{"id":31002,"date":"2017-05-22T12:00:30","date_gmt":"2017-05-22T10:00:30","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=31002"},"modified":"2017-05-22T19:18:14","modified_gmt":"2017-05-22T17:18:14","slug":"contro-il-libero-scambismo-1a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=31002","title":{"rendered":"Contro il libero-scambismo (1a parte)"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA RETE (Marco Veronese Passarella)<\/strong><\/p>\n<p><strong>1. Introduzione<\/strong><\/p>\n<p><em>Il quesito sollevato dal titolo del seminario, Welfare o barbarie, evoca la drammatica alternativa posta da Rosa Luxemburg, sulla scorta di Friedrich Engels, esattamente un secolo fa: \u00abla societ\u00e0 Borghese si trova di fronte ad un dilemma, o transizione al socialismo o regressione nella barbarie\u00bb (Luxemburg 1915). Si noti che quell\u2019\u00abo\u00bb assumeva, per Luxemburg, un valore di disgiunzione esclusiva. Esprimeva, cio\u00e8, un\u2019opposizione netta: socialismo oppure barbarie.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Come \u00e8 noto, di l\u00ec a poco una parte del mondo scelse il primo, con \u00abl\u2019assalto al cielo\u00bb delle classi lavoratrici russe \u2013 e sia pure tra le mille contraddizioni denunciate proprio da Luxemburg nel suo intenso scambio epistolare con Lenin e gli altri dirigenti socialisti dell\u2019epoca. L\u2019altra parte del mondo \u00abcivilizzato\u00bb piomb\u00f2, invece, nella barbarie dei conflitti coloniali e dei campi di concentramento, delle deportazioni di massa e, infine, dello sterminio nucleare. Una barbarie che \u2013 troppo spesso viene dimenticato \u2013 fu preceduta da un periodo di straordinaria apertura dei mercati, ossia di intensificazione negli scambi di merci e nei flussi di capitale transnazionali. Il che stride con la tesi liberal-positivista allora in gran voga, e tuttora dominante, dei commerci quale veicolo di pace internazionale e di prosperit\u00e0 economica (1).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In effetti, la stagione di grande apertura dei mercati che precedette la prima guerra mondiale non avrebbe conosciuto eguali fino alla seconda ondata di globalizzazione capitalistica sperimentata dalle maggiori economie mondiali in seguito all\u2019implosione del blocco socialista \u2013 a partire, cio\u00e8, dai primi anni novanta. Sennonch\u00e9, a dispetto delle asserite propriet\u00e0 salvifiche delle forze della concorrenza e delle leggi naturali del mercato, la crescente integrazione delle economie mondiali \u00e8 sembrata dischiudere, ancora una volta, gravi rischi per le conquiste economiche e sociali strappate, nel corso del secondo dopoguerra, dal movimento operaio e dalle sue organizzazioni rappresentative nei paesi di prima industrializzazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, l\u2019ascesa economica recente dei giganti asiatici e sudamericani non appare in grado, almeno al momento, di legarsi stabilmente alla prospettiva di un avanzamento generalizzato nei rapporti sociali a favore dei salariati e delle classi lavoratrici in genere, di surrogare, cio\u00e8, il kat\u00e9chon sovietico (2).\u00a0Sono gi\u00e0 qui enunciate in nuce due tesi fondamentali, che costituiranno il leitmotiv di questo breve saggio. La prima tesi \u00e8 che \u00e8 che la contrapposizione welfare oppure barbarie sia storicamente legata a doppio filo al grado di mondializzazione del capitale, ossia ai processi di apertura dei mercati regionali e nazionali ai flussi internazionali di capitali e di merci. La seconda tesi \u2013 che \u00e8 poi un corollario \u2013 \u00e8 che non sia tanto, o soltanto, la soluzione di quella contrapposizione a favore del secondo termine (la barbarie connessa al possibile azzeramento di ogni forma di prestazione sociale) a far problema.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00c8 una posizione, questa, che pure sembrerebbe emergere dall\u2019osservazione di quanto accaduto nelle economie avanzate nell\u2019ultimo trentennio, dove il sistema statuale di previdenza sociale \u00e8 stato progressivamente smantellato (ancorch\u00e9 in modo asimmetrico e parziale) a colpi di privatizzazioni prima, e di misure di austerit\u00e0 poi. Piuttosto, la sensazione \u00e8 che si stia assistendo al progressivo tramutarsi della congiunzione \u00abo\u00bb in una copulativa positiva, \u00abe\u00bb: welfare e barbarie.\u00a0Non azzeramento delle prestazioni di welfare, insomma, ma loro profonda ridefinizione in termini, ad un tempo, \u00abuniversalistici\u00bb e \u00abminimalisti\u00bb, sulla base dei rapporti sociali emersi dalla crisi di valorizzazione degli anni settanta e dai conseguenti processi di ristrutturazione produttiva degli anni ottanta e novanta.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il welfare come sussidio residuale atto a colmare la differenza tra redditi da lavoro salariato precario e soglia minima di sussistenza: questa sembra essere, per le classi lavoratrici italiane (ed europee), la fosca prospettiva che si para all\u2019orizzonte. Si tratta di una prospettiva, per la verit\u00e0, non nuova, dato che rimanda agli albori del processo di industrializzazione.\u00a0Di fronte a questo scenario, si ritiene necessario, anzitutto, avanzare una critica radicale all\u2019accettazione incondizionata, a tratti apologetica, delle dinamiche di mondializzazione capitalistica e dell\u2019agenda neoliberista e liberoscambista che ne costituisce la sovrastruttura ideologica (3).