{"id":31471,"date":"2017-06-01T12:16:48","date_gmt":"2017-06-01T10:16:48","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=31471"},"modified":"2017-06-01T12:16:48","modified_gmt":"2017-06-01T10:16:48","slug":"gli-ottanta-anni-della-teoria-generale-di-keynes","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=31471","title":{"rendered":"Gli ottanta anni della Teoria generale di Keynes"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>SINISTRA IN RETE (Maria Cristina Marcuzzo)<\/strong><\/p>\n<p>Dopo la crisi del 2007-2008 il nome di Keynes \u00e8 rientrato nella lista degli economisti di cui si raccomanda la lettura e di cui si ritorna a dire che sarebbe opportuno seguire le idee. Dopo un bando durato circa venticinque anni, trascorsi tra elogi del mercato e test econometrici diretti a dimostrare l\u2019inefficacia o peggio l\u2019irrilevanza delle politiche economiche, Keynes \u00e8 riapparso sulla scena mediatica, se non proprio in quella accademica dominante, che continua per lo pi\u00f9 ad essere la macroeconomia della restaurazione anti-keynesiana iniziata tra gli anni settanta e ottanta.<\/p>\n<p>Per rivendicare l\u2019attualit\u00e0 della <i>Teoria generale dell\u2019occupazione, dell\u2019interesse e della moneta <\/i>voglio partire dall\u2019assottigliamento dello spazio assegnato all\u2019intervento pubblico, nell\u2019opinione economica attuale, quello \u2018spazio per la politica\u2019 che Keynes ha aperto con la dimostrazione che il mercato non \u00e8 sorretto da leggi naturali o immutabili. Lo spirito che ha guidato la rivoluzione keynesiana \u00e8 che la piena occupazione \u00e8 un obiettivo possibile da perseguire non lasciandolo libero, ma intervenendo nel gioco delle forze di mercato. Ha ispirato un mondo di politiche di pieno impiego e di <i>welfare state <\/i>nei paesi avanzati nei trent\u2019anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale ed \u00e8 lontano da quello della restaurazione neo- liberista \u2013 il cosiddetto <i>Washington Consensus <\/i>\u2013 in cui sono prevalsi i dogmi dell\u2019individualismo e della de-regolamentazione.<\/p>\n<p>Nel rivendicare l\u2019attualit\u00e0 della lezione della <i>Teoria generale <\/i>ovviamente non si pu\u00f2 non tener conto delle mutate circostanze del contesto attuale, rispetto a venti e ancora di pi\u00f9 a ottanta anni fa, anche se le somiglianze tra la Grande Depressione degli anni trenta (vedi Sylos Labini, 2009; Temin, 2010) \u2013 il contesto in cui scriveva Keynes \u2013 e la crisi attuale sono molte come anche \u00e8 grande la somiglianza tra la teoria economica pre-keynesiana e quella attuale (vedi Wray, 2013). Il ritorno a Keynes che vorrei auspicare, nell\u2019argomentarne l\u2019attualit\u00e0 e la rilevanza, \u00e8 innanzitutto sul piano del metodo.<\/p>\n<p>In una famosa lettera a George B. Shaw, pochi mesi prima della pubblicazione della <i>Teoria generale<\/i>, nel febbraio del 1936, Keynes la annuncia come un libro \u201cche rivoluzioner\u00e0 enormemente [&#8230;] il modo in cui il mondo ragiona sui problemi economici\u201d (Keynes, 1973a, p. 492). E nella stessa lettera aggiunge: \u201cquando la mia nuova teoria sar\u00e0 stata bene assimilata e si mescoler\u00e0 con la politica e i sentimenti e le passioni [&#8230;] ci sar\u00e0 un grande cambiamento\u201d (ivi, p. 493).<\/p>\n<p>Invece di appellarsi alla \u2018scientificit\u00e0\u2019 della sua teoria, Keynes si affida \u201calla politica, ai sentimenti e alle passioni\u201d per sperare che il suo messaggio venga accolto. Un paio di anni dopo in una lettera, questa volta indirizzata a Roy F. Harrod, richiama l\u2019episodio che si dice abbia dato origine alla scoperta di Newton, mentre osservava una mela cadere dall\u2019albero, per mostrare le domande che l\u2019economista dovrebbe fare. Chiedersi: \u201cse la caduta a terra della mela dipende dai motivi della mela, se alla mela conviene o meno cadere e se la terra vuole davvero che la mela cada, e se la mela calcoli bene o male quanto lontana \u00e8 dal centro della terra\u201d (Keynes, 1973b, p. 300).