{"id":31020,"date":"2017-05-23T10:00:21","date_gmt":"2017-05-23T08:00:21","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=31020"},"modified":"2017-05-23T18:45:00","modified_gmt":"2017-05-23T16:45:00","slug":"contro-il-liberoscambismo-2a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=31020","title":{"rendered":"Contro il liberoscambismo (2a parte)"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA RETE (Marco Veronese Passarella)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>4. Reddito o lavoro?<\/strong><\/p>\n<p>Nell\u2019ultimo decennio il dibattito italiano sulle necessit\u00e0 di revisione del sistema di previdenza sociale \u00e8 ruotato attorno alla proposta di introduzione di un reddito minimo garantito ovvero di un reddito di base incondizionato (27).A destra dello schieramento politico, tale proposta \u00e8 stata declinata prevalentemente in termini di sostituzione della molteplicit\u00e0 di sussidi elargiti dallo Stato (in forma di sussidi di disoccupazione, cassa integrazione guadagni, e cos\u00ec via) con un unico sussidio universale che consenta di superare le disparit\u00e0 di trattamento legate alla miriade di forme contrattuali introdotte a seguito dei provvedimenti di flessibilizzazione del mercato della forza-lavoro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Intesa come contropartita alla riduzione del grado di protezione contrattuale dei lavoratori, la proposta di reddito minimo incontra oggi \u2013 almeno sulla carta \u2013 un consenso piuttosto ampio, anche (e forse soprattutto) negli ambienti della sinistra di governo. Essa costituisce il principale pilastro della cosiddetta flexicurity. Tale idea riecheggia, del resto, una vecchia suggestione di Milton Friedman, la celebre negative income tax (imposta negativa sul reddito o NIT), ossia un sussidio pari all\u2019eventuale differenza tra una soglia minima di reddito imponibile stabilita per legge e il reddito effettivamente percepito in un certo nucleo familiare (28). A sinistra, soprattutto negli ambienti della sinistra radicale, la proposta di introduzione di un reddito di base incondizionato \u00e8, per contro, solitamente legata alla sua presunta natura di \u00absalario sociale legato ad una contribuzione produttiva oggi non remunerata e non riconosciuta\u00bb, quella dell\u2019\u00abintellettualit\u00e0 diffusa e [de] la dimensione cognitiva del lavoro\u00bb (Fumagalli e Vercellone 2013; cfr. anche Fumagalli 2013).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Essa muoverebbe, insomma, dalla presa d\u2019atto che il regime di regolazione post-fordista \u00e8 caratterizzato da una quota crescente di \u00abtempo di lavoro necessario\u00bb \u2013 per utilizzare una categoria cara al pensiero marxista \u2013 che non viene contrattualmente sanzionata. Tale flusso di \u00ablavoro\u00bb cognitivo sarebbe erogato al di fuori dei luoghi tradizionalmente deputati alla produzione di merci, nell\u2019ambito, cio\u00e8, di forme molteplici di interazione sociale che si vorrebbero immediatamente produttive di valore e di plusvalore. L\u2019erogazione di un reddito di base incondizionato varrebbe, perci\u00f2, a ristabilire una corrispondenza tra contributo produttivo dei fattori della produzione e quota di prodotto sociale loro spettante (29).<\/p>\n<p>Lasciando da parte le ragioni che lo motivano, e concentrandosi sui suoi effetti potenziali, l\u2019introduzione di un reddito di base incondizionato in un contesto di elevata flessibilit\u00e0 del mercato della forza-lavoro, di estrema debolezza delle organizzazioni dei lavoratori e di fragilit\u00e0 finanziaria degli Stati, solleva tre ordini di perplessit\u00e0: due di natura economico-politica, e una di natura filosofico-sociale. Il primo ordine di perplessit\u00e0 concerne le possibilit\u00e0 di copertura finanziaria di tale provvedimento, dati anche i vincoli derivanti dall\u2019adozione della valuta unica e dai trattati internazionali sottoscritti dallo Stato italiano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Da un calcolo preliminare dei costi ad esso associati sembrerebbe di poter concludere che l\u2019estensione di un reddito di base incondizionato, ove tale reddito fosse rilevante, sarebbe incompatibile con un livello di pressione fiscale socialmente accettabile (30).In tal senso, pi\u00f9 che fungere da elemento di ricomposizione della forza-lavoro, tale misura rischierebbe di produrre un\u2019ulteriore frattura tra lavoratori stabili (e per questo contribuenti netti), da un lato, e lavoratori precari, inattivi ed altri sussidiati (ossia i beneficiari netti del provvedimento), dall\u2019altro. Si potrebbe, forse, argomentare che la sostenibilit\u00e0 finanziaria (e sociale) del reddito di base potrebbe, almeno in linea teorica, essere sempre conseguita all\u2019interno di un paese dotato di piena sovranit\u00e0 valutaria, mediante politiche di monetizzazione della spesa pubblica contratta a tal fine. Tuttavia, la prospettiva di un\u2019uscita dall\u2019Euro non viene mai evocata dai promotori di tale provvedimento.<\/p>\n<p>Un secondo ordine di perplessit\u00e0 rimanda al cosiddetto \u00abeffetto Speenhamland\u00bb (31).