{"id":30783,"date":"2017-05-15T00:42:50","date_gmt":"2017-05-14T22:42:50","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30783"},"modified":"2017-05-29T11:16:59","modified_gmt":"2017-05-29T09:16:59","slug":"il-divorzio-delle-identita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30783","title":{"rendered":"Il divorzio delle identit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SENSO COMUNE<\/strong><\/p>\n<p><strong>*****<\/strong><\/p>\n<p><strong>Una premessa introduttiva<\/strong><\/p>\n<p><em>Articolo interessante di SENSO COMUNE, apologetico del &#8216;populismo&#8217; come reazione necessaria al fenomeno della globalizzazione, ma a tratti anche molto discutibile. Riporto alcune osservazioni a mio avviso essenziali prima dell&#8217;articolo vero e proprio:<\/em><\/p>\n<p><strong>1. Ritorna qui la classica idea post-fordista (negriana) per cui il lavoro si sarebbe estinto, concetto che ormai sappiamo non appare del tutto realistico<\/strong>. Il lavoro nel complesso diminuisce, ma nel frattempo si intensifica il suo sfruttamento nei segmenti produttivi che sopravvivono e che rimangono attivi, sia in Italia, sia in quello italiano delocalizzato all&#8217;estero. Vero \u00e8 per\u00f2 il fatto che si debba fare sempre di pi\u00f9 i conti con un <strong>&#8220;esercito industriale di riserva&#8221;<\/strong> (o temporaneamente disoccupato) italiano e straniero immigrato. Ma, anche in questo senso, l&#8217;affermazione che il lavoro sia scomparso non corrisponde al vero.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 <strong>&#8220;l&#8217;esercito industriale di riserva&#8221; \u00e8 totalmente funzionale all&#8217;attuale produzione e al lavoro sfruttato<\/strong> proprio perch\u00e9 potenzialmente sempre disponibile, e quindi &#8216;pronto all&#8217;uso&#8217;. Perci\u00f2 la forza lavoro disoccupata <strong>NON<\/strong> \u00e8 un oggetto che rimane al di fuori del lavoro stesso, e le due condizioni (disoccupato\\occupato) vanno considerate piuttosto come l&#8217;una la componente imprescindibile dell&#8217;altra.<\/p>\n<p><strong>2.<\/strong>\u00a0<strong>Anche l&#8217;idea che non esistano pi\u00f9 le classi<\/strong> <strong>e che si debba ricorrere alla categoria di un &#8220;popolo&#8221; rarefatto, indistinguibile, diventa anch&#8217;esso poco realistico.<\/strong> Rimangono tutta una serie di tipologie ancora tradizionali che coinvolgono dipendenti pubblici, privati, subordinati, imprenditori, liberi professionisti, precari, artigiani, ecc.\u00a0Se mai \u00e8 vero che, a partire dalle riforme Treu e Biagi, sono prolificate le tipologie di contratto; sono aumentate le dicotomie tra giovani e pensionati, dipendenti precari e dipendenti con il posto fisso; \u00e8 aumentata la terziarizzazione delle imprese e degli appalti. E questo ha sicuramente comportato una maggiore disarticolazione della societ\u00e0.<\/p>\n<p>Sono stati progressivamente smantellati i contratti nazionali, che tendono ad essere sostituiti e svuotati da protezioni sempre pi\u00f9 circoscritte e personalizzate. Tuttavia, il free lance, la start up, il lavoro individuale, rimangono delle mere illusioni, false categorie che andrebbero ricollocate piuttosto in gruppi pi\u00f9 ampi oggettivamente riconoscibili.<\/p>\n<p>Di fatti, lungi dall&#8217;essere state eliminate le peculiarit\u00e0 che, viceversa, contraddistinguono ancora le classi tutt&#8217;ora esistenti, bisogna sforzarsi di rintracciarle in quanto servono a descriverle. Basti pensare, ad esempio, alla <strong>differenza di accesso al credito<\/strong> tra una PMI e la grande industria; oppure i cos\u00ec\u00a0<strong>diversi regimi di tassazione<\/strong>\u00a0che, per esempio, si alleggeriscono per la multinazionale straniera, mentre mettono completamente sotto attacco la piccola impresa e la partita iva.