{"id":32502,"date":"2017-06-29T10:30:29","date_gmt":"2017-06-29T08:30:29","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32502"},"modified":"2017-06-28T18:15:39","modified_gmt":"2017-06-28T16:15:39","slug":"la-crisi-dellue-e-le-memorie-divise-delleuropa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32502","title":{"rendered":"La crisi dell\u2019UE e le memorie divise dell\u2019Europa"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>VOCI DALL&#8217;ESTERO (Margherita Russo)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Pubblichiamo la traduzione di alcuni estratti da un\u2019intervista di Carlo Spagnolo (Universit\u00e0 di Bari) con Geoff ELEY, Universit\u00e0 del Michigan (G.E.), Leonardo PAGGI, Universit\u00e0 di Modena (L.P.), e Wolfgang STREECK, Max-Planck-Institut f\u00fcr Gesellschaftsforschung, Colonia (W.S.), gi\u00e0 pubblicati in lingua inglese sul <a href=\"http:\/\/politicaeconomiablog.blogspot.it\/2017\/06\/the-eu-crisis-and-europes-divided.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Blog di Sergio Cesaratto<\/a>\u00a0(Universit\u00e0 di Siena).\u00a0L\u2019intervista\u00a0sar\u00e0 prossimamente pubblicata integralmente su \u201c<strong>Le memorie divise dell\u2019Europa dal 1945<\/strong>\u201d, volume monografico della rivista \u201cRicerche Storiche\u201d, n. 2\/2017. Questo eccezionale documento \u00e8 un dialogo illuminante sulle cause dell\u2019attuale crisi europea, e sui possibili scenari che si prospettano per l\u2019Unione, i paesi membri, ed i popoli europei.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>1. Fin dai suoi inizi, l\u2019integrazione europea ha incontrato resistenze e attraversato fasi di stasi e di involuzione, ma la crisi odierna presenta caratteristiche inedite e ben pi\u00f9 gravi. A partire dalla bocciatura del trattato costituzionale in Francia e Olanda nel 2005 abbiamo assistito alla crescita di movimenti \u201cpopulisti\u201d nazionali contrari all\u2019immigrazione e alla deregolamentazione del mercato del lavoro, ad una rinascita del nazionalismo in diversi paesi ed al voto a favore della Brexit del 23 giugno (2016). Questa crisi di rigetto \u00e8 forse legata alla quasi innaturale e incredibilmente rapida espansione delle dimensioni e delle competenze dell\u2019UE dopo il Trattato di Maastricht del 1991-92? \u00c8 questo il prezzo da pagare per le eccessive ambizioni dell\u2019UE o per il \u201cdeficit democratico\u201d sul quale \u00e8 stata costruita?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>(W. S.)<\/em> <\/strong>Oggigiorno \u00e8 ormai quasi scontato rispondere affermativamente ad entrambe le domande: ambizioni eccessive e deficit democratico allo stesso tempo. Certamente l\u2019integrazione ha superato i limiti oltre i quali inizia ad avere ripercussioni sulla vita quotidiana, in particolare dal momento che i paesi membri sono divenuti quanto pi\u00f9 eterogenei. Il \u201cnazionalismo\u201d, come lo definisci tu, \u00e8 sempre esistito, tranne in Germania e, probabilmente, in Italia \u2013 due paesi i cui cittadini sono stati per lungo tempo disposti a scambiare la loro identit\u00e0 nazionale\u00a0con una europea. Altrove \u00e8 rimasto circoscritto all\u2019interno dei confini nazionali, che erano ancora rilevanti. Tutto questo \u00e8 cambiato con il simultaneo allargamento ed approfondimento dell\u2019Unione. Inoltre, per quanto riguarda il nazionalismo, si ricordi che il Mercato Interno e l\u2019unione monetaria, e in particolare le \u201coperazioni di salvataggio\u201d di governi e banche, contrappongono i paesi membri l\u2019uno contro l\u2019altro, facendoli competere a livello\u00a0economico e scontrarsi sia sul tema dell\u2019austerit\u00e0 che della \u201csolidariet\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>(G. E.)