<\/p>\n<p>Come segnalato da numerosi studiosi, sulla scorta del contributo di Karl Polanyi (1944), il rischio \u00e8 che si crei una \u00abdinamica per cui l\u2019erogazione benintenzionata di un \u2018sussidio\u2019 che consente alle imprese di pagare retribuzioni pi\u00f9 basse, nel tempo si trascina dietro al ribasso l\u2019intera struttura dei salari, e finisce cos\u00ec col ritrasformare i lavoratori in mendicanti \u2013 tanto pi\u00f9 quanto pi\u00f9 la crisi morde\u00bb (Bellofiore 2012b). Lungi dal fungere da elemento di sostegno del potere contrattuale dei lavoratori, il reddito garantito o di base consentirebbe alle imprese di appropriarsi di quote crescenti di prodotto sociale netto, grazie ad una forza-lavoro atomizzata (per via dell\u2019intermittenza lavorativa) e scarsamente incentivata alla rivendicazione salariale (per via della certezza di un minimo vitale). Proprio il caso tedesco \u00e9 emblematico in tal senso.<\/p>\n<p>Vi \u00e8, infine, una terza ragione di perplessit\u00e0 di ordine filosofico, peraltro gravida di conseguenze sociali. Lo scambio intermittenza lavorativa versus certezza dei flussi di reddito non fa i conti con la natura duale del lavoro salariato, che \u00e8 s\u00ec \u00ablavoro astratto\u00bb, ossia attivit\u00e0 produttrice di \u00abvalore (di scambio)\u00bb \u2013 e in quanto tale veicolo di alienazione e di sfruttamento \u2013 ma anche, al contempo, \u00ablavoro concreto\u00bb, ossia attivit\u00e0 produttrice di \u00abvalori d\u2019uso\u00bb \u2013 e in quanto tale elemento di definizione della propria identit\u00e0 individuale e sociale. Nel tempo, il combinato disposto di reddito garantito e precariet\u00e0 lavorativa cristallizza i rapporti di produzione dati, elimina ogni residuo di \u00abpotere operaio\u00bb nella produzione, e dunque rafforza la divisione in classi della societ\u00e0 capitalistica (32).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In altre parole, in assenza di un salario minimo e, ancor pi\u00f9, di un piano per la piena occupazione, la semplice erogazione di un sussidio monetario rischia di tradursi in degrado ed emarginazione sociale. Dai ghetti dei nativi australiani alle periferie berlinesi, gli esempi di come politiche di elargizioni monetarie possano produrre effetti socialmente regressivi non mancano. Di certo, tali politiche non paiono in grado, da sole, di prefigurare alcun rovesciamento nei rapporti sociali scaturiti dai processi di finanziarizzazione e globalizzazione che hanno investito le principali economie capitalistiche nell\u2019ultimo trentennio, rischiando anzi di fungere da foglia di fico (o addirittura da amplificatori) di tali processi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>5. Per una ripresa della pianificazione pubblica<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Esiste un\u2019alternativa? La domanda \u00e8 meno retorica di quanto possa sembrare. Gli attuali assetti politici internazionali, ed ancor pi\u00f9 la condizione di estrema debolezza (sul piano ideologico, o dell\u2019immaginario, non meno che su quello dei rapporti di forza) delle classi salariate, non sembrano lasciare troppi spazi a scenari di cambiamento radicale dell\u2019esistente. Proprio l\u2019acuirsi della crisi in cui l\u2019Italia e la maggior parte dei paesi europei sono sprofondati nell\u2019ultimo quinquennio potrebbe, per\u00f2, dischiudere alcune possibilit\u00e0 di trasformazione. Al riguardo, comincia, sia pure lentamente, a farsi largo la consapevolezza che \u2013 accantonata la retorica facile (bench\u00e9 non priva di fondamento) sul malaffare e la corruzione della classe politica quali problemi endemici della vita pubblica italiana e sud-europea in genere \u2013 non via sia, in realt\u00e0, \u00abspreco\u00bb maggiore che milioni di (giovani e meno giovani) lavoratori disoccupati o sotto-occupati.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Che, cio\u00e8, non sia un generico eccesso di spesa pubblica \u00abimproduttiva\u00bb a far problema, ma, al contrario, la carenza di domanda (autonoma) aggregata legata a doppio filo alle politiche di aggancio valutario in vista dell\u2019adozione della valuta unica prima, ed alle misure di austerit\u00e0 poi. Se i paesi forti dell\u2019Area Euro (essenzialmente, Germania e \u00absatelliti\u00bb) hanno potuto contare sul canale delle esportazioni nette per dare fiato alla domanda, l\u2019Italia ha pagato doppiamente la politica di alti tassi di interesse perseguita a partire dai primi anni ottanta, anche in seguito al \u00abdivorzio\u00bb tra Banca Centrale e Tesoro (33). Adottata al fine di sostenere il rapporto di cambio con il Marco e le altre valute forti, tale politica non soltanto ha inciso negativamente sulla competitivit\u00e0 delle merci italiane (e dunque sulle esportazioni nette), ma ha disincentivato l\u2019investimento privato proprio mentre rendeva quello pubblico assai pi\u00f9 gravoso, per via della crescita del servizio sul debito.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Le privatizzazioni degli anni novanta, ufficialmente adottate allo scopo di abbattere il debito pubblico ed entrare nell\u2019area della valuta unica, hanno ulteriormente indebolito la struttura produttiva italiana. D\u2019altra parte, gli effetti depressivi delle politiche di austerit\u00e0 adottate nell\u2019ultimo quinquennio nell\u2019Area Euro sono ormai ampiamente documentati34.In questo contesto, il breve periodo di stabilit\u00e0 economica e di relativa solidit\u00e0 finanziaria registrato all\u2019indomani del lancio della valuta unica deve essere riguardato pi\u00f9 come un\u2019eccezione che come la regola. Incidentalmente, esso \u00e8 altres\u00ec la controprova del fatto che l\u2019andamento del debito pubblico (in rapporto a PIL) \u00e8 determinato dall\u2019andamento del tasso reale di interesse sui titoli (nonch\u00e9 dal tasso di crescita del PIL), e non viceversa (35).