<\/p>\n<p>Occorre fare ricorso piuttosto all&#8217;idea di <strong>pluri-classismo<\/strong>, abbandonando della &#8216;sinistra storica&#8217; (certamente criticata dall&#8217;articolo di SENSO COMUNE) il punto di vista di un unico soggetto politico riformista, che tradizionalmente si identificava in quello del proletariato. In quanto solo un&#8217;alleanza tra pi\u00f9 ceti (insieme alla piena applicazione della <em>Costituzione<\/em> del &#8217;48) pu\u00f2 creare, nelle attuali circostanze, la premessa ideologica capace di sostenere lo Stato nel suo compito di disciplina e di regolamentazione del capitale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>3. <\/strong>In questo senso, e qui ci troviamo d&#8217;accordo,<strong> l&#8217;articolo valorizza allora l&#8217;idea di &#8216;populismo&#8217; come vecchio\\nuovo modo di ri-costruire l&#8217;identit\u00e0 politica in lotta. \u00a0Quindi, &#8216;popolo&#8217; si, per cultura, tradizioni, e storia;<\/strong>\u00a0&#8216;<strong>popolo sovrano&#8217;, si,<\/strong> che deve recuperare il controllo della democrazia esautorata da organismi transnazionali come la commissione europea. <strong>Viceversa, dal punto di vista economico e sociologico, secondo noi \u00e8 un grosso errore abbandonare la categoria di &#8216;classe&#8217;,<\/strong>\u00a0che non rimuove, ma al contrario arricchisce e distingue, anche nelle sue singole parti, quella pi\u00f9 complessiva di <strong>&#8216;popolo&#8217;<\/strong>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>*******<\/strong><\/p>\n<p><strong><em>\u2026di come si modellano le identit\u00e0 nel ventunesimo secolo. Cosa rimane di classi, popolo e sinistra?<\/em><\/strong><\/p>\n<p><em>Chiunque in Italia si definisca \u2013 genericamente o meno \u2013 di sinistra, \u00e8 certo che abbia passato gli ultimi anni afflitto da un continuo senso di frustrazione.<\/em> Senso di frustrazione probabilmente aumentato dai successi che, invece, nuovi movimenti e nuovi modi di fare politica, popolari e partecipati, hanno conquistato nei propri paesi: ieri in Spagna, oggi in Francia, il consenso delle classi popolari \u00e8 riuscito a riappacificarsi, in maniera ampia e netta, con chi vuole riorganizzarne il protagonismo sulla scena politica.<\/p>\n<p>Cosa ci sfugge, cosa non riusciamo a comprendere di questo \u201cmomento populista\u201d che sta attraversando (nel bene e nel male) tutta Europa e anche la societ\u00e0 italiana? Probabilmente anche in Italia \u00e8 arrivato il momento di liberarci di alcune \u201ccertezze\u201d che hanno reso grande il Novecento e la storia del nostro paese, ma che oggi pesano come macigni sulla nostra capacit\u00e0 di saper intercettare ed organizzare il consenso popolare.<\/p>\n<p>Due sono le questioni che mi sembrano centrali a tal fine: innanzitutto, comprendere come nell\u2019Italia (ma, pi\u00f9 in generale, nell\u2019Europa e nel mondo occidentale) del ventunesimo secolo si sviluppino e compongano le identit\u00e0 collettive ed individuali che nelle nostre analisi \u201cclassiche\u201d sembrano saldamente \u201cimmutabili\u201d; successivamente, e nel merito del nostro paese, capire che tipo di discorso politico sia necessario utilizzare, da parte di chi si ponga l\u2019obiettivo di un cambiamento radicale, democratico, progressista, per intercettare (ed egemonizzare) i gruppi sociali che su tali identit\u00e0 si formano.<\/p>\n<p>In questo scritto affronter\u00f2 il primo tema, quello dell\u2019articolazione delle identit\u00e0 nell\u2019attuale fase di sviluppo del capitalismo, che mi sembra preliminare rispetto all\u2019individuazione di qualsiasi proposta\/pratica politica che voglia essere efficace rispetto all\u2019aggregazione di consenso: se non riusciamo a comprendere come, oggi, funzionino i meccanismi di identificazione di coloro che compongono le classi popolari, non possiamo certo aspirare alla costruzione di una proposta politica che tali identit\u00e0 aspiri a rappresentare (nel senso non tanto descrittivo quanto piuttosto, come vedremo, conformativo).