<\/em> <\/strong>Entrambe le spiegazioni sono rilevanti, a mio parere. Ovviamente, \u00e8 importante ricordare che l\u2019identificazione popolare con l\u2019\u201dEuropa\u201d \u00e8 sempre stata significativamente variabile tra regioni diverse, a seconda dei periodi, ed in ciascuna delle numerose divisioni sociali interne, da paese a paese \u2013 a seconda se l\u2019\u201dEuropa\u201d sia intesa come l\u2019UE in s\u00e9 stessa, il \u201cprogetto europeo\u201d in qualche accezione politicamente coerente, un insieme di ideali generalmente diffusi ma comunque significativi, una sorta di eurocentrismo definito in senso negativo, o l\u2019effetto cumulativo di un\u2019elaborata serie di convenienze e riconoscimenti pratici (ossia il processo di \u201ccrescita comune\u201d nel tempo tramite incontri collettivi, circuiti di comunicazione, scambi nel settore dell\u2019istruzione, interconnessione professionale ed amministrativa, mercati del lavoro integrati, movimenti pan-europei delle persone sempre pi\u00f9 frequenti, \u00a0apparati normativi europei ramificati\u00a0e, da ultimo ma non meno importante, il calcio). Nella prima fase (1957-anni Settanta) il Mercato Comune si \u00e8 basato su un ostinato pragmatismo economico e geopolitico (una sorta di internazionalismo imbastardito), sviluppato lungo l\u2019asse principale Francia-Germania Ovest e fermentato da elementi di intellettualismo europeista in grado di esercitare un\u2019influenza sproporzionata. Fu solo durante gli anni Ottanta\u00a0che l\u2019\u201dEuropa\u201d acquis\u00ec un\u2019attualit\u00e0 pratica genuinamente popolare, con le conseguenze \u201coggettive\u201d di processi integrativi cumulativi, la coalizione tra meccanismi istituzionali e legislativi, e l\u2019emergenza di un progetto europeo pi\u00f9 coerente. In tal senso, l\u2019Atto Unico Europeo e Maastricht consolidarono una presenza europea la cui penetrazione verso il basso nelle rispettive societ\u00e0 europee divenne incredibilmente efficace. Nel contempo, importanti processi di mutamenti destabilizzanti hanno continuato a minare tale potenziale. Due di questi sono quelli espressi nella sua domanda. Per prima cosa, l\u2019inarrestabile campagna di espansione ha reso ingovernabile la coesione ed efficienza politica della stessa UE, sia come edificio istituzionale di negoziazione politica che come modello identitario popolare. Secondariamente, il carattere irrimediabilmente anti-democratico dell\u2019assetto istituzionale dell\u2019Unione (banalmente riassunto nel concetto di \u201cdeficit democratico\u201d), che pure era evidente fin dagli inizi, \u00e8 adesso esacerbato al punto da diventare una disfunzione cronica. Aggiungerei inoltre che, in terzo luogo, nonostante negli anni Ottanta\u00a0vi siano stati segnali promettenti in direzione di politiche operative di miglioramento collettivo e promozione di servizi pubblici a livello europeo (l\u2019\u201dEuropa sociale\u201d), ogni parvenza di impegno social-democratico o persino social-liberale per politiche redistributive \u00e8 stato da tempo sacrificato all\u2019interesse del progetto economico neoliberista prevalente. Quarto, dopo il 2008, la rigida adesione a politiche di austerit\u00e0 ha clamorosamente contraddetto ogni eventuale residuo\u00a0retorico di un progetto comune europeo. Per finire, l\u2019incapacit\u00e0 politica dell\u2019UE a fronte del perpetuarsi della crisi dei rifugiati non ha soltanto posto gli stati membri e le popolazioni sotto specifiche e sempre pi\u00f9 intollerabili pressioni, ma ha anche continuamente evidenziato l\u2019inefficienza politica dell\u2019UE.