{"id":31479,"date":"2017-06-02T10:00:24","date_gmt":"2017-06-02T08:00:24","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=31479"},"modified":"2017-06-02T18:12:44","modified_gmt":"2017-06-02T16:12:44","slug":"la-politica-economica-al-tempo-della-crisi-da-keynes-alla-controrivoluzione-monetarista-e-non-ritorno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=31479","title":{"rendered":"La politica economica al tempo della crisi Da Keynes alla controrivoluzione monetarista e (non) ritorno"},"content":{"rendered":"<p>di SINISTRA RETE (Amedeo Di Maio e Ugo Marani)<\/p>\n<p><em>Il lavoro che segue costituisce uno stralcio dell\u2019Introduzione al volume Politiche economiche e crisi internazionale. Uno sguardo sull\u2019Europa, curato da Amedeo Di Maio e Ugo Marani con contributi di Paul De Grauwe, Amedeo Di Maio, Pasquale Foresti, Guglielmo Forges Davanzati, Nicol\u00f2 Giangrande, Ernesto Longobardi, Antonio Lopes, Ugo Marani e Antonio Pedone, per i tipi di L\u2019Asino d\u2019Oro edizioni, di prossima pubblicazione.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<blockquote><p><em>Torneranno<\/em>\u00bb disse.<br \/>\n<em>La vergogna ha la memoria debole\u00bb <\/em><br \/>\n(Gabriel Garcia M\u00e1rquez, La mala ora)<\/p><\/blockquote>\n<p>Il volume che introduciamo ha come oggetto la politica economica al tempo della crisi; un oggetto inteso in un duplice senso. Da un lato esso ambisce a un esercizio di statica comparata: quanto \u00e8 cambiato, e in che cosa l\u2019indirizzo di policy, rispetto alla fase che ha preceduto lo scatenarsi della tempesta, prima finanziaria e poi reale. Dall\u2019altro si pone l\u2019interrogativo se le nuove impostazioni si stiano palesando efficaci nel gestire le nuove problematiche che esse affrontano.<\/p>\n<p>Con riferimento al primo quesito, il mutamento nell\u2019indirizzo di policy, nelle sue linee generali ed estremamente qui sintetizzate, pu\u00f2 essere compreso solo se si risale ai cambiamenti, striscianti e graduali, dei riferimenti teorici, iniziati negli anni settanta del secolo scorso. Infatti, \u00e8 proprio in quegli anni che la politica economica si allontana progressivamente dalla impostazione cosiddetta keynesiana, ma comunque fortemente viziata dai forti retaggi della teoria liberista tradizionale.<\/p>\n<p>Il primo effetto \u00e8 consistito nell\u2019abbandono definitivo dei tentativi di armonizzare la politica monetaria con quella fiscale, nel senso di rendere compatibile la stabilizzazione dei tassi di interesse con le politiche fiscali volte a combattere la disoccupazione che si manifesta nel breve periodo, l\u2019unico che val la pena di considerare quando si cita <strong>Keynes<\/strong> al pari modo di un qualsiasi motto attribuito a Oscar Wilde.<\/p>\n<p>E\u2019 da qui che inizia la cosiddetta <strong>controrivoluzione monetarista<\/strong>, con le sue aspettative adattive, dapprima, razionali successivamente e che ben completano il ritrovato <em>laissez faire<\/em> desiderato da <strong>F.A. Hayek<\/strong>. Con le aspettative adattive si teorizza una capacit\u00e0 di previsione degli accadimenti economici futuri da parte degli individui, basata sulle esperienze osservate in passato sui medesimi accadimenti, mentre le <strong>aspettative razionali<\/strong> arrivano ad assumere che gli individui siano capaci di utilizzare sempre e comunque in modo efficiente le informazioni che posseggono, fino a individuare strategie che possono annullare gli effetti di politiche economiche attesi e desiderati dal decisore politico.<\/p>\n<p>Si celebra, dall\u2019inizio degli anni Ottanta, l\u2019avvento dell\u2019era della <strong>Grande Moderazione<\/strong>, cos\u00ec chiamata perch\u00e9 caratterizzata da basse oscillazioni nel prodotto nazionale e nel tasso di inflazione. Un sostantivo tuttavia impregnato di giudizi di valore che celano, al loro interno, apparenti e molteplici trionfi dell\u2019ortodossia: assenza di conflitti sociali, trascurabili perturbazioni sui prezzi e sulla crescita, un armamentario di politica economica agghindato a scienza. Tutto ci\u00f2 consente, e non solo agli assertori estremi della scuola delle aspettative razionali, di considerare \u201csuperato\u201d il ciclo economico quale dato caratterizzante delle economie di mercato e di dover inaugurare una fase in cui le regole costituiscano il dato saliente della politica economica.