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 commentatori assai autorevoli da tempo invocano, per i paesi-membri dell\u2019Area Euro, la cessazione delle politiche di austerit\u00e0, in favore di politiche di stimolo fiscale opportunamente \u00absupportate\u00bb dalla banca centrale attraverso misure di stabilizzazione dei rendimenti sui titoli di Stato (36). In caso contrario, il rischio \u00e8 quello della desertificazione produttiva di intere aree del Sud Europa, Italia compresa, ovvero di una deflagrazione incontrollata dell\u2019unione valutaria.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il riconoscimento del ruolo della spesa pubblica quale surrogato necessario della spesa privata carente e del ruolo della politica monetaria quale fattore chiave nella determinazione degli spazi di agibilit\u00e0 finanziaria rappresentano, di certo, due passi avanti rispetto all\u2019improbabile dottrina dell\u2019\u00abausterit\u00e0 espansiva\u00bb (37). Deve per\u00f2 essere chiaro che l\u2019adozione di politiche fiscali attive e di politiche monetarie accomodanti, bench\u00e9 necessaria, non sarebbe sufficiente a fronteggiare la grave crisi in cui versa l\u2019economia italiana, nel contesto pi\u00f9 ampio della crisi delle economie avanzate.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A certe condizioni, essa potrebbe, anzi, rivelarsi un boomerang. Anzitutto, in assenza di una piena sovranit\u00e0 valutaria e di barriere alla circolazione dei capitali, si materializzerebbe immediatamente il rischio di un peggioramento repentino del conto corrente della bilancia dei pagamenti che alimenterebbe l\u2019attivit\u00e0 di speculazione contro i titoli del debito pubblico italiano. Ci\u00f2 spingerebbe inesorabilmente il paese verso un\u2019uscita \u00abforzata\u00bb dall\u2019area della valuta unica, inverando e premiando le scommesse ribassiste degli investitori.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In questo scenario, le classi dirigenti sarebbero portate a spingere ulteriormente sul pedale dell\u2019austerit\u00e0 e della riduzione delle garanzie contrattuali dei lavoratori salariati, al fine di contenere gli effetti inflazionistici e sostenere la bilancia commerciale (magari in cambio di promesse circa un sistema di copertura universalista da adottarsi a tempesta passata) (38). La caduta dei valori di mercato delle attivit\u00e0 nazionali legata all\u2019iniziale probabile sovra-deprezzamento della valuta rispetto alle valute delle economie forti aprirebbe poi la strada ad un processo ancor pi\u00f9 accentuato di acquisizioni estere di imprese italiane, con un ulteriore pregiudizio per i livelli (e le condizioni) occupazionali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019introduzione di vincoli stringenti alla circolazione dei capitali deve dunque essere riguardata come la precondizione di ogni forma di intervento attivo dello Stato italiano. Senza l\u2019introduzione di tali vincoli, nessuna strada alternativa alle politiche di \u00abrigore\u00bb di bilancio sarebbe sostenibile a lungo. Sennonch\u00e9, tale posizione si scontra frontalmente con il testo dei Trattati europei che escludono sia la possibilit\u00e0 di finanziamento dei disavanzi del settore pubblico tramite la Banca Centrale Europea, sia l\u2019adozione (a livello nazionale o europeo) di controlli sui movimenti di capitali. Ancora una volta, in assenza di un mutamento radicale negli assetti istituzionali europei, quella di un\u2019uscita \u2013 sia pure stavolta \u00abpilotata\u00bb e non subita \u2013 dalla valuta unica si rivela ben pi\u00f9 che una mera ipotesi di scuola (39).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma uscire per fare che? Dato il ritardo tecnologico accumulato dal nostro paese nei confronti delle altre economie avanzate, un semplice intervento di sostegno alla domanda non sarebbe comunque sufficiente a riportare stabilmente l\u2019economia italiana su un sentiero di crescita sostenuta e duratura. Decenni di stagnazione economica hanno, infatti, reso il settore industriale italiano cronicamente dipendente dai mercati esteri non soltanto per gli approvvigionamenti energetici, ma anche per l\u2019importazione di tecnologia (cfr. Lucarelli et al. 2013). In tale contesto, l\u2019affidamento esclusivo della ripresa economica alle forze del mercato non farebbe che accentuare gli squilibri esteri, favorendo l\u2019acquisizione di ci\u00f2 che rimane del sistema produttivo e bancario italiano (40).<\/p>\n<p>L\u2019allontanamento dei centri decisionali dal paese andrebbe di pari passo con l\u2019allontanamento delle possibilit\u00e0 di cambiamento radicale dei rapporti sociali esistenti. La via di uscita dalla crisi non pu\u00f2, dunque, che passare per una pi\u00f9 vasta area di intervento del settore pubblico. Questo dovrebbe intervenire non solo e non tanto come acquirente-finanziatore di ultima istanza del settore privato, ossia con interventi dal lato della domanda, ma anche e soprattutto come produttore e occupatore di prima istanza, vale a dire con interventi dal lato dell\u2019offerta. Lo Stato italiano dovrebbe, cio\u00e8, impegnarsi direttamente nella produzione di quei beni di base in cui maggiori sono i \u00abfallimenti del mercato\u00bb e che devono, anche in un contesto capitalistico, essere sottratti alla logica dell\u2019accumulazione privata (41). Dall\u2019infrastrutturazione (a basso impatto ambientale) del territorio all\u2019edilizia pubblica, dallo sfruttamento di nuove fonti energetiche alla ricerca di base e applicata, fino al controllo diretto di alcune industrie strategiche (inclusi i settori bancario e assicurativo) gli esempi sono innumerevoli.