{"id":30905,"date":"2017-05-20T10:00:12","date_gmt":"2017-05-20T08:00:12","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30905"},"modified":"2017-05-18T23:43:26","modified_gmt":"2017-05-18T21:43:26","slug":"globalisti-contro-sovranisti-un-conflitto-tutto-interno-alle-classi-dominanti-2a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30905","title":{"rendered":"Globalisti contro sovranisti. Un conflitto tutto interno alle classi dominanti (2a parte)"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA RETE<\/strong><\/p>\n<p><strong>Paolo di Lella intervista Stefano G. Azzar\u00e0.<\/strong><\/p>\n<p><em>Ancora sul fenomeno cosiddetto &#8220;populista&#8221;. Dopo le interviste, pubblicate sui numeri di dicembre e gennaio, a Fulvio Scaglione, Carlo Formenti, Marcello Foa e Giulietto Chiesa, questo mese, in esclusiva per i nostri lettori, affrontiamo lo stesso tema con Stefano Azzar\u00e0, docente di Filosofia moderna presso l\u2019Universit\u00e0 di Urbino e autore del volume &#8220;Democrazia cercasi&#8221;.<\/em><\/p>\n<p><em><strong>Paolo di Lella: La critica della globalizzazione capitalista \u00e8 stata sempre una prerogativa della sinistra, per lo meno fino a quando si \u00e8 conclusa l&#8217;esperienza del Social Forum. Oggi siamo al punto che personalit\u00e0 autorevoli della sinistra storica iniziano a tifare per Trump e a invocare la discesa in campo di un &#8220;uomo forte&#8221;&#8230;<\/strong><\/em><\/p>\n<p><strong><em>Azzar\u00e0<\/em><\/strong>: Non sono d&#8217;accordo su questa premessa. Non c&#8217;\u00e8 bisogno di tornare a Marx ed Engels e al Manifesto, con la sua elegia della globalizzazione (che si contrapponeva all\u2019atteggiamento di molti socialisti piccolo-borghesi o nostalgici del feudalesimo). In realt\u00e0 la critica della globalizzazione \u00e8 stata sin dalla prima met\u00e0 del XX secolo un argomento della destra europea, la quale nella tendenza alla globalizzazione descritta come spinta verso lo Stato Mondiale o l\u2019Impero ha individuato una messa in discussione del primato europeo e della storicit\u00e0 differenziata e stratificata dell&#8217;Europa, culla della civilt\u00e0 in contrapposizione alla barbarie dei sottouomini delle colonie in rivolta ma anche all\u2019&#8221;artificiale&#8221; rappresentato dagli Stati Uniti o dalla Russia bolscevica. Penso a Heidegger e Schmitt in primo luogo. Dopo la Seconda guerra mondiale e ancora negli anni Ottanta e Novanta, la critica dell&#8217;estrema destra di ispirazione neonazista al \u201cmondialismo&#8221; \u00e8 esplicita. \u00c8 in quell\u2019ambiente che vanno rintracciati i prodromi dell\u2019attuale rivolta \u201cpopulistica&#8221; di ispirazione eurasiatista, ad esempio.<\/p>\n<p>Nei Social Forum io all\u2019epoca ho visto un&#8217;altra cosa, invece. Non ho mai visto nessun \u201cNo Global&#8217;. Ho visto invece da un lato tantissimi &#8216;S\u00ec Global&#8217;, ovvero tantissimi fautori di una globalizzazione ancora pi\u00f9 spinta. Che pretendevano una totale liberalizzazione dei movimenti delle persone e della circolazione delle idee, criticando le restrizioni dovute alla direzione capitalistica della globalizzazione stessa da parte delle Corporations. Era una posizione nella quale c\u2019era qualcosa di buono, perch\u00e9 si teneva ferma l&#8217;esigenza della costruzione del genere e si sviluppava una critica della sua amministrazione capitalistica. Tuttavia era anche una posizione ingenua, perch\u00e9 la globalizzazione del genere deve comunque avere a che fare con il commercio internazionale e la liberalizzazione degli scambi.