<\/p>\n<p>L\u2019impoverimento epistemologico della scienza economica, dovuto all\u2019estremismo nell\u2019assunzione di dette aspettative, \u00e8 ben e sarcasticamente evidenziato dal famoso politologo <strong>Robert Keohane[1]<\/strong>. Egli cita Misura per misura di Shakespeare, proprio per mettere in luce la irragionevolezza di quanti sostengono l\u2019efficace ausilio della teoria delle aspettative razionali alla comprensione della complessit\u00e0 dei processi decisionali umani, individuali e collettivi:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<blockquote><p><em>L\u2019uomo, l\u2019arrogante uomo, <\/em><br \/>\n<em>investito d\u2019una piccola breve autorit\u00e0, <\/em><br \/>\n<em>pi\u00f9 ignorante di ci\u00f2 <\/em><br \/>\n<em>di cui dovrebbe essere pi\u00f9 certo, <\/em><br \/>\n<em>la sua essenza cristallina, <\/em><br \/>\n<em>come irosa bertuccia <\/em><br \/>\n<em>d\u00e0 in smorfie cos\u00ec grottesche al cospetto dell\u2019eccelso cielo, <\/em><br \/>\n<em>che gli angeli ne piangono\u00bb .<\/em><\/p>\n<p>W. Shakespeare, Misura per misura, Atto 2, scena 2<\/p><\/blockquote>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00c8 quindi da ritenere che Shakespeare non sia molto gradito ai teorici delle aspettative razionali, anche se la critica all\u2019ipotesi di mercati efficienti, soprattutto quelli finanziari, era da considerare anche solo osservando l\u2019alta variabilit\u00e0 dei prezzi delle azioni; variabilit\u00e0 presente in tempi ancora lontani da quelli della crisi attuale. Soprattutto questa variabilit\u00e0 nei prezzi avrebbe dovuto escludere il suo riflettersi nei mutamenti dei fondamentali dell\u2019economia. Non a caso <strong>G. Akerlof <\/strong>e<strong> R. Shiller<\/strong> sostengono che:<\/p>\n<blockquote><p><em>ogni grande crollo del mercato azionario appare inesplicabile\u2026 A cambiare \u00e8 stato praticamente sempre il mercato azionario; i fondamentali invece no\u00bb .<\/em><\/p>\n<p>(G. Akerlof \u2013 R. Shiller, Animal Spirits, Princeton University Press, 2009).<\/p><\/blockquote>\n<p>Comunque, gli anni della Grande Moderazione, iniziati a <strong>met\u00e0 degli anni \u201980<\/strong>, sono per definizione caratterizzati da bassa variabilit\u00e0, sia dei tassi di inflazione, sia di quelli di crescita e ci\u00f2 pu\u00f2 aver fatto credere alla giustezza di politiche economiche minimali, soprattutto dal lato della politica fiscale. La politica della Grande Moderazione \u00e8 tuttavia come la strada maestra, sembra la pi\u00f9 sicura ma \u00e8 anche quella della mediocrit\u00e0, se conveniamo con Thomas Mann, perch\u00e9 caparbiamente ignora percorsi alternativi.<\/p>\n<p>Con riferimento al secondo quesito che ci siam posti in questo libro, osserviamo che i teorici e gli uomini di affari si sono illusi di vivere il tempo della grande armonia tra mercati reali e finanziari. Ma quei teorici e quegli uomini di affari inconsapevolmente confermavano l\u2019analisi di <strong>H. Minsky<\/strong>, secondo la quale nell\u2019epoca della calma piatta, com\u2019\u00e8 stata quella, almeno apparente, della Grande Moderazione, aumenta la disponibilit\u00e0 all\u2019indebitamento e a concedere credito. Tutto ci\u00f2 si traduce nella \u201ctendenza a trasformare una situazione fiorente in un boom di investimento speculativo\u201d (H. Minsky, Potrebbe ripetersi?, Einaudi, 1984).<\/p>\n<p>L\u2019evidenza della crisi, con la dimostrazione della sua imprevedibilit\u00e0, pur puntuale, non demolisce la fede degli economisti ortodossi nella mano invisibile e la politica monetaria da arte si fa scienza. Scienza in un contesto monobiettivo, l\u2019inflation targeting, che dovrebbe annullare l\u2019incertezza nella politica monetaria. Questa assenza di incertezza consente la deregolamentazione dei mercati finanziari. Deregolamentazione che dovrebbe condurre all\u2019efficienza e vincolare il debito pubblico a tendere verso condizioni ritenute di sostenibilit\u00e0.