{"id":32345,"date":"2017-06-26T09:30:42","date_gmt":"2017-06-26T07:30:42","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32345"},"modified":"2017-06-25T21:33:38","modified_gmt":"2017-06-25T19:33:38","slug":"leta-del-turismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32345","title":{"rendered":"L&#8217;et\u00e0 del turismo"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA RETE (Marco Dotti)<\/strong><\/p>\n<p><strong>Un&#8217;industria basata sull&#8217;empatia del divertimento<\/strong><\/p>\n<p><em>Che cosa cerca, che cosa trova, che cosa, al pi\u00f9, spera di trovare o s\u2019impone di cercare il turista impegnato a farsi un selfie davanti a una di quelle cattedrali della simulazione imperfetta che sono le varie \u201cvenezie\u201d in replica sparse per il globo?<\/em><\/p>\n<p>Prendiamo The World, il parco a tema vicino a Pechino.<\/p>\n<p>Le Piramidi, il Partenone, i moai dell\u2019Isola di Pasqua. Tutte riproduzioni, certamente. Ma, in scala o meno che siano, queste riproduzioni giocano un ruolo nella costruzione di un immaginario, cos\u00ec come i turisti giocano una parte in qualcosa che eccede questo immaginario sfondando in un campo, il \u201cturismo\u201d, che stentiamo a elaborare a pieno. Tutto suona inautentico, in questo gioco fra ruolo e parte, non fosse che per il fatto che una parte di quel tutto, in qualche modo, resiste e sfugge al circolo, fin troppo vizioso, del \u201cpost-\u201d.<\/p>\n<p>Anche del turismo odierno si \u00e8 parlato in termini di post-turismo, forse perch\u00e9 nel fenomeno del turismo di massa e della nozione di \u201ccitt\u00e0 turistica\u201d che vi si connette si \u00e8 tardato a cogliere la valenza epocale e il \u201cpost\u201d, in questo come in molti altri casi, \u00e8 valso da esorcismo.<\/p>\n<p>Di un\u2019et\u00e0 del turismo, al contrario, parla Marco d\u2019Eramo nel suo importante Il selfie del mondo e invita farlo cos\u00ec come si \u00e8 parlato dell\u2019et\u00e0 del vapore, dell\u2019acciaio o dell\u2019et\u00e0 dell\u2019imperialismo.<\/p>\n<p>Trattare la questione in termini di et\u00e0 del turismo, per d\u2019Eramo, non \u00e8 un semplice modo di dire. Per molte ragioni. Una su tutte \u00e8 cruciale e, soprattutto, decisiva nel guidare l\u2019analisi di d\u2019Eramo: il turismo \u00e8 l\u2019industria del secolo, ci\u00f2 nonostante fatichiamo a percepirla come tale. L\u2019industria principale, un\u2019industria pesante, che impatta su sistema e ecosistema in maniera radicale e che, secondo i dati dell\u2019Organizzazione Mondiale del Commercio, nel 2015 ha generato ricavi globali per 1522 miliardi di dollari.<\/p>\n<p>Il lavoro di <strong>Marco d\u2019Eramo<\/strong>, fonte di grande erudizione e rigore, portando all\u2019atto l\u2019insegnamento del miglior Bourdieu, opera un ribaltamento di prospettiva: a dispetto di quanto troppo spesso si \u00e8 disposti a concedere, il turismo non \u00e8 solo un\u2019industria e nemmeno un\u2019industria pesante fra tante. Il turismo, spiega, dati alla mano, d\u2019Eramo, \u00e8 \u00abl\u2019industria pi\u00f9 pesante, pi\u00f9 importante, pi\u00f9 generatrice di cash-flow del XXI secolo\u00bb e, come tale, \u00abci mostra quanto assurda \u00e8 la contrapposizione tra moderno e postmoderno\u00bb. In quanto \u201csuperfluo\u201d, il turismo, nella lettura di Marco d\u2019Eramo, rientra di diritto nel postmoderno ma, ecco il punto, \u00abla sua materialit\u00e0 di acciaio, auto, aerei, navi, cementifici lo situa tutto dentro la pesantezza industriale del moderno\u00bb.