<\/p>\n<p>Non che un tale tipo di analisi sia nuova: uno dei punti di svolta dato dal pensiero marxista al movimento operaio \u00e8 stata proprio la \u201cscoperta\u201d dell\u2019identificazione, della coscienza di classe come elemento necessario per la presa del potere e, quindi, per il superamento del capitalismo. Solo nel momento in cui la classe operaia operava il proprio riconoscimento, da un lato quale strumento attraverso cui il capitale estraeva plusvalore, dall\u2019altro quale gruppo in grado di ribaltare il sistema produttivo, era possibile operare un cambiamento rivoluzionario.<\/p>\n<p>Ma era soprattutto con Antonio Gramsci, con la proposizione della questione dell\u2019egemonia culturale, che il tema dell\u2019identificazione, al di l\u00e0 della propria condizione lavorativa e come frutto del discorso politico egemone nella societ\u00e0, assumeva centralit\u00e0: non bastava pi\u00f9 la presa di coscienza da parte dei lavoratori salariati della propria condizione di classe per il superamento del capitalismo, ma era anche necessario che la classe operaia, attraverso la mediazione del partito, delle istituzioni e degli intellettuali, fosse in grado di rinunciare a una visione \u201ccorporativa\u201d, allargando cos\u00ec la propria area di influenza e il proprio consenso ad altri gruppi subalterni e costruendo egemonicamente il proprio \u201cpunto di vista\u201d attraverso una fusione degli obiettivi economici, politici, intellettuali e morali di larga parte della societ\u00e0 che sostituisse l\u2019orientamento borghese.<\/p>\n<p>L\u2019analisi di Gramsci introduceva, cio\u00e8, un elemento (lo definisco con una lettura assolutamente contemporanea) \u201cdiscorsivo\u201d, capace di creare identificazione: oltre a quello materiale, tipico della classe operaia e derivante dalla propria condizione lavorativa (che ti permetteva di riconoscerti come classe) era necessario, mediante un sapiente utilizzo di discorso politico, istituzioni (scuola, religione ecc.) e lavoro culturale, creare un\u2019identificazione pi\u00f9 ampia (che io qui definisco di popolo) che permettesse almeno alla maggioranza della popolazione lavoratrice, in quanto comunque sfruttata pur se non nella posizione di influire (come gli operai) sul sistema produttivo, di riconoscere la necessit\u00e0 del superamento del capitalismo e di allearsi con il movimento operaio.<\/p>\n<p>Questa \u2013 felice \u2013 intuizione \u00e8 quella che, sviluppata, ha permesso ai\/alle comunisti\/e dell\u2019Italia del dopoguerra di avere un ruolo senza uguali nella storia repubblicana (pur senza mai centrare il governo del paese): si pensi all\u2019investimento del PCI di Togliatti, soprattutto attraverso il ruolo di editoria, giornali, intellettuali (esemplare la costruzione del mito, italiano e contadino, del sacrificio dei fratelli Cervi) sulla costruzione di un\u2019identit\u00e0, antifascista e lavoratrice, del popolo italiano quale sintesi e inglobamento della divisione operai\/contadini, citt\u00e0\/campagne, nord industriale\/sud agricolo.<\/p>\n<p>In un certo senso, la capacit\u00e0 del Partito Comunista Italiano dei decenni del dopoguerra \u00e8 consistita proprio in questo: l\u2019aver colto (o, probabilmente, l\u2019aver saputo combinare) la coincidenza in quell\u2019Italia tra un\u2019identit\u00e0 \u2013 forte \u2013 di classe (specialmente nelle grandi citt\u00e0 e nelle zone industriali), un\u2019identit\u00e0 di popolo derivante da un discorso politico (quello dell\u2019immediato dopoguerra) fortemente progressista e rivolto alla costruzione del futuro e, aggiungo infine, un\u2019identit\u00e0 ideologica, di sinistra e comunista, che tali esigenze rappresentava.