<\/p>\n<p>In questa logica di mano invisibile o, se si vuole usare un termine pi\u00f9 da iniziati, di equilibrio economico generale, in tutti i mercati indicati si determinano prezzi di equilibrio e quindi anche nel mercato n-esimo (cos\u00ec si definisce il mercato residuale, non esplicitamente considerato e che non pu\u00f2 che adattarsi agli equilibri che si sono determinati altrove), ormai quello del lavoro, se non fosse per le sue rigidit\u00e0 derivanti da decisioni esterne ai mercati e\/o da eredit\u00e0 normative che resistono al necessario cambiamento. Ne discende che solo la deregolamentazione anche del mercato del lavoro pu\u00f2 garantire la stabilizzazione del sistema economico complessivo.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 sembra confermare l\u2019intuizione di <strong>K. Polanyi<\/strong> consistente nell\u2019azione politica non semplicemente volta a garantire la supremazia del mercato, ma addirittura essere la causa determinante dell\u2019esistenza del libero mercato, fino a quando, con altrettanta spontaneit\u00e0 la politica ritiene debba porre limiti al laissez faire per via di tensioni sociali causate da quel libero operare del mercato. Il paradosso, \u00e8 la tesi di Polanyi, \u00e8 che quei limiti posti al mercato non garantiscono la tenuta della democrazia e conseguentemente, diremmo oggi, la tutela dei diritti umani (K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi 1974).<\/p>\n<p>Seguendo la tesi di Polanyi, la fase attuale sembra essere quella della supremazia del mercato. Ci\u00f2 significa che l\u2019agire dei governi viene regolato da indicatori, reali o pseudo tali, determinati nei vari mercati. Ne discende inevitabilmente la domanda retorica se crescita e piena occupazione possano realmente dipendere da elementi quali la regola di Taylor, attraverso la quale le banche centrali ritengono di poter fissare quel tasso di interesse nominale coincidente con quello reale che conduce all\u2019equilibrio macroeconomico di pieno impiego.<\/p>\n<p>Cos\u00ec come crescita e pieno impiego dipenderebbero dal raggiungimento di un prefissato tasso di indebitamento pubblico che influenza lo spread positivo rispetto al pi\u00f9 basso dei tassi di interesse sul debito pubblico registrabile in un data comunit\u00e0 sovranazionale. Ancora, ritenere che la globalizzazione conduca a quel tanto desiderato pieno impiego anche attraverso la negoziazione internazionale dei capitali (cross border) con l\u2019ausilio delle banche. Infine, come gi\u00e0 richiamato, quella crescita e quel pieno impiego desiderati non possono che raggiungersi attraverso la deregolamentazione del mercato del lavoro. Deregolamentazione che quando diverr\u00e0 completa, allora non potr\u00e0 che far intendere la disoccupazione come evento liberamente e volontariamente scelto dal lavoratore e cos\u00ec definitivamente rimuovere le cause che hanno contribuito a sperimentare <strong>trent\u2019anni gloriosi<\/strong>.<\/p>\n<p>Non \u00e8 nostra intenzione discutere in questo testo della crisi e delle sue cause e neanche di quanto il modello economico principale di riferimento le abbia spianato la strada. La nostra domanda \u00e8 se quel modello sia stato abbandonato o se \u00e8 possibile prevedere che lo sia nel breve periodo.<\/p>\n<p>Immediatamente dopo l\u2019inizio della crisi economica, \u00e8 sembrato diffondersi tra gli economisti un we are all keynesians now. \u00c8 stata tuttavia una illusione di breve periodo perch\u00e9, fatta eccezione di alcune politiche economiche statunitensi, governi nazionali e istituzioni internazionali sono rientrati nell\u2019ovile di quel che credono il buon pastore e che paradossalmente alcuni di loro definiscono post keynesiano.