<\/p>\n<p>L\u2019economia \u2013 spiega Keynes \u2013 \u201cha che fare con l&#8217;introspezione e con i valori [&#8230;], con le motivazioni, le aspettative e l&#8217;incertezza psicologica\u201d (<i>ibid<\/i>.), un ambito di riferimento che non \u00e8 \u201cn\u00e9 costante n\u00e9 omogeneo\u201d. Non pu\u00f2 esserci analogia con le scienze fisiche, perch\u00e9 mentre lo scopo della fisica \u00e8 di scoprire regolarit\u00e0 da cui derivare leggi generali, quello dell&#8217;economia \u00e8 spiegare decisioni prese in un contesto di incertezza e con gradi diversi di informazione. L\u2019obiettivo che l\u2019economista deve porsi \u00e8 sviluppare un modo logico di ragionare su elementi che sono \u201ctransitori e fluttuanti\u201d (ivi, p. 297).<\/p>\n<p>Quando Keynes nella <i>Teoria generale <\/i>spiega perch\u00e9 il livello di occupazione oscilla intorno a una \u2018posizione intermedia\u2019 al di sotto del livello di piena occupazione e al di sopra di quello corrispondente al minimo di sussistenza (Keynes, 1973, p. 254), chiarisce che questa posizione \u201c\u00e8 un dato di osservazione che riguarda il mondo cos\u00ec come \u00e8 o \u00e8 stato e non un principio necessario che non pu\u00f2 essere modificato\u201d. In economia infatti \u201cnon possiamo sperare di fare generalizzazioni completamente accurate\u201d, perch\u00e9 il sistema economico non \u00e8 regolato da forze naturali che gli economisti devono scoprire. Il compito dell\u2019economista \u00e8 piuttosto quello di \u201cselezionare le variabili che possono essere deliberatamente controllate e governate da un\u2019autorit\u00e0 centrale nel tipo di sistema in cui viviamo\u201d (<i>ibid<\/i>.).<\/p>\n<p>La critica di Keynes \u00e8 rivolta contro la concezione dell\u2019economia come disciplina della societ\u00e0 che prende a modello le scienze fisiche, per sostenere che deve diventare un\u2019indagine che cerca di far nascere situazioni desiderabili. Solo svelando la falsa analogia delle cause economiche con le cause fisiche si apre la possibilit\u00e0 per l\u2019economista di promuovere valori e atteggiamenti che possano rendere migliore la societ\u00e0. Scrive Keynes: \u201csono passate molte generazioni da quando gli uomini individualmente hanno incominciato a impiegare la ragione e la morale al posto del cieco istinto come molla dell\u2019azione. Adesso \u00e8 arrivato il momento di farlo collettivamente\u201d (Keynes, 1977, p. 453).<\/p>\n<p>Lasciare che gli individui perseguano il proprio interesse personale \u2013 come nella parabola di A. Smith dove il benessere sociale \u00e8 il risultato del perseguimento del profitto individuale, come fa \u201cil macellaio, il birraio e il panettiere\u201d, \u00e8 un\u2019idea che non ha validit\u00e0 generale, perch\u00e9 non ci sono sempre forze in grado di armonizzare gli interessi individuali e in secondo luogo perch\u00e9 l\u2019esito aggregato del comportamento economico non \u00e8 lo stesso di quello individuale. Se l\u2019obiettivo \u00e8 di cambiare il contesto in cui gli individui agiscono e ottenere cambiamenti di atteggiamento bisogna prioritariamente modificare il modo in cui viene visto il problema economico.<\/p>\n<p>A questo risultato Keynes ritiene si possa arrivare usando il potere della persuasione. In una lettera a Thomas S. Eliot del 5 aprile 1945, scrive: \u201cil compito principale \u00e8 suscitare la convinzione intellettuale e poi intellettualmente trovare i mezzi. Il problema \u00e8 la mancanza di intelligenza, non di bont\u00e0 [&#8230;]. Quindi la politica della piena occupazione \u00e8 solo una applicazione particolare di un teorema intellettuale\u201d (Keynes, 1980b, p. 384).