<\/p>\n<p>Succede poi che, arrivati nell\u2019ultima parte del secolo scorso, tale \u201cincantesimo\u201d abbia iniziato a scricchiolare: la coincidenza tra questi tre aspetti di espressione dell\u2019identit\u00e0 (e in generale la capacit\u00e0 di formazione di tale identit\u00e0) non \u00e8 pi\u00f9 stata uguale a prima e tali trasformazioni hanno travolto, ed anzi capovolto, come \u00e8 ben evidente, la capacit\u00e0 analitica e rappresentativa della sinistra rispetto a lavoratori\/lavoratrici e popolo (uso qui il termine in senso lato):<\/p>\n<p>Mi sembra che tale rovesciamento possa essere imputato specialmente alla combinazione di questi tre fattori:<\/p>\n<ol>\n<li><strong>il cambiamento del modello produttivo e di organizzazione del lavoro<\/strong>: su tali trasformazioni del mondo del lavoro \u00e8 stato gi\u00e0 detto moltissimo. Ai nostri fini, \u00e8 sufficiente che esse siano citate per sottolineare la difficolt\u00e0 che l\u2019identificazione di classe, intesa appunto come identificazione nelle proprie condizioni materiali, incontra in un modello produttivo in cui si tendono a cancellare i luoghi di lavoro comunitari \u2013 e con essi il confronto e il riconoscimento tra soggetti che condividono la stessa situazione \u2013 in favore di un\u2019atomizzazione dei luoghi produttivi. Se nel secolo passato l\u2019identificazione nel proprio lavoro, assieme a quella comunitaria, era praticamente \u201cnaturale\u201d (tanto che i singoli soggetti identificavano praticamente l\u2019interezza della propria esistenza con la propria condizione sociale), oggi, in un contesto di lavori precari e solitari, \u00e8 sempre pi\u00f9 difficile che le persone si identifichino nella propria condizione lavorativa, che vivono magari come contingente, instabile e frustrante, quanto piuttosto in identit\u00e0 basate su altri elementi.<\/li>\n<li><strong>la \u201cscomparsa\u201d del lavoro<\/strong>: tale fattore va inteso su una doppia direttrice, materiale e di rappresentazione. Da un lato, la \u201cscomparsa\u201d materiale del lavoro dovuta all\u2019evoluzione tecnologica (sviluppo industria 4.0 ecc.), sebbene per ora pi\u00f9 in nuce che altro, impone di ripensare non solo i meccanismi di redistribuzione del reddito ma anche, e forse soprattutto, di capire come i meccanismi di identificazione e di inserimento delle persone nella societ\u00e0, in mancanza di un ruolo lavorativo stabile, si modifichino. Dall\u2019altro, poi, la scomparsa della rappresentazione pubblica del mondo del lavoro (nel mondo politico e nel mondo della comunicazione) comporta, nel contesto attuale, la difficolt\u00e0 di un immediato riconoscimento pubblico e collettivo del proprio ruolo lavorativo, relegato alla sfera privata.<\/li>\n<li><strong>L\u2019espansione dei media e dei social network:<\/strong> \u00e8 questo uno dei fattori che con pi\u00f9 forza ha inciso sul cambiamento dei meccanismi di identificazione, individuale e collettiva, delle persone: la mediatizzazione permanente in cui tutti siamo immersi, in particolar modo dopo l\u2019avvento dei social network, ha capovolto completamente la percezione e la costruzione della propria identit\u00e0 e del proprio ambiente di riferimento. Se infatti nel corso dei secoli passati, almeno sino gli anni 60-70 del Novecento, le persone potevano sperimentare fondamentalmente due tipi di comunit\u00e0 su cui modellare la propria identit\u00e0 e la propria percezione di s\u00e8 \u2013 lavoro e famiglia (allargata) -, le trasformazioni conseguenti allo sviluppo delle tecnologie della comunicazione hanno contribuito ad allargare enormemente il proprio \u201cspazio di manovra\u201d, facendo s\u00ec che ognuno sperimentasse una \u201crealt\u00e0\u201d molto pi\u00f9 larga di quanto si potesse immaginare qualche decennio fa.<\/li>\n<\/ol>\n<p>In questo senso, \u00e8 paradossalmente oggi pi\u00f9 facile costruire la propria identit\u00e0 in opposizione, o in accordanza, a esperienze mai realmente sperimentate nel mondo fisico, ma che incontriamo in quello virtuale, ormai parte del reale a tutti gli effetti, piuttosto che sulle esperienze affrontate quotidianamente, le quali hanno invece meno impatto, sulla costruzione dell\u2019immaginario collettivo di quanto non avessero un tempo.