9 quel movimento \u00e8 ormai frammentato e disperso in gran parte tra chi per recuperare parte degli antichi fasti perduti ha spinto verso la sudditanza atlantista e chi sogna un recupero della \u201cgrandeur\u201d della Francia anacronistica e velleitaria dovesse prescindere da una politica di alleanze tra i pi\u00f9 grandi paesi europei che si affranchi dalla sudditanza scaturita nel secondo dopoguerra. Non \u00e8 casuale il silenzio di Macron sulla crisi che sta investendo l\u2019organizzazione dell\u2019ossatura economica delle passate ambizioni gaulliste: l\u2019industria nucleare, quella del complesso militare e la meccanica pesante. La rivendicazione di una Unione Europea riformata rischia ancora una volta\u00a0 di risolversi nella versione francese della battaglia renziana sui decimali di deficit da conquistare, su un efficientismo apparentemente fine a se stesso e su una precarizzazione dell\u2019economia.<\/p>\n<p>Il suo reale programma si pu\u00f2 arguire dalla statura dei sostenitori indigeni e stranieri, a cominciare da Obama, gi\u00e0 attivamente impegnato due anni fa nella ricerca di un candidato alle elezioni presidenziali francesi. Sta di fatto che, fondata sulla disgregazione dei due partiti tradizionali, in particolare il Partito Socialista, piuttosto che sulla loro trasformazione, Macron \u00e8 riuscito al momento laddove in Italia Renzi ha subito un drastico rallentamento.<\/p>\n<p><u>LIMITI DEL MINORITARISMO<\/u><\/p>\n<p>La forza e la persistenza di Macron non rifulge per\u00f2 solo di luce propria; deriva soprattutto dalla incertezza, dalla approssimazione e dalle ambiguit\u00e0 delle due forze contrapposte, opposizioni nell\u2019indole e nell\u2019anima; quella di sinistra di Melenchon e quella del Front National di Marine Le Pen.<\/p>\n<p>Opposizioni per l\u2019appunto, non forze alternative di governo.<\/p>\n<p>Sino a quando la sinistra continuer\u00e0 a fondare la propria azione sugli esclusi, sugli \u201cindisciplinati\u201d, sugli \u201cinsoumis\u201d (ribelli, non sottomessi) per esistere avr\u00e0 sempre bisogno di oppressori; sar\u00e0 sempre destinata ad essere forza di mera redistribuzione, di rimessa rispetto ad altri decisori, di sostanziale collateralismo. Negli ultimi tempi lo si \u00e8 visto con \u201cPodemos\u201d in Spagna e con Syriza in Grecia. Melenchon sembra destinato a seguire quella traiettoria solo con qualche convulsione e conflitto pi\u00f9 radicale e con qualche attenzione in pi\u00f9 alla condizione dello Stato, come da tradizione francese.<\/p>\n<p>L\u2019ultimo\u00a0 confronto preelettorale tra Le Pen e Macron ha rivelato come questa impronta non sia una prerogativa della sola sinistra, ma continua a pregiudicare l\u2019aspirazione del Fronte Nazionale a costruire una linea coerente di ricostruzione nazionale e un indirizzo di politica estera tesa a fondare un\u2019alleanza dei principali paesi europei in grado di sostenere il confronto soprattutto con gli Stati Uniti libero da rapporti di sudditanza.<\/p>\n<p>Non \u00e8 l\u2019unico indizio rivelatore di tale incapacit\u00e0.<\/p>\n<p>Quattro anni fa ci fu un primo avvicinamento tra alcune componenti gaulliste meno attratte dalla svolta atlantista degli ultimi dieci anni e il FN. Avrebbe potuto fornire l\u2019embrione di una nuova classe dirigente in grado di consentire il controllo degli apparati statali e l\u2019attuazione concreta delle linee operative. Un avvicinamento durato appena due anni e in gran parte malamente rifluito. Non \u00e8 un caso che il sostegno garantito da Dupont-Aignan non sia riuscito nemmeno a convogliare la totalit\u00e0 dei propri voti su Le Pen. La stessa campagna elettorale non solo ha conosciuto oscillazioni repentine e contraddittorie delle parole d\u2019ordine e una debolezza di argomentazioni specie sul futuro dell\u2019Unione Europea; ha rivelato un comportamento schizofrenico con linee e comportamenti antitetici degli esponenti tra un distretto elettorale e l\u2019altro. La stessa performance protestataria poco presidenziale tenuta nell\u2019ultimo confronto, pi\u00f9 che a un errore o a un cattivo consiglio potrebbe essere, al netto di eventuali trappole ben congegnate del contendente, il risultato dell\u2019impulso di contenere innanzi tutto il dissenso della componente identitaria del partito reso alla fine pubblico con la rinuncia della nipote Marion Le Pen a candidarsi alle elezioni parlamentari di giugno.