<\/p>\n<p>E, poco prima, in un celebre discorso alla Camera dei Lords, del 23 maggio 1944: \u201c[negli ultimi vent\u2019anni] ho impiegato tutta la mia energia per persuadere i miei concittadini e il mondo in generale a cambiare le teorie tradizionali e, accettando un modo di pensare migliore, allontanare la maledizione della disoccupazione\u201d (Keynes, 1980a, p. 16).<\/p>\n<p>Chiaramente per \u201cun modo di pensare migliore\u201d Keynes intende una teoria che mostri come la disoccupazione possa essere sconfitta, sconfessando la teoria economica tradizionale per cui ogni livello di disoccupazione esistente \u2013 stabilito dalle forze di mercato \u2013 \u00e8 un livello a cui l\u2019economia sarebbe nel lungo periodo ritornata. Per questo nella macroeconomia moderna questo livello viene addirittura chiamato \u2018naturale\u2019.<\/p>\n<p>Dagli anni quaranta in poi la teoria economica si \u00e8 sviluppata in forma di modelli che, seppur con eroiche semplificazioni, dovevano servire a catturare le relazioni fondamentali del sistema economico; in questo modo potevano essere empiricamente verificati e le loro previsioni potevano essere usate per forgiare gli strumenti d\u2019intervento.<\/p>\n<p>La previsione, la misurazione, la verifica empirica apparivano come garanzie dell\u2019aspetto scientifico della teoria economica, dove \u2018scientifico\u2019 voleva dire somiglianza con la fisica, con il suo rigore e la sua capacit\u00e0 predittiva. Dopo Lionel Robbins (1932), che sostenne che le considerazioni riguardanti l&#8217;etica e la filosofia politica dovevano essere bandite dalla teoria economica, anche Karl Popper negli anni trenta (Popper, 1935) diede legittimit\u00e0 all\u2019idea che l\u2019economia era scienza solo se libera da valori e aveva capacit\u00e0 predittiva.<\/p>\n<p>L\u2019insistenza di Milton Friedman, nelle due decadi successive, sulla capacit\u00e0 di previsione della teoria come l\u2019unico test della sua bont\u00e0 e la matematizzazione della disciplina economica per convinzione di Paul Samuelson diedero nuovo impeto al tentativo di imitare le scienze fisiche nella scelta del metodo d\u2019indagine da impiegare in economia.<\/p>\n<p>Questo modo di intendere la bont\u00e0 di una teoria ha portato a risultati non sempre soddisfacenti. Se i \u2018fatti\u2019 sono identificati con le stime empiriche di modelli che incorporano gli sviluppi pi\u00f9 recenti della teoria economica \u00e8 evidente che questi fatti diventano molto dipendenti dai modelli impiegati e dalla metodologia usata per interpretarli. Il rapporto tra teoria e fatti diventa ambiguo e i risultati finiscono per riflettere l\u2019egemonia di questa o quell\u2019impostazione teorica. Egemonia che non \u00e8 immune dalle mode accademiche. Far\u00f2 un esempio tratto da vicende recenti.<\/p>\n<p>L\u2019episodio che vorrei utilizzare \u00e8 quello del moltiplicatore \u2013 il cuore della teoria keynesiana della domanda effettiva \u2013 che ha una storia di alterna fortuna negli ottantacinque anni della sua esistenza. \u00c8 una formula che mostra come ogni aumento della spesa autonoma (ad esempio investimenti o esportazioni) genera \u2013 attraverso la spesa indotta (consumi, al netto delle imposte e delle importazioni) \u2013 un aumento di reddito maggiore della spesa iniziale se esistono capacit\u00e0 produttiva inutilizzata e disoccupazione. Di qui il nome moltiplicatore, il cui valore \u00e8 tipicamente maggiore di uno. La spesa in deficit di bilancio, cio\u00e8 una spesa pubblica maggiore del gettito fiscale, diventa cos\u00ec giustificata sotto due punti di vista: <i>a<\/i>) poich\u00e9 crea reddito; <i>b<\/i>) poich\u00e9 genera quei risparmi e quel gettito (che sono funzione del reddito) necessari a finanziare l\u2019investimento iniziale.