<br \/>\nL\u2019influenza, prorompente, dei fattori citati ha avuto un effetto che potremmo definire devastante sull(e) organizzazione\/i e sulla rappresentazione delle classi popolari: <strong>l\u2019impossibilit\u00e0 di riconoscersi in una classe sociale da cui trarre la propria identificazione<\/strong> e il proprio ruolo nella societ\u00e0 contemporanea (e nel suo superamento); <strong>l\u2019impossibilit\u00e0, ancora, di riconoscersi in prospettive di superamento dell\u2019attuale modello proposto dalla sinistra storica<\/strong>, vuoi perch\u00e9 gran parte di essa gi\u00e0 dagli anni \u201990 ha abbandonato ogni velleit\u00e0 di cambiamento e di rafforzamento dei ceti pi\u00f9 deboli, vuoi perch\u00e9 si \u00e8 continuato ad identificare gruppi che non si (auto)identificavano pi\u00f9, ha portato alla completa scomparsa dall\u2019orizzonte popolare di un\u2019opzione politica che si prefigga l\u2019obiettivo del cambiamento economico e sociale, della liberazione del lavoro, della democratizzazione (radicale) della politica e dell\u2019economia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ed eccoci ritornati all\u2019Italia del 2017, alle domande iniziali su che tipo (tipi) di identit\u00e0 possediamo oggi, come si costruiscano e modifichino.<\/p>\n<p>Mi sembra abbastanza evidente che, oggi, per ricostruire un\u2019opzione politica (anche solo genericamente) progressista o addirittura socialista, non ci si possa basare, per quanto detto, su una diretta identificazione di classe, fosse pure ridefinendo la composizione di classe in modo diverso ed ulteriore rispetto alla classe operaia di marxiana memoria. E ci\u00f2 non tanto perch\u00e9 le classi sociali non si siano modificate in conseguenza dello sviluppo tecnologico e produttivo (ci\u00f2 che, naturalmente, \u00e8 successo, anche se forse in misura minore di quanto si tenda a propagandare) ma perch\u00e9, come abbiamo gi\u00e0 detto, non \u00e8 pi\u00f9 il lavoro ad identificare in via immediata e diretta l\u2019identit\u00e0 del soggetto, individuale e collettivo.<\/p>\n<p>Mi sembra, dunque, uno sforzo vano cercare la \u201csostituzione\u201d della classe dei lavoratori salariati (che continua ad esistere e che continua, a mio parere, ad essere snodo fondamentale dell\u2019accumulazione del capitale) con un diverso blocco sociale fisso, sia esso il \u201ccognitariato\u201d o il popolo inteso come sommatoria di classi sociali, alleanza tra lavoratori salariati e piccoli produttori, semplicemente perch\u00e9 non sono questi i gruppi in cui le persone oggi si identificano immediatamente e direttamente, sui quali costruiscono identit\u00e0 fisse e immutabili nel corso della propria esistenza e replicabili in diversi territori e alle quali si debba fornire diretta espressione politica.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, il nostro sforzo dovrebbe essere quello di individuare gli attuali modi di formazione delle identit\u00e0, e da qui ripartire per cercare di organizzare chi fa parte delle classi pi\u00f9 basse in una prospettiva radicale e progressista. Come anticipato in precedenza, la comunicazione svolge un ruolo predominante nell\u2019odierna societ\u00e0 dello spettacolo ed \u00e8 da ritenere come mezzo fondamentale per la costruzione di identit\u00e0 (sia ben chiaro, precarie nel tempo e anche territorialmente limitate) cos\u00ec come del discorso politico (in senso lato) egemone nella societ\u00e0.<\/p>\n<p>\u00c8 ci\u00f2 che, anche qui sopra parlando di Gramsci, ho chiamato identit\u00e0 popolare e che, per poter essere una categoria a noi utile, non deve sostituire l\u2019identit\u00e0 di classe basata sulla struttura economica, ma deve riferirsi alle identit\u00e0 collettive che si costruiscono attorno alla linea di separazione egemone della societ\u00e0 in un dato momento. Identit\u00e0 non fisse, in quanto al superamento dell\u2019egemonia di un discorso corrisponde la formazione di una diversa identit\u00e0 collettiva predominante; identit\u00e0 che, tuttavia, meglio si attanagliano alla fluidit\u00e0 dei tempi presenti, che ci hanno lasciato senza parole capaci di affrontarli e sovvertirli.