<\/p>\n<p>Sta di fatto che un pur rispettabile incremento di consensi, inferiore per altro alle aspettative, rischia di risolversi in uno stallo che impedir\u00e0 l\u2019assunzione della leadership e la definitiva maturazione di una forza nazionale scevra da grandi lacerazioni e fratture traumatiche.<\/p>\n<p>A differenza della leadership americana, in Italia ed in Francia il tentativo in atto nasce da una rimozione improbabile di retaggi politici originari di queste formazioni, assolutamente incompatibili con il nuovo corso auspicabile.<\/p>\n<p>Se, inoltre, in qualche maniera negli Stati Uniti si \u00e8 trattato di uno scontro politico sostanzialmente impermeabile ad influenze esterne, vista la posizione dominante di quel paese, in Francia tali influssi risultano determinanti anche se non dalla direzione denunciata dalla stampa, quella russa. Si pu\u00f2 affermare, al contrario, che l\u2019interesse di quest\u2019ultima sia scemato man mano che risaltavano le contraddizioni del movimento.<\/p>\n<p>La recente tornata elettorale in Austria, Olanda, Stati Uniti e Francia ha rivelato ci\u00f2 che la scuola del realismo politico ha sempre evidenziato. Le elezioni politiche \u201cdemocratiche\u201d non sono il momento fondamentale e decisivo del confronto politico.<\/p>\n<p>Intanto i centri decisivi di potere, luoghi di confronto e conflitto di gruppi decisionali, coincidono solo marginalmente con le sedi di governo, in particolare quelli su base elettiva. Il controllo o la destrutturazione di quei centri \u00e8 decisivo per l\u2019affermazione o meno delle strategie politiche. Ogni forma di confronto e conflitto politico, anche quello pi\u00f9 partecipato, si sviluppa tramite l\u2019azione di gruppi dirigenti e con la manipolazione delle leve di potere e degli strumenti di formazione ed informazione secondo i punti di vista di gruppi dirigenti pi\u00f9 o meno emergenti. La formazione di blocchi di consenso sono, quindi, sempre il frutto di azione politica. La detenzione delle leve di governo non comporta necessariamente la detenzione delle leve di potere. Una formazione politica tesa al cambiamento ma tutta concentrata nella competizione elettorale \u00e8 destinata per tanto a vivere cocenti delusioni se non pesanti trasformismi dettati dalla realt\u00e0 dello scontro politico.<\/p>\n<p><u>PRIGIONIERI DEI PROPRI SLOGAN\u00a0<\/u><\/p>\n<p>Anche se essenziale, il limite decisivo che impedisce il salto di qualit\u00e0 alle forze cosiddette sovraniste non \u00e8 questo.<\/p>\n<p>Il dibattito e lo scontro politico di questi ultimi anni si \u00e8 sviluppato secondo dicotomie semplificatrici: sovranismo\/globalismo, stato\/sovrastatalismo, nazionalismo\/mondialismo, pubblico\/privato, protezionismo\/liberismo, tecnocrazia\/popolo, mercato\/comunit\u00e0, \u00e9lite\/popolo e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Una dinamica comprensibile e inevitabile in una fase di stridenti contraddizioni, di contrapposizione aperta ad una ideologia sino a poco tempo fa ormai sulla soglia dell\u2019affermazione del pensiero unico.<\/p>\n<p>In effetti \u00e8 servita a riproporre il ruolo e la funzione dello Stato e delle comunit\u00e0 nazionali, quello delle strategie e della decisione politica nei vari ambiti dell\u2019agire umano, compreso quello economico, nonch\u00e9 il problema della costruzione di formazioni sociali e comunit\u00e0 nazionali pi\u00f9 coese ed inclusive, fondate su valori condivisi piuttosto che sul mero scambio di valori economici.<\/p>\n<p>Una rappresentazione antitetica elementare, necessaria a fondare un punto di vista e a motivare e compattare schieramenti politici, nel tempo pu\u00f2 diventare fuorviante se non addirittura un ostacolo all\u2019affermazione in mancanza di una analisi concreta e di una tattica efficace di una leadership politica.