<\/p>\n<p>Il consenso su questa proposizione dur\u00f2 per quasi trenta anni, fino a quando fu fortemente attaccata nel corso dell\u2019assalto monetarista degli anni sessanta. Milton Friedman \u2013 sulla base anche di lavori di Franco Modigliani \u2013 mostr\u00f2 attraverso analisi empiriche che la variabile indipendente nella funzione del consumo non \u00e8 il reddito corrente, ma il reddito che si pu\u00f2 considerare come \u201cpermanente\u201d nell\u2019arco della vita di un individuo. Il valore del moltiplicatore \u00e8 in questo caso molto pi\u00f9 basso perch\u00e9 il consumo non risponde all\u2019aumento del reddito corrente. I semi della rinata sfiducia sull\u2019efficacia della politica fiscale furono cos\u00ec gettati. Questa, che fu chiamata la controrivoluzione monetarista, fu perseguita ancora pi\u00f9 radicalmente da Robert Lucas e dagli economisti della Nuova Scuola Classica per tutti gli anni novanta, con una difesa teoricamente debole da parte dei cosiddetti Nuovi Keynesiani, i quali relegarono l\u2019efficacia del moltiplicatore al breve periodo, una condizione definita da prezzi e salari rigidi che impediscono al sistema di raggiungere l\u2019equilibrio di lungo periodo in cui c\u2019\u00e8 piena occupazione.<\/p>\n<p>Fino alla crisi del 2007-2008, la maggior parte degli economisti in universit\u00e0 prestigiose, in istituzioni come la World Bank e il FMI, in autorevoli giornali e riviste come il <i>Financial Times <\/i>e l\u2019<i>Economist <\/i>accett\u00f2 le stime di un basso valore del moltiplicatore come prova dello scarso o addirittura nullo impatto della spesa pubblica. Gli argomenti tradizionali contro gli interventi congiunturali \u2013 ritardi nei meccanismi decisionali e d\u2019implementazione \u2013 uniti all\u2019ipotesi di aspettative razionali di agenti che anticipano e neutralizzano l\u2019azione dell\u2019autorit\u00e0 pubblica, facevano apparire impossibile utilizzare al momento giusto la politica fiscale come strumento per rilanciare l\u2019economia.<\/p>\n<p>Tuttavia il moltiplicatore \u00e8 ritornato sulla scena dopo la crisi. Negli anni cinquanta e sessanta, all\u2019apice del Keynesismo, si stimava che il valore del moltiplicatore fosse approssimativamente pari a due. Negli anni novanta e duemila le stime econometriche mostravano valori molto bassi, assestandosi intorno a 0,5-0,7. Nel 2009 il FMI e la UE portano le stime del moltiplicatore all\u2019interno di una forchetta tra 0,9 e 1,7 (Marcuzzo, 2014). Finalmente abbiamo di nuovo un moltiplicatore che moltiplica, perch\u00e9 questo non si pu\u00f2 non vedere \u2013 come nel caso dell\u2019Europa dell\u2019austerit\u00e0 \u2013 quando la spesa autonoma si riduce.<\/p>\n<p>\u00c8 un esempio non solo del legame forte tra risultati empirici e modelli scelti per trovarli, ma anche della rilevanza delle ipotesi di comportamento che vengono fatte per costruire questi modelli. Nella teoria economica cosiddetta ortodossa si suppone che i consumatori siano guidati da informazione perfetta e piena conoscenza degli stati possibili in cui ci si pu\u00f2 trovare in un orizzonte infinito. \u00c8 il contrario di quanto si suppone nella macroeconomia fedele a Keynes, per cui previsione perfetta e completa razionalit\u00e0 sono ipotesi non accettabili, un\u2019economia dove il calcolo delle probabilit\u00e0 non \u00e8 sempre applicabile, poich\u00e9 quando domina la vera incertezza quel calcolo non \u00e8 possibile.