{"id":32067,"date":"2017-06-18T09:41:40","date_gmt":"2017-06-18T07:41:40","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32067"},"modified":"2017-06-18T00:43:45","modified_gmt":"2017-06-17T22:43:45","slug":"leconomia-di-guerra-usa-e-le-sue-pericolose-implicazioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32067","title":{"rendered":"L\u2019economia di guerra Usa e le sue pericolose implicazioni"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>MEGACHIP (Giacomo Gabellini)<\/strong><\/p>\n<p>Nel settembre 2016, il governo Usa guidato da <strong>Barack Obama<\/strong> e l\u2019esecutivo israeliano hanno siglato un <strong><em>memorandum<\/em> d\u2019intesa in base al quale il governo di Washington si \u00e8 impegnato a fornire qualcosa come 38 miliardi di dollari di finanziamenti a Tel Aviv entro la finestra temporale che va dal 2019 al 2029<\/strong>, <strong>vincolati all\u2019acquisto di armamenti fabbricati dal complesso militar-industriale statunitense<\/strong>. Si tratta del pi\u00f9 imponente pacchetto di aiuti militari mai concesso dagli Usa ad un altro Paese, da considerare come il prezzo pagato da Washington per l\u2019accordo sul nucleare iraniano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Lo ha ricordato il segretario alla Difesa <strong>Ashton Carter<\/strong> in occasione della visita in Israele del dicembre 2016, durante la quale \u00e8 stata celebrata la consegna all\u2019aeronautica militare dello Stato ebraico dei primi due caccia <em>F-35<\/em>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sebbene, come denunciato dai portavoce dell\u2019industria bellica israeliana, una parte sostanziosa di quei 38 miliardi di dollari che assicurano allo Stato ebraico di mantenere la supremazia militare nel quadrante mediorientale andr\u00e0 a foraggiare la concorrenza statunitense a scapito dei produttori interni, <strong>d\u2019altro canto \u00e8 pur sempre vero che l\u2019accordo consentir\u00e0 a Israele di affilare le armi in vista di un nuovo conflitto contro Hezbollah (dato per scontato da pi\u00f9 di un addetto ai lavori) e liberare risorse da impiegare in altri settori, come ad esempio la moltiplicazione degli insediamenti nei territori occupati e il potenziamento delle infrastrutture che proteggono i coloni<\/strong>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma Israele non \u00e8 stato l\u2019unico grande acquirente di armi \u2018made in Usa\u2019; sotto l\u2019amministrazione Obama, <strong>gli Stati Uniti si sono impegnati a fornire all\u2019Arabia Saudita strumenti militari \u2013 tra cui missili, elicotteri e navi da guerra di piccolo tonnellaggio \u2013 per un controvalore di 115 miliardi di dollari<\/strong>. I fucili mitragliatori, le munizioni, i missili, gli elicotteri, le navi da guerra di piccolo tonnellaggio, ecc. consegnati in base ai 42 accordi bilaterali sottoscritti durante gli otto anni di mandato di Obama <strong>sono serviti a Riad da un lato a rifornire di armi una parte assai considerevole di gruppi jihadisti operanti in Siria e Libia, e dall\u2019altro a condurre la disastrosa campagna militare in Yemen<\/strong>, dove gli attacchi sauditi hanno provocato effetti pesantissimi sulla popolazione civile.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nonostante ci\u00f2, una delle prime mosse compiute da <strong>Donald Trump<\/strong> da presidente \u00e8 stata quella di firmare <strong>un nuovo accordo ai sensi del quale gli Usa consegneranno a Riad forniture d\u2019armi per 350 miliardi di dollari nel corso dei prossimi dieci anni. Armi che potrebbero andare a potenziare ulteriormente la forza d\u2019urto delle bande islamiste impegnate a destabilizzare i governi mediorientali sgraditi alla famiglia reale saudita o, nel caso peggiore, ad alimentare un conflitto con l\u2019Iran, storico nemico giurato di Riad<\/strong>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Intese come quelle raggiunte tra gli Stati Uniti, Israele e l\u2019Arabia Saudita risultano particolarmente eloquenti circa la fortissima capacit\u00e0 d\u2019incidere sull\u2019andamento della politica internazionale e della definizione degli stessi equilibri nazionali acquisita nel corso dei decenni dall\u2019industria militare Usa. Una deriva che il presidente <strong>Dwight Eisenhower<\/strong> aveva intravisto e denunciato gi\u00e0 nel lontano 1961, quando, durante <a href=\"http:\/\/www.presidency.ucsb.edu\/ws\/?pid=12086\">il suo discorso di addio alla nazione<\/a>, dichiar\u00f2 che \u00ab<em>un elemento vitale nel mantenimento della pace sono le nostre istituzioni militari. Le nostre armi devono essere poderose, pronte all\u2019azione istantanea, in modo che nessun aggressore potenziale possa essere tentato dal rischiare la propria distruzione [\u2026].