{"id":30910,"date":"2017-05-20T08:00:22","date_gmt":"2017-05-20T06:00:22","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30910"},"modified":"2017-05-19T22:11:01","modified_gmt":"2017-05-19T20:11:01","slug":"song-to-song-luniverso-diviso-di-terrence-malick","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=30910","title":{"rendered":"Song to Song. L\u2019universo diviso di Terrence Malick"},"content":{"rendered":"<p><strong>di LE PAROLE E LE COSE (Pietro Banchi)<\/strong><\/p>\n<p><em>Non solo i film come PIIGS ci raccontano alcune problematiche odierne.<\/em><\/p>\n<p><em>Certamente i film documentario sono popolari perch\u00e9 hanno il vantaggio di collegare le questioni sistemiche alla nostra vita quotidiana. Ci aiutano a capire, ad esempio, come i trattati UE e l&#8217;introduzione dell&#8217;euro siano una causa della crescita esponenziale della disoccupazione e delll&#8217;indebitamento privato.<\/em><\/p>\n<p><em>Il film d&#8217;atutore invece non \u00e8 per tutti. In primo luogo perch\u00e9 deve piacere il cinema come mezzo artistico al di l\u00e0 dell&#8217;informazione utile che se ne possa ricavare. E sovente introduce a delle tematiche di carattere filosofico che hanno bisogno di una mediazione. Ma \u00e8 in grado di collegare anch&#8217;esso le problematiche quotidiane che colpiscono una societ\u00e0 descrivendone la degenerazione.<\/em><\/p>\n<p><em>In questo secondo intento riesce ad esempio il film di Malik.<\/em><\/p>\n<p><em>Non si pensi infatti che tutti i nostri problemi siano di carattere economico perch\u00e9, viceversa, spesso hanno prima di tutto una radice ideologica e culturale.\u00a0<\/em><\/p>\n<p><strong>******<\/strong><\/p>\n<p>Tutte le filosofie moderne sono catene che legano e imprigionano; il cristianesimo \u00e8 una spada che separa e rende liberi. Nessun altro filosofo permette a Dio di gioire della divisione dell\u2019universo in anime viventi. Ma secondo l\u2019ortodossia cristiana, questa separazione tra Dio e l\u2019uomo \u00e8 sacra, perch\u00e9 \u00e8 eterna. Affinch\u00e9 un uomo possa amare Dio, \u00e8 necessario che non ci sia solo un Dio da amare, ma che esista anche un uomo che lo ami. Tutte queste vaghe menti teosofiche per le quali l\u2019universo \u00e8 un immenso crogiolo, sono le stesse menti che fuggono istintivamente dalla parola dei nostri Vangeli, sconvolgente come un terremoto, secondo la quale il Figlio di Dio non \u00e8 venuto per portare la pace, ma una spada affilata.\u201d<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Queste parole scritte da G. K. Chesterton in Ortodossia, uno delle pi\u00f9 belle e radicali riflessioni sul nocciolo perturbante e non pacificato del cristianesimo, mostrano come la domanda sull\u2019esistenza del cristianesimo non potr\u00e0 mai andare verso un\u2019idea di ri-congiunzione al cosmo, ma semmai come un\u2019assunzione definitiva della sua separazione. Amare in senso cristiano non pu\u00f2 voler dire riproporre l\u2019Uno del senso, ma attraversarne fino in fondo la sua divisione, la sua differenza, l\u2019abisso del non senso, anche nel caso questa divisione non riguardi l\u2019uomo ma Dio stesso. L\u2019Universo non sta insieme: \u00e8 tagliato in due, \u00e8 scisso, \u00e8 inconsistente. E l\u2019uomo ne \u00e8 stato gettato fuori.<\/p>\n<p>&nbsp;<br \/>\nNon \u00e8 particolarmente \u00e0 la page pensare di portare al cinema oggi riflessioni di questo tipo sull\u2019Universo, o sulla domanda di senso (o di non-senso) dell\u2019uomo nel suo stare al mondo. Troppo forte l\u2019ingiunzione al \u201cracconto di storie\u201d, troppo dominante l\u2019idea di un cinema \u201cminimo\u201d che si deve limitare a guardare il mondo che ha davanti agli occhi, magari raccontando i margini del visivo come fa la gran parte della produzione indipendente di oggi seguendo i dettami dell\u2019umanitarismo democratico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019idea di dare al cinema un compito speculativo (cio\u00e8 di conoscere la realt\u00e0, prima ancora di rappresentarla come fa il tradizionale cinema di finzione) non pu\u00f2 che provocare una fragorosa risata che \u00e8 pi\u00f9 o meno quello che sistematicamente accade ogni volta che raggiunge la distribuzione in sala un film di Terrence Malick (e se ancora riesce ad accadere il miracolo di riuscire a vedere questi film non \u00e8 certo per le potenzialit\u00e0 commerciali del suo cinema, ma solo perch\u00e9 l\u2019eccezionalit\u00e0 del suo status gli permette di usufruire di un cast stellare a prezzo del minimo sindacale).