<\/p>\n<p>L\u2019ipotesi di perfetta informazione nei mercati, comune nella teoria <i>mainstream<\/i>, \u00e8 stata screditata dagli eventi del 2007-2008, che hanno portato in alcuni casi a revisioni sostanziali nei macro-modelli utilizzati per incorporare l\u2019idea di razionalit\u00e0 e conoscenza limitate, di imperfezioni nel mercato dei beni, del lavoro e soprattutto in quelli finanziari. Tuttavia queste modifiche sono state apportate all\u2019interno di un impianto teorico che \u00e8 rimasto abbastanza immutato e ancora lontano dal modo di intendere e descrivere i comportamenti da parte di Keynes, che non suppone mai anonimi \u2018agenti\u2019, ma individui con specifiche funzioni e caratteristiche.<\/p>\n<p>Il comportamento di consumatori, imprenditori o speculatori in un contesto d\u2019incertezza per Keynes non pu\u00f2 essere ricondotto alla scelta razionale ottimizzante della tradizione utilitarista. Ogni decisione economica richiede la valutazione dell\u2019informazione; questa \u00e8 spesso contradditoria o per lo meno non univoca e spesso insufficiente a farci prevedere il futuro. Quindi la dobbiamo \u2018pesare\u2019 con le nostre conoscenze e con la nostra esperienza. La decisione in condizioni d\u2019incertezza non deve per\u00f2 essere interpretata come rinuncia alla possibilit\u00e0 di scelta secondo ragione, anche se non \u2018razionale\u2019 nel senso della teoria tradizionale. Keynes oltre che un grande economista \u00e8 stato un grande investitore, per s\u00e9, per il suo College e per le compagnie assicurative, e i documenti inediti sui suoi investimenti mostrano come facesse le sue scelte con un\u2019attenta e ponderata analisi dell\u2019informazione disponibile (vedi Marcuzzo &amp; Cristiano, 2017).<\/p>\n<p>La razionalit\u00e0 di cui parla Keynes \u2013 che ha un significato diverso da quella ottimizzante \u2013 la ritroviamo anche in un contesto di altro tipo. Diventa la \u201cragionevolezza\u201d da applicare a situazioni in cui comportamenti apparentemente razionali (dal punto di vista astrattamente economico) possono avere risultati disastrosi. La ritroviamo nel modo in cui Keynes affronta la questione delle riparazioni di guerra da infliggere alla Germania dopo la prima guerra mondiale, nella trattativa che conduce per il rimborso dei debiti contratti dall\u2019Inghilterra con gli Stati Uniti nel corso della seconda guerra mondiale, e la potremo applicare anche noi oggi a situazioni recenti, chiedendoci se sia stata una scelta \u2018ragionevole\u2019 far fallire Lehman Brothers.<\/p>\n<p>Fin qui ho sviluppato l\u2019argomento a sostegno dell\u2019attualit\u00e0 della <i>Teoria generale<\/i>, come una \u2018rivoluzione di pensiero\u2019; vorrei adesso soffermarmi sulla proposizione della necessit\u00e0 dell\u2019intervento pubblico come strumento correttivo delle tendenze spontanee dei sistemi di mercato, con cui troppo semplicisticamente si \u00e8 identificato il messaggio keynesiano.<\/p>\n<p>Adam Smith aveva gi\u00e0 mostrato come regole e limiti sono imprescindibili per prevenire gli abusi del mercato, e come su sicurezza, difesa e altri \u201cbeni pubblici\u201d il mercato non offra la soluzione migliore. Il rovesciamento operato da Keynes, rispetto alla teoria precedente e successiva, non \u00e8 questo, ma riguarda il ruolo della domanda aggregata nel generare reddito, produzione e occupazione. \u00c8 il basso livello della domanda effettiva e non la rigidit\u00e0 dei salari che spiega l\u2019equilibrio di sottoccupazione. La differenza tra Keynes e gli economisti <i>mainstream <\/i>sta appunto nel sottrarre ai prezzi (salari e tasso d\u2019interesse compresi) il ruolo di aggiustare la domanda e l\u2019offerta per portare il sistema verso un equilibrio di pieno impiego. Senza sostegno alla domanda aggregata questo non si avvera.