<\/p>\n<p>Mentre invece &#8211; e qui entra in gioco la seconda componente, quella luddista &#8211; i Social Forum pretendevano di coniugarla con la negazione dello sviluppo delle forze produttive, con la decrescita, con la piccola produzione locale e artigianale. E con la negazione del ruolo dello Stato nazionale come degli organismi sovranazionali e regionali, immaginando una rete di produttori indipendenti in armoniosa cooperazione, secondo un sogno anarco-proudhoniano di esodo.<\/p>\n<p>In questo modo, per questa ingenuit\u00e0, \u00e8 stata completamente mancata la questione di una reale democratizzazione degli organismi sovranazionali, che a sua volta si sarebbe potuta porre per\u00f2 solo a partire da un riconoscimento del ruolo ancora persistente degli Stati nazione. Tutto ci\u00f2 ha lasciato un vuoto spaventoso, che la critica della globalizzazione da destra ha provveduto a riempire. \u00c8 qualcosa di simile a quanto \u00e8 accaduto nella Germania di Weimar. Quando la sinistra ha sottovalutato clamorosamente la questione nazionale, rispetto alla quale era la pi\u00f9 titolata a intervenire, lasciando campo aperto alle destre.<\/p>\n<p>All\u2019epoca, Karl Radek fu uno dei pochi comunisti che negli anni Venti compresero la lezione leninista sul nesso tra questione nazionale e questione sociale. Proprio la scarsa ricezione della sua linea, in un contesto politico e ideologico ancora fortemente influenzato dal luxemburghismo, spalanc\u00f2 le porte all&#8217;egemonia dell\u2019estrema destra sulla piccola borghesia tedesca. La situazione oggi \u00e8 completamente diversa, ovviamente, perch\u00e9 anche se avessimo le migliori posizioni soggettive manco esistiamo. Per\u00f2 le sue parole possono essere ancora di utile orientamento. Ma quando Radek parla dei tedeschi come di un \u00abpopolo che fa parte della famiglia dei popoli che lottano per la propria liberazione\u00bb e esalta la \u00ablibert\u00e0 di tutti coloro che lavorano e soffrono in Germania\u00bb, troviamo formule decisive per distinguere l&#8217;internazionalismo universalista e il mondialismo anti-imperialistico del leninismo dal mero sovranismo piccolo-borghese come dal cosmopolitismo astratto.<\/p>\n<p>Sono parole pronunciate da Radek tre anni dopo aver stroncato la frazione cosiddetta &#8220;na-zional-bolscevica&#8221; di Amburgo (esecrata da Lenin nell\u2019Estremismo), gli equivalenti di quei rozzo-bruni che oggi vorrebbero fare il \u201cfronte comune anticapitalista oltre destra e sinistra&#8221;. Ieri come oggi, nella contestazione dei processi di globalizzazione le destre fanno certamente leva sulle contraddizioni e i disagi sociali che essi provocano, ma lo fanno con l\u2019obietttivo chiarissimo di una contestazione della costruzione del genere umano e della riaffermazione del primato bianco e euro-occidentale. In queste aree politiche comincia gi\u00e0 adesso a farsi strada una rivendicazione aperta del diritto dell\u2019Europa alla ricolonizzazione del mondo, a partire dall\u2019Africa. Per il momento c&#8217;\u00e8 ancora qualche remora ad affrontare questo tabu. Ma se il linguaggio razziale non \u00e8 praticabile, esso viene metaforizzato nel senso delle differenze culturali.<\/p>\n<p>Di fronte a questa ripresa delle destre, la sinistra \u00e8 impotente perch\u00e9 assente. La sinistra non ha ancora smaltito la sconfitta di sistema della fine della Guerra Fredda, sebbene in molti casi non voglia ammetterlo. Percepisce vagamente gli errori commessi in questi decenni ma ormai \u00e8 troppo tardi. Ed ecco che di fronte a certi argomenti &#8220;sociali&#8221; \u00e8 esposta all\u2019egemonia delle destre. Cos\u00ec come negli anni passati \u00e8 stata completamente egemonizzata dalla narrazione neoliberale, oggi \u00e8 succube della revanche piccolo borghese. L&#8217;attrazione