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Tale atteggiamento ha curiosamente caratterizzato, in Italia, gli intellettuali e le organizzazioni eredi del movimento operaio novecentesco ancor pi\u00f9 delle forze conservatrici. Si tratta, in secondo luogo, di prospettare una diversa forma di organizzazione economica e sociale che recuperi ed aggiorni lo strumento della pianificazione economica quale alternativa alle dinamiche caotiche del mercato e, al contempo, quale prefigurazione di una societ\u00e0 altra.\u00a0A tal fine, il resto dell\u2019articolo \u00e8 strutturato come segue. Nel paragrafo 2 si mostra che la liberalizzazione dei movimenti di capitale, cominciata alla fine degli anni settanta e portata a compimento nel corso dei due decenni successivi, deve essere considerata il fattore-chiave dei cambiamenti intervenuti nella struttura economico-sociale italiana ed europea nell\u2019ultimo trentennio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il paragrafo 3 \u00e8 incentrato sui processi di \u00abriforma\u00bb del sistema di welfare state e pi\u00f9 in generale del ruolo dello Stato in economia. Tali processi sembrano seguire due direttrici principali: la ri-regolamentazione de- politicizzante delle istituzioni preposte al governo dell\u2019economia, e l\u2019uso pressoch\u00e9 esclusivo della politica monetaria quale strumento di intervento pubblico.\u00a0Tale mutamento \u00e8, peraltro, in linea con il paradigma di teoria economica oggi dominante nel mondo accademico, il cosiddetto \u00abNuovo Consenso\u00bb, il cui assunto di base \u00e8 che, nel lungo periodo, i livelli di reddito, di occupazione e di produzione tendano a stabilizzarsi in corrispondenza di un livello naturale, esogenamente dato.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Si tratta di un paradigma teorico che assume una valenza particolare nel caso dell\u2019Area Euro, il cui modello di sviluppo export-led, implica un\u2019enfasi particolare sul controllo delle dinamiche dei prezzi. Come si cercher\u00e0 di argomentare nel corso del paragrafo 4, sul piano del welfare ci\u00f2 si traduce in una sostituzione del \u00abvecchio\u00bb stato sociale con forme di copertura universalistiche, introdotte come contropartita alla flessibilizzazione del mercato del lavoro. Bench\u00e9 tale sirena tenti anche le formazioni della sinistra radicale, mentre \u00e8 pressoch\u00e9 unanimemente accettata dalle forze di governo, l\u2019introduzione di forme di reddito garantito presenta aspetti problematici, sia sul piano della sostenibilit\u00e0 finanziaria, che su quello della \u00abprogressivit\u00e0\u00bb sociale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nel paragrafo 5 si tenter\u00e0, perci\u00f2, di tratteggiare un\u2019alternativa possibile alla logica della flexecurity, comunque declinata. Tale alternativa non pu\u00f2 che passare per un profondo ripensamento del ruolo dello Stato in economia e della dimensione della sfera pubblica. Seguiranno alcune brevi considerazioni finali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>2. Critica del paradigma liberoscambista<\/strong><\/p>\n<p>Le turbolenze finanziarie e la recessione (divenuta vera a propria depressione) economica che hanno investito il nostro paese nell\u2019ultimo quinquennio hanno radici molto antiche. Queste ultime sono sia di natura interna (4), che di ordine esterno. Concentrandosi sulle cause esterne, e in particolare sulle ragioni della crisi che ha colpito l\u2019Area Euro nell\u2019ultimo quinquennio, se ne possono isolare tre: cause finanziarie, cause politico-istituzionali e cause economico-strutturali. Le prime hanno certamente agito da detonatore, o causa ultima, della crisi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La fuga di capitali verso lidi sicuri innescata nel settembre 2008 dal collasso finanziario Lehman Brothers si \u00e8, infatti, immediatamente riverberata sui titoli di Stato dei paesi finanziariamente pi\u00f9 fragili dell\u2019Area Euro. D\u2019altra parte, la caduta del valore di mercato di quei titoli, e la conseguente crescita dei rendimenti sul debito dei paesi emittenti, \u00e8 stata resa possibile dalla malcelata reticenza \u2013 e, comunque, dal ritardo \u2013 con cui la Banca Centrale Europea \u00e8 intervenuta per bloccare le dinamiche speculative in atto (5).Civettando con Aristotele, si potrebbe, dunque, guardare al contesto istituzionale europeo, e in particolare alla Banca Centrale Europea, come al motore immobile della crisi, almeno nella sua fase iniziale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In assenza di barriere monetarie, un\u2019ondata di speculazione ribassista si \u00e8 cos\u00ec abbattuta sui paesi che pi\u00f9 si erano indebitati verso l\u2019estero a causa della minore competitivit\u00e0 delle loro produzioni nazionali, tradottasi nel tempo in esposizione crescente dei lori sistemi bancari. Ma se la speculazione finanziaria ha agito da innesco, in un contesto di vuoto istituzionale, sono stati gli squilibri di parte corrente delle bilance dei pagamenti (i disavanzi commerciali, ma anche le altre voci di conto corrente) degli Stati-Membri dell\u2019Area Euro a fungere da combustibile o causa prima della crisi. Non pare, infatti, un caso che i paesi interessati dalla fuga di capitali avessero in comune non tanto un elevato livello di debito (n\u00e9 di deficit) pubblico, quanto un\u2019esposizione debitoria crescente verso l\u2019estero (6).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quest\u2019ultima non \u00e8 che la risultante del differenziale permanente di competitivit\u00e0 tra le produzioni dei paesi \u00abperiferici\u00bb e quelle dei paesi \u00abcentrali\u00bb, in un contesto di rigido ancoraggio valutario, di politiche deflattive adottate dai paesi del centro e di piena libert\u00e0 di movimento dei capitali all\u2019interno dei confini europei (7).