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>(L. P.)<\/em><\/strong> Le ragioni della crisi sono molto pi\u00f9 profonde e sono da ricondursi al progetto di governance economica adottato al momento della creazione della moneta unica. Trovo sempre particolarmente illuminante rileggere il modo in cui\u00a0Guido Carli, all\u2019indomani della firma del Trattato di Maastricht (alla quale aveva partecipato in quanto ministro del Tesoro del governo italiano nel febbraio 1992) commentava nei suoi appunti personali il significato e le conseguenze di quella scelta:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u201c<em>l\u2019Unione Europea implica la concezione dello \u2018Stato Minimo\u2019, l\u2019abbandono dell\u2019economia mista, l\u2019abbandono della pianificazione economica, la ridefinizione delle modalit\u00e0 di ricomposizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilit\u00e0 che restringa i poteri delle assemblee parlamentari a favore\u00a0dei governi, l\u2019autonomia impositiva per gli enti\u00a0locali, il ripudio del principio della gratuit\u00e0 diffusa\u00a0(con la conseguente riforma della sanit\u00e0 e del sistema previdenziale), l\u2019abolizione della scala mobile, la drastica riduzione delle aree di privilegio, la mobilit\u00e0 dei fattori produttivi, la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e dell\u2019industria, l\u2019abbandono di comportamenti inflazionistici\u00a0non soltanto da parte dei lavoratori, ma anche dei produttori di servizi, l\u2019abolizione delle normative che stabiliscono prezzi amministrati e tariffe. In una parola: un nuovo patto tra lo Stato e i cittadini a favore\u00a0di questi ultimi.<\/em>\u201d<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Siamo dinanzi a\u00a0un quadro brutale ma estremamente nitido che riassume in poche righe il significato e la direzione di marcia di un processo politico che sta per investire\u00a0l\u2019Europa nel suo insieme: drastica riduzione dei poteri dello Stato sia\u00a0in termini di politica economica\u00a0che di politica industriale, smantellamento della mano pubblica e dei poteri di orientamento del mercato ad essa connessi, manomissione del sistema assistenziale e pensionistico, \u00a0riduzione dei poteri di contrattazione del sindacato, trasferimento dei poteri dal\u00a0parlamento all\u2019esecutivo. \u00a0A distanza di un quarto di secolo siamo in grado di apprezzare i risultati di un sistema di scelte che hanno eroso sistematicamente e quasi scientemente le basi economiche e sociali su cui si \u00e8 ricostruita la democrazia in Europa dopo il 1945.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>(\u2026)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>6. La \u201cfine della storia\u201d, di cui scriveva Fukuyama nel 1992, sembra oggi pi\u00f9 applicabile all\u2019Europa che agli Stati Uniti, nel senso che la frase non si riferisce solo ad una crisi che incide sull\u2019idea di progresso, ma anche alla fiducia che l\u2019UE offra\u00a0una stabile\u00a0soluzione ai conflitti politici. Lo si pu\u00f2 vedere, ad esempio, nella trasformazione della politica in amministrazione, e nelle illusioni sull\u2019eliminazione della guerra e sulla fine dei conflitti ideologici. Perch\u00e9 la politica oggi sembra avere cos\u00ec poca necessit\u00e0 della storia e cos\u00ec tanto bisogno di memorie?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Ci troviamo in un periodo di trasformazione del politico che tende a separare la politica dall\u2019economia\u00a0e dalla storia, oppure il dibattito emergente sulla memoria \u00e8 solo un sintomo di invecchiamento demografico, una febbre\u00a0intellettuale che si estende anche alle scienze sociali?