{"id":31365,"date":"2017-05-31T10:00:58","date_gmt":"2017-05-31T08:00:58","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=31365"},"modified":"2017-05-30T14:46:07","modified_gmt":"2017-05-30T12:46:07","slug":"ancora-contro-leconomicismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=31365","title":{"rendered":"Ancora contro l\u2019economicismo"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA RETE (Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro)<\/strong><\/p>\n<p>Cari compagni,<\/p>\n<p>anche se non ci \u00e8 possibile partecipare al <strong>convegno su \u201cComunisti, blocco sociale e populismi\u201d<\/strong> da voi organizzato, riteniamo comunque doveroso mandarvi un nostro contributo perch\u00e9 la vostra lettera di invito non chiama ad un generico dibattito ma individua nodi assai importanti, sui alcuni dei quali qui vorremmo esprimervi il nostro punto di vista.<\/p>\n<p>Per cominciare vogliamo sottolineare un fatto che tutti noi diamo talmente per scontato da non riuscire a coglierne appieno il significato: <strong>l\u2019arretramento generale dei comunisti in Occidente deriva soprattutto dalla sconfitta del comunismo storico novecentesco,<\/strong> ed \u00e8 soprattutto a causa di ci\u00f2 che i comunisti arrivano disarmati, come voi notate, all\u2019appuntamento con l\u2019attuale crisi del capitalismo.<\/p>\n<p>Ci sembra opportuno richiamare questo evento \u201cgenetico\u201d perch\u00e9, ad esempio, il \u201cpoliticismo\u201d che giustamente criticate (ossia la propensione per il lavoro istituzionale, l\u2019allontanamento dal confronto quotidiano con le masse, ecc. ) pu\u00f2 essere veramente superato soltanto se si comprende che esso deriva anche dal fatto che la politica (compresa la nostra politica) da molti anni si svolge <strong>\u201cin assenza di orizzonte\u201d,<\/strong> ossia senza il riferimento concreto ad un\u2019alternativa radicale allo stato di cose presente.<\/p>\n<p>In queste condizioni un vero superamento del politicismo non pu\u00f2 consistere soltanto nel <strong>recupero della dimensione militante<\/strong> e di massa del nostro intervento, ma richiede che tutto ci\u00f2 sia accompagnato dall\u2019indicazione di una politica che sia degna di questo nome, e che quindi sia orientata all\u2019avvicinamento concreto ad una forma possibile di socialismo. Un avvicinamento che non pu\u00f2 non includere, in particolare in condizioni di crisi, esperienze di governo sia a livello locale che, soprattutto, nazionale.<\/p>\n<p>Se non ci poniamo questi problemi (e porseli non significa certo correre verso una qualunque soluzione istituzionale non appena essa sia apparentemente possibile) ci riduciamo al vertenzialismo, fungiamo, magari con buoni risultati, da \u201cstruttura di servizio\u201d per le proteste e per i movimenti, ma al momento delle scelte politiche generali lasciamo di fatto le masse in balia delle numerose pseudo-alternative presenti sul mercato, e cos\u00ec favoriamo di nuovo una forma di politicismo.<\/p>\n<p>Inoltre, in mancanza di un obiettivo generale che imponga di pensare alla connessione tra l\u2019azione di oggi e quella di domani, i nostri quadri, fissandosi sulla dimensione tattica immediata, finirebbero per essere comunque subalterni alle situazioni date (sia nella societ\u00e0 che nelle istituzioni) oscillando inevitabilmente tra movimentismo e opportunismo. La difficolt\u00e0 dell\u2019iniziativa quotidiana di massa dipende anche dalla nostra incapacit\u00e0 di indicare ad esse una realistica speranza. E d\u2019altro canto il naufragio della quasi totalit\u00e0 dei militanti che abbiano avuto incarichi istituzionali non deriva solo dall\u2019assenza di rapporto con le masse, ma anche dall\u2019assenza di rapporto con una prospettiva.