\u00a0Proprio la liberalizzazione dei movimenti di capitale \u2013 ad avviso di chi scrive \u2013 deve essere considerata il fattore chiave, il prius, dei cambiamenti intervenuti nella struttura economico-sociale italiana ed europea nell\u2019ultimo trentennio. \u00c8 stata, infatti, la crescente minaccia di delocalizzazione delle produzioni uno dei principali fattori di erosione delle basi del potere contrattuale delle classi lavoratrici e delle loro organizzazioni rappresentative in Europa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Cos\u00ec come, d\u2019altra parte, il dumping fiscale \u00e8 (stato) certamente uno degli elementi di pressione per una riduzione\/ridefinizione delle prestazioni di welfare fornite dal settore pubblico (per via della riduzione del gettito associata, ceteris paribus, al taglio delle aliquote sui redditi da capitale e d\u2019impresa). Ancora, la guerra tra capitali a differente base nazionale acuitasi dopo lo scoppio della crisi europea \u00e8 sembrata trovare un possibile terreno di ricomposizione, ancorch\u00e9 temporanea e parziale, proprio nelle politiche di compressione del salario diretto, indiretto e differito adottate tanto nei paesi del centro quanto in quelli della periferia europea. Eppure, non soltanto la rimozione dei vincoli legali alla circolazione dei capitali non ha incontrato la resistenza dei partiti e delle organizzazioni sindacali eredi del movimento operaio novecentesco, ma \u00e8 piuttosto vero il contrario (8).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Con rare eccezioni, proprio quei soggetti hanno accolto la rimozione delle barriere nazionali ai movimenti di capitale con particolare benevolenza, quasi che tale dismissione materializzasse d\u2019incanto le vecchie aspirazioni illuministiche di fratellanza universale. Tale fraintendimento (frutto di un internazionalismo malinteso e paradossale) vanta, peraltro, radici nobili, anzi nobilissime. Queste affondano nel Discorso sul libero scambio dato alle stampe da Karl Marx nel gennaio del 1848. Com\u2019\u00e8 noto, in quel pamphlet Marx si schierava a favore dell\u2019abolizione (avvenuta del giugno 1846) dei dazi sul grano introdotti dalle Corn Laws inglesi al termine delle guerre napoleoniche.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La ragione di tale presa di posizione (provocatoria e antitetica a quella prevalente nei partiti socialisti dell\u2019epoca) \u00e8 che la libera circolazione dei capitali e delle merci, proprio per il suo carattere distruttivo, avrebbe consentito il pieno disvelarsi della contraddizione capitale-lavoro, ponendo cos\u00ec le condizioni per la rivoluzione delle classi salariate. Naturalmente, di qui ad accettare acriticamente, o addirittura a sostenere attivamente, i processi di smantellamento dei controlli sui movimenti di capitale, e le connesse dinamiche di finanziarizzazione dell\u2019economia, il passo avrebbe dovuto essere tutt\u2019altro che breve.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il giovane Marx si schierava a favore delle politiche liberoscambiste per il loro carico di \u00abdistruzione creatrice\u00bb \u2013 per dirla con Joseph Schumpeter \u2013 non certo perch\u00e9 fosse persuaso dall\u2019equazione liberale \u00ablibera concorrenza uguale progresso sociale\u00bb. (9) Eppure, nei fatti, \u00e8 quest\u2019ultima interpretazione quella che ha finito per prevalere tra gli eredi del movimento operaio, convertitisi frettolosamente al credo liberoscambista in seguito dell\u2019implosione del blocco socialista. \u00c8 cos\u00ec accaduto che la libera circolazione delle merci, della forza-lavoro e persino dei capitali siano assurti al rango di veri e propri dogmi delle formazioni della sinistra post-socialista, sia pure con rilevanti differenze nazionali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Si noti che la ragione di tale favore per il libero scambio andrebbe ricercata nella pace sociale, nella prosperit\u00e0 economica e nell\u2019estensione della sfera dei diritti civili e politici che esso sarebbe in grado di assicurare. Vi sarebbe, in altri termini, una stretta correlazione tra apertura dei mercati e democrazia politica, e tra questa e benessere economico, misurato in termini di pi\u00f9 equa distribuzione della ricchezza e di maggiori opportunit\u00e0 individuali e dunque sociali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Eppure gli studi pi\u00f9 recenti condotti sull\u2019evidenza empirica disponibile smentiscono platealmente tale correlazione e i nessi causali da essa sottesi (10).Nei fatti, l\u2019apertura indiscriminata dei mercati nazionali alla penetrazione di capitali esteri si \u00e8 accompagnata, tanto nei paesi cosiddetti \u00abin via di sviluppo\u00bb quanto in quelli di prima industrializzazione, ad un aumento vertiginoso delle disparit\u00e0 sociali, ad una compressione delle garanzie democratiche, e \u2013 ci\u00f2 che qui pi\u00f9 interessa \u2013 ad una riduzione del sistema di protezione dei lavoratori salariati e ad una profonda ridefinizione del sistema di assistenza sociale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non pare, peraltro, che ci\u00f2 sia stato compensato da un aumento del potenziale produttivo, stanti gli esangui tassi di crescita registrati dalle principali economie europee (e in particolare da quella italiana) sin dalla rimozione delle barriere nazionali sulle attivit\u00e0 finanziarie (avvenuta con il Single Market Act dell\u2019Unione Europea, approvato nel 1986 ed entrato in vigore sei anni dopo) (11).