<\/p>\n<p>Milioni di addetti, miliardi di dollari, innovazione tecnologica e forza lavoro bruta: eppure, continuiamo a considerare il turismo come un fenomeno tipico della postmodernit\u00e0 immateriale. Perch\u00e9?<\/p>\n<p>Torniamo ai nostri turisti sorridenti davanti ai loro monumenti in replica. Torniamo alla nostra domanda: che cosa cercano? Che cosa li attrae? Che cosa li seduce? Che cosa li spinge a desiderare ancora, a desiderare di vedere, toccare, sentire ci\u00f2 che gi\u00e0 stanno toccando, sentendo, vedendo&#8230; ma in copia? Marco d\u2019Eramo, nel capitolo di taglio, il nono, del suo importante lavoro sull\u2019et\u00e0 del turismo, chiama questa \u201cspinta\u201d aura dell\u2019autentico. Il turista o, per usare il termine di Maxine Feifer, il post-turista \u00e8 s\u00ec soggetto che, osserva d\u2019Eramo, \u00abgioca il gioco dell\u2019inautentico\u00bb, ma in contemporanea e in parallelo a questa dimensione ludica \u00e8 alla ricerca, ed \u00e8 una ricerca \u00abtalvolta pressante, di una qualche autenticit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p>I turisti cinesi che affollano The World e si ritrovano a passeggiare in una piazza San Marco che non \u00e8 Piazza San Marco o si affannano a salire su una Tour Eiffel che non \u00e8 la Tour Eiffel, poi risparmiano per anni, spesso indebitandosi nella speranza di poter passeggiare per la vera piazza San Marco o salire sulla vera Tour Eiffel. I turisti sanno benissimo che viene loro offerto qualcosa di inautentico, ma senza la nostalgia dell\u2019autentico, senza questa ricerca di un inizio che non \u00e8 all\u2019inizio, ma alla fine di un percorso le citt\u00e0 turistiche non sarebbero tanto affollate e non attrarrebbero milioni di visitatori intenti solo a non vedere. A non vedere ci\u00f2 che meglio, con meno affanno e pi\u00f9 cura del dettaglio potrebbero godersi da casa aprendo, con un gesto oramai banale e scontato, Google Earth in 3D. Eppure sono l\u00ec, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Magari migrando da parco a parco e da citt\u00e0 a citt\u00e0, ma ci sono.<\/p>\n<p>Se \u00e8 vero \u2013 ed \u00e8 vero \u2013 che questa nostalgia dell\u2019autentico \u00e8 una contraddizione che le multinazionali del settore turistico non sono riuscite a risolvere attraverso i fenomeni di riproduzione o \u201cturistizzazione\u201d dell\u2019esistente, \u00e8 altrettanto vero che esiste un luogo dove le stesse transnational corporations sono riuscite in una sorta di impianto totale, di innesto radicale, di edificazione (e gi\u00e0 questo \u00e8 un paradosso che la dice lunga) di un grado zero del turismo che, spiega d\u2019Eramo, non scorre in parallelo a quel secondo grado che si colora di nostalgia. Tutt\u2019altro.<\/p>\n<p>Questo luogo \u00e8 Las Vegas, in Nevada. Citt\u00e0 sorta letteralmente dal nulla nel 1905, sbucata in mezzo al deserto del Mojave e disegnata letteralmente a tavolino quando un lotto di 45 ettari venne messo all\u2019asta accanto alla ferrovia della Union Pacific. Un luogo che, ci ricorda Marco d\u2019Eramo, nasce ab origine con il solo mandato di sedurre, attrarre, stordire, accogliere i turisti e fare profitto. Un immenso profitto. Las Vegas non \u00e8 il turismo al suo secondo grado, ma al suo degr\u00e9 z\u00e9ro, ossia al suo pi\u00f9 alto grado perch\u00e9 in potenza tutti li raccoglie: \u00abqui a essere autentico \u00e8 l\u2019inautentico per eccellenza. O, viceversa, l\u2019autenticit\u00e0 che si cerca \u00e8 quella del perfettamente, totalmente, radicalmente inautentico\u00bb.