verso Trump, o Putin, l&#8217;esigenza di un uomo forte che magicamente risolva ogni contraddizione e indichi la via giusta, \u00e8 in questo senso la compensazione proiettiva di una impotenza acquisita, rispetto alla quale non sembra esserci via d\u2019uscita. Del resto, questo atteggiamento codista \u00e8 favorito da decenni di politica neobonapartista, la quale in Italia \u00e8 stata sperimentata proprio a sinistra. Penso all\u2019uso disinvolto del maggioritario, o al mito delle primarie e della leadership carismatica, tutte cose che chiamano in causa responsabilit\u00e0 precise dell\u2019estrema sinistra.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>Quali dovrebbero essere le parole d\u2019ordine di una sinistra autonoma che si ponga l&#8217;obiettivo di recuperare il consenso popolare &#8211; il popolo della Rust Belt, per capirci &#8211; senza tuttavia cedere alle debolezze nostalgiche di un ritorno al protezionismo?<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Il segreto della democrazia moderna \u00e8 nell\u2019unit\u00e0 conseguita dalle classi subalterne in un secolo e mezzo di storia. Ceti sociali dispersi e debolissimi nel XIX secolo, attraverso il conflitto sono riusciti ad affermare la propria dignit\u00e0, tanto che il primo aspetto della lotta di classe consiste in una lotta per il riconoscimento della comune umanit\u00e0. Ma i deboli possono difendersi dai forti e sconfiggerli solo se uniscono le proprie debolezze. La crisi della democrazia moderna, che \u00e8 la crisi di un riequilibrio sociale avvenuto appunto nell&#8217;interesse dei pi\u00f9 deboli (i pi\u00f9 forti non hanno bisogno della democrazia), \u00e8 di conseguenza proprio la frantumazione di quella unit\u00e0. Una frantumazione che \u00e8 avvenuta nel corso di due o tre decenni.<\/p>\n<p>La prima cosa da fare perci\u00f2 \u00e8 capire dove siamo, capire che usciamo da una sconfitta storica e che alla fine degli anni Ottanta \u00e8 iniziata una fase di resistenza e di ritirata strategica che durer\u00e0 per decenni. Non c\u2019\u00e8 nessuna ragione di credere che il compito che abbiamo davanti &#8211; che \u00e8 un compito obbligato e che consiste nel riunire ci\u00f2 che \u00e8 stato diviso, nel perseguire una nuova unit\u00e0 che, sola, pu\u00f2 consentirci di difenderci &#8211; possa richiedere meno tempo di quanto non ne abbia gi\u00e0 richiesto nell\u2019epoca della costruzione del movimento operaio. In questo senso, dobbiamo ripercorrere oggi, in condizioni diverse, quanto \u00e8 stato fatto dai nostri progenitori politici. E per far ci\u00f2 dobbiamo prendere atto che siamo di fronte a un compito di lunga durata, il cui contenuto \u00e8 la ricucitura del mondo del lavoro e di un\u2019alleanza di ceti sociali attorno ad esso.<\/p>\n<p>\u00c8 un compito che richieder\u00e0 20 o 30 anni, sempre che partiamo subito, e che comporter\u00e0 un massiccio lavoro culturale, sindacale e politico che sar\u00e0 per un lungo tratto oscuro e misconosciuto. Ma se questa \u00e8 la prospettiva che abbiamo di fronte, l\u2019ultima cosa che dobbiamo fare \u00e8 disperderci in quello che \u00e8 ormai lo sport nazionale della sinistra in Italia: la preparazione delle liste elettorali. Finch\u00e9 la misurazione elettoralistica della nostra impotenza sar\u00e0 l\u2019ossessione pressoch\u00e9 unica della sinistra &#8211; e dunque finch\u00e9 due o tre generazioni non avranno passato la mano &#8211; non ci sar\u00e0 tempo e non ci saranno energie sufficienti per occuparci di quello che \u00e8 invece il compito principale ma che viene sempre rimandato.