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Si tratta, in altri termini, di riprendere, ripensare ed ampliare, quell\u2019insieme di strumenti di programmazione e di pianificazione economica che consentirono al paese di imboccare la strada del cosiddetto \u00abmiracolo economico\u00bb, lasciandosi alle spalle le macerie del secondo conflitto mondiale. Sono gli stessi strumenti che, in anni pi\u00f9 recenti, hanno consentito ad alcune economie emergenti di affrancarsi dalle necessit\u00e0 di ricorso ai prestiti elargiti dal Fondo Monetario e dalla conseguente agenda di riforme. L\u2019obiettivo immediato dovrebbe essere quello della \u00abpiena e buona occupazione\u00bb, ossia dell\u2019azzeramento tendenziale del tasso di disoccupazione involontaria, favorito anche tramite politiche di riduzione generalizzata dell\u2019orario di lavoro. Nel medio periodo, ci\u00f2 dovrebbe poi tradursi in una crescente \u00absocializzazione dell\u2019investimento\u00bb che riservi alle istituzioni democratiche il controllo sul volume e soprattutto sulla composizione della produzione annuale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Si noti che l\u2019aumento del prodotto netto (corrente, ma anche potenziale, per via della riduzione dell\u2019isteresi negativa legata alla disoccupazione) dell\u2019economia che deriverebbe dalla messa all\u2019opera dei lavoratori e degli altri fattori inoccupati, fornirebbe ex post (parte de) le risorse necessarie alla propria copertura finanziaria (42).Quanto al settore delle imprese, esse potrebbero contare su un flusso di domanda (dipendente e autonoma) elevata e stabile, nonch\u00e9 su un accesso pi\u00f9 agevole al credito bancario, il che varrebbe a compensarle (almeno parzialmente) per l\u2019inevitabile riduzione degli spazi di iniziativa privata e della quota reale di reddito nazionale da esse appropriato.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019idea di un \u00abpiano per il lavoro\u00bb come perno di un nuovo sistema di welfare e di relazioni sociali \u00e9, del resto, una proposta che va oltre le necessit\u00e0 nazionali contingenti. Giova ricordare che la funzione storica \u00abcapitalistica\u00bb dello stato sociale, nell\u2019ambito delle economie di mercato, \u00e9 stata anzitutto quella di contribuire a smussare le asperit\u00e0 del ciclo economico. Assieme al sistema di produzione fordista, all\u2019organizzazione di lavoro taylorista, al sistema di \u00abrepressione finanziaria\u00bb (separazione bancaria pi\u00f9 controlli sui movimenti di capitali) e soprattutto al \u00abkeynesismo reale\u00bb del secondo dopoguerra, esso ha fornito per oltre mezzo secolo il complesso di vincoli istituzionali (e organizzativi) entro cui le autorit\u00e0 di governo (e le imprese manifatturiere) hanno costretto la dinamica capitalistica. In assenza di tali ceilings and floors (\u00absoffitti e pavimenti\u00bb, come venivano definiti da economisti critici come Hyman Minsky e Micha\u0142 Kalecki) l\u2019andamento delle principali variabili economiche manifesterebbe prima o poi dinamiche esplosive, ovvero potrebbe stabilizzarsi in corrispondenza di equilibri socialmente sub-ottimali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019instabilit\u00e0 scaturita dalla rimozione parziale di quei vincoli in alcuni dei paesi avanzati negli ultimi due decenni \u2013 con l\u2019ormai noto corredo di bolle finanziarie, boom immobiliari e crescita trainata dai consumi (propri o altrui), seguiti da squilibri esteri, crisi borsistiche, fallimenti bancari e deflazioni da debiti \u2013 sembra confermare alla lettera tale interpretazione. Ecco perch\u00e9, se ripensamento delle forme del welfare state deve esserci, questo deve avvenire nell\u2019ambito di un pi\u00f9 generale ripensamento delle forme dell\u2019intervento dello Stato in economia e del perimetro della sfera pubblica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Un ripensamento che, giova ricordarlo, non pu\u00f2 limitarsi alla mera riproposizione delle ricette keynesiane degli anni sessanta (almeno ove queste ultime vengano intese unicamente come politiche di sostegno alla domanda mediante la spesa pubblica), n\u00e9 pu\u00f2 essere affidato soltanto a provvedimenti di ridistribuzione monetaria. Esso deve, invece, investire direttamente il tema dello Stato (ossia della collettivit\u00e0 associata) come perno del sistema economico e come garante della piena occupazione, nonch\u00e9 del rispetto dei vincoli di tenuta sociale e di sostenibilit\u00e0 ambientale. Il fine \u00e8 ambizioso: quello di costruire un\u2019alternativa nel sistema economico dato come prefigurazione possibile di un\u2019alternativa di sistema.