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>N\u00e9 un diverso effetto hanno sortito le \u00abriforme\u00bb imposte, tra la met\u00e0 degli anni settanta e la fine dei novanta, dal governo statunitense e dal Fondo Monetario Internazionale alle economie in difficolt\u00e0, dietro il ricatto del taglio dei finanziamenti accordati dal Fondo. Al punto che gli stessi colossi asiatici e sudamericani emergenti sono riusciti ad imporsi nell\u2019ultimo quindicennio soltanto nella misura in cui hanno rigettato le politiche liberoscambiste dettate dall\u2019agenda del cosiddetto Washington Consensus (12).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>3. Teoria macroeconomica dominante e stato sociale<\/strong><\/p>\n<p>Nei paragrafi precedenti si \u00e8 parlato di \u00abridefinizione\u00bb, e non di \u00abazzeramento\u00bb, del sistema di welfare. Non \u00e8 un caso. Ci\u00f2 che i processi di globalizzazione capitalistica e che le politiche economiche messe in campo per governare tali processi prefigurano \u2013 in particolare nella loro declinazione social-liberista \u2013 \u00e8 non la fine Stato in economia, ma una rivoluzione copernicana nelle forme del suo intervento. Tale ridefinizione ha finora seguito due direttrici principali: anzitutto, la deregolamentazione dei mercati, soprattutto dei mercati finanziari, ma ancor pi\u00f9 la ri-regolamentazione de-politicizzante delle istituzioni preposte al governo dell\u2019economia (13);<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>in secondo luogo, quale complemento della prima, lo spostamento netto del baricentro dell\u2019intervento dello Stato in economia dalla politica fiscale alla politica monetaria. Se nei paesi anglosassoni, Stati Uniti in testa, ci\u00f2 si \u00e8 tradotto nel paradossale \u00abkeynesismo finanziario\u00bb che ha dominato la scena degli anni novanta e della prima met\u00e0 dei duemila (14),nello stesso periodo le economie emergenti e l\u2019Europa continentale sono cresciute al traino della domanda di merci proveniente dai primi, grazie al canale delle esportazioni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il modello \u00abneo- mercantilista\u00bb di sviluppo seguito dalle principali economie dell\u2019Area Euro \u2013 e dalla Germania su tutti \u2013 sembra, peraltro, il pi\u00f9 in linea con il paradigma di teoria economica oggi dominante nel mondo accademico. Tale paradigma \u00e8 stato messo a punto tra la fine degli anni ottanta e lo scadere del decennio successivo e, bench\u00e9 variamente denominato (15),\u00e8 stato ben presto ribattezzato \u2013 per la sua natura di sintesi tra la modellistica monetarista dei primi anni ottanta e il \u00abkeynesismo bastardo\u00bb dominante fino alla met\u00e0 degli anni settanta, ma anche per la sua pervasivit\u00e0 \u2013 come Nuovo Consenso in macroeconomia (d\u2019ora in poi, NCM).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019assioma di base del NCM \u00e8 che, nel lungo periodo, il flusso di ricchezza prodotto all\u2019interno di un dato sistema economico tenda a stabilizzarsi in un intorno del proprio livello naturale16.Quest\u2019ultimo sarebbe definito unicamente dalla tecnologia disponibile, dalla scarsit\u00e0 di risorse (e cio\u00e8 dalla disponibilit\u00e0 di capitale e forza-lavoro), e dal sistema di preferenze dei consumatori. Nel breve periodo sono possibili scostamenti delle grandezze reali (prodotto nazionale, reddito, occupazione) dai loro livelli naturali a causa di shock stocastici (ossia di eventi inattesi), come, ad esempio, un provvedimento di politica economica non sistematico (e dunque non previsto dagli operatori privati), ma nel lungo periodo esse torneranno ad assestarsi al loro valore naturale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in dettaglio, il modello dominante \u00e8 composto da tre equazioni che legano tra loro le tre variabili macroeconomiche fondamentali, ossia il prodotto nazionale, il tasso di inflazione e il saggio di interesse. Nell\u2019ordine: (i) il prodotto nazionale (o, meglio, lo scostamento del suo livello corrente da quello naturale) dipende negativamente dal saggio di interesse reale (al netto, cio\u00e8, dell\u2019inflazione) (17);<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>(ii) il tasso di inflazione \u00e8 funzione positiva del prodotto nazionale (o, meglio, del suo scostamento dal livello naturale)18.Dalla (i) e dalla (ii) segue, come sillogismo, che l\u2019inflazione dipende dal saggio di interesse reale. In particolare, se ci si fermasse a queste sole due equazioni, si avrebbe inflazione crescente ogniqualvolta il volume corrente del prodotto nazionale fosse superiore al suo volume naturale, e cio\u00e8 ogniqualvolta il saggio di interesse reale fosse inferiore ad una certa percentuale, detta \u201ctasso di interesse naturale\u201d (19).Compito delle autorit\u00e0 di politica monetaria \u00e8, dunque, quello di fissare scientificamente il saggio di interesse di riferimento in corrispondenza di quella percentuale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quest\u2019ultima dipender\u00e0 positivamente dal tasso di inflazione corrente e atteso (20),nonch\u00e9 dallo scostamento del prodotto nazionale dal suo livello naturale (21).In tale contesto, la politica monetaria \u2013 l\u2019equazione (iii) del sistema \u2013 diviene lo strumento di intervento privilegiato delle autorit\u00e0 pubbliche. Infatti, se il volume naturale del prodotto nazionale e dunque il livello naturale di occupazione sono dati, alla politica fiscale spetta appena il ruolo ancillare di stabilizzazione del ciclo economico, e soltanto nei limiti imposti dal rispetto del pareggio di bilancio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ne consegue, ancora, che la politica monetaria deve essere isolata dai governi e delegata ad istituzioni indipendenti, dato che i primi potrebbero essere tentati di utilizzarla per scopi elettorali. Infatti, nel breve periodo una politica monetaria \u00ablassista\u00bb o una politica fiscale espansiva finanziata mediante creazione di base monetaria potrebbero spingere temporaneamente il prodotto nazionale (e dunque il livello di occupazione) al di sopra del suo livello naturale, favorendo il rinnovo del consenso accordato dagli elettori alle forze di governo. L\u2019unico effetto di lungo periodo sarebbe, per\u00f2, una destabilizzazione delle aspettative inflazionistiche, accompagnata da maggiori tassi di interesse e \u2013 \u00e8 questa una sorta di \u00abequazione nascosta\u00bb del modello del NCM \u2013 da un minor benessere sociale (22).