<\/p>\n<p>Ma Keynes non \u00e8 per un indiscriminato uso di investimenti pubblici finanziati in deficit di bilancio; l\u2019appello della <i>Teoria generale <\/i>alla necessit\u00e0 dell\u2019intervento dello Stato va interpretato nel senso del controllo sul livello totale degli investimenti, attraverso l\u2019azione diretta o indiretta di un\u2019autorit\u00e0 pubblica o semipubblica, ma guardando sempre agli incentivi di mercato, alla creazione di un clima di fiducia per gli imprenditori. Nella <i>Teoria generale <\/i>questo \u00e8 detto esplicitamente: \u201cse lo Stato \u00e8 in grado di determinare l\u2019ammontare complessivo delle risorse destinate ad accrescere i mezzi di produzione e il tasso base di remunerazione per coloro che le possiedono, avr\u00e0 fatto tutto quanto \u00e8 necessario\u201d (Keynes, 1973, p. 378).<\/p>\n<p>Anche sul fronte del <i>welfare state <\/i>gli sono state attribuite (vedi Backhouse &amp; Bateman, 2012) posizioni che non erano le sue. Non crede in una tassazione elevata per finanziare pensioni e sicurezza sociale. Ritiene che i costi della protezione sociale dovessero ricadere sui datori di lavoro, il cui interesse era avere una forza-lavoro in condizioni adeguate (Keynes, 1980b, p. 224).<\/p>\n<p>\u00c8 a favore della massima economicit\u00e0 e trasparenza dei conti dello Stato, su quali e quanti beni e servizi pubblici vengono effettivamente erogati, a quali costi e come siano finanziati, perch\u00e9 questo \u00e8 \u201cl\u2019unico modo di tenere una buona contabilit\u00e0, di misurare l\u2019efficienza, di fare economie e di tenere sempre informati i cittadini di quanto ogni cosa costa\u201d (ivi, p. 225).<\/p>\n<p>Aiut\u00f2 Beveridge nella stesura e approvazione del <i>Piano di protezione sociale <\/i>che presentava la \u2018novit\u00e0\u2019 di estendere i benefici all\u2019intera popolazione, e non solo a chi era in grado di pagare i contributi (ivi, p. 252), ma mostr\u00f2 in pi\u00f9 occasioni preoccupazione dell\u2019impatto che quel piano poteva avere sul bilancio pubblico.<\/p>\n<p>Sia Keynes che Beveridge vedono il pericolo delle conseguenze morali e sociali della disoccupazione, ma cercano la soluzione in strade diverse. Per Beveridge, si tratta di proteggere la societ\u00e0 dalle carestie, dai cicli avversi della produzione, dalla volatilit\u00e0 della spinta imprenditoriale \u2013 fenomeni imprevedibili e ricorrenti come il tempo metereologico e i disastri naturali (vedi Harris, 1977). La sicurezza sociale \u00e8 il modo di separare il benessere individuale dall\u2019andamento generale dell\u2019economia. Keynes pensa invece che se si riuscisse a condizionare il futuro con una politica di investimenti attiva gli individui sarebbero stati automaticamente \u2018protetti\u2019, perch\u00e9 liberati dalle privazioni derivanti dalla disoccupazione.<\/p>\n<p>Keynes non \u00e8 neanche un sotto-consumista come Mandeville o Malthus, che vedono nel consumo delle classi agiate la chiave per la crescita economica, la fonte della spesa che fa crescere l\u2019occupazione. Nella <i>Teoria generale <\/i>certamente il consumo ha un ruolo centrale come propellente, per cos\u00ec dire, della macchina che produce reddito. Tuttavia, ai suoi occhi, il consumo presenta due problemi. Il primo \u00e8 la \u2018saziet\u00e0\u2019 che, a suo dire, deriva da una legge psicologica fondamentale, per cui \u201cin generale e in media gli individui aumentano il loro consumo al crescere del loro reddito, ma non tanto quanto il loro reddito aumenta\u201d (Keynes, 1973, p. 96), da cui ne discende che \u201ctanto pi\u00f9 alti sono i nostri redditi, tanto maggior \u00e8, purtroppo, il divario tra reddito e consumo\u201d. \u00c8 lo Stato a dover colmare il divario, se non si vuole un livello di disoccupazione tale \u201cda farci diventare cos\u00ec poveri che il divario tra consumo e reddito \u00e8 appena sufficiente a fornire quel tanto che oggi \u00e8 profittevole produrre per il consumo futuro\u201d (ivi, p. 105).