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sennonch\u00e9, anche a voler ignorare i problemi di antropologia politica che una tale proposta-suggestione presenta, esistono due vincoli con cui essa si dovrebbe misurare concretamente: uno, pi\u00f9 generale, di ordine \u00abinterno\u00bb; ed un secondo fattore, specificamente nazionale, di ordine \u00abesterno\u00bb. Anzitutto, esiste una incompatibilit\u00e0 \u00abpolitica\u00bb tra il potere esercitato sul mercato dal sistema delle imprese (intese come strumento di appropriazione di quote di prodotto sociale netto da parte della classe economicamente e socialmente egemone) e il pieno impiego della forza-lavoro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Come spiegato da Micha\u0142 Kalecki (1943), in un articolo in cui vengono lucidamente prefigurate le ragioni reali del naufragio delle politiche keynesiane del dopoguerra, \u00abin un regime di continuo pieno impiego il licenziamento cesserebbe di agire come misura disciplinare. [\u2026] si accrescerebbe la sicurezza di s\u00e9 e la coscienza di classe dei lavoratori. Gli scioperi per un salario pi\u00f9 alto e il miglioramento delle condizioni di lavoro sarebbero fonti di tensione politica. \u00c8 vero \u2013 aggiunge subito dopo \u2013 che i profitti sarebbero pi\u00f9 elevati in un regime di pieno impiego, rispetto al loro livello medio sotto il laissez faire. [\u2026] Ma la \u201cdisciplina nelle fabbriche\u201d e la \u201cstabilit\u00e0 politica\u201d sono pi\u00f9 importanti per i capitalisti dei profitti correnti. L\u2019istinto di classe dice loro che una continua piena occupazione non \u00e8 \u201csana\u201d dal loro punto di vista perch\u00e9 la disoccupazione \u00e8 un elemento integrale di un sistema capitalistico normale\u00bb. L\u2019adozione e soprattutto il mantenimento di misure di pieno impiego sono, dunque, legati a doppio filo ad uno spostamento duraturo nei rapporti di forza tra classi sociali a favore dei salariati.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In secondo luogo, come \u00e8 stato gi\u00e0 menzionato, dati gli attuali scenari internazionali, nonch\u00e9 i testi dei Trattati Europei, l\u2019estensione della sfera di intervento pubblico appena tratteggiata comporta una messa in discussione della permanenza italiana all\u2019interno dell\u2019unione valutaria e dello stesso mercato comune. Va da s\u00e9 che una politica coordinata di intervento pubblico guidata dai paesi forti dell\u2019Area Euro sarebbe, in linea teorica, la soluzione pi\u00f9 auspicabile (o di first best, per usare un linguaggio caro all\u2019economia del benessere) per i lavoratori ed anche per la maggior parte delle imprese dell\u2019Area (43). Essa garantirebbe, ad un tempo, il riassorbimento graduale degli squilibri nelle bilance dei pagamenti dei paesi-membri ed un rilancio della domanda interna europea, uniti ad un processo di democratizzazione delle decisioni di produzione e di scambio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Una politica volta al pieno impiego avrebbe, inoltre, il vantaggio di disinnescare il conflitto potenziale tra lavoratori nativi e lavoratori provenienti dagli altri paesi-membri (ovvero da altre aeree del pianeta), rafforzando il senso di appartenenza ad un comune \u00abmodello europeo\u00bb. Se una tale consapevolezza condivisa tardasse, per\u00f2, a farsi strada, la via dell\u2019uscita dalla valuta unica potrebbe divenire obbligata. Come accennato, essa implicherebbe una rimessa in discussione dello stesso mercato comune, bench\u00e9 naturalmente le sue possibilit\u00e0 di successo sarebbero tanto pi\u00f9 elevate in quanto fosse accompagnata da un nuovo accordo con gli altri paesi della periferia europea e con la stessa Francia (44). L\u2019impatto concreto dello sganciamento valutario sulle condizioni materiali delle classi lavoratrici italiane (ed anche sulla tenuta del sistema delle imprese) dipenderebbe, in modo inverso, dalla loro capacit\u00e0 di imporre nell\u2019agenda politica una rimessa in discussione dei dogmi liberoscambisti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>6. Conclusioni<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019obiettivo principale di questo contributo era, anzitutto, quello di muovere una critica radicale all\u2019accettazione passiva, a tratti apologetica, dei processi di finanziarizzazione e di globalizzazione capitalistica dell\u2019ultimo trentennio, nonch\u00e9 della dottrina liberoscambista che ne costituisce la sovrastruttura ideologica. A tal fine, si \u00e8 mostrato che la liberalizzazione dei movimenti di capitale, realizzata progressivamente a partire dalla fine degli anni settanta, deve essere considerata il fattore-chiave dei cambiamenti intervenuti nella struttura economico-sociale italiana ed europea nell\u2019ultimo trentennio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Si \u00e8 quindi argomentato che i processi di \u00abriforma\u00bb del settore pubblico hanno seguito due direttrici principali: da un lato, la ri-regolamentazione de-politicizzante delle istituzioni preposte al governo dell\u2019economia; e, dall\u2019altro, l\u2019uso esclusivo della politica monetaria quale strumento di intervento pubblico. Al riguardo, si \u00e8, inoltre, mostrato come tale mutamento goda del sostengo teorico del paradigma economico dominante, il cosiddetto \u00abNuovo Consenso\u00bb. Sul piano del welfare, ci\u00f2 sembra tradursi in una sostituzione del vecchio stato sociale con forme di copertura universalistiche, intese quali contropartita alla integrale flessibilizzazione del mercato del lavoro. Muovendo da un diverso paradigma teorico, espressione di un punto di vista di classe antitetico a quello dominante, si \u00e8 cercato, infine, di tratteggiare un\u2019alternativa possibile alla logica della flexecurity, comunque declinata.