<\/p>\n<p>Per il resto, si tratta di fare il mestiere della sinistra riscoprire la centralit\u00e0 del lavoro e riscoprire il fatto che le classi sociali esistono, che esse sono in conflitto perch\u00e9 alcune sono pi\u00f9 forti e altre pi\u00f9 deboli -altro che \u201cpopolo&#8221; indifferenziato nel quale tutte le vacche sono nere&#8230; &#8211; e sono la dimensione fondamentale dei processi in atto. Tutto il resto \u00e8 importante, certamente, e anche le elezioni lo sono; ma nulla ha senso se non a partire da ci\u00f2, da questo preliminare lavoro di radicamento.<\/p>\n<p>In che modo, ad esempio, mettersi tutti dietro a D&#8217;Alema dovrebbe modificare in senso progressivo i rapporti di forza nella societ\u00e0 e dare finalmente un programma condiviso e sensato a chi sinora non \u00e8 mai riuscito nemmeno a capire cosa vuole dalla vita, conciliando strategie che sono sempre state opposte nel nome del comune interesse al superamento del quorum? Lo abbiamo gi\u00e0 fatto innumerevoli volte e ogni volta ci siamo divisi il giorno dopo: non funziona. Le camarille come quella di D&#8217;Alema e Vendola, da questo punto di vista, sono semmai proprio quegli incomprensibili marchingegni che spingono la sinistra dispersa a esprimere la propria frustrazione votando i grillini o astenendosi.<\/p>\n<p>Mi chiedo: quale essere senziente, dopo aver ripetutamente verificato nel corso di 20 anni di merda che nei vigenti rapporti di forza un determinato percorso politico, magari sensato in altre epoche, non offre altro sbocco se non &#8211; di compromesso al ribasso in compromesso al ribasso -un ulteriore slittamento a destra, si ostina a ripetere il medesimo errore ad ogni nuovo baluginare delle elezioni, sbavando cupido al pensiero dello scranno e ratto rimuovendo ogni accenno di autocritica formulato dopo l&#8217;ultimo recentissimo fallimento, perch\u00e9 tanto \u201cnon c&#8217;\u00e8 alternativa&#8221;? \u00c8 anche a partire da questo contesto che va spiegato il successo del Movimento 5 Stelle.<\/p>\n<p>Scorciatoie perci\u00f2 non ce ne sono, con i baffi o senza. Se non facciamo i conti con la realt\u00e0 e con noi stessi &#8211; Europa, migrazioni, capitale e lavoro, fisco e Welfare &#8211; nemmeno Togliatti redivivo potrebbe salvarci, altro che D&#8217;Alema. Non siamo pi\u00f9 espressione di bisogni e interessi sociali reali. Un&#8217;epoca \u00e8 finita per sempre. Finch\u00e9 non riusciremo ad esserlo, stiamo a casa che \u00e8 meglio. La fiducia e il consenso si riguadagnano con un umile lavoro di ricucitura di lunga durata, non giocando a risiko a tavolino. Tutto ci\u00f2 spiace assai, perch\u00e8 dio sa quanto sarebbe necessario un processo di convergenza a sinistra. Ma un processo serio, programmatico e ancorato a dei referenti sociali reali, non questi trucchetti da ceto politico che riproduce se stesso.<\/p>\n<p>Il problema a questo punto \u00e8 un altro. Quasi 30 anni di maggioritario hanno devastato i partiti politici, che gi\u00e0 non se la passavano particolarmente bene. Adesso abbiamo un accenno di proporzionale che non solo \u00e8 virtuale (la spinta alle coalizioni crescer\u00e0 in relazione all&#8217;altezza degli sbarramenti), ma \u00e8 soprattutto privo di quelle forme fondamentali di auto-organizzazione e partecipazione delle classi sociali che sono indispensabili al suo funzionamento.<\/p>\n<p>Tutte le forze politiche rimangono infatti sigle in franchising e comitati elettorali in perpetua competizione interna e privi di programma e autonomia. Nessuna di esse ha una proposta condivisa e sensata su ciascuna delle questioni fondamentali, dall\u2019Europa alle migrazioni, dal rapporto capitale-lavoro all&#8217;ambiente. Ma non sar\u00e0 possibile ricostruire un programma politico che aiuti la ricomposizione del mondo del lavoro se non ricostruiremo anche le forme della nostra organizzazione, se non ricostruiremo nel XXI secolo quel tessuto politico, sindacale, associativo e cooperativo che ha segnato la fortuna e la crescita del socialismo dal XIX.