{"id":31518,"date":"2017-06-04T08:00:47","date_gmt":"2017-06-04T06:00:47","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=31518"},"modified":"2017-06-03T18:15:28","modified_gmt":"2017-06-03T16:15:28","slug":"i-tedeschi-non-scherzano-mai","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=31518","title":{"rendered":"I tedeschi non scherzano mai!"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA RETE\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>\u00abI tedeschi non scherzano mai\u00bb: cos\u00ec recita la lapidaria pubblicit\u00e0 di una nota casa automobilistica tedesca. Migliaia di saggi sul carattere nazionale tedesco sintetizzati in uno slogan: \u00e8 la forza del marketing. E Trump, che ultimamente si \u00e8 molto lamentato con i \u00abcattivi tedeschi\u00bb per l\u2019invasione del mercato americano per opera delle loro automobili, ne sa qualcosa. Scherzi a parte, come dobbiamo interpretare l\u2019impegnativa dichiarazione rilasciata ieri da Angela Merkel in una grande birreria-tendone di Monaco di Baviera? Leggiamo:<\/p>\n<p>\u00abI tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, questo ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani. [\u2026] Dobbiamo sapere che dobbiamo lottare noi stessi per il nostro futuro e il nostro destino di europei\u00bb.<\/p>\n<p>Quando si tratta di scomodare l\u2019impegnativo e \u201cpesante\u201d concetto di destino i tedeschi non scherzano mai. Gian Enrico Rusconi, che di cose tedesche si intende, ha scritto qualche anno fa che \u00abQuando si parla della Germania, i toni drammatici sono d\u2019obbligo\u00bb. \u00c8 quindi saggio non attribuire alle parole della Cancelliera di Ferro il significato di un mero esercizio retorico usato a fini elettoralistici, confidando nella scarsa simpatia che il Presidente degli Stati Uniti pu\u00f2 \u201cvantare\u201d in Europa in generale e in Germania in particolare \u2013 la Russia \u00e8 un discorso a parte.<\/p>\n<p>Nella divergenza Merkel-Trump Emmanuel Macron ha probabilmente visto la ghiotta opportunit\u00e0 di ritagliarsi il comodo ruolo del mediatore, soprattutto nel contesto della nuova situazione creata dalla Brexit; ma egli deve muoversi con prudenza, deve fare molta attenzione perch\u00e9 potrebbe rimanere stritolato nella morsa di interessi, di contraddizioni e di conflitti di eccezionale portata, tali da poter produrre nuova storia, nuovi equilibri geopolitici. Probabilmente \u00e8 finito il tempo in cui l\u2019abilit\u00e0 manovriera dei leader politici europei (ad esempio di Francia e Italia) poteva supplire a una debolezza strutturale di fondo, e questo con il tacito consenso degli stessi tedeschi, disposti a chiudere un occhio su velleit\u00e0 che tutto sommato non intaccavano la realt\u00e0 dei rapporti di forza.<\/p>\n<p>Tanto pi\u00f9 dal momento che la Germania rifiutava di esporsi pi\u00f9 di tanto sul piano squisitamente politico, e lasciava pragmaticamente che a parlare fosse la sua potenza economica: fatti, non parole! Ma oggi la \u00abPotenza riluttante\u00bb \u00e8 strattonata da tutte le parti; da tutte le parti le si chiede di assumersi le sue responsabilit\u00e0, e c\u2019\u00e8 il rischio che, prima o poi, essa lo faccia davvero: \u00e8 sempre pericoloso evocare il genio che dorme dentro la lampada!<\/p>\n<p>Rappresentare i grandi convegni internazionali alla stregua di competizioni sportive alla fine delle quali il pubblico ha la possibilit\u00e0 di applaudire i vincenti e di fischiare i perdenti (alcuni quotidiani italiani hanno persino redatto pagelle di fine vertice, come si fa per le partite di calcio), \u00e8 cosa che piace molto ai mass media di tutto il mondo, i quali devono pur campare. Ma di certo non \u00e8 il modo pi\u00f9 corretto di approcciare e raccontare i Summit come quello che si \u00e8 appena concluso nella bellissima location di Taormina.