<\/p>\n<p>Seppur non rientra negli intenti della nostra trattazione, sarebbe interessante analizzare come la Keynesian Resurgence sia durata per cos\u00ec breve tempo [2] o come il ritorno al modello dei principi di austerit\u00e0 e di finanza sana sia stato compatibile con la mole di finanziamenti destinati ai salvataggi bancari (vedi U.Marani, La schizofrenia europea tra salvataggi bancari e austerit\u00e0 fiscale) , se non ricorrendo alle caratteristiche di ideologia che l\u2019economia ortodossa ha progressivamente assunto, e dunque<\/p>\n<blockquote><p>alle convinzioni e alle idee dei gruppi dominanti, le quali sembrano congiungersi cos\u00ec strettamente agli interessi di una data situazione da escludere qualunque comprensione dei fatti che potrebbero minacciare il loro potere. Con il termine ideologia noi intendiamo cos\u00ec affermare che, in talune condizioni, i fattori inconsci di certi gruppi nascondono lo stato reale della societ\u00e0 a s\u00e9 e agli altri e pertanto esercitano su di esso una funzione conservatrice\u00bb.<\/p>\n<p>(Karl Mannheim, Ideologia e utopia, 1929. Ed. It. Il Mulino, 1957)<\/p><\/blockquote>\n<p>Eppure sarebbe bastato riflettere per comprendere come l\u2019economia si muovesse, prima della crisi, su di un sentiero precario costellato da un numero crescente di trilemmi, di una situazione, cio\u00e8, in cui, per l\u2019esistenza di fenomeni quasi sempre di carattere internazionale, risulta impossibile, al medesimo tempo, perseguire un obiettivo, utilizzare uno strumento, mantenendo inalterati i vincoli che si pongono all\u2019agire della politica economica. Immiserimento della politica economica e liberalizzazione-deregolamentazione finanziaria sono, dunque, le principali cause efficienti dello scoppio della crisi.<\/p>\n<p>E subito dopo una mutazione che non molti analisti hanno percepito nella sua portata e che ha innescato uno spettro di misure di politica monetaria crescente nel corso del tempo e profondamente diverso da quanto era avvenuto sino al decennio precedente, un pacchetto di misure che tende ad omologarsi verso quelle che sono definite oramai come le \u201c<strong>Misure Non Convenzionali di Politica Monetaria<\/strong>\u201d.<\/p>\n<p>Un atteggiamento, per certi versi, opposto a quello del periodo pre-crisi: prima l\u2019ambizione era quella di rendere la politica monetaria sempre meno un\u2019Arte, la discrezionalit\u00e0, e sempre pi\u00f9 una Scienza, connotabile per Regole sempre valide. Si trattava del tentativo ambizioso di far assurgere il banchiere centrale a policy maker unico, delegato ad un simile ruolo di responsabilit\u00e0 per la sua indipendenza dalla politica e per l\u2019affermazione di automatismi di comportamento che avrebbero potuto evitare l\u2019arbitrio proprio di atteggiamenti discrezionali.<\/p>\n<p>La crisi finanziaria del 2007 arresta questo tentativo di scientificizzare la politica monetaria: la crisi \u00e8 di una tale gravit\u00e0 che i tradizionali strumenti di intervento si rivelano inefficaci e le banche centrali devono avventurarsi in unchartered waters nelle quali l\u2019armamentario di regole e di automatismi vantati nel passato servono ora a ben poco. Per i banchieri centrali \u00e8 stato necessario abbandonare la \u201cscienza\u201d e ritornare all\u2019incerto mondo, pi\u00f9 che dell\u2019arte, di far da s\u00e9 in forme inedite e preoccupanti per i principi di accountability e di delega esplicita dei poteri in un ordinamento democratico.<\/p>\n<p>In contemporanea un ruolo sempre pi\u00f9 debole della politica fiscale, a riprova della caducit\u00e0 delle confessioni di credo keynesiano che pi\u00f9 sopra abbiamo richiamato. Pare indubbio che si siano verificati due evidenti rovesciamenti nell\u2019impostazione teorica e nelle conseguenti politiche fiscale.<\/p>\n<p><strong>1.Il primo riguarda il ruolo dello stato sociale<\/strong>, un tempo generalmente considerato come valido strumento per evitare, o quantomeno ritardare, l\u2019inevitabile, per alcuni, crollo del capitalismo. Ora, al contrario, lo stato sociale considerato un ostacolo alla crescita economica e quindi alla potenziale diffusione di pi\u00f9 alti livelli generalizzati di benessere.