<\/p>\n<p>Detto questo, a noi pare che sia utile individuare sinteticamente gli elementi di debolezza teorica del nostro campo (debolezza a cui voi fate pi\u00f9 volte cenno) nell\u2019incompleto superamento della versione economicista del marxismo, versione che aveva iniziato ad essere efficacemente criticata negli anni \u201970 ed \u201980 dello scorso secolo grazie ad un lavoro teorico che si \u00e8 per\u00f2 di fatto interrotto con il crollo dell\u2019esperienza del socialismo reale e con la connessa crisi del movimento operaio occidentale.<\/p>\n<p>Estremizzando (ma non troppo) i tratti fondamentali dell\u2019<strong>economicismo marxista<\/strong>, diremo che esso \u00e8 caratterizzato dalle seguenti tesi:<\/p>\n<p>la dinamica sociale del capitalismo \u00e8 mossa dallo sviluppo delle forze produttive;<br \/>\ntale sviluppo \u00e8 lineare e progressivo e determina univocamente le forme culturali e politiche che gli corrispondono e che da esso dipendono in maniera meccanica;\u00a0<strong>lo sviluppo delle forze produttive ha un contenuto sostanzialmente \u201cneutrale\u201d, perch\u00e9 d\u00e0 luogo ad una socializzazione della produzione che costituisce la base della societ\u00e0 socialista<\/strong>;<br \/>\nesso peraltro produce anche il soggetto della rivoluzione socialista, perch\u00e9 generalizza il lavoro salariato e lo concentra in masse sempre pi\u00f9 grandi, aumentandone la forza sociale e la consapevolezza politica, cosicch\u00e9 il punto pi\u00f9 alto di sviluppo del capitalismo diviene anche il punto del suo rovesciamento radicale.<br \/>\nIn modi diversi, questo economicismo ha influenzato sia la seconda che la terza internazionale, ha contato non poco nel condizionare negativamente la strategia del movimento comunista e la stessa costruzione del socialismo, e si pu\u00f2 agevolmente dimostrare che esso influenza decisamente anche quella che \u00e8, purtroppo, la forma attualmente pi\u00f9 diffusa di marxismo in Italia e in Europa: <strong>il cosiddetto operaismo, poi post-operaismo,<\/strong> poi \u201citalian theory\u201d, che peraltro riassume ed estremizza molti degli errori dell\u2019intera sinistra radicale.<\/p>\n<p>All\u2019opposto di quanto abbiamo appena sintetizzato, <strong>la critica antieconomicista<\/strong>, che riteniamo vada ripresa e sviluppata, parte invece dall\u2019assunto secondo cui <strong>la dinamica del capitalismo \u00e8 mossa dalla necessit\u00e0 di riprodurre i rapporti sociali antagonistici tra capitale e lavoro<\/strong> ( e, a livello mondiale, fra territori dominanti e territori subalterni). Lo sviluppo delle forze produttive \u00e8 una delle forme della riproduzione di questi rapporti antagonistici, e quindi <strong>le stesse forze produttive sono tutt\u2019altro che \u201cneutre\u201d:<\/strong> la tecnologia \u00e8 costruita in modo da favorire la subordinazione dei lavoratori, e la stessa socializzazione della produzione avviene in maniera gerarchica, opponendo capitali grandi e piccoli, territori subordinati e dominanti.<\/p>\n<p>Proprio il carattere antagonistico dei rapporti sociali fa s\u00ec, inoltre, che essi non possano essere riprodotti soltanto per via economica, e rende necessario <strong>l\u2019intervento stabile dello stato<\/strong> che, perci\u00f2, deve essere ritenuto elemento essenziale del funzionamento del capitalismo, un elemento che agisce in forme specifiche (diverse in ogni fase storica), che non \u00e8 semplice appendice dei monopoli, e che, a differenza di quanto spesso argomentano gli economicisti, non pu\u00f2 sparire a causa di una presunta integrazione armonica dei processi produttivi mondiali.<\/p>\n<p>L\u2019antagonismo dei rapporti sociali, le contraddizioni della socializzazione, le forme diversificate dell\u2019azione dello stato spiegano il carattere disarmonico e non lineare dello sviluppo delle forze produttive e del complesso della societ\u00e0: <strong>nessuna legge prescrive che il risultato della dinamica del capitalismo sia sempre e comunque una maggiore integrazione dell\u2019economia mondiale<\/strong>, n\u00e9 che a questa eventuale integrazione (che andrebbe peraltro assai meglio misurata, stabilendo in maniera univoca quali siano i criteri che ci fanno dire se essa cresce o diminuisce) debba necessariamente corrispondere una ed una sola forma di stato, ossia uno stato globale e sovranazionale e\/o un non-stato dedito soltanto ad alcune funzioni tecnico-amministrative.