<\/p>\n<p>In passato il formato G7 (iniziato ufficialmente come G6 nel 1975, diventato G8 alla fine degli anni Novanta con la presenza della Russia, espulsa dal gruppo dei \u201cGrandi\u201d nel 2014 per le note vicende in Ucraina) per un verso \u2013 e nei fatti \u2013 si limitava a fotografare lo stato dei rapporti di forza \u00abfra i grandi del mondo libero\u00bb, e per altro verso cercava di vendere all\u2019opinione pubblica internazionale una narrazione tesa a rassicurarla circa le buone intenzioni dei governi riuniti annualmente per fare il punto della situazione: \u00ab\u00c8 per il vostro bene che stiamo lavorando. Il mondo \u00e8 in buone mani. Tutto \u00e8 sotto controllo.<\/p>\n<p>Lavorate con zelo e pagate le tasse, dunque\u00bb. Ed ecco le photo opportunity, ed ecco i chilometrici documenti finali, preparati con millimetrica precisione dai funzionari di fiducia dei Capi di Stato e di Governo (i mitici Sherpa), pieni di buone intenzioni su tutto: sulla futura prosperit\u00e0 dei cittadini, sulla sostenibilit\u00e0 sociale e ambientale dell\u2019economia, sulla pace nel mondo, sulla tolleranza (culturale, religiosa, razziale, sessuale) e su molto altro ancora. L\u2019arrosto dei fatti e il fumo della propaganda, il quale esigeva da parte dei protagonisti un contegno diplomatico inteso a smussare agli occhi dell\u2019opinione pubblica punti di frizione e contraddizioni di vario genere. Alla fine di ogni G7, nella conferenza stampa di chiusura, ciascuno dei protagonisti poteva vantare davanti ai propri cittadini elettori il successo del convegno: \u00abSpecialmente il nostro Paese ne esce rafforzato\u00bb. Come no!<\/p>\n<p>Che fotografia ci consegna il G7 di Taormina? La novit\u00e0, rispetto ai Summit precedenti, quantomeno a quelli degli ultimi venti anni, \u00e8 che questa volta l\u2019arrosto dei fatti ha fatto premio, come si dice, sul fumo della propaganda, e ci\u00f2 non dovrebbe sorprendere nessuno, visto il carattere poco incline agli insulsi canoni del politically correct del Presidente che oggi rappresenta gli interessi della prima potenza capitalistica del pianeta. Ma al di l\u00e0 dei dati personali, \u00e8 sulla situazione strutturale del cosiddetto mondo libero che si debbono individuare le cause del \u00abfallimento\u00bb, come sostengono gli analisti pi\u00f9 esperti di G7, del vertice di Taormina; \u00abfallimento\u00bb che acquista un significato politico e geopolitico ancor pi\u00f9 marcato se messo a confronto con l\u2019indubbio successo che Trump ha avuto nella sua missione in Medio Oriente.<\/p>\n<p>Chi in Europa si aspettava un Presidente pi\u00f9 accomodante, quantomeno per ragioni di garbo diplomatico, ha dovuto ricredersi. Il contenzioso economico e politico fra Stati Uniti e Unione Europea \u00e8 diventato troppo grande, per essere facilmente nascosto agli occhi dell\u2019opinione pubblica internazionale con qualche espediente diplomatico e per non avere conseguenze politiche di ampio respiro che per adesso personalmente non so prevedere n\u00e9 immaginare \u2013 se non sulla scorta di suggestioni che mi vengono da vecchie e poco rassicuranti immagini in bianco e nero. Di certo sono intellettualmente aperto a ogni tipo di conseguenza che sia radicata in una tendenza oggettiva, e oggi la tendenza oggettiva ci parla appunto di un conflitto sistemico tutto interno al cosiddetto \u00abmondo libero\u00bb.<\/p>\n<p>L\u2019esibita postura muscolare di Donald Trump nasconde in realt\u00e0 la reale \u2013 ma relativa \u2013 debolezza economica (industriale, commerciale, finanziaria) degli Stati Uniti, cosa che peraltro non fa registrare un\u2019assoluta novit\u00e0, anzi. Come ho scritto altre volte, negli anni Ottanta gli USA adottarono una linea politica, commerciale e monetaria molto dura e aggressiva nei confronti della Germania e del Giappone, ossia dei due Paesi che nel secondo dopoguerra si erano assai rafforzati sul piano commerciale e finanziario a spese dell\u2019alleato americano, alle prese con il pi\u00f9 grande debito estero del mondo, con un debito pubblico sempre pi\u00f9 grande e con una bilancia dei pagamenti costantemente negativa.