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>(G. E.)<\/em><\/strong> In linea generale sono molto d\u2019accordo con il pensiero espresso in questa domanda. Ma allora, lungi dal confermare un\u2019eventuale separazione della politica e dell\u2019economia dalla storia, gli appelli politici decisamente efficaci della destra populista non finiscono piuttosto con il dimostrare il contrario? L\u2019idea che \u201c<em>ci troviamo in un periodo di trasformazione della sfera politica<\/em>\u201d \u00e8 certamente affascinante, ma necessita di ulteriori declinazioni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>(L. P.)<\/em><\/strong> In una notevole analogia con gli eventi dell\u2019inizio del XX secolo, quando la teoria dell\u2019imperialismo fu elaborata grazie al contributo di analisti politici di diverso orientamento (Hobson, Hilferding, Lenin, ecc.), i protagonisti della globalizzazione sono ancora una volta i grandi Leviatani, gli stati nazionali ricchi non solo di risorse economiche, ma anche di storia e identit\u00e0. \u00c8 questo il vero motivo della competizione tra Stati Uniti e Cina, per non parlare della rinata influenza geopolitica della Russia post-Sovietica, che da tante parti si vorrebbe esorcizzare attribuendone le colpe al \u201ccattivo\u201d Putin; e la straordinaria crescita dell\u2019economia indiana non \u00e8 forse dovuta anche alla massiccia struttura statale ereditata dal colonialismo britannico? Anche i periodi pi\u00f9 positivi delle economie sudamericane coincidono sempre con un rafforzamento dello stato con l\u2019emergere di una forte leadership populista. Nella crisi mediorientale, infine, la crescente influenza di stati forti di tradizione antica, come l\u2019Iran e la Turchia, si contrappone alla permanente frammentazione politica del popolo arabo, che non \u00e8 riuscito ad andare oltre il Califfato.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Tanto pi\u00f9 singolare risulta dunque il contrasto tra un tale assetto globale e un\u2019Unione Europea definita da un sistema insensato e auto-distruttivo di \u201cmoneta senza stato\u201d (pare che questa frase sia stata coniata dal nostro Tommaso Padoa-Schioppa!), che viene in ogni caso tenuto insieme dalla supremazia e\u00a0arroganza della Germania. Per abbandonare il cosmopolitismo gerarchico di Maastricht e tornare ad una prospettiva realmente federale sar\u00e0 necessario sbarazzarsi di un\u2019intera cultura, una cultura di subalternit\u00e0 che ha consegnato il destino di un continente al capitale finanziario, con il rischio di cancellare un\u2019intera civilt\u00e0. Ecco la ragione principale della grande crisi identitaria che attualmente affligge la nostra Europa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>(W. S.)<\/em><\/strong> Trovo questa domanda talmente complessa da poter soltanto fornire una serie di aspetti, pi\u00f9 o meno scollegati tra loro, di quella che potrebbe alla fine risultare una risposta sufficientemente esauriente. Esiste nell\u2019Europa contemporanea un bisogno di memoria distinta dalla storia? Chiaramente c\u2019\u00e8 bisogno di storie selettive fittizie, o memorie, che travestano una politica economica post-democratica, consumistica, neoliberista e hayekiana,\u00a0da\u00a0modello accettabile di societ\u00e0. Ci saranno abbastanza persone disposte a crederci cos\u00ec\u00a0da renderle\u00a0generalmente accettate e riconosciute? Centinaia di migliaia di esperti in pubbliche relazioni ci stanno lavorando e si industriano a vendere i diritti LBGTIQ, le frontiere aperte e le comunit\u00e0 artificiali di Facebook e Twitter come pietre miliari della storia. Che la politica diventasse amministrazione era infatti un ideale storico (marxista) di progresso \u2013 che nell\u2019Europa di oggi si \u00e8 materializzato nell\u2019incubo di una tecnocrazia al riparo dalla politica, in modo da proteggere l\u2019elettorato dalla tentazione del \u201cpopulismo\u201d. Riuscir\u00e0 la gente a riconoscere che si tratta di un imbroglio, a capire quale tragedia\u00a0discende dall\u2019accettare quest\u2019ideale come oro colato? Anche la presunta sparizione della guerra viene presentata come un progresso, ma principalmente in termini di fine dell\u2019obbligo per i giovani di servire nell\u2019esercito del proprio paese, il che riduce ulteriormente gli obblighi tradizionalmente associati ai diritti di cittadinanza (diritti che nel frattempo sono divenuti beni di consumo, in un contesto generale in cui il progresso \u00e8 ridotto e concepito esclusivamente in termini di incremento delle libert\u00e0 individuali). La guerra \u00e8 stata da tempo delegata agli Stati Uniti e a Forze Speciali altamente specializzate, mantenute da tutti i paesi dell\u2019Europa occidentale ma operanti in assoluta segretezza, cosicch\u00e9 nessuno nota niente \u2013 e in assenza della leva obbligatoria tradizionale, a nessuno interessa granch\u00e9. Lo stesso vale per le gli armamenti tecnologici moderni, come i droni. Al momento, ovviamente, la storia in quanto guerra ritorna in forme nuove, con Stati al collasso\u00a0nella periferia del capitalismo, flussi di rifugiati che esportano la loro miseria verso le aree prospere dell\u2019Europa, ed il fondamentalismo religioso a portare violenza nelle sue citt\u00e0.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019assenza diffusa di coscienza storica e gli sforzi spesso riusciti di colmare i vuoti con \u201cmemorie\u201d immaginarie \u2013 ad esempio, il fatto che la pace in Europa sarebbe dovuta all\u2019Unione Europea \u2013 potrebbero essere causati da un fenomeno forse senza precedenti, ossia da cambiamenti rivoluzionari che si susseguono in modo lento, ma graduale, senza forti sbalzi, da almeno due generazioni politiche, senza che se ne riesca a intravedere la fine. Se la dimensione storica di quella che viene chiamata una rivoluzione neoliberale \u00e8 solo raramente evidenziata, e pu\u00f2 esserlo solo con grande sforzo, ci\u00f2 si potrebbe spiegare con il fatto che essa si \u00e8 evoluta nell\u2019arco di cos\u00ec tanto tempo, senza drammatiche rotture o interruzioni. Dunque ciascuna generazione vede solo una piccola parte dell\u2019imponente processo di crisi e mutamento in corso dagli anni \u201870, e dunque pu\u00f2 percepire soltanto differenze minime o nulle tra l\u2019inizio e la fine del periodo storico in osservazione. Poich\u00e9 la reale dinamica storica dei nostri tempi si pu\u00f2 riconoscere solo a distanza, essa non \u00e8 visibile da tutti coloro che non possono o non sono disposti a prendere le distanze dalla loro vita quotidiana. Per questo \u00e8 cos\u00ec urgente che oggi le scienze sociali abbandonino i loro vezzi accademico-sistemici e ritornino a un approccio che riconosca adeguatamente la natura storica del mondo sociale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>7. Con la riunificazione della Germania e l\u2019apertura dell\u2019Europa dell\u2019Est, la narrazione prevalente si \u00e8 concentrata sul superamento della Guerra Fredda e sull\u2019idea che la <em>Vergangenheitsbew\u00e4ltigung<\/em> (superamento\u00a0del passato) fosse ormai completa; ogni capitolo oscuro nella storia nazionale, a cominciare dalla Germania, doveva essere portato alla luce, e illuminare l\u2019Olocausto come base di una cultura comune dei diritti umani. Come rilevava\u00a0Walser nel 1998,\u00a0la <em>Monumentalisierung der Schande<\/em> (Monumentalizzazione della vergogna) sembra quasi\u00a0chiamata a\u00a0garantire la moralit\u00e0 della odierna politica.