<\/p>\n<p><em><strong>Analogamente, come si esce dalla contrapposizione fanatica &#8211; anche questa interna alla sinistra &#8211; tra chi sostiene la funzione progressiva a-priori della moneta unica e chi invece vede in essa l&#8217;origine di tutti i mali?<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Pi\u00f9 leggo in giro pi\u00f9 me ne convinco: n\u00e9 quelli che sono assolutamente certi che sarebbe meglio uscire dall\u2019euro, n\u00e9 quelli che vogliono rimanere ad ogni costo &#8211; parlo degli esperti di queste faccende, non degli sprovveduti dei social network &#8211; hanno in realt\u00e0 la piu pallida idea delle conseguenze dell&#8217;una e dell\u2019altra scelta, sul breve, medio e lungo periodo. Per lo pi\u00f9 sviluppano un ragionamento politico e ci costruiscono sopra un discorso, forti del fatto che comunque non dipende certamente da loro e nessuno gliene chieder\u00e0 mai conto. \u00c8 evidente che il nocciolo della questione \u00e8 squisitamente politico, come del resto in tutti i ragionamenti relativi all\u2019economia. Proprio per questo, bisognerebbe invece affrontare queste questioni in maniera lucida e non dogmatica, senza ridurre la politica a tifo e propaganda.<\/p>\n<p>Penso che la questione del rapporto con i&#8217;UE e l&#8217;Euro sia paradigmatica dello stato di impotenza delle classi subalterne e persino della \u2018\u2018tragicit\u00e0&#8221; della loro condizione. Nel senso che esse si trovano letteralmente in un vicolo cieco. Sono in difficolt\u00e0 sia in un caso che nell\u2019altro e non esiste uno scenario che si presenti come immediatamente pi\u00f9 favorevole, perch\u00e9 in entrambe le circostanze ci\u00f2 che conta sono i rapporti di forza reali tra le classi e questi rapporti in nessun modo sarebbero messi in discussione dalla scelta di uscire come da quella di rimanere In quest&#8217;ultima alternativa, dunque, ci\u00f2 che \u00e8 in gioco \u00e8 in primo luogo una resa dei conti tutta interna alle classi dominanti stesse.<\/p>\n<p>\u00c8 ormai a tutti chiaro ci\u00f2 che del resto era gi\u00e0 chiaro sin dall\u2019inizio, ovvero che l\u2019architettura di Maastricht non \u00e8 neutrale ma politicamente orientata. L&#8217;Euro e l\u2019attuale UE nascono con l\u2019obiettivo esplicito di ridurre il costo del lavoro e ri-sottomettere le classi lavoratrici, consentendo una facile accumulazione di ricchezza alle classi proprietarie. In questo, l&#8217;Euro \u00e8 stato un grande successo ed \u00e8 evidente che lo scenario di una persistenza degli attuali assetti sia uno scenario di destra estrema tecnocratica. Uno scenario nel quale andremo incontro a ulteriori umiliazioni del lavoro, costretto a vendersi a un costo sempre pi\u00f9 basso.<\/p>\n<p>In questo senso, poich\u00e9 nel giudizio storico-politico ci\u00f2 che conta per capire se un processo sia progressivo o regressivo sono appunto i rapporti di forza, \u00e8 del tutto fuori luogo l\u2019analogia che alcuni sostenitori dell&#8217;UE fanno tra il processo di convergenza europea e quello che ha condotto agli Stati nazionali, in particolare alla formazione di quello italiano e di quello tedesco Perch\u00e9 in quei casi il processo finiva per metter capo a una costellazione progressiva, in quanto metteva almeno in parte in discussione l&#8217;Ancien R\u00e9gime, doveva fare i conti con i residui di feudalesimo presenti in quei paesi, favoriva la diffusione dei principi liberali, facilitava l&#8217;unificazione delle classi subalterne e la loro lotta per aumentare i salari. La convergenza europea ottiene invece esattamente l&#8217;effetto programmatico opposto.