<\/p>\n<p>Le tre forme-base assunte dalla statualit\u00e0 (la citt\u00e0 stato \u2013 o stato regionale, lo stato nazionale e l\u2019impero) non sono i gradini di un progresso che inevitabilmente conduce dal \u201cpi\u00f9 piccolo\u201d al \u201cpi\u00f9 grande\u201d, ma sono forme che vengono di volta in volta usate o scartate a seconda se siano in quel momento funzionali o meno alla riproduzione dei rapporti tra capitale e lavoro e tra diverse frazioni di capitalisti. Il passaggio dal semi-impero statunitense e\/o dal polo imperialistico europeo ad una nuova tendenziale nazionalizzazione non \u00e8 un incidente occasionale, un malaugurato intoppo nelle \u201cmagnifiche sorti e progressive\u201d del capitalismo: \u00e8 il risultato degli antagonismi acutizzati dalla globalizzazione, l\u2019inevitabile ritorno alla frammentazione ed alla guerra dopo la falsa pacificazione mercantile del mondo.<\/p>\n<p>Nonostante quanto si dice in giro sull\u2019irreversibilit\u00e0 della \u201cStoria\u201d, quindi, <strong>il capitale pu\u00f2 \u201ctornare indietro\u201d<\/strong> (altrimenti non sarebbe tornato al liberismo, o non sarebbe tornato \u2013 dando vita all\u2019euro \u2013 alla rigidit\u00e0 monetaria propria di quel gold standard che era stato a suo tempo abbandonato). E cos\u00ec possiamo fare anche noi: i grandi marxisti antieconomicisti ce lo hanno detto. Gramsci scriveva che se \u00e8 vero che l\u2019unit\u00e0 nazionale \u00e8 un fatto obiettivamente progressivo, quando il processo di unificazione \u00e8 univocamente gestito a vantaggio delle classi dominanti nulla vieta ai subalterni di tornare almeno momentaneamente a forme regionalistiche.<\/p>\n<p><strong>E Lenin, a favore dell\u2019autodeterminazione delle nazioni<\/strong> e contro le teorie dell\u2019ultraimperialismo gi\u00e0 allora in voga (e terribilmente smentite dal primo conflitto mondiale,) diceva che il fatto che l\u2019economia di una nazione sia \u201cormai\u201d integrata a quella di una nazione pi\u00f9 grande e potente, non deve essere sempre e comunque considerato irreversibile e positivo: se si tratta di un\u2019integrazione subalterna la nazione pi\u00f9 debole ha il diritto di separarsi, magari per ricontrattare le forme dell\u2019integrazione. Detto di nuovo in termini generali: non \u00e8 affatto scontato che una integrazione della produzione possa essere meglio gestita da uno stato sovranazionale; anzi, soprattutto per fuoriuscire da un regime capitalistico per il quale integrazione significa gerarchizzazione, l\u2019esistenza di stati nazionali (uniti da una confederazione o comunque da un patto politico) pu\u00f2 meglio tutelare i territori pi\u00f9 deboli invertendo o quanto meno arrestando la gerarchizzazione stessa. La mediazione post-\u201945 fra stati nazionali europei non ha affatto escluso gli scambi e la cooperazione ed ha favorito una crescita relativamente equilibrata. La nascita del super-stato europeo ha invece aumentato gli squilibri.<\/p>\n<p>Come si vede, si parte da un confronto apparentemente astratto tra economicismo ed antieconomicismo, e si arriva ai temi scottanti dell\u2019oggi. Ed alla legittimit\u00e0 di un discorso nazionale da parte del proletariato e del blocco sociale di cui esso potrebbe far parte. Non solo: sviluppando la critica antieconomicista si pu\u00f2 porre su pi\u00f9 solide basi la questione del soggetto e, appunto, del blocco sociale, che \u00e8 l\u2019altra questione importante che voi ponete nel vostro invito.