<\/p>\n<p>Sulla The New York Review del maggio 1988 Felix Rohatyn, finanziere e autorevole analista economico e politico di orientamento democratico, scrisse che \u00abOltre 200 anni dopo la Dichiarazione di Indipendenza gli Stati Uniti hanno perduto la loro posizione di potenza indipendente\u00bb, e si apprestavano a diventare una \u00abpotenza economica di secondo rango\u00bb.<\/p>\n<p>Anche allora la Casa Bianca minacci\u00f2 di adottare contro l\u2019asse liberista Tokyo-Bonn una politica ampiamente protezionista, confermando la tesi secondo la quale la politica delle porte aperte (possibilmente spalancate) \u00e8 pi\u00f9 congeniale ai forti, mentre la politica opposta segnala una situazione di sofferenza in chi la adotta o minaccia di adottarla. Oggi la politica \u201cliberoscambista\u201d corre soprattutto lungo l\u2019asse Berlino-Pechino, e difatti la Germania di Merkel e la Cina di Xi Jinping sono costantemente nel mirino di Trump: \u00abPrima dell\u2019arrivo dei cinesi, l\u2019acciaio americano andava bene\u00bb. E qui \u00e8 facile immaginare una standing ovation di chi alle ultime Presidenziali ha votato Trump e una risata da parte di chi fa l\u2019apologia della nuova rivoluzione tecnologica basata sull\u2019Intelligenza Artificiale.<\/p>\n<p>\u00abDonald Trump si \u00e8 abbattuto come un ciclone sul G7 dopo aver vestito i panni della diplomazia in Medio Oriente. [\u2026 ] La differenza di approccio riflette la genesi del movimento elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca: per le famiglie del ceto medio bianco del Mid-West e degli Appalachi, flagellati dalle diseguaglianze, la priorit\u00e0 \u00e8 solo e soprattutto un sistema economico \u201cpi\u00f9 giusto\u201d ovvero radicalmente diverso dall\u2019architettura degli accordi globali creata dalla fine della Guerra Fredda dai presidenti Clinton, Bush e Obama\u00bb (M. Molinari, La Stampa).<\/p>\n<p>Tarda ancora ad abbattersi sulla Societ\u00e0-Mondo del XXI secolo il ciclone della lotta di classe orientata a distruggere l\u2019attuale sistema economico, pi\u00f9 o meno \u201cgiusto\u201d (vedi le santissime parole del Compagno Papa Francesco) che sia. Ma di queste utopistiche cose scriver\u00f2 un\u2019altra volta. Forse.<\/p>\n<p>\u00abDurante la presidenza Obama si \u00e8 cercato, senza successo, di stipulare Accordi Transatlantici e Accordi Transpacifici, quasi come se gli Stati Uniti volessero di nuovo protendersi a un dominio del mondo che rafforzasse il loro ruolo di esportatori della sicurezza. Quel tentativo \u00e8 fallito, come \u00e8 noto, e il nuovo presidente Trump ha pi\u00f9 volte dichiarato che vuol sostituirlo con accordi bilaterali che, in effetti, sono la norma da molti anni su scala globale: una norma che \u00e8 soprattutto frutto del pesante crollo ventennale del commercio mondiale, per il restringimento della domanda interna, per l\u2019inizio della deflazione secolare, per l\u2019instabilit\u00e0 delle relazioni internazionali e dei rapporti di potenza tra Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Russia e Cina. Alcuni di questi Stati, similmente all\u2019India, sono tanto esportatori di merci industriali, quanto di merci agricole, quanto di servizi al commercio virtuale attraverso le piattaforme di Google, Amazon ecc. Insomma, negli scambi mondiali, c\u2019\u00e8 un grande disordine sotto il cielo e la navicella liberista veleggia a fatica, come se fosse tra un mare di ghiaccio\u00bb (G. Sapelli, Il Messaggero).<\/p>\n<p>Insomma, Trump \u00e8 pi\u00f9 un sintomo che una causa.