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La proverbiale ingenuit\u00e0 e na\u00efvet\u00e9 dello sguardo di Malick \u2013 l\u2019idea cio\u00e8 di poter ricostruire un incanto con cui guardare il mondo \u2013 \u00e8 letteralmente oscena per un cinismo cinematografico dominante che invece si compiace solo di non poter guardare le cose o che magari preferisce continuare a ripetere come lo sguardo sia sempre foriero di cattiva coscienza e immoralit\u00e0, e dunque di colpa (Haneke, Von Trier, Siedl etc.). Malick invece non ha alcuna paura che il suo cinema adotti uno sguardo ingenuo e anzi, le reazioni sempre pi\u00f9 scomposte dei suoi detrattori che ormai fanno a gara all\u2019insulto pi\u00f9 colorito ogni volta che esce un suo film, non fanno altro che mostrare a rovescio come sia proprio la na\u00efvet\u00e9 la marca qualificante della sua filosofia del visivo.<\/p>\n<p>&nbsp;<br \/>\nDopo che i suoi primi due film \u2013 Badlands del 1973 e Days of Heaven del 1978 \u2013 lo lanciarono come uno degli autori pi\u00f9 importanti della New Hollywood, passarono addirittura vent\u2019anni tra il suo secondo e il terzo film \u2013 The Thin Red Line del 1998. Negli ultimi 6 anni invece Terrence Malick ha fatto ben 5 film: pare non solo aver trovato una modalit\u00e0 produttiva che gli permetta di portare a termini i suoi progetti ma anche un dispositivo formale che ruota sempre attorno a un insieme ben definito di questioni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il suo lavoro procedente, Voyage of Time, presentato a Venezia poco pi\u00f9 di sei mesi prima dell\u2019uscita di Song to Song era una sorta di riflessione per immagini sulla vita e l\u2019universo, l\u2019Essere e la realt\u00e0, la ricerca di senso e la materia inerte della Terra con cui Malick aveva preso congedo temporaneamente da una forma cinematografica narrativa. In questo film il cinema era un modo per riuscire a guardare il dischiudersi di senso delle cose agli occhi dell\u2019uomo e l\u2019articolarsi delle relazioni tra noi \u2013 intesi come esseri umani localizzati in uno spazio e in un tempo definito \u2013 e un\u2019entit\u00e0 cos\u00ec immensa e impossibile da oggettivare come \u00e8 la totalit\u00e0 dell\u2019universo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Tuttavia il tentativo di mettere in forma d\u2019immagine lo stupore dell\u2019uomo nei confronti del senso delle cose \u00e8 sempre a rischio di capovolgersi nel suo contrario: ovvero nella condanna a un\u2019esistenza inautentica e generica persa nell\u2019immediatezza di un materialismo deteriore dove l\u2019essere umano non \u00e8 pi\u00f9 attraversato da alcuna domanda su se stesso e il mondo. L\u2019avevamo gi\u00e0 visto in Kinght of Cups nella rappresentazione del jet set losangelino ma in Song to Song lo si vede in modo ancora pi\u00f9 chiaro, perch\u00e9 si esprime in una forma pi\u00f9 astratta, pi\u00f9 universale, dove i riferimenti alla scena musicale di Austin sono per lo pi\u00f9 decorativi e marginali (cosa che non ha mancato di deludere quelli che forse avrebbero voluto vedere un documentario musicale).<\/p>\n<p>&nbsp;<br \/>\n\u201cVolevo qualcosa di vero. Nulla sembrava vero\u201d dice Faye, la protagonista interpretata da Rooney Mara all\u2019inizio del film: l\u2019ingiunzione all\u2019esperienza immediata, al godimento, alla verit\u00e0 della sensazione corporea come unica forma di realt\u00e0. Si tratta di una delle grandi proposizioni ideologiche del contemporaneo, di un mondo che, come direbbe Badiou, pare essere formato solo da corpi e linguaggio. E l\u2019idea secondo cui \u2013 sempre per usare le parole della protagonista \u2013 \u201cqualunque esperienza [sia] meglio di nessuna esperienza\u201d e dove \u201cpersino il dolore mi fa sentire viva\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Song to Song ci mostra subito dall\u2019inizio un gruppo di persone perse nell\u2019inautentico, in una sorta di eterno presente dove l\u2019unica cosa che conta \u00e8 l\u2019adesso (\u201cThe future is now\u201d dice poco dopo Cook, il personaggio interpretato da Fassbender). In una bellissima sequenza iniziale, girata durante uno dei concerti all\u2019aperto della celebre scena musicale di Austin, vediamo una serie di corpi che pogano al rallentatore: saltano uno sopra l\u2019altro in una sorta di terreno indistinto dove violenza, piacere e dolore si mischiano l\u2019uno nell\u2019altro. \u00c8 appunto il regno del corpo, dove conta solo la sensazione dell\u2019immediato e dell\u2019adesso.