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Tale alternativa non pu\u00f2 che passare per un profondo ripensamento del ruolo dello Stato in economia e della dimensione della sfera pubblica, sulla scorta di una sintesi possibile tra la tradizione di pensiero radicale- marxista e quella riformista-Keynesiana. Ancora una volta, ci troviamo di fronte all\u2019alternativa tra socialismo, inteso come pianificazione democratica delle relazioni economiche e liberazione del tempo sociale, oppure barbarie, intesa come ulteriore intensificazione dei processi di sfruttamento capitalistico del lavoro vivo. Oggi, come un secolo fa, ci\u00f2 richiede di rimettere a tema il rimosso: la presa del potere, il rapporto con lo Stato, e persino la spinosa questione della sovranit\u00e0 nazionale. La Storia potrebbe ricominciare proprio laddove era stata interrotta.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Online at https:\/\/mpra.ub.uni-muenchen.de\/60350\/<br \/>\nMPRA Paper No. 60350, posted 3. December 2014 22:41 UTC<\/p>\n<p>* Lecturer in economics presso la Business School dell\u2019Universit\u00e0 di Leeds, Regno Unito. Email:<br \/>\nm.passarella@leeds.ac.uk. Web: www.marcopassarella.it<\/p>\n<p>Una versione preliminare di questo scritto \u00e9 stata presentata al seminario \u201cWelfare o barbarie\u201d, organizzato dal Dipartimento di Giurisprudenza dell\u2019Universit\u00e0 di Ferrara, sede di Rovigo, 22 giugno 2013. La versione definitiva \u00e9 stata pubblicata dalla rivista Ragion Pratica, 2014, Vol. 42, No. 1, con il titolo di \u201cWelfare, mercato e piano: critica del paradigma liberoscambista\u201d. Sono grato ad Herv\u00e9 Baron, Marco Boffo e Stefano Lucarelli per i suggerimenti e le osservazioni critiche. Voglio, inoltre, ringraziare Marica Grego per i suoi commenti preziosi. Ovviamente, nessuno degli studiosi citati \u00e8 responsabile per eventuali errori o imprecisioni presenti nello scritto, n\u00e9 per le tesi da me sostenute.<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p>27. Non \u00e9 questa la sede per una disamina approdondita circa i diversi significati attribuiti a ciascuna definizione dai rispetti promotori. Sinteticamente, la principale differenza tra il reddito di base incondizionato (o di cittadinanza o basic income) e il reddito minimo garantito \u00e9 che il primo, a differenza del secondo, \u00e9 universale e illimitato nel tempo. Per contro, il reddito minimo garantito si configura come una forma di sostegno per chi \u00e9 temporaneamente disoccupato, \u00e9 vincolato all\u2019accettazione da parte del beneficiario di eventuali proposte di lavoro, e pu\u00f3 essere erogato anche a chi percepisca un reddito da lavoro inferiore ad una soglia minima.<\/p>\n<p>28. Cfr. Friedman 1962. Tale proposta \u00e8 stata successivamente rielaborata da Lampman 1969, e da Tobin et al. 1967.<\/p>\n<p>29. Cos\u00ec come il salario remunera il fattore \u00abforza-lavoro\u00bb e l\u2019interesse (o profitto) remunera il fattore \u00abcapitale\u00bb, il reddito di base remunererebbe il fattore \u00abcooperazione sociale\u00bb (incluso il \u00ablavoro cognitivo\u00bb). Un corollario nascosto \u00e8 che viene con ci\u00f2 implicitamente accantonata l\u2019idea classico- marxiana che il lavoro sia l\u2019unica fonte del (valore del) prodotto sociale netto, e dunque del sovrappi\u00f9, giacch\u00e9 diversamente la richiesta di un salario sociale tornerebbe ad assumere unicamente la valenza di intervento redistributivo, cosa che viene esplicitamente negata dai suoi promotori. Si noti, in secondo luogo, che l\u2019idea di fissare l\u2019entit\u00e0 del reddito di base come quota di qualche altra variabile distributiva oggettivamente misurabile (si vedano, ad esempio, Fumagalli e Vercellone 2013, che parlano di 60% del reddito minimo), di nuovo sembrerebbe ricondurre le ragioni della sua rivendicazione nell\u2019alveo dei provvedimenti di welfare tradizionalmente intesi. Analoghe considerazioni valgono nel caso in cui tale misura sia ricardianamente invocata in risposta alla \u00abdisoccupazione tecnologica\u00bb generata dalla modificazione della struttura produttiva delle economie avanzate (cfr. Gattei 2013).<\/p>\n<p>30. Un tentativo di quantificazione \u00e8 stato fatto, tra gli altri, da uno dei maggiori promotori del reddito di base, Fumagalli (2012). In particolare, il costo complessivo per lo Stato italiano andrebbe dai 20 miliardi di euro necessari per garantire un reddito annuale di 7.200 euro (pari ai 600 euro mensili che definiscono la cosiddetta \u00absoglia di povert\u00e0\u00bb) ai circa 45 miliardi per un reddito annuale di 10.000 euro (in forma di sussidi e integrazione al reddito per circa il 21% della popolazione). Il costo al netto dei sussidi di disoccupazione e della cassa integrazione si aggirerebbe, invece, attorno a 5 miliardi e 26 miliardi di euro, rispettivamente. Si tratta di cifre ragguardevoli, ma teoricamente sostenibili mediante un programma di spesa in deficit. Sennonch\u00e9, nell\u2019ambito dei vincoli sul disavanzo pubblico imposti dai Trattati europei, il finanziamento di tale misura finirebbe per pesare sulla fiscalit\u00e0 generale fino a tre punti percentuali di PIL in termini lordi (o, comunque, oltre un punto e mezzo al netto delle voci di spesa eventualmente ridefinite in termini di reddito di base). Dato l\u2019elevato livello di pressione fiscale italiana sui redditi da lavoro e d\u2019impresa, non appare una strada facilmente percorribile.