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Sembra che quel progetto, che forse non \u00e8 mai stato perseguito con coerenza, stia naufragando: paradossalmente, la costruzione di una <em>inclusive memory<\/em>, perseguita con la diffusione di giornate della memoria\u00a0 intitolate alle vittime dei \u201ctotalitarismi\u201d, non ha prodotto\u00a0una \u201cmemoria europea\u201d quanto memorie di gruppi o nazioni che rivendicano lo status di vittima e contestano radicalmente le \u201cverit\u00e0 ufficiali\u201d precedenti. Per contro, le storiografie post-nazionali si rifugiano in un \u201cpatriottismo moderato\u201d \u2013 non privo di autocompiacimento \u2013 che mira ad una \u201cnormalizzazione\u201d del passato nazionale. \u00a0\u00c8 possibile una \u201cmemoria europea\u201d, e quali caratteristiche dovrebbe avere per salvaguardare la democrazia dal\u00a0ritorno di identit\u00e0 escludenti e conflittuali?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>(G. E.) <\/em><\/strong>Anche stavolta condivido pienamente il pensiero espresso in questa domanda. Il \u201c<em>linguaggio del trauma<\/em>\u201d ha acquisito una posizione di dominanza talmente pervasiva che una ferita traumatica di ingiustizie passate \u00e8 oggi la motivazione pi\u00f9 forte\u00a0per avanzare efficacemente richieste politiche, anzi, quanto pi\u00f9 tragica la propria storia tanto meglio \u2013 schiavit\u00f9, spoliazioni coloniali, espulsioni, genocidi, qualsiasi tipo di discriminazione, sofferenza collettiva o violazione di diritti. Il ricorso ad un linguaggio della memoria identitaria traumatizzata non solo si sostituisce al richiamo a pi\u00f9 tradizionali ideali universali, ma spettacolarizza anche la sofferenza e l\u2019ingiustizia, cosicch\u00e9 qualsiasi esperienza drammatica di eccezionale violenza viene implicitamente privilegiata quale motivo principale per legittimare e rafforzare richieste politiche che divengono ora necessarie. Nel contempo, gli altri motivi principali dell\u2019azione democratica \u2013 ad esempio, gli ideali positivi di auto-realizzazione ed emancipazione sociale o la banale sofferenza per povert\u00e0 e sfruttamento quotidiani, divengono molto meno convincenti. In tal senso, una politica della \u201cmemoria\u201d tende a condizionare pi\u00f9 che ad aiutare. Il lavoro sulla memoria \u2013 l\u2019elaborazione di un passato difficile e compromesso \u2013 dal 1945 \u00e8 sempre stato fondamentale per la ricostruzione della cultura politica democratica in Europa, e in modo particolarmente straordinario in Germania (dove \u00e8 alla base del processo di <em>Vergangenheitsbew\u00e4ltigung<\/em> fin dagli anni Sessanta). Inoltre, come continuano a mostrare gli attuali avvenimenti in Germania, ci\u00f2 rimane necessariamente in evoluzione, le motivazioni continuano a complicarsi e risistemarsi, talvolta in modi pericolosi e inaspettati. Ma quel lavoro politico sulla memoria era sempre guidato da visioni utopiche di una societ\u00e0 migliore, orientate al futuro ed inevitabilmente contestate, sia che si trattasse del 1968, della met\u00e0 degli anni Ottanta\u00a0o dell\u2019indomani dell\u2019unificazione. Senza una visione equivalente di un futuro democratico che sia desiderabile, concepito con generosit\u00e0, e realisticamente fattibile \u2013 dolorosamente assente al centro dell\u2019attuale discorso politico all\u2019interno dell\u2019UE \u2013 non \u00e8 possibile avere una \u201cmemoria europea\u201d che sia degna di questo nome.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>(W. S.)