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Come anticipato, tale modello teorico assume una valenza particolare nel caso dell\u2019Area Euro. Quest\u2019ultima \u00e8 stata costruita ad immagine e somiglianza dell\u2019economia dominante, quella tedesca, la cui crescita \u00e8 da sempre affidata al traino delle esportazioni nette. A partire dal secondo dopoguerra, queste hanno infatti rimpiazzato la spesa militare come fonte di domanda autonoma per l\u2019industria tedesca. Non \u00e8, in effetti, un caso che il punto di forza dell\u2019export tedesco sia rappresentato dal settore dei beni di investimento, frutto della riconversione della vecchia industria bellica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, i mercati dei paesi del Sud Europa hanno sostituito le steppe russe o l\u2019Appennino tosco-emiliano quale terreno di scontro e di estensione della propria area d\u2019influenza23.Sennonch\u00e9, il maggior nemico di tale modello \u00e8 la crescita dei prezzi o, meglio, un divario inflazionistico positivo con i principali concorrenti. Maggiore inflazione (sia essa dovuta alla dinamica dei salari unitari, ovvero a quella della produttivit\u00e0 del lavoro) si traduce, infatti, in una minore competitivit\u00e0 delle produzioni nazionali rispetto a quelle dei rivali esteri24.Ecco perch\u00e9 da sempre le autorit\u00e0 tedesche avversano ogni tipo di provvedimento che possa determinare un allentamento delle politiche di controllo dei prezzi25.\u00c8 questa, nei fatti, l\u2019equazione nascosta che si aggiunge al modello (i)-(ii)-(iii) applicato all\u2019Area Euro a guida tedesca26.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sul piano del welfare, ci\u00f2 si traduce non nella scomparsa tout court del modello europeo-continentale di stato sociale, ma in un rovesciamento delle sue finalit\u00e0 e della sua natura, in funzione dell\u2019attuale fase di ridefinizione della catena transazionale del valore. Ancora una volta il modello di riferimento \u00e8 quello tedesco delle cosiddette riforme Hartz (o Agenda 2010), ossia dei quattro pacchetti di riforme del mercato del lavoro volute dal governo socialdemocratico di Gerhard Schr\u00f6der ed entrate in vigore tra il 2003 e il 2005. In estrema sintesi, si tratta di una copertura di welfare universalista introdotta come contropartita ad una massiccia deregolamentazione-flessibilizzazione dei contratti di lavoro salariato.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ne \u00e8 derivata, in Germania, una crescita nulla dei salari nominali e addirittura una sensibile contrazione del salario reale percepito da vaste fasce di lavoratori nell\u2019ultimo decennio. Nei fatti, ci\u00f2 ha consentito alle imprese tedesche di scaricare il costo della manodopera sullo Stato (al quale la riforma costa circa trenta miliardi di euro l\u2019anno), nonch\u00e9 di espungere definitivamente la forza-lavoro dal governo delle decisioni di produzione (con l\u2019eccezione di una piccola \u00abaristocrazia\u00bb sindacale attiva, per lo pi\u00f9, all\u2019interno di pochi colossi industriali).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In effetti, mini-job, midi-job ed altre forme contrattuali flessibili (per lo pi\u00f9 non coperte dai contratti collettivi ed esenti dalle imposte), accoppiate ad una miriade di sussidi (reddito minimo, contribuito per l\u2019affitto, assegni familiari, ecc.), hanno trasformato la Germania nel paese con il maggior numero di lavoratori a basso salario: una percentuale del 22%, contro i pochi punti percentuali di Francia e paesi scandinavi, e una media dell\u2019Area Euro di 14-15% (fonte: Eurostat 2013; cfr. anche Gallino 2012). De te fabula narratur, dunque?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Le recenti proposte di modifica in chiave universalista del (ben pi\u00f9 asfittico) sistema di welfare italiano sembrerebbero confermare tale ipotesi, se non fosse che la situazione italiana (come quella degli altri paesi periferici dell\u2019Area Euro) si presenta assai pi\u00f9 drammatica sul piano delle possibilit\u00e0 di copertura, vista la dimensione del servizio annuale sul debito pubblico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p>1.Come \u00e8 stato osservato, sembrava, per contro, che tutte le profezie marxiane si stessero inverando: dall\u2019immiserimento relativo delle classi lavoratrici, al conflitto crescente tra salariati e classi proprietarie; dalla caduta generalizzata del saggio di profitto all\u2019aumento dell\u2019instabilit\u00e0 economica e finanziaria; dalla centralizzazione e concentrazione dei capitali, alle tensioni crescenti tra Stati-Nazione per l\u2019estensione delle rispettive aree di influenza politica ed economica (cfr. Screpanti e Zamagni 2000).