<\/p>\n<p>Scriveva Guido Salerno Aletta alla vigilia del vertice di Taormina:<\/p>\n<p>\u00abIl debito federale \u00e8 in crescita continua, e si prevede che cresca ancora: nel 2016 \u00e8 stato pari al 107,3% del pil, quest\u2019anno al 108,3%, fino a raggiungere il 117% del 2022. La posizione internazionale netta americana peggiora in continuazione dai -1.279 miliardi di dollari del 2007 \u00e8 arrivata ai \u2013 8.109 miliardi del 2016. In dieci anni, il debito americano verso l\u2019estero \u00e8 cresciuto di 6.830 miliardi di dollari: con questo disavanzo commerciale e con questo debito pubblico non si va avanti\u00bb (Formiche).<\/p>\n<p>Scrive oggi Andrea Montanino su La Stampa:<\/p>\n<p>\u00abIl 5 giugno 1947 \u00e8 una data storica, perch\u00e9 veniva scritto il Piano Marshall e iniziavano le relazioni speciali tra Stati Uniti e Europa occidentale. A 70 anni esatti di distanza, le relazioni transatlantiche sono precipitate e sembra aprirsi una nuova era dopo le dichiarazioni di Angela Merkel e le decisioni del presidente Trump in merito al rispetto degli accordi di Parigi sul clima.<\/p>\n<p>[\u2026] Trump \u00e8 in particolare infastidito dai 68 miliardi di dollari di deficit commerciale con la Germania. Ma \u00e8 un fatto che la Germania sia molto pi\u00f9 competitiva degli Stati Uniti: secondo il Trade Performance Index sviluppato dall\u2019Organizzazione Mondiale del Commercio insieme alle Nazioni Unite, su 14 prodotti nei quali viene suddiviso il commercio mondiale, la Germania \u00e8 al primo posto in otto per competitivit\u00e0, mentre gli Stati Uniti sono mediamente intorno alla trentesima posizione. I rapporti commerciali tra Germania e Stati Uniti sono poi alquanto articolati: ad esempio, il primo esportatore di automobili dagli Stati Uniti non \u00e8 la Ford o la General Motors, ma la Bmw con le sue fabbriche della Carolina del Nord.<\/p>\n<p>Attaccare la Germania pu\u00f2 essere poi controproducente sul fronte degli investimenti: le aziende tedesche hanno investito negli Stati Uniti circa 255 miliardi di dollari, dando da lavorare a 670 mila persone (dati Bureau of Economic Analysis). Piuttosto che attrarre nuovi investimenti e creare occupazione, la politica di Trump verso la Germania potrebbe far mancare un partner prezioso per fare \u201cl\u2019America nuovamente grande\u201d. Senza contare che il 44 per cento di tutti gli investimenti stranieri in America vengono dai 27 membri dell\u2019Unione Europea\u00bb.<\/p>\n<p>Diciamo pure, anche per irritare i sovranisti economici e politici di \u201cdestra\u201d e di \u201csinistra\u201d, che nel Capitalismo globalizzato del XXI secolo una politica coerentemente protezionista \u00e8 di problematica attuazione, diciamo cos\u00ec; sempre al netto della velenosissima propaganda sovranista rivolta ai \u00abperdenti della globalizzazione\u00bb. In ogni caso, la tendenza alla creazione di un polo imperialista europeo a guida tedesca (non vedo oggi altra leadership \u201csistemica\u201d possibile) si \u00e8 molto rafforzata. Almeno cos\u00ec mi sembra.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/geopolitica\/9931-sebastiano-isaia-i-tedeschi-non-scherzano-mai.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/geopolitica\/9931-sebastiano-isaia-i-tedeschi-non-scherzano-mai.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA RETE\u00a0 \u00abI tedeschi non scherzano mai\u00bb: cos\u00ec recita la lapidaria pubblicit\u00e0 di una nota casa automobilistica tedesca. Migliaia di saggi sul carattere nazionale tedesco sintetizzati in uno slogan: \u00e8 la forza del marketing. E Trump, che ultimamente si \u00e8 molto lamentato con i \u00abcattivi tedeschi\u00bb per l\u2019invasione del mercato americano per opera delle loro automobili, ne sa qualcosa. 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