<\/p>\n<p>31. Dal nome del distretto inglese in cui, il 6 maggio 1795, venne adottato un sistema di sussidi a favore dei lavoratori poveri delle campagne. Tali sussidi comportavano l\u2019integrazione del salario fino al raggiungimento di un livello prefissato, dipendente dal nucleo familiare e dal prezzo del pane.<\/p>\n<p>32. Una critica non dissimile al reddito di base \u00e8 stata avanzata da Lunghini (1995), nonch\u00e9, pi\u00f9 di recente, da Bellanca e Baron (2013). La riduzione del lavoro a \u00abdisutilit\u00e0\u00bb \u00e8, del resto, uno dei pilastri del pensiero economico dominante. Per una critica di tale prospettiva, si veda, tra gli altri, Spencer (2013).<\/p>\n<p>33. In estrema sintesi, a partire dal 1981 la Banca d\u2019Italia si svincolava dall\u2019obbligo, vigente dal 1975, di acquistare (mediante emissione di base monetaria) i titoli di Stato non collocati dal Tesoro italiano presso il settore privato. Il tasso di interesse pagato dallo Stato italiano sui titoli cessava, dunque, di essere politicamente fissato per essere determinato dalle dinamiche di mercato.<\/p>\n<p>34. Dall\u2019inizio della crisi ad oggi l\u2019Italia ha perso quasi nove punti di PIL (calcolato a prezzi costanti), a fronte di una crescita di oltre quattro punti percentuali della Germania. Non \u00e8 andata molto meglio alle altre due maggiori economie dell\u2019Area Euro. Se la Francia ha fatto registrare una crescita media nulla a partire dal 2007, la Spagna ha perso sei punti di PIL. Nello stesso periodo, la Grecia ha registrato una caduta di quasi ventitr\u00e9 punti (fonte: Eurostat 2013). L\u2019entit\u00e0 degli effetti depressivi delle politiche di austerit\u00e0 \u00e8, del resto, confermata dalle nuove stime sui cosiddetti \u00abmoltiplicatori\u00bb del reddito fornite dal Fondo Monetario Internazionale (cfr. FMI 2012). Proprio la sottovalutazione di tali effetti ha condotto, di recente, alla clamorosa autocritica del capo economista del Fondo, Olivier Blanchard (contenuta in Blanchard e Leigh 2013).<\/p>\n<p>35. Il rapporto debito\/PIL italiano si \u00e8, infatti, ridotto pressoch\u00e9 costantemente dal 1995 al 2008. Su questo punto, si rinvia nuovamente alla nota 6.<\/p>\n<p>36. Dalle dure prese di posizione dei premi Nobel per l\u2019economia Paul Krugman e Joseph Stiglitz, agli allarmi lanciati da firme prestigiose del giornalismo economico internazionale, come Wolfgang Muchau e Martin Wolf, fino al \u00abmonito degli economisti\u00bb pubblicato sul Financial Times il 23 settembre 2013, gli appelli (inascoltati) per la cessazione delle politiche di austerit\u00e0 in Europa non sono mancati.<\/p>\n<p>37. La tesi dell\u2019austerit\u00e0 espansiva \u00e8 stata originariamente proposta da Giavazzi e Pagano (1990). Si noti, peraltro, che, in ambienti governativi, il vero fine delle misure di austerit\u00e0 non \u00e8 mai stato quello di rilanciare la crescita, ma, al contrario, quello di abbattere i redditi e dunque le importazioni di merci, sostenendo al contempo le esportazioni (grazie al contenimento della domanda di lavoro delle imprese e dunque delle rivendicazioni salariali) e quindi il saldo delle partite correnti.<\/p>\n<p>38. La discussione circa l\u2019entit\u00e0 dei possibili effetti inflazionistici di uno sganciamento valutario dall\u2019Euro rimanda inevitabilmente al 1992, quando l\u2019Italia fu costretta ad abbandonare il Sistema Monetario Europeo. Al riguardo, occorre sfatare due miti speculari e simmetrici, ma egualmente perniciosi. Da un lato, negli anni successivi all\u2019uscita non si registr\u00f2 alcuna fiammata inflazionistica. Al contrario, il tasso di inflazione si ridusse nel 1993. Dall\u2019altro, i casi recenti di sganciamento valutario, incluso quello italiano, sono sempre stati accompagnati da una riduzione del salario reale e soprattutto della quota salari sul PIL. Ci\u00f2 significa che \u00abl\u2019effetto di un\u2019eventuale deflagrazione della moneta unica europea sui rapporti tra le classi sociali non \u00e8 univocamente determinabile. [\u2026] l\u2019uscita da un regime di cambio fisso pu\u00f2 avere un impatto negativo o meno sul potere d\u2019acquisto dei lavoratori e sulla distribuzione del reddito nazionale a seconda che esistano meccanismi istituzionali [\u2026] in grado di agganciare i salari alla dinamica dei prezzi e della produttivit\u00e0\u00bb (Brancaccio 2013). D\u2019altra parte, la possibilit\u00e0 di evitare fire sales (ossia un\u2019ondata di acquisizioni estere a buon mercato) sulle attivit\u00e0 del paese, favorite dalla fase iniziale di instabilit\u00e0 valutaria, si lega necessariamente ad una messa in discussione, almeno parziale, delle regole del mercato unico europeo.