<\/p>\n<p><strong>2.Il secondo rovesciamento riguarda il ribaltamento tra obiettivi e strumenti della politica fiscale<\/strong>. Un tempo, ad esempio, gli obiettivi erano la piena occupazione, la stabilit\u00e0 dei prezzi, l\u2019equilibrio con il resto del mondo, la crescita e per conseguirli si utilizzavano gli strumenti individuati nella spesa pubblica, nella tassazione, nel debito pubblico. Oggi, gli obiettivi sono il pareggio di bilancio, l\u2019assenza di indebitamento pubblico e gli strumenti per conseguirli sono le regole da immettere nel mercato del lavoro, la deregolamentazione nel mercato dei capitali, le privatizzazioni delle imprese pubbliche, ecc.<\/p>\n<p>Questi rovesciamenti sono il frutto di assecondamenti al mercato, <em>\u00e0 la Polanyi<\/em>, soprattutto da parte di partiti un tempo naturali sostenitori di politiche keynesiane. I riferimenti pi\u00f9 evidenti sono al <strong>blairismo<\/strong> sorto nel Regno Unito e all\u2019<strong>ordoliberismo tedesco<\/strong> diffusosi attraverso i trattati dell\u2019Unione Europea.<\/p>\n<p>In definitiva, le brevi note che fanno da introduzione ai saggi contenuti nel volume ambiscono a fornire una chiave di lettura della politica economica al tempo (prima e dopo) della crisi: cos\u00ec come essa aveva tentato di ridimensionarsi a pochi precetti universalmente riconosciuti prima, espunti di qualunque riferimenti all\u2019instabilit\u00e0 e alla carenza di domanda effettiva, ha poi cercato di dotarsi di un corredo di strumenti variegato, non convenzionale e immemore di quanto solo poco tempo prima i suoi fautori andavano predicando. Un armamentario caratterizzato da alcune continuit\u00e0 preoccupanti per chi identifica la politica economica in una funzione di utilit\u00e0 sociale in cui il policy maker esprime e rende conto di una gerarchia rivelata di obiettivi finali e delle proprie scelte.<\/p>\n<p>Il primo elemento di preoccupazione \u00e8 costituito dalla pervicace assenza del ricorso esplicito all\u2019uso della politica fiscale nella sua accezione di strumento anti-ciclico e di compensazione alla carenza della domanda aggregata privata. Non che il finanziamento monetario della spesa sia venuto meno: ne \u00e8 testimone l\u2019ammontare destinato al finanziamento del Quantitative Easing e degli ingenti trasferimenti di liquidit\u00e0 a istituzioni finanziarie e imprese private. Quel che si ambisce a modellare \u00e8 una politica fiscale, spesso camuffata di \u201cmisura non convenzionale di politica monetaria\u201d senza delegare alla \u201cpolitica\u201d il compito di doversene occupare.<\/p>\n<p>La rinuncia alla politica fiscale, nella sua accezione pi\u00f9 piena e responsabile, si accompagna a una seconda continuit\u00e0 della politica economica all\u2019indomani della crisi: l\u2019assenza di mandati espliciti sulle funzioni, sugli strumenti, sulla discrezionalit\u00e0 che, specie i banchieri centrali, si auto attribuiscono. Non c\u2019\u00e8 che dire per un\u2019ideologia che i principi di discrezionalit\u00e0 keynesiana aveva equiparato all\u2019arbitrariet\u00e0, al sopruso sul mercato.<\/p>\n<p>Come per una rivincita della storia l\u2019arbitrio ritorna: saranno le istituzioni a dover decidere quanto possa protrarsi, poich\u00e9: \u201cDesigns of purely arbitrary nature cannot be expected to last long.\u201d(Kenzo Tange).<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p><strong>[1]<\/strong> Keohane R.O., Rational Choice Theory and International Law, \u201cThe Journal of Legal Studios\u201d, 31, 2002, pp. 8307-8315. Citato in Kagan J., Le tre culture, Feltrinelli, Milano, 2013, p.201.<\/p>\n<p><strong>[2]<\/strong> Farrel H. and Quiggin J., Consensus, Dissensus and Economic Ideas: The Rise and Fall of Keynesianism During the Economic, March, 2012.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/crisi-mondiale\/9909-amedeo-di-maio-e-ugo-marani-la-politica-economica-al-tempo-della-crisi.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/crisi-mondiale\/9909-amedeo-di-maio-e-ugo-marani-la-politica-economica-al-tempo-della-crisi.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA RETE (Amedeo Di Maio e Ugo Marani) Il lavoro che segue costituisce uno stralcio dell\u2019Introduzione al volume Politiche economiche e crisi internazionale. 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