<\/p>\n<p><strong>Non c\u2019\u00e8 nessuna lineare necessit\u00e0 storica che garantisca che il lavoro salariato possa essere sempre un soggetto rivoluzionario<\/strong> e che anzi proprio nel punto pi\u00f9 \u201calto\u201d dell\u2019organizzazione capitalistica del lavoro si celi il becchino del capitalismo stesso. L\u2019impostazione teorica di Marx prevede, al contrario, che il lavoro salariato sia in quanto tale preda del feticismo della forma-salario, che occulta la vera natura del rapporti tra capitale e lavoro: per cui la formazione del proletariato come soggetto politico \u00e8 in realt\u00e0 una trasformazione culturale, politica ed organizzativa che fa s\u00ec che il lavoro salariato non si pensi pi\u00f9 e non agisca semplicemente come tale, ossia non si muova semplicemente sulla base dei suoi immediati interessi materiali, che, di per s\u00e9 stessi, possono condurre a scelte assai diverse tra loro.<\/p>\n<p>L\u2019esperienza storica non fa che confermare tutto ci\u00f2: <strong>tutti i pi\u00f9 importanti processi rivoluzionari, soprattutto nell\u2019occidente capitalistico, sono stati contrastati non solo dalla classe avversa, ma anche e pi\u00f9 insidiosamente da frazioni dello stesso proletariato (<\/strong>in genere proprio le frazioni pi\u00f9 avanzate, quelle che si situano nel famoso \u201cpunto alto\u201d) e dalle loro organizzazioni. Dal che si deduce , tra l\u2019altro, che il fatto di agire come classe non \u00e8 per nulla una garanzia: la forma classista dell\u2019azione del proletariato (ossia quell\u2019azione che prende le mosse dall\u2019unificazione capitalistica del proletariato stesso, dalla radicalizzazione dell\u2019azione sindacale e dall\u2019esistenza di partiti proletari) pu\u00f2 darsi contenuti politici assai differenti l\u2019uno dall\u2019altro. L\u2019attuale, e probabilmente momentaneo, declino di quella forma non deve essere quindi visto sempre e comunque come un ostacolo insormontabile allo sviluppo di una lotta dei lavoratori, lotta che pu\u00f2 esprimersi in molti modi (anche se alla fine deve convergere comunque verso obiettivi socialisti).<\/p>\n<p>Oggi stiamo scontando, anche in questo campo, proprio la natura nient\u2019affatto lineare e progressiva dello sviluppo delle forze produttive. Se per Marx la grande industria e la societ\u00e0 per azioni conducevano ad una concentrazione del proletariato e ad una dispersione della propriet\u00e0 (basi soggettive ed oggettive del comunismo), l\u2019industria attuale e l\u2019attuale presenza degli investitori istituzionali portano, all\u2019inverso, ad una concentrazione della propriet\u00e0 e ad una dispersione del proletariato.<\/p>\n<p>Sia all\u2019interno della grande impresa, sia nel rapporto tra grande impresa e piccole imprese terziste, sia, ed ancor pi\u00f9, nella selva del precariato o delle finte partite Iva, <strong>il proletariato<\/strong> si separa in <strong>un vertice garantito<\/strong>, fortemente qualificato, stabilmente occupato od occupabile, ed in <strong>una<\/strong> <strong>larghissima base che ondeggia invece tra lavoro e no<\/strong>, tra piccola impresa familiare e lavoro salariato, tra lavoro servile e lavoro addirittura gratuito.<\/p>\n<p>In tali condizioni, aggravate come si diceva dalla <strong>sconfitta storica del socialismo<\/strong> e, aggiungiamo, dalla sostituzione scientifica, nella funzione di perno della soggettivit\u00e0, della figura del produttore con quella del <strong>consumatore mobile e \u201creticolare\u201d,<\/strong> \u00e8 inevitabile che la lotta dei lavoratori assuma forme populiste e che quindi <strong>il populismo<\/strong> (ossia un linguaggio che non si presenta immediatamente come classista) <strong>divenga la forma generale della lotta di classe<\/strong>, non solo delle classi intermedie, ma anche del proletariato.