<\/p>\n<p>\u00c8 della formazione e del susseguirsi di tali identit\u00e0, della costruzione di un discorso politico in grado di costruire consenso nei nostri fluidi tempi interessanti, che si occupa il populismo.<strong> Chiamiamo populismo, cio\u00e8, quella pratica politica che, basandosi su un elemento discorsivo che si propone di fungere da linea di frattura egemone nella societ\u00e0, crea identit\u00e0 popolari in cui si riconosce un\u2019ampia collettivit\u00e0;<\/strong> pratica che \u00e8 oggi probabilmente l\u2019unica in grado, ruotando attorno al perno, fondamentale nella contemporanea epoca di mediatizzazione permanente, dell\u2019egemonia del messaggio e del discorso politico, di permetterci di incidere sulla costruzione di identit\u00e0 collettive.<\/p>\n<p>In questo senso, il populismo, non avendo in-s\u00e8 alcuna posizione di merito sul cambiamento o il mantenimento dei rapporti sociali, deve essere considerata una pratica neutra, utile al pari a costruire identit\u00e0 progressiste, reazionarie e anche conservatrici (v. caso Macron in Francia), ma necessaria per poter partecipare, come detto, a ci\u00f2 che costituisce il primo fondamento di riaggregazione nella nostra societ\u00e0 atomizzata, ovvero la costruzione di identit\u00e0 collettive popolari.<\/p>\n<p><strong>Senza identit\u00e0, non ci pu\u00f2 essere organizzazione politica, non ci pu\u00f2 essere coscienza collettiva<\/strong>. Se vogliamo fare politica, se vogliamo, ancora, cambiare questa societ\u00e0 e questo modello economico basati sullo sfruttamento, dobbiamo ripartire da quelle che sono, e da come si formano, le identit\u00e0 nel nostro tempo presente. Se noi non lo facciamo, se noi abbandoniamo questo campo di battaglia, saranno altri ad imporre una linea di frattura egemone attorno cui costruire le identit\u00e0, una linea che taglier\u00e0 inevitabilmente il campo degli sfruttati e non una che lo divider\u00e0 da quello degli sfruttatori.<\/p>\n<p>\u00c8 arrivato dunque il momento, di iniziare anche noi, in Italia, ad elaborare un discorso politico in grado di partecipare al \u201cgioco\u201d populista, per riniziare a riaggregare, per ripoliticizzare il senso comune in senso egualitario, per la democrazia radicale nella politica, nell\u2019economia, nella produzione.<\/p>\n<p>Studiamo il senso comune, capiamo qual \u00e8 oggi la frattura della societ\u00e0 egemone, cerchiamo di individuare quella che, attraverso una risignificazione politica, possa diventarlo in un\u2019ottica di costruzione del consenso attorno al superamento delle disuguaglianze.<\/p>\n<p>Auspico che sar\u00e0 questa l\u2019analisi a tenerci impegnati nei prossimi mesi, la discussione sul tema centrale della costruzione del discorso politico (potenzialmente) egemone e dei mezzi per diffonderlo.<\/p>\n<p>Ce lo dobbiamo. Lo dobbiamo all\u2019Italia, alla sua storia, al suo presente e al suo futuro.<\/p>\n<p><strong>Fonte:<a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/claudia-candeloro\/divorzio-delle-identita\/\">http:\/\/www.senso-comune.it\/claudia-candeloro\/divorzio-delle-identita\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SENSO COMUNE ***** Una premessa introduttiva Articolo interessante di SENSO COMUNE, apologetico del &#8216;populismo&#8217; come reazione necessaria al fenomeno della globalizzazione, ma a tratti anche molto discutibile. Riporto alcune osservazioni a mio avviso essenziali prima dell&#8217;articolo vero e proprio: 1. Ritorna qui la classica idea post-fordista (negriana) per cui il lavoro si sarebbe estinto, concetto che ormai sappiamo non appare del tutto realistico. 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