<\/p>\n<p>2.Come dovrebbe essere chiaro, l\u2019articolo muove da una visione pre-analitica o, meglio, da un punto di vista di classe, ben definito: quello del lavoro salariato. Viene con ci\u00f2 rigettata la pretesa, avanzata e condivisa dalla maggior parte della comunit\u00e0 accademica degli economisti, di considerare l\u2019economics una scienza astorica, priva di una dimensione valoriale e di connotazioni socio-politiche (o wertfrei, per usare un\u2019espressione cara alla tradizione di pensiero \u00abaustriaca\u00bb). L\u2019economia dominante viene qui, anzi, riguardata come la forma privilegiata di auto-rappresentazione della classe sociale egemone, i cui interessi particolari (i.e. l\u2019estensione-intensificazione massima dei rapporti capitalistici di produzione e di scambio) vengono assunti e rappresentati come interesse generale. Specularmente, il pensiero economico \u00abcritico\u00bb (nelle sue numerose declinazioni: marxiano, sraffiano, post-keynesiano e kaleckiano, per citare solo le correnti pi\u00f9 note) viene recuperato e reinterpretato come tentativo di disvelamento della natura apologetica delle categorie dell\u2019economico (ossia come \u00abcritica dell\u2019economia politica\u00bb) e, al contempo, come analisi critica del reale. Si tratta di un approccio che rovescia le premesse teoriche da cui muove il pensiero dominante, a partire dalla visione di un mondo privo di conflitto sociale, popolato da individui identici e sovrani, assimilati a consumatori perfettamente razionali ed infinitamente preveggenti. Un mondo in cui la moneta \u00e8 appena un \u00abvelo\u00bb posto sulle grandezze reali e l\u2019attivit\u00e0 di produzione e di scambio \u00e8 vincolata soltanto dalla tecnologia e dal fondo di risorse disponibili. Si noti, al riguardo, che \u00e8 possibile ricondurre, almeno in prima approssimazione, l\u2019insieme dei filoni critici al cosiddetto \u00abparadigma della riproduzione\u00bb, contrapposto al \u00abparadigma della scarsit\u00e0\u00bb che sottende il pensiero economico dominante e le politiche liberoscambiste (su questo punto, si rinvia a Brancaccio 2012, nonch\u00e9 a Brancaccio e Passarella 2012).<\/p>\n<p>3.L\u2019utilizzo delle etichette \u00abliberista\u00bb o \u00abneoliberista\u00bb per denominare l\u2019intero arco di posizioni che hanno dominato la politica economica dell\u2019ultimo ventennio nei paesi avanzati \u00e8, a rigor di termini, improprio. Anzitutto, nessun governo ha mai applicato ricette liberiste tout court. La sinistra si \u00e8, infatti, caratterizzata per una posizione che \u00e8 stata efficacemente ribattezzata \u00absocial-liberismo\u00bb (cfr. Bellofiore e Halevi, 2010). In estrema sintesi: liberalizzazioni dei mercati dei beni e dei servizi accoppiate a regolamentazioni, al fine di smussare le imperfezioni della concorrenza, pi\u00f9 riduzione dei disavanzi pubblici, al fine di \u00abliberare\u00bb risorse da destinare a crescita e redistribuzione dei redditi. D\u2019altro canto, i governi conservatori si sono caratterizzati per una posizione ancor meno \u00abliberista\u00bb. In effetti, la deregolamentazione del mercato del lavoro e i tagli al welfare sono spesso stati associati con la tutela dei monopoli e un uso pragmatico, talvolta spregiudicato, delle finanze pubbliche (soprattutto attraverso la riduzione della pressione fiscale sui redditi pi\u00f9 elevati e sui grandi patrimoni). \u00c8 questa seconda posizione che dovrebbe essere definita propriamente \u00abneo-liberista\u00bb. Tuttavia, per ragioni di comodit\u00e0 espositiva, nel resto dell\u2019articolo mi atterr\u00f2 alla pratica, prevalente in letteratura, di denotare con l\u2019espressione di \u00abpolitiche neoliberiste\u00bb entrambe le opzioni.<\/p>\n<p>4.L\u2019economia italiana rallenta gi\u00e0 a partire dalla met\u00e0 degli anni sessanta, con un\u2019ulteriore flessione a seguito delle turbolenze valutario-finanziarie legate alla fine di Bretton Woods, delle due crisi petrolifere degli anni settanta, e soprattutto degli \u00abimpegni\u00bb presi in vista dell\u2019entrata nello SME prima e dell\u2019adozione della valuta unica poi (cfr. Graziani 1975, 1989).<\/p>\n<p>5. Il recente cambio di rotta impresso da Mario Draghi e dal board della BCE (cfr. S24O 2013; si veda anche Passarella Veronese 2014a) se, da un lato, ha temporaneamente stabilizzato i mercati dei titoli di Stato dei paesi periferici, dall\u2019altro, non prefigura ancora per l\u2019istituto di Francoforte quel ruolo di \u00abprestatore di ultima istanza\u00bb del settore pubblico che varrebbe a rompere il ricatto dei mercati finanziari. Piuttosto, proprio l\u2019uso condizionale delle operazioni di acquisto dei titoli di Stato dei paesi \u00abperiferici\u00bb \u00e8 valso a rimarcare il ruolo politico della BCE quale arbitro del conflitto tra capitali europei a differente base nazionale. Su questo punto, si rinvia a Brancaccio e Fontana (2013).<\/p>\n<p>6.Si pensi a Spagna e all\u2019Irlanda che, alle soglie della crisi del 2007, potevano vantare debiti pubblici risibili (pari al 38% e al 25% del PIL, rispettivamente). Anche l\u2019Italia, che pure aveva accumulato un debito pubblico assai elevato, ne aveva visto ridurre il peso proprio negli anni precedenti la crisi (dal 121.8% del 1994 al 103.6% del 2007). Si noti che sempre l\u2019Italia \u00e8, tra i paesi dell\u2019Area Euro, quello in cui il debito \u00e8 cresciuto meno dallo scoppio della crisi: +27% dal 2007 al 2012, contro il +34% registrato dalla virtuosa Germania nello stesso periodo (fonti: Eurostat 2013; FMI 2013). Per contro, il disavanzo delle partite correnti di Irlanda, Portogallo, Spagna e Grecia (e, in misura diversa, Italia) verso i paesi del centro \u00e8 cresciuto costantemente fino allo scoppio della crisi.