<\/p>\n<p>Mentre il superamento dell&#8217;anarchia e del particolarismo verso lo Stato nazionale era un processo progressivo, qui \u00e8 avvenuto l\u2019inverso e la UE, come ha dimostrato Vladimiro Giacch\u00e9, \u00e8 in contraddizione con quell&#8217;equilibrio relativo dei rapporti di forza definito dalla Costituzione italiana, la quale \u00e8 a sua volta un vero e proprio monumento alla lotta delle classi subalterne in Italia. Lo Stato nazionale \u00e8 stato storicamente il luogo nel quale la classi lavoratrici hanno accumulato la maggior quota di ricchezza e potere, \u00e8 stato il luogo della democrazia moderna. Chi denuncia le posizioni dei difensori dello Stato nazionale come retrograde, antiprogressiste, ecc. ecc. dice solo sciocchezze perch\u00e9 non si pone nemmeno il problema di fare i conti con un bilancio dei rapporti di forza.<\/p>\n<p>Magari quella situazione potesse essere ripristinata! Le ragioni per cui le posizioni euroscettiche lasciano perplessi, perci\u00f2, non hanno niente a che fare con la paura ridicola del \u201cnazionalismo&#8221;, oltretutto in un paese che \u00e8 una semicolonia e che da un sano nazionalismo &#8211; ovvero dall&#8217;internazionalismo &#8211; avrebbe tutto da guadagnare. Le ragioni sono altre. Anzitutto, infatti, gi\u00e0 dentro la cornice nazionale i rapporti di forza \u201ccostituzionali&#8221; erano stati squilibrati in favore delle classi dominanti gi\u00e0 molto prima dell\u2019adesione all\u2019Euro. \u00c8 dalla met\u00e0 degli anni Settanta che \u00e8 iniziata la restaurazione borghese. Soprattutto, per\u00f2, nelle condizioni attuali non ci sono dubbi sulla tragicit\u00e0 della situazione in cui ci troviamo se rimanere significa ancorarsi a destra, anche l&#8217;uscita avverrebbe a destra.<\/p>\n<p>In questo senso possiamo misurare in tutta la sua portata la vera e propria catastrofe politica compiuta da Tsipras e dai suoi sostenitori, i quali sono una vera e propria iattura, un&#8217;ipoteca e una zavorra per chiunque voglia impegnarsi a ricostruire il campo progressista. Se fosse stato fatto il necessario e preliminare lavoro internazionale, ci sarebbe stata la possibilit\u00e0 di un\u2019uscita da sinistra dall\u2019Euro, che costituisse un modello e che ponesse le basi per una ridiscussione del processo di integrazione europea tramite un incastro, nel nome delle classi subalterne, tra il conflitto organizzato dal basso e una costellazione di Stati nazionali, la quale avrebbe potuto cercare le proprie sponde. Invece la sinistra, che per la sua cultura politica non \u00e8 internazionalista ma \u00e8 cosmopolita e succube dell&#8217;europeismo ideologico strumentale, ha avuto terrore e si \u00e8 tirata indietro. \u00c8 stata perduta cos\u00ec un\u2019occasione storica. L&#8217;unico vero caso di uscita \u00e8 stato infatti Brexit, e cio\u00e8 una fuoriuscita che sin dall&#8217;inizio \u00e8 stata ampiamente egemonizzata da destra.<\/p>\n<p>Ecco allora che nel primo caso, Remain, abbiamo l&#8217;egemonia di una destra tecnocratica interessata a gestire nei propri interessi il libero scambio. Ma nel secondo, Exit, abbiamo l&#8217;egemonia di una destra populista protezionista a base piccolo borghese, che inevitabilmente scaricherebbe sul costo del lavoro i margini di svalutazione della eventuale Lira 2.0 nei confronti dell&#8217;Euro, in maniera analoga a quanto per ragioni diverse avviene oggi. Sia in un caso che nell&#8217;altro a rimetterci sarebbero i segmenti inferiori del mercato del lavoro.