<\/p>\n<p>39. Naturalmente, un piano d\u2019uscita dalla valuta unica dovrebbe includere, tra le altre misure, un sistema di controllo sui prezzi di beni e servizi essenziali, meccanismi di indicizzazione dei redditi da lavoro, un piano di salvataggio\/nazionalizzazione del settore bancario e assicurativo, e un piano energetico per ridurre la dipendenza delle produzioni nazionali dagli idrocarburi. D\u2019altra parte, in assenza di una fonte di domanda esterna, i benefici prodotti dall\u2019uscita dall\u2019Euro sarebbero legati pi\u00f9 al recupero, almeno parziale, della sovranit\u00e0 monetaria e fiscale, che all\u2019effetto dell\u2019eventuale svalutazione della nuova moneta nazionale (rispetto alle valute forti) sulle esportazioni nette.<\/p>\n<p>40. Si noti che le insolvenze delle imprese italiane sono cresciute del 47% dall\u2019inizio della crisi del 2007, a fronte di una riduzione del 13% delle imprese tedesche (fonte: Credit Reform 2013).<\/p>\n<p>41. A chi obiettasse che l\u2019intervento dello Stato si lega inesorabilmente a fenomeni di malagestione e di clientelismo, occorre far notare che: i. tali fenomeni sono certamente possibili in presenza di politiche di sostegno alla domanda, ma risultano fortemente ridimensionati proprio nel caso di politiche di produzione diretta di beni e servizi (si pensi, a titolo di esempio, all\u2019annosa questione dell\u2019assegnazione degli appalti); ii. proprio guardando al caso italiano, emerge una correlazione positiva (e non negativa) tra tali fenomeni e le politiche di austerit\u00e0. D\u2019altra parte, come ben evidenziato da Mazzucato (2011), l\u2019esperienza storica dimostra che le economie di successo sono quelle in cui lo Stato gioca un ruolo attivo nell\u2019investimemento e nello sviluppo di nuove tecnologie, laddove cio\u00e8 assume la veste di \u00abimprenditore collettivo\u00bb.<\/p>\n<p>42. \u00c8 questo uno degli aspetti che rende un piano per il pieno impiego uno strumento pi\u00f9 razionale e socialmente avanzato di un sussidio universale. Il primo agisce direttamente su volume e composizione del prodotto sociale netto e dunque anche sulla quota-salari reale, nonch\u00e9 sul livello (e la composizione) del gettito fiscale. Il secondo si limita, invece, a ridistribuire parte della quota-salari (data) dai lavoratori stabili ai precari-disoccupati-sussidiati, con un effetto solo indiretto (tramite il moltiplicatore del reddito) sul prodotto sociale netto e solo sul suo volume.<\/p>\n<p>43. In linea teorica, essa potrebbe, inoltre, essere affiancata dall\u2019adozione di una valuta comune, in sostituzione dell\u2019attuale valuta unica. Si tratta, in sintesi, di una valuta utilizzata esclusivamente nei regolamenti tra banche centrali dei paesi-membri nell\u2019ambito di un sistema di cambi fissi, ma aggiustabili. Il peso del riequilibrio dei conti esteri potrebbe, in tal caso, essere fatto gravare sia sui paesi che accumulano deficit nelle partite correnti che su quelli che accumulano surplus, sulla scia del cosiddetto Bancor proposto da Keynes alla conferenza di Bretton Woods nel 1944. Si noti che a tale posizione si \u00e8 ispirato di recente il governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan (2009), per formulare la propria proposta di riforma del sistema monetario internazionale.<\/p>\n<p>44. Il caso francese \u00e8 di difficile decifrazione. Da un lato, la Francia presenta squilibri delle partite correnti, e pi\u00f9 in generale problemi economico-strutturali, molto simili a quelli italiani e delle altre economie periferiche. Dall\u2019altro, la Francia aspira tutt\u2019ora a ricoprire un ruolo egemonico in Europa. Ci\u00f2 si traduce in una politica aggressiva di acquisizioni estere, che assimila la posizione della Francia a quella degli altri paesi \u00abcore\u00bb dell\u2019Area Euro.<\/p>\n<p>fShare<\/p>\n<p><strong>Bibliografia<\/strong><\/p>\n<p>BCE (2011), The European Central Bank, the Eurosystem, the European System of Central Banks, Francoforte: Banca Centrale Europea, gennaio 2011.<\/p>\n<p>Bellanca, N. e Baron, H. (2013), \u00abIl problema del tempo libero nell\u2019ambito della civilt\u00e0 del capitale\u00bb, DISEI &#8211; Universit\u00e0 degli Studi di Firenze, Working Paper Series &#8211; Economics, 16.<\/p>\n<p>Bellofiore, R. (2012a), La crisi globale. 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Reddito o lavoro? Nell\u2019ultimo decennio il dibattito italiano sulle necessit\u00e0 di revisione del sistema di previdenza sociale \u00e8 ruotato attorno alla proposta di introduzione di un reddito minimo garantito ovvero di un reddito di base incondizionato (27).A destra dello schieramento politico, tale proposta \u00e8 stata declinata prevalentemente in termini di sostituzione della molteplicit\u00e0 di sussidi elargiti dallo Stato (in forma di sussidi di disoccupazione, cassa integrazione guadagni,&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":26460,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/sinistra-in-rete-e1474130037723-160x160.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-84k","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/31020"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=31020"}],"version-history":[{"count":6,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/31020\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":31039,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/31020\/revisions\/31039"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26460"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=31020"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=31020"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=31020"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}