<\/em> <strong>Questa congiunzione tra un immenso corpo di istituzioni militari ed un\u2019enorme industria di armamenti \u00e8 un fatto nuovo nell\u2019esperienza americana. L\u2019influenza del potere militare nell\u2019economia, nella politica ed anche nella spiritualit\u00e0 viene avvertita in ogni citt\u00e0, in ogni organismo statale, in ogni ufficio del governo federale. Noi riconosciamo il bisogno imperativo di questo sviluppo. Tuttavia, non dobbiamo mancare di comprendere le sue gravi implicazioni. La nostra filosofia ed etica, le nostre risorse ed il nostro stile di vita vengono coinvolti; la struttura portante della nostra societ\u00e0. Dobbiamo guardarci le spalle contro l\u2019acquisizione di influenza, sia palese che occulta, da parte del complesso militare-industriale.<\/strong> <strong>Il potenziale per l\u2019ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persister\u00e0 in futuro.<\/strong> Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libert\u00e0 o processi democratici. Non dobbiamo presumere che nessun diritto sia dato per garantito. Soltanto un popolo di cittadini allerta e consapevole pu\u00f2 esercitare un adeguato compromesso tra l\u2019enorme macchina industriale e militare di difesa ed i nostri metodi pacifici ed obiettivi a lungo termine in modo che sia la sicurezza che la libert\u00e0 possano prosperare assieme\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>All\u2019epoca il cui l\u2019ex generale pronunciava queste parole, negli Stati Uniti non era ancora chiaro quale prezzo la nazione avrebbe dovuto pagare per la mancata riconversione dell\u2019economia al tempo di pace che si sarebbe dovuta attuare alla fine della Seconda Guerra Mondiale, come pi\u00f9 volte <a href=\"http:\/\/www.nytimes.com\/1975\/01\/26\/archives\/the-permanent-war-economy.html\">asserito<\/a> dall\u2019economista <strong>Seymour Melman<\/strong>. Durante il conflitto<strong>, l\u2019industria militare aveva assorbito una quota ragguardevolissima della forza lavoro statunitense e nelle stesse fabbriche di aziende operanti in settori civili come la General Motors e la Ford la produzione era stata orientata a sostegno dello sforzo bellico.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Fu questo poderoso sviluppo industriale trainato dalla Seconda Guerra Mondiale \u2013 e non il New Deal \u2013 \u00a0a consentire agli Stati Uniti di azzerare la disoccupazione e superare la \u2018Grande Depressione\u2019, <strong>ma ci\u00f2 aveva indistricabilmente legato la crescita economica del Paese al cosiddetto \u2018complesso militar-industriale\u2019<\/strong>, un potentissimo oligopolio formato essenzialmente dai colossi Lockheed Martin, Raytheon, General Dynamics, Boeing e Northrop Grumman attorno a cui ruotano 100.000 aziende che impiegano quasi 4 milioni di lavoratori.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La connessione tra avanzata del \u2018complesso militar-industriale\u2019 \u00e8 crescita economica \u00e8 diventata evidentissima nel momento in cui \u00e8 divenuto chiaro che, <strong>basando la propria forza sull\u2019innovazione (realizzabile unicamente attraverso il potenziamento di settori cruciali come quelli della ricerca), l\u2019industria bellica stava progressivamente trasformandosi nel vero motore dello sviluppo tecnologico che gli Stati Uniti avrebbero conseguito negli ultimi decenni<\/strong> \u2013 lo stesso internet nasce dalle ricerche condotte in ambito militare. Uno sviluppo che si \u00e8 poi esteso a gran parte del pianeta attraverso <strong>l\u2019esportazione delle tecnologie Usa, le quali permettono oggi ad agenzie come la National Security Agency di passare al setaccio buona parte dei flussi di comunicazione che avvengono a livello planetario<\/strong> non solo (e non tanto) per sventare attentati e contrastare lo spionaggio, quanto per scoprire le inclinazioni dei consumatori in chiave commerciale e intercettare scambi di informazioni tra governi e imprese che possono risultare utili ad indebolire la concorrenza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il