<\/p>\n<p>Se pensiamo alla citt\u00e0 come a un dispositivo e, nel caso di Las Vegas, a un dispositivo per produrre turismo ovvero \u2013 detto un po\u2019 brutalmente \u2013 spostamento di masse capitalizzabili in un processo di estrazione di valore, allora la citt\u00e0 che poi divenne sede dei traffici di Bugsy Siegel, di Howard Hughes, di Kirk Kerkorian e fu sottoposta agli strali della Commissione Kefauver, che sul tema del gambling legalizzato e frammisto all\u2019entertainment (con il turismo congressuale la chiave del perdurante successo di Las Vegas) si trov\u00f2 a indagare sulla possibilit\u00e0 di estendere il modello a tutti gli States, \u00e8 un modello perfetto. Un modello perfetto e in evoluzione. Mutante eppure sempre ridotto a quel grado zero che non produce un autentico ma copie di copie, sempre uguali, sempre nuove.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 nel 1976, nel suo riaggiornamento della teoria leisure class applicata al tipo-umano \u201cturista\u201d, Dean MacCannell spiegava come, dal loro comportamento, fosse evidente che negli ultimi trent\u2019anni le mutinazionali \u00abstanno diventando matte per venire a capo della relazione umana che \u00e8 al cuore dell\u2019industria pi\u00f9 grande al mondo; cio\u00e8 per venire a patti con il fatto che l\u2019economia del sightseeing dipende in ultima istanza da una relazione non-economica\u00bb, ovvero dal puro e mero fatto che il Gran Canyon esista o che l\u2019alzaia sul Naviglio Grande di Milano sia diventata un\u2019attrattiva, senza che nessuno li abbia pianificati creandoli per quello scopo.<\/p>\n<p>A Las Vegas accade il contrario. Qui l\u2019esperimento \u00e8 riuscito in pieno. Deserto, luci, la costruzione di una diga che permise a una citt\u00e0 senza risorse di accumularne e dissiparne a oltranza&#8230; Una gated community del desiderio senza fine, chiusa ma aperta se solo hai il denaro per andare e restare quel tanto che basta per spenderne o perderne (ma c\u2019\u00e8 differenza?) un po\u2019.<\/p>\n<p>Alla fine dell&#8217;anno scorso, la capitale dell&#8217;azzardo, con le sue cattedrali farlocche e i suoi hotel e le sale slot innervate di azoto liquido per non far abbassare mai il tasso di ebrezza, poteva contare su un giro d&#8217;affari legato a 42 milioni di visitatori. Tanti coloro che, nel 2016, per divertimento, passione, disperata ricerca di un sogno o per partecipare a meeting, convegni, concerti hanno affollato la citt\u00e0 del Nevada. Nel 1970, i visitatori erano poco meno di 7milioni. Las Vegas \u00e8 falsa, ma Las Vegas \u00e8 l\u2019unico falso per definizione non falsificabile. Nessuno, qui, ha nostalgia dell\u2019autentico. E quei rimandi alle grandi cattedrali del mondo (la Tour Eiffel, Venezia, etc.) non rimandano a un fuori, ma ricacciano dentro. Qui il turista che varca la soglia passando per una piramide non sogna l\u2019Egitto, ma il retro di quella piramide: un casin\u00f2. E lo raggiunge.<\/p>\n<p>Per questa ragione, d\u2019Eramo insiste spiegando che proprio qui le cose vanno viste e capite a fondo e \u00able strategie che hanno messo in atto i progettatori di Vegas vanno studiate con il rispetto che si deve a ogni iniziativa riuscita\u00bb.