<\/p>\n<p>7.Per una ricostruzione puntuale delle ragioni della crisi delle economie \u00abperiferiche\u00bb dell\u2019Area Euro, a partire dalle specificit\u00e0 italiane, si rinvia a Brancaccio e Passarella 2012.<\/p>\n<p>8.Si noti che tali vincoli (introdotti soprattutto in seguito agli accodi di Bretton Woods) avevano garantito la stabilit\u00e0 finanziaria del dopoguerra.<\/p>\n<p>9.Si vedano, al riguardo, Burgio e Cavallaro (2002).<\/p>\n<p>10.Si rinvia, tra gli altri, a Galbraith (2012), Rodrik (2011), Krugman (2008) e CE (2007).<\/p>\n<p>11.Si noti che, in base alla teoria economica dominante, le politiche liberoscambiste consentirebbero una pi\u00f9 efficiente allocazione delle risorse. In particolare, esse permetterebbero ai capitali di affluire dalle regioni economicamente pi\u00f9 avanzate (in cui i risparmi sono pi\u00f9 abbondanti) verso le regioni meno avanzate (in cui i capitali sono pi\u00f9 scarsi e dunque il loro rendimento \u00e8 pi\u00f9 elevato), producendo, attraverso la crescita degli investimenti produttivi, una tendenziale convergenza dei livelli di competitivit\u00e0 delle seconde a quelli delle prime. \u00c8 su questa base Blanchard e Giavazzi (2002), tra gli altri, hanno argomentato che gli squilibri esteri interni all\u2019Area Euro andavano interpretati come un segno di integrazione crescente delle economie dell\u2019area. La crisi cosiddetta \u00abdei debiti sovrani\u00bb, in cui i flussi di capitale dal centro alla periferia hanno agito da elemento di amplificazione delle divergenze reali tra paesi-membri, \u00e8 soltanto l\u2019ultima delle clamorose smentite ricevute da tale teoria. Sui problemi connessi ai processi di integrazione finanziaria, si rinvia a Passarella Veronese 2014b,c.<\/p>\n<p>12.Il termine Washington Consensus viene solitamente associato alla deregolamentazione dei mercati finanziari (ossia alla riduzione dei controlli sulle attivit\u00e0 bancarie e sui movimenti internazionali di capitali) e alle politiche di apertura dei mercati di beni e servizi prescritte da Williamson (1990). Bench\u00e9 tale interpretazione sia contestata dal suo autore, il \u00abdecalogo\u00bb di Williamson ha costituito la base teorica delle ricette liberoscambiste richieste dal Fondo Monetario Internazionale e dal governo statunitense ai governi delle economie in via di sviluppo nel corso degli anni novanta.<\/p>\n<p>13.Non dovrebbe, a questo punto, sfuggire il rapporto di gemellanza siamese intercorrente tra apertura dei mercati (intesa soprattutto come rimozione dei controlli sui movimenti dei capitali) e finanziarizzazione dell\u2019economia, essendo quest\u2019ultima legata a doppio filo all\u2019accelerazione nel processo di concentrazione di capitale resa possibile dalla prima. In merito all\u2019interpretazione del paradigma dominante in termini di ri-regolamentazione de-politicizzante, si rinvia a Major (2012).<\/p>\n<p>14.Un \u00abkeynesismo privatizzato\u00bb, come \u00e8 stato icasticamente definito da Bellofiore (2012a), in cui la crescita economica era trainata dalla domanda privata per consumi a debito. Questi ultimi, a loro volta, erano drogati dal boom dei mercati delle attivit\u00e0 finanziarie e immobiliari, il cui valore di mercato veniva sapientemente pilotato dalla banca centrale attraverso la fissazione del tasso di interesse di riferimento e tramite strumenti monetari non-convenzionali.<\/p>\n<p>15.I suoi promotori vengono talvolta definiti come Nuovo-Keynesiani (per via del ruolo assegnato alla rigidit\u00e0 di prezzi e salari, anche se tale rigidit\u00e0 \u00e8 un tratto distintivo pi\u00f9 degli interpreti neoclassici di Keynes che di Keynes stesso), talaltra come Neo-Wickselliani (per il ruolo assegnato allo scostamento del tasso di interesse effettivo dal suo livello \u00abnaturale\u00bb quale causa del ciclo economico).<\/p>\n<p>16.Il lungo periodo, detto talvolta anche \u00abmedio periodo\u00bb, \u00e8 quella dimensione logico-temporale in cui le aspettative inflazionistiche di tutti gli agenti economici sono pienamente realizzate. Si, tratta a ben vedere, appena di un caso di scuola o, meglio, di un\u2019ipotesi teorica, che non trova mai riscontro nel \u00abmondo reale\u00bb. Sulle implicazioni di tale ipotesi nell\u2019ambito del modello economico dominante, nonch\u00e9 per una critica di tale modello, si rinvia a Fontana e Passarella Veronese (2014).<\/p>\n<p>17.Intuitivamente, la ragione \u00e8 che maggiore \u00e8 il costo reale del denaro, minore saranno gli investimenti, i consumi a credito e le esportazioni nette (per via dell\u2019apprezzamento della valuta determinato dal maggior tasso di interesse). In realt\u00e0, da un punto di vista formale, tale relazione viene derivata tramite un processo di massimizzazione vincolata della funzione di utilit\u00e0 che sottende le scelte intertemporali di consumo\/risparmio di un agente-consumatore rappresentativo.<\/p>\n<p>18.Si tratta di una particolare declinazione della cosiddetta curva di Phillips, una regolarit\u00e0 empirica che metteva originariamente in relazione il tasso di variazione dei salari monetari (o dei prezzi) con il tasso di disoccupazione. Nella versione del NCM, le due variabili considerate sono la variazione del tasso di inflazione e l\u2019output gap, ossia lo scostamento della produzione corrente dal suo livello naturale. Intuitivamente, quanto maggiore \u00e8 tale scostamento, tanto maggiori saranno (in via temporanea) l\u2019occupazione e il potere contrattuale dei lavoratori e dunque (in via permanente) la crescita dei salari nominali e dei prezzi.<\/p>\n<p>19.Naturalmente, nel caso contrario si assisterebbe ad una spirale deflazionistica.