<\/p>\n<p>L\u2019assolutizzazione dei poli della coppia protezionismo\/liberismo rimuove il fatto che il mercato, anche il pi\u00f9 liberista, \u00e8 comunque un luogo normato\u00a0 attraverso il quale si afferma il predominio di una formazione sociale sull\u2019altra; un luogo dove le tariffe doganali assumono un\u2019importanza sempre minore e dove divengono predominanti la definizione delle caratteristiche dei prodotti, le modalit\u00e0 di formazione ed espansione delle imprese, la regolazione del commercio estero, il controllo dei flussi finanziari, l\u2019orientamento del mercato interno, la detenzione delle tecnologie, ect. Lo scontro politico va condotto sulla definizione di queste norme e gli esempi storici, oggetto di analisi e studio, di formazione di sistemi economici sono innumerevoli.<\/p>\n<p>L\u2019analoga assolutizzazione dei poli pubblico\/privato tende ad identificare il pubblico come bene esclusivo della collettivit\u00e0 contrapposto all\u2019interesse privato nell\u2019economia. Riduce ad un aspetto morale una necessit\u00e0 storica, ignora che la funzione pubblica, con modalit\u00e0 diverse, \u00e8 altrettanto importante anche nelle gestioni pi\u00f9 privatistiche come quella americana, glissa sul fatto che anche il pubblico \u00e8 gestito da \u00e9lites e centri di potere in competizione.<\/p>\n<p>Quella tra sovranismo e globalismo tende a mettere in relazione un concetto di potere con un flusso di relazioni molecolari, quando in realt\u00e0 anche i pi\u00f9 accesi globalisti, almeno quelli non accecati dalla taumaturgia delle parole, comprendono e utilizzano benissimo il ruolo fondamentale degli stati di appartenenza a scapito degli altri.<\/p>\n<p>Lo stesso vale per le altre dicotomie, sulle quali si dovrebbe riflettere piuttosto che ridurre a slogan.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 che per il valore intrinseco, i poli delle dicotomie andrebbero valorizzati in relazione agli obbiettivi politici di un gruppo dirigente. Il rischio, altrimenti, \u00e8 di ricadere in una ottica reazionaria che cambi semplicemente le modalit\u00e0 di degrado delle formazioni sociali e in operazioni trasformistiche dal respiro corto.<\/p>\n<p>Il recupero, la ridefinizione ed il rafforzamento delle prerogative degli stati nazionali devono essere, quindi, lo strumento e la modalit\u00e0 attraverso le quali ridefinire le relazioni internazionali, cos\u00ec come si sono delineate ad esempio nell\u2019Unione Europea, sia nella definizione di una politica estera autonoma, sia nella regolamentazione ad esempio di un mercato che consenta la formazione di imprese adeguate nelle dimensioni e nelle capacit\u00e0 tecnologiche e impedisca la distruzione delle capacit\u00e0 produttive e manageriali di interi settori e paesi, sia nella composizione di formazioni sociali pi\u00f9 coese e dinamiche dove possano trovare posto anche gli attuali \u201cesclusi\u201d.<\/p>\n<p>La perdurante, anche se ormai logorata, superiorit\u00e0\u00a0\u00a0 del vecchio establishment deriva soprattutto dalla paralisi di una nuova classe dirigente ancora prigioniera dei propri slogan.<\/p>\n<p>In Francia il Fronte Nazionale si sta avvicinando rapidamente ad una cruenta resa dei conti interni con un successo elettorale insufficiente a garantire il netto predominio dell\u2019attuale gruppo dirigente e a favorire il processo di affrancamento da un atteggiamento minoritario. L\u2019ambizione, quindi, di guidare un fronte gaullista\/sovranista appare al momento frustrata; sarebbe gi\u00e0 significativo riuscire a svolgere e mantenere un ruolo da comprimario.<\/p>\n<p>In Italia la situazione appare ancora pi\u00f9 disgregata, proprio perch\u00e9 gli attuali maggiori aspiranti a dirigere un tale movimento non provengono nemmeno da forze di impronta nazionale e devono, quindi, liberarsi di retaggi ancora pi\u00f9 vincolanti per assumere una linea sufficientemente coerente e realistica.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/italiaeilmondo.com\/2017\/05\/14\/la-rivincita-_-en-marche-di-giuseppe-germinario\/\">http:\/\/italiaeilmondo.com\/2017\/05\/14\/la-rivincita-_-en-marche-di-giuseppe-germinario\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ITALIA E IL MONDO (Giuseppe Germinario) Il colpo clamorosamente fallito sette mesi fa a Washington, negli Stati Uniti, \u00e8 perfettamente riuscito questa volta, il 7 maggio, a Parigi. 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