<\/p>\n<p>Il secondo problema \u00e8 come far crescere la propensione al consumo. Una distribuzione del reddito pi\u00f9 equa, ottenuta attraverso una politica fiscale mirata (Keynes, 1973, p. 16) \u00e8 una soluzione che Keynes riteneva difficile da realizzare. L\u2019alternativa era di sostenere i consumi direttamente con la spesa pubblica, affidando allo Stato \u201cil compito di fare in modo di bilanciare la propensione al consumo con l\u2019incentivo a investire\u201d (Keynes, 1973, p. 380), oppure con \u201cinvestimenti pubblici che potessero controbilanciare la volatilit\u00e0 degli investimenti privati\u201d (Keynes, 1980b, p. 381).<\/p>\n<p>Con il suo gusto del paradosso ricorse a un esempio che, come ci spiega Joan Robinson, doveva servire a \u201cpenetrare il muro di oscurantismo dell\u2019ortodossia fondata sul <i>laissez-faire<\/i>\u201d. (Robinson, 1964, p. 91). La proposta era che il Tesoro sotterrasse bottiglie piene di banconote in terreni dati in concessione ai privati, che avrebbero potuto scavare e recuperare le banconote (Keynes, 1973, p. 129).<\/p>\n<p>Questo esempio di spesa pubblica \u00e8 stato esposto al ridicolo perch\u00e9 appare insensato spendere denaro pubblico in questo modo. Il paradosso di Keynes, per\u00f2, serve a illustrare un principio, non a fare una proposta concreta: vale a dire a sostenere che la spesa in beni e servizi genera reddito, non perch\u00e9 \u00e8 utile, ma perch\u00e9 genera domanda. \u00c8 ovvio, dice Keynes, che \u201csarebbe naturalmente pi\u00f9 sensato costruire case o altre cose simili, ma se ci sono ostacoli pratici o politici per farlo, allora quello che suggerisco \u00e8 meglio di niente\u201d (<i>ibid.<\/i>).<\/p>\n<p>Le difficolt\u00e0 a cui allude Keynes, sono soprattutto quelle \u201cdei nostri politici educati ai principi dell\u2019economia classica\u201d (<i>ibid<\/i>.). Vi \u00e8 anche il problema che la spesa in servizi e beni utili pu\u00f2 non essere altrettanto efficace, infatti \u201cdue piramidi o due messe per i defunti valgono il doppio di una: ma non cos\u00ec due ferrovie da Londra a York\u201d (<i>ibid.<\/i>).<\/p>\n<p>Se poi il tasso d\u2019interesse non scende di pari passo con i rendimenti attesi dai progetti d\u2019investimento, la possibilit\u00e0 di trovare occasioni di spesa profittevoli si riducono ulteriormente. Lo spreco per Keynes non \u00e8 quando la spesa pubblica si rivolge in beni e servizi di cui non vi \u00e8 utilit\u00e0 economica, ma quando si lasciano risorse umane inutilizzate.<\/p>\n<p>Nell\u2019opera di Keynes troviamo tanti commenti caustici sui pregiudizi comuni contro la spesa pubblica e viene facile applicarli anche ai difensori odierni dell\u2019austerit\u00e0 a tutti i costi. Vorrei ricordarne almeno un paio:<\/p>\n<p>\u201cchi ritiene che [lavori pubblici finanziati in disavanzo di bilancio, in particolare spesa pubblica in abitazioni] sia[no] una insensata stravaganza che render\u00e0 pi\u00f9 povera la nazione, e preferisce non fare nulla e lasciare milioni di persone disoccupate, \u00e8 da considerare un demente\u201d (Keynes, 1982, p. 338).<\/p>\n<p>E ancora:<\/p>\n<p>\u201c\u00e8 da imbecilli dire che non possiamo permetterci di spendere, quando abbiamo disoccupati, impianti inutilizzati e un livello del risparmio pi\u00f9 alto di quello che utilizziamo. Perch\u00e9 ci servono solo questi impianti e nient\u2019altro per farla. Avere a disposizione cemento, acciaio, macchinari e trasporti inutilizzati e dire che non possiamo fare lavori pubblici di un qualche tipo, \u00e8 puro delirio derivante da confusione mentale\u201d (Keynes, 1981, pp. 765-766).