<\/p>\n<p>Da Las Vegas, parafrasando il celebre libro-manifesto di Robert Venturi, Denise Scott Brown e Steven Izenour c\u2019\u00e8 da imparare. Ma, forse, abbiamo imparato poco, anche perch\u00e9 Learning from Las Vegas (1972), ha fatto pi\u00f9 da filtro che da lente. Se Venturi e Scott Brown hanno ammesso che Las Vegas \u00e8 cambiata radicalmente, mutando rispetto alla \u00abnon citt\u00e0 degli anni sessanta\u00bb che avevano studiato, non hanno forse compreso che, non tanto sui cambiamenti materiali, quanto sul linguaggio si \u00e8 giocata la loro fondamentale incomprensione. Un\u2019incomprensione che d\u2019Eramo legge in questi termini: \u00aba differenza di quel che dicono Venturi e Brown, i segni di Las Vegas non hanno nessuna funzione simbolica, metaforica, allegorica o decorativa, ma sono rigidamente funzionali. In realt\u00e0, non sono nemmeno segni, ma sono metonimie, o abbreviazioni o sigle\u00bb.<\/p>\n<p>In questo \u00abregno della parte per il tutto\u00bb, il Paris Las Vegas ha davanti a s\u00e9 una piccola Tour Eiffel, il Luxor una piramide, il Venitian Casin\u00f2 \u00e8 annunciato dal campanile di San Marco e via di questo passo. Anzi, \u201csono\u201d quella piramide, quel campanile, quella torre. Il marker diventa l\u2019attrazione, non rimanda a nient\u2019altro che a s\u00e9.<\/p>\n<p>\u00abL\u2019iconografia di Las Vegas \u00e8 funzionalit\u00e0 allo stato puro\u00bb, marker che diviene oggetto immediato del suo sightseeing. Ma dove il ragionamento degli autori di Learning from Las Vegas si inceppa veramente, seguendo la puntigliosa rilettura di Marco d\u2019Eramo, \u00e8 ancora una volta sul tema del \u201cpost\u201d e nella contraddizione irrisolvibile che il turismo incarna fra moderno e postmoderno. D\u2019Eramo ci ricorda che 43 casin\u00f2 di Las Vegas hanno pi\u00f9 di 1000 dipendenti l\u2019uno, 15 ne hanno fra 1000 e 2000, altri 15 tra 2000 e 3000, 13 vanno ben oltre i 3000. Poi ci sono 6 casin\u00f2 che superano la soglia dei 6000 dipendenti, con il record di 8500 toccato dal Wynn Las Vegas.<\/p>\n<p>Un casin\u00f2 di Las Vegas ha quindi pi\u00f9 lavoratori di una fabbrica di medie dimensioni, tanto che circa il 30% della forza lavoro della citt\u00e0 ha un impiego diretto nel settore turistico.<\/p>\n<p>Las Vegas \u00e8, cos\u00ec, un\u2019oasi di postmodernit\u00e0 in un deserto di modernit\u00e0. E viceversa. Con un dato interessante: Las Vegas \u00e8 l\u2019unica citt\u00e0 statunitense dove la lotta di classe possa realmente dirsi organizzata e sindacalizzata. Forse perch\u00e9 i grandi impianti \u201cproduttivi\u201d non possono essere delocalizzati, ma solo rilocalizzati secondo un principio \u2013 lo zoning \u2013 che d\u2019Eramo analizza a lungo nel suo importante lavoro. Qui c\u2019\u00e8 gente che lavora e, come tale, si organizza, lotta. Ma, per quanto possa organizzarsi e lottare, chi li riconoscer\u00e0 mai come tali, come lavoratori? Nello scenario del turismo globale, sono solo comparse.