<\/p>\n<p>20.O, meglio, dal suo scostamento rispetto all\u2019obiettivo inflazionistico della banca centrale. Si noti, al riguardo, che nell\u2019ambito dell\u2019Area Euro il tasso di inflazione obiettivo \u00e8 il 2%. Pi\u00f9 precisamente, la Banca Centrale Europea si impegna a garantire un tasso di inflazione \u2013 definito come l\u2019incremento annuale nell\u2019indice dei prezzi al consumo, HICP \u2013 \u00abinferiore ma vicino al 2%\u00bb (cfr. ECB 2011).<\/p>\n<p>21.\u00c8 questa la cosiddetta regola di Taylor, ossia la regola che le banche centrali devono seguire per la fissazione del tasso di interesse di riferimento sul mercato monetario unsecured (ossia senza garanzie collaterali). Si noti che la (i) e la (iii), prese congiuntamente, forniscono una relazione negativa tra quantit\u00e0 prodotta e variazione dei prezzi che pu\u00f2 essere interpretata come la curva di domanda aggregata del sistema. L\u2019equazione (ii) pu\u00f2, invece, essere interpretata come la curva di offerta aggregata dell\u2019economia. Per un\u2019introduzione al modello del Nuovo Consenso, si rinvia a Fontana e Passarella Veronese (2014). Per una rilettura critica della regola del banchiere centrale si rinvia, invece, a Brancaccio e Fontana (2013).<\/p>\n<p>22.Di equazione nascosta ha parlato esplicitamente Lavoie (2006).<\/p>\n<p>23.Pochi dati valgono a chiarire questo punto. Il peso delle esportazioni tedesche \u00e9 superiore al 50% del PIL del paese. Dal 2007 la Germania registra un avanzo delle partite correnti gigantesco, nell\u2019ordine del 6% del PIL. Nel 2012, il surplus nominale delle partite correnti tedesche ha superato quello della Cina. Col che dovrebbe risultare chiaro che quello tedesco \u00e8 un modello intrinsecamente \u00abnon-cooperativo\u00bb. Esso non pu\u00f2 prestarsi, per sua stessa natura, a fungere da traino di una pi\u00f9 ampia area commerciale e valutaria, essendo specificamente progettato per drenare risorse monetarie dalle altre economie. Per un approfondimento di questo aspetto, si rinvia al bel saggio divulgativo di De Cecco e Maronta (2013).<\/p>\n<p>24.Si noti, al riguardo, che ci\u00f2 che conta (in termini di competitivit\u00e0 relativa) sono non gi\u00e0 i livelli assoluti di produttivit\u00e0 del lavoro e dei salari nominali, ma la loro variazione nel tempo.<\/p>\n<p>25.Per contro, merita appena di essere richiamato il clamoroso falso storico dell\u2019iper-inflazione tedesca degli anni Venti quale elemento precursore del nazismo. L\u2019inflazione torn\u00f2, infatti, sotto controllo gi\u00e0 nel 1924, mentre l\u2019ascesa di Hitler fu favorita dalla disoccupazione generata dai pesanti provvedimenti deflazionistici adottati dal governo tedesco nei primi anni Trenta.<\/p>\n<p>26.Si noti che, a dispetto delle sue riconosciute falle previsionali, quel modello costituisce la base per le previsioni di lungo periodo effettuate dai ricercatori della Banca Centrale Europea. Le previsioni di breve termine sono, invece, affidate a pi\u00f9 tradizionali modelli econometrici.<\/p>\n<p>27.Non \u00e9 questa la sede per una disamina approdondita circa i diversi significati attribuiti a ciascuna definizione dai rispetti promotori. Sinteticamente, la principale differenza tra il reddito di base incondizionato (o di cittadinanza o basic income) e il reddito minimo garantito \u00e9 che il primo, a differenza del secondo, \u00e9 universale e illimitato nel tempo. Per contro, il reddito minimo garantito si configura come una forma di sostegno per chi \u00e9 temporaneamente disoccupato, \u00e9 vincolato all\u2019accettazione da parte del beneficiario di eventuali proposte di lavoro, e pu\u00f3 essere erogato anche a chi percepisca un reddito da lavoro inferiore ad una soglia minima.<\/p>\n<p><strong>Bibliografia<\/strong><\/p>\n<p>BCE (2011), The European Central Bank, the Eurosystem, the European System of Central Banks, Francoforte: Banca Centrale Europea, gennaio 2011.<\/p>\n<p>Bellanca, N. e Baron, H. (2013), \u00abIl problema del tempo libero nell\u2019ambito della civilt\u00e0 del capitale\u00bb, DISEI &#8211; Universit\u00e0 degli Studi di Firenze, Working Paper Series &#8211; Economics, 16.<\/p>\n<p>Bellofiore, R. (2012a), La crisi globale. L\u2019Europa, l\u2019Euro, la Sinistra, Trieste: Asterios Editore.<\/p>\n<p>Bellofiore, R. 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Introduzione Il quesito sollevato dal titolo del seminario, Welfare o barbarie, evoca la drammatica alternativa posta da Rosa Luxemburg, sulla scorta di Friedrich Engels, esattamente un secolo fa: \u00abla societ\u00e0 Borghese si trova di fronte ad un dilemma, o transizione al socialismo o regressione nella barbarie\u00bb (Luxemburg 1915). Si noti che quell\u2019\u00abo\u00bb assumeva, per Luxemburg, un valore di disgiunzione esclusiva. Esprimeva, cio\u00e8, un\u2019opposizione netta: socialismo oppure barbarie. &nbsp;&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":26460,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/sinistra-in-rete-e1474130037723-160x160.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-842","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/31002"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=31002"}],"version-history":[{"count":6,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/31002\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":31024,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/31002\/revisions\/31024"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26460"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=31002"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=31002"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=31002"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}