<\/p>\n<p>I due pilastri del <i>welfare state <\/i>\u2013 sfiducia nelle forze di mercato e fiducia nell\u2019intervento pubblico per garantire la piena occupazione da una parte, e sfiducia nel liberismo per garantire sicurezza e stabilit\u00e0 sociale dall\u2019altra \u2013 derivano da due impostazioni diverse. Beveridge, l\u2019erede del socialismo dei Fabiani, ragiona con gli strumenti della teoria neoclassica, mentre Keynes, l\u2019economista rivoluzionario, \u00e8 un riformista liberale per quanto riguarda la politica sociale (Marcuzzo, 2010).<\/p>\n<p>Il pensiero economico di Keynes sulla lotta alla disoccupazione non va identificato con la filosofia del <i>welfare state <\/i>n\u00e9 con la spesa pubblica indiscriminata, senza attenzione al deficit di bilancio, n\u00e9 con la spiegazione della disoccupazione con la rigidit\u00e0 dei salari e dei prezzi o con altre distorsioni della <i>Teoria generale <\/i>che mostrano quanto poco l\u2019originale sia stato letto e capito.<\/p>\n<p>Il messaggio di Keynes va certamente adattato alle circostanze interne e internazionali odierne, ma rimane intatto il richiamo a quei valori del senso dello Stato e del bene pubblico che il mercato ogni tanto perde per strada. Keynes pensava che questi mali si potessero curare, se persone di alta statura morale (spesso identificate con un ristretto numero di suoi amici e conoscenti) fossero state messe a capo di istituzioni di controllo e di garanzia. Sentiamo oggi tutta la rilevanza di questo appello allo standard morale dell\u2019azione politica, per credere con Keynes che le istituzioni pubbliche possano rendere migliore il mercato. Anche per questo, a ottanta anni dalla sua pubblicazione, <i>La Teoria generale <\/i>\u00e8 ancora un libro attuale.<\/p>\n<hr \/>\n<h5>* <span id=\"cloak58a7b86890176e05513f6b771ac6e586\"><a class=\"s8\" href=\"mailto:cristina.marcuzzo@uniroma1.it\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Sapienza Universit\u00e0 di Roma, email: <\/a><\/span><span id=\"cloak1652d44230cb3495e751d524d4992476\"><a href=\"mailto:cristina.marcuzzo@uniroma1.it\">cristina.marcuzzo@uniroma1.it<\/a><\/span>. Versione rivista della <i>Lectio brevis <\/i>tenuta presso l\u2019Accademia Nazionale dei Lincei l\u201911 Novembre 2016. Ringrazio i curatori della rivista per utili suggerimenti e il Presidente dell\u2019Accademia, Prof. Alberto Quadrio Curzio per l\u2019autorizzazione a pubblicarla su <i>Moneta e Credito<\/i>.<\/h5>\n<hr \/>\n<h5><a class=\"a\" href=\"http:\/\/creativecommons.org\/licenses\/by-nc-nd\/4.0\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Quest\u2019opera \u00e8 distribuita con licenza internazionale Creative Commons Attribuzione \u2012 Non commerciale \u2012 Non opere derivate 4.0. Copia della licenza \u00e8 disponibile alla URL <\/a><a href=\"http:\/\/creativecommons.org\/licenses\/by-nc-nd\/4.0\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/creativecommons.org\/licenses\/by-nc-nd\/4.0\/<\/a><\/h5>\n<hr \/>\n<h5>BIBLIOGRAFIA<\/h5>\n<h5>Backhouse R.E. e Bateman B.W. (2012), \u201cKeynes and the Welfare State\u201d, <i>History of Economic Thought and Policy<\/i>, vol. 1 n. 1, pp. 7-19. Disponibile alla URL <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.3280\/SPE2012-001002\">https:\/\/doi.org\/10.3280\/SPE2012-001002<\/a><\/h5>\n<h5>Harris J. (1977), <i>William Beveridge. A Biografy<\/i>, ed. 1997, Oxford: Clarendon Press. Keynes J.M. (1973), <i>The Collected Writings of John Maynard Keynes, vol. VII. The<\/i><\/h5>\n<h5>General Theory of Employment, Interest and Money, a cura di E. Johnson e D.E. Moggridge, Londra: Macmillan.<\/h5>\n<h5>Keynes J.M. (1973a), <i>The Collected Writings of John Maynard Keynes, vol. XIII. The General Theory and After: Part I, Preparation<\/i>, a cura di E. Johnson e D.E. Moggridge, Londra: Macmillan.<\/h5>\n<h5>Keynes J.M. (1973b), <i>The Collected Writings of John Maynard Keynes, vol. XIV. The General Theory and After: Part II, Defence and Development<\/i>, a cura di E. Johnson e D.E. 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