potere dell\u2019industria bellica \u00e8 andato inoltre consolidandosi grazie alla <strong>consumata tendenza delle grandi aziende di settore ad arruolare nei propri consigli d\u2019amministrazione, dietro lautissimo compenso, generali a riposo ed ex gallonati di vario grado affinch\u00e9 conducano attivit\u00e0 di lobby presso la Difesa<\/strong> grazie alle loro entrature nel Pentagono e alla loro conoscenza approfondita del \u2018sistema\u2019 maturata negli anni di servizio. Il bilancio crescente della Difesa, la proliferazione di basi militari Usa in giro per il mondo, l\u2019allargamento della Nato \u2013 che vincola i Paesi membri a dotarsi di armi ed equipaggiamenti di fabbricazione statunitense \u2013 il flusso sempre pi\u00f9 poderoso di armi verso i propri alleati\/sottoposti \u2013 che tende sovente a tradursi in conflitti per procura \u2013 si spiega in parte con il soverchiante peso politico assunto dal \u2018complesso militar-industriale\u2019. Ma non \u00e8 tutto, perch\u00e9 <strong>nel <em>business<\/em> della guerra rientrano naturalmente anche le imprese che si occupano di ricostruzione<\/strong>. Come <a href=\"http:\/\/www.corriere.it\/opinioni\/17_giugno_03\/i-legami-molto-pericolosi-dell-industria-armi-6a7cc972-47ac-11e7-b4db-9e2de60af523.shtml\">scrive<\/a> l\u2019ex diplomatico <strong>Sergio Romano<\/strong>: \u00ab<em>gli Stati Uniti hanno perduto, politicamente, la guerra irachena del 2003. Ma non l\u2019hanno perduta economicamente le grandi imprese dell\u2019Intendenza che viaggiavano al seguito delle forze armate. Il caso di Halliburton \u00e8 esemplare. La grande multinazionale texana, di cui il vice-presidente Dick Cheney era stato presidente e amministratore delegato, vinse un contratto di 7 miliardi di dollari, alla fine di una gara in cui fu la sola concorrente, per i servizi logistici delle forze d\u2019occupazione americane<\/em>\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00c8 sostanzialmente questo il succo del <a href=\"http:\/\/ricerca.repubblica.it\/repubblica\/archivio\/repubblica\/2001\/10\/05\/quando-angoscia-governa-economia.html\">discorso<\/a> formulato dall\u2019economista <strong>Marcello De Cecco<\/strong> all\u2019indomani dell\u2019attacco statunitense all\u2019Afghanistan, lanciato sull\u2019onda dei fatti dell\u201911 settembre 2001; \u00ab<em>si pu\u00f2, e certamente sar\u00e0 fatto, dar lavoro all\u2019industria della difesa e spazio con grandi commesse statali, ma si tratta di un settore specializzato, che solo in parte coinvolge anche i produttori di beni civili, come le automobili. <strong>Se si trattasse di una grande mobilitazione bellica, tutti i settori industriali sarebbero coinvolti, e la General Motors produrrebbe navi, come ha fatto nella Seconda Guerra Mondiale, o grandi missili, come durante la Guerra Fredda. Ma non stiamo parlando di questo tipo di mobilitazione,\u00a0per fortuna dal punto di vista politico, ma sfortunatamente da quello economico<\/strong><\/em>\u00bb.<\/p>\n<p>Fonte:<\/p>\n<p>Prima parte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.lindro.it\/leconomia-di-guerra-usa-e-le-sue-pericolose-implicazioni\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.lindro.it\/leconomia-di-guerra-usa-e-le-sue-pericolose-implicazioni\/<\/a>.<\/p>\n<p>Seconda parte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.lindro.it\/leconomia-di-guerra-usa-e-le-sue-pericolose-implicazioni\/2\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.lindro.it\/leconomia-di-guerra-usa-e-le-sue-pericolose-implicazioni\/2\/<\/a>.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/megachip.globalist.it\/kill-pil\/articolo\/2000606\/laeconomia-di-guerra-usa-e-le-sue-pericolose-implicazioni.html\">http:\/\/megachip.globalist.it\/kill-pil\/articolo\/2000606\/laeconomia-di-guerra-usa-e-le-sue-pericolose-implicazioni.html<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MEGACHIP (Giacomo Gabellini) Nel settembre 2016, il governo Usa guidato da Barack Obama e l\u2019esecutivo israeliano hanno siglato un memorandum d\u2019intesa in base al quale il governo di Washington si \u00e8 impegnato a fornire qualcosa come 38 miliardi di dollari di finanziamenti a Tel Aviv entro la finestra temporale che va dal 2019 al 2029, vincolati all\u2019acquisto di armamenti fabbricati dal complesso militar-industriale statunitense. 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