<\/p>\n<p>Forse un domani, quando anche quest\u2019epoca sar\u00e0 arrivata al suo fine corsa (se diamo per certo che sia iniziata, dovr\u00f2 pur finire), qualcuno si chieder\u00e0 infine, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno come facciamo noi, che cosa fosse il turismo. Anche domani, scrive d\u2019Eramo, continueremo a spostarci ma forse \u00abnon sapremo pi\u00f9 partire\u00bb. Forse l\u2019assuefazione al dislocamento, anche dai nostri corpi non solo dei nostri corpi, sar\u00e0 tale che ogni movimento coincider\u00e0 con la loro stasi pi\u00f9 completa. Quando questo avverr\u00e0, non \u00e8 dato saperlo. Ma se avverr\u00e0, sar\u00e0 ancora una volta in ragione di quel principio dello zoning, che ha governato tutta la pianificazione urbana del XX secolo, che ha comportato la divisione della citt\u00e0 in zone adibite a funzioni diverse. Uno zoning in declino ovunque in Occidente e che, spiega Marco d\u2019Eramo, sul finale del suo lavoro, ha tradotto e ancora cerca di tradurre \u00abin geografia urbana la struttura disciplinare della societ\u00e0, rende spaziale il monopolio esclusivo che ogni istituzione disciplinare esercita sull\u2019individuo, mappa la scansione temporale della vita\u00bb.<\/p>\n<p>Non \u00e8 un caso, che questo principio ordinatore-regolatore delle discipline nel moderno sia in crisi proprio a causa dell\u2019obiettivo che si prefigge: isolare i singoli cittadini, rendere difficile l\u2019incontro, annichilire il dialogo. Non \u00e8 parimenti un caso se, mentre Venturi e i suoi pubblicavano il loro Learning from Las Vegas, un ignoto ai pi\u00f9 ex giocatore d\u2019azzardo, Bill Friedman, diventato nel frattempo il guru della progettazione strategica degli ambienti di gioco stravolgeva radicalmente il modo di fare business con il machine gambling, proprio in quella citt\u00e0 partendo proprio dallo zoning e dall\u2019architettura funzionale (al profitto) degli interni.<\/p>\n<p>Mentre il mondo discuteva di come imparare da Las Vegas, i Friedman Casino Design Principles cambiavano radicalmente ci\u00f2 che c\u2019era da imparare. Solo che ad ascoltarlo c\u2019erano solo i businessmen e noi siamo rimasti indietro. Non ce ne siamo accorti e, anche se il fatto che il mondo si avvii a diventare una immensa Las Vegas non \u00e8 certo n\u00e9 comprovato, nemmeno il contrario lo \u00e8.<\/p>\n<p>Seguendo senza saperlo i dettami di Friedman sulla costruzione di \u00ablabirinti empatici\u00bb del divertimento, la societ\u00e0 ha trovato il modo di connetterci isolandoci, di farci stare insieme ma soli. Diluendo il turismo nella vita di ogni giorno, osserva d\u2019Eramo, \u00aballa lunga far\u00e0 sparire i turisti dal paesaggio quotidiano\u00bb. Ci far\u00e0 \u00absfiorare senza incrociarci, guardare senza vedere, ascoltare senza sentire alla ricerca di markers che ci segnalino un senso\u00bb. Solo che un senso non c\u2019\u00e8, anche a cercarlo tra le piramidi d\u2019Egitto.<\/p>\n<p><strong>Fonte:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/societa\/10075-marco-dotti-l-eta-del-turismo.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/societa\/10075-marco-dotti-l-eta-del-turismo.html<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA RETE (Marco Dotti) Un&#8217;industria basata sull&#8217;empatia del divertimento Che cosa cerca, che cosa trova, che cosa, al pi\u00f9, spera di trovare o s\u2019impone di cercare il turista impegnato a farsi un selfie davanti a una di quelle cattedrali della simulazione imperfetta che sono le varie \u201cvenezie\u201d in replica sparse per il globo? Prendiamo The World, il parco a tema vicino a Pechino. Le Piramidi, il Partenone, i moai dell\u2019Isola di Pasqua. 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