<\/p>\n<p>Tale forma, che da un punto di vista economicistico e lineare pu\u00f2 apparire come un regresso (e per molti versi lo \u00e8), da un punto di vista storico-materialista <strong>\u00e8 semplicemente il campo d\u2019azione dato per i comunisti<\/strong>, campo al quale i comunisti devono adeguarsi, riconoscendone i limiti e le opportunit\u00e0. Opportunit\u00e0 tra le quali annoveriamo la propensione a porre immediatamente il problema della sostituzione del ceto di governo: il che, se non \u00e8 ancora la posizione del problema del potere di stato, \u00e8 comunque un punto di vista pi\u00f9 avanzato di quello per ora espresso dal proletariato organizzato e \u201cgarantito\u201d, oggi subalterno al capitale transnazionale.<\/p>\n<p>Ecco, la questione della costruzione del blocco sociale deve per noi partire da queste considerazioni. E quindi dalla <strong>forma nazionale dello spazio<\/strong> in cui agiamo, dal carattere inevitabilmente populista del soggetto a cui ci riferiamo, dalla natura eminentemente politica (programmatica, prospettica e quindi potenzialmente di governo) della nostra azione di radicamento nelle masse. Un radicamento che richiede un forte mutamento di stile di lavoro e di linguaggio se si vuole intercettare il mutamento di forma della lotta di classe di cui abbiamo poco sopra parlato.<\/p>\n<p>Un mutamento di forma tale per cui, se il concetto di classe e di lotta di classe hanno sempre una validit\u00e0 euristica indiscutibile, <strong>il nostro linguaggio classista e conflittuale diviene invece controproducente<\/strong> sia perch\u00e9, oggi, i membri della classe non si riconoscono pi\u00f9 immediatamente come tali, sia perch\u00e9 i conflitti sono spesso diversi da quelli a cui siamo storicamente abituati, sia perch\u00e9 <strong>la grande maggioranza delle persone, oggi come e pi\u00f9 di ieri, non partecipa direttamente ai conflitti<\/strong> (se non in situazioni apertamente rivoluzionarie) e ha bisogno, in attesa dei momenti di pi\u00f9 acuta ed inevitabile mobilitazione, non dell\u2019incitamento alla battaglia ma di una forza che carichi su di s\u00e9 l\u2019onere del conflitto, da un lato individuando un nemico assoluto, dall\u2019altro indicando una soluzione concreta ai problemi quotidiani.<\/p>\n<p>Ci piaccia o meno, dobbiamo saper essere contemporaneamente <strong>rivoluzionari e \u201cmoderati\u201d.<\/strong> Oggi, per trasformare quel blocco sociale potenziale di cui voi parlate in un blocco sociale effettivo e consapevole, dobbiamo inventare uno stile discorsivo che non parta (o non parta sempre) dalla classe, ma parta piuttosto dalla dimensione popolare e nazionale, per argomentare comunque obiettivi socialisti e quindi internazionalisti.<\/p>\n<p><strong>Precisando che lo stesso discorso \u201cnazionale\u201d NON si trova bell\u2019e pronto nelle abitudini e nella memoria del \u201cpopolo\u201d<\/strong> (dove piuttosto sembra dominare un a-nazionalismo che non \u00e8 affatto internazionalismo, ma \u00e8 piuttosto sfiducia nella possibilit\u00e0 di una politica autonoma sia in campo estero che all\u2019interno) e deve invece essere costruito come discorso della riappropriazione delle risorse create dal lavoro e dal risparmio, una riappropriazione che oggi assume inevitabilmente forme nazionali perch\u00e9 l\u2019espropriazione del lavoro \u00e8 oggi attuata e\/o acutizzata soprattutto dal capitale \u201ctransnazionale\u201d.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/sinistra-radicale\/9902-ugo-boghetta-mimmo-porcaro-ancora-contro-l-economicismo.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/sinistra-radicale\/9902-ugo-boghetta-mimmo-porcaro-ancora-contro-l-economicismo.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA RETE (Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro) Cari compagni, anche se non ci \u00e8 possibile partecipare al convegno su \u201cComunisti, blocco sociale e populismi\u201d da voi organizzato, riteniamo comunque doveroso mandarvi un nostro contributo perch\u00e9 la vostra lettera di invito non chiama ad un generico dibattito ma individua nodi assai importanti, sui alcuni dei quali qui vorremmo esprimervi il nostro punto di vista. 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