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 chi ritiene addirittura possibile un fronte ampio che guardi con favore a questo mondo della piccola borghesia in fibrillazione. Ma anche tra chi semplicemente ritiene che con un&#8217;Exit comunque si determinerebbero condizioni pi\u00f9 favorevoli e la sinistra potrebbe giocarsi meglio le sue carte, a mio avviso sbaglia suonata: la sinistra sarebbe completamente fagocitata e ci vorrebbero comunque decenni per ricostruirla.<\/p>\n<p>Ecco allora il punto decisivo: sia nel primo scenario che nel secondo, qualcosa impedisce alla sinistra di fare ci\u00f2 che dovrebbe comunque fare per rientrare in sintonia con i propri ceti di riferimento? Sia in un caso che nell&#8217;altro, quel lavoro di ricucitura di cui parlavo prima andrebbe fatto comunque. Senza quel lavoro, infatti, sia che si rimanga sia, che si esca, prenderemo solo dolorose bastonate. Rispetto alla priorit\u00e0 di questo lavoro, allora, la decisione sul rimanere o uscire, che tra l&#8217;altro non spetta a noi, \u00e8 del tutto secondaria. Essa, anzi, potrebbe essere presa con pi\u00f9 facilit\u00e0 e con la coscienza tranquilla. Perch\u00e9 avremmo comunque fatto i compiti a casa e ci saremmo comunque messi nelle condizioni di resistere e combattere pi\u00f9 efficacemente, nel primo come nel secondo scenario. Ancora una volta, invece, siamo di fronte al pensiero magico. All&#8217;idea che un coniglio dal cilindro &#8211; rimanere o uscire &#8211; possa miracolisticamente risolvere tutti i nostri problemi. E possa soprattutto evitarci la fatica di quel duro lavoro di lunga durata senza il quale \u00e8 meglio andare a casa sin d&#8217;ora.<\/p>\n<p><strong>Biografia<\/strong>:<\/p>\n<p>Ricercatore confermato presso l&#8217;Universit\u00e0 di Urbino \u201cCarlo Bo&#8221;, direttore scientifico della rivista \u201cMaterialismo storico&#8221; (della quale cura anche il blog www.materialismostorico.it), ha scritto numerose monografie e saggi pubblicati su riviste italiane e straniere, reperibili su Iris. Autore del volume \u201cDemocrazia cercasi&#8221;.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/sinistra-radicale\/9818-stefano-g-azzara-globalisti-contro-sovranisti.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/sinistra-radicale\/9818-stefano-g-azzara-globalisti-contro-sovranisti.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA RETE Paolo di Lella intervista Stefano G. Azzar\u00e0. Ancora sul fenomeno cosiddetto &#8220;populista&#8221;. Dopo le interviste, pubblicate sui numeri di dicembre e gennaio, a Fulvio Scaglione, Carlo Formenti, Marcello Foa e Giulietto Chiesa, questo mese, in esclusiva per i nostri lettori, affrontiamo lo stesso tema con Stefano Azzar\u00e0, docente di Filosofia moderna presso l\u2019Universit\u00e0 di Urbino e autore del volume &#8220;Democrazia cercasi&#8221;. Paolo di Lella: La critica della globalizzazione capitalista \u00e8 stata sempre&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":26460,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/sinistra-in-rete-e1474130037723-160x160.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-82t","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/30905"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=30905"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/30905\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":30906,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/30905\/revisions\/30906"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26460"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=30905"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=30905"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=30905"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}