<\/p>\n<p>&nbsp;<br \/>\nMa in questo mondo del generico e dell\u2019indifferente dove tutto \u00e8 intercambiabile, tutto \u00e8 anche in deficit di identit\u00e0. \u201cTu non sei chi credi di essere\u201d viene detto a Faye, che si fa affascinare dal personaggio mefistofelico di Cook e dalla sua vita fatta solo di godimento pulsionale che le permette di recidere ogni legame (\u201cvolevo essere come lui\u201d). Ma Malick vede questa dimensione inautentica soprattutto nella rappresentazione di una sessualit\u00e0 paranoica e ripetitiva dove i corpi femminili sono intercambiabili e vengono visti sempre \u201cinsieme\u201d in scene di orge e di godimento spersonalizzante e anonimo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il sesso, che era sempre stato l\u2019elemento mancante nei film di Malick \u2013 o per meglio dire era sempre stato rappresentato con un certo pudico imbarazzo come in To the Wonder \u2013 diviene qui il centro della scena. Il triangolo amoroso su cui si struttura il flebile, anche se un po\u2019 pi\u00f9 intellegibile del solito, plot \u2013 tra il manager discografico Cook e i due scrittori musicali Faye e BV (Ryan Gosling) \u2013 \u00e8 caratterizzato per un deficit di identificazione: \u201cho sempre avuto paura di essere me stessa\u201d dice Faye. Ma che cosa vuol dire essere se stessi in questo mondo dell\u2019inautentico, del \u201csi gode\u201d senza individuazione? Che cosa vuol dire \u201cessere se stessi\u201d in questa Austin del godimento anonimo?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Malick non ha mai avuto un\u2019idea semplice del dramma dell\u2019esistenza, in un universo da cui \u2013 come direbbe Chesterton \u2013 l\u2019uomo \u00e8 stato mandato via: proprio perch\u00e9 l\u2019aprirsi delle cose alla domanda di senso \u00e8 sempre sul bordo di una caduta, non c\u2019\u00e8 alcuna garanzia di una propria redenzione. Una prostituta che dice di essere finita in una vita che non voleva fare per colpa della morte improvvisa del suo compagno, cos\u00ec come la fine tremenda del personaggio di Rhonda, interpretato da Natalie Portman, che muore suicida nonostante un\u2019improvvisa conversione religiosa l\u2019avesse portata fuori dalle grinfie di Cook, che la vede solo come uno strumento di godimento.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Anche nel regno dell\u2019inautentico esistono dei momenti di verit\u00e0 che squarciano il piano dell\u2019anonimo \u201csi gode\u201d. Uno di questi \u2013 e senz\u2019altro il pi\u00f9 importante insieme al sesso \u2013 \u00e8 l\u2019esperienza della morte: l\u2019unica che pu\u00f2 risvegliare dall\u2019inganno dell\u2019eterno presente nel quale si \u00e8 immersi. E infatti \u00e8 la visita a un padre infermo in fin di vita, ormai paralizzato a letto e completamente incapace di compiere anche i gesti quotidiani pi\u00f9 semplici, che costituisce per BV l\u2019occasione per ritrovare una domanda su se stesso e la propria esistenza.<\/p>\n<p>&nbsp;<br \/>\nSebbene Song to Song rimanga forse il film dove Terrence Malick si confronta pi\u00f9 direttamente con la possibilit\u00e0 della caduta e del negativo, non manca mai la possibilit\u00e0 di una redenzione. In uno dei film pi\u00f9 tormentati e inquieti nella carriera del regista americano, quasi in ogni inquadratura vediamo sempre una luce che si staglia all\u2019orizzonte: come se anche nelle vicende di pi\u00f9 estremo abbruttimento, al colmo della caduta e della compulsione al godimento mortifero, vi sia sempre una via di fuga che indichi una possibilit\u00e0 di salvezza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u201cSegui la luce, va dove c\u2019\u00e8 la luce\u201d si dice in una scena, quasi a voler mostrare quello che in ogni caso \u00e8 sotto i nostri occhi per l\u2019interezza del film: lo sguardo incantato nei confronti del mondo non \u00e8 un perdersi nell\u2019immensit\u00e0 pre-individuale del cosmo \u2013 come una cattiva interpretazione new-age di Terrence Malick vorrebbe far credere \u2013 ma \u00e8 una precisa missione etica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>O per meglio dire, un problema soggettivo che chiama a un gesto d\u2019individuazione per il quale non esiste alcun destino certo e alcuna garanzia: essere un soggetto vuol dire comprendere il baratro infondato di una scelta e il fatto che il proprio posto nell\u2019universo \u2013 come dice Chesterton \u2013 semplicemente non c\u2019\u00e8. L\u2019uomo ne \u00e8 stato buttato irrimediabilmente fuori. Eppure \u00e8 proprio questa la possibilit\u00e0 della sua salvezza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:<\/strong><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=27619\">http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=27619<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (Pietro Banchi) Non solo i film come PIIGS ci raccontano alcune problematiche odierne. Certamente i film documentario sono popolari perch\u00e9 hanno il vantaggio di collegare le questioni sistemiche alla nostra vita quotidiana. Ci aiutano a capire, ad esempio, come i trattati UE e l&#8217;introduzione dell&#8217;euro siano una causa della crescita esponenziale della disoccupazione e delll&#8217;indebitamento privato. Il film d&#8217;atutore invece non \u00e8 per tutti. 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