<\/strong><\/em> La Germania Ovest fu riorganizzata come paese democratico-capitalista negli anni Cinquanta e Sessanta, quando l\u2019Olocausto non era ancora altrettanto presente nella memoria pubblica di quanto lo sia oggi. Anche qui la NATO e l\u2019americanizzazione della vita sociale hanno giocato un ruolo molto pi\u00f9 significativo della storia e della memoria. Oggi la Shoa ed in generale i crimini nazisti hanno largo spazio nella coscienza della Germania scolarizzata, o della Germania della cultura in generale: non \u00e8 possibile, in quanto tedeschi, aderire ad un tipo di patriottismo sciovinista. Al contrario, c\u2019\u00e8 la consapevolezza, o la costante possibilit\u00e0 che venga ribadito, che un intero popolo, persino uno che che si vanti di essere stato l\u2019avanguardia della civilt\u00e0, pu\u00f2 essere portato, o pu\u00f2 portare s\u00e9 stesso, a ricadere nella peggiore barbarie. E tuttavia, la conoscenza della storia non pu\u00f2 essere insegnata facilmente alla generazione Twitter, nemmeno in Germania, e per i giovani che stanno crescendo oggi, la prima met\u00e0 del XX secolo \u00e8 un\u2019epoca remota quanto il Medio Evo. Per di pi\u00f9, la memoria collettiva, persino quella tedesca, non \u00e8 politicamente molto istruttiva. Ad esempio, il genocidio commesso dalla Germania contro il popolo ebraico non dice quanti immigrati la Germania odierna dovrebbe accogliere annualmente, o da quali paesi \u2013 n\u00e9 tantomeno che tipo di istituzioni sovranazionali europee la Germania dovrebbe contribuire a costruire e sostenere. Non prevede neanche precise istruzioni sulla politica della Germania verso Israele: \u00e8 pi\u00f9 appropriato per la Germania sostenere qualsiasi azione del governo israeliano per difendere l\u2019esistenza dello Stato di Israele, oppure sarebbe meglio impegnarsi rigorosamente per i diritti umani e il diritto internazionale, anche se ci\u00f2 significherebbe schierarsi con i palestinesi di Gaza nella loro lotta contro l\u2019attuale governo israeliano? Particolarismo o universalismo?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per quanto riguarda il \u201cpatriottismo\u201d, il suo significato cambia da paese a paese e tra individui, e si evolve nel tempo. Basta guardare come la squadra italiana di calcio canta l\u2019inno nazionale prima di una partita, e confrontarla con il modo in cui lo cantano i tedeschi, se pure lo fanno. Da un lato, come sanno bene i sociologi, gli uomini si identificano come membri di un gruppo e sviluppano fedelt\u00e0 ai gruppi con i quali si identificano. I tedeschi non sono sostanzialmente diversi sotto questo aspetto, per quanto il loro attaccamento al loro paese tende ad essere temperato dalla memoria del Nazismo e del genocidio, come prima evidenziato. Ma pu\u00f2 durare? Certamente \u00e8 diverso per il gran numero di immigrati che si stanno attualmente insediando in Germania. I tedeschi di origine turca, palestinese o eritrea non sembrano molto propensi a considerarsi partecipi di qualsiasi tipo di responsabilit\u00e0 storica per l\u2019Olocausto. Ed \u00e8 anche vero che, rispetto alla generazione che li ha preceduti, i giovani tedeschi di oggi quando si trovano all\u2019estero sono meno inclini a tacere quando vengono accusati personalmente per il passato nazista tedesco. In poche parole, ritengo che un legittimo sistema europeo di pace e cooperazione non pu\u00f2 essere costruito su memorie storiche, n\u00e9 sull\u2019accettazione da parte della Germania della sua responsabilit\u00e0 per il peggior crimine contro l\u2019umanit\u00e0 del XX secolo, se non di sempre. E ritengo anche che una \u201cmemoria europea\u201d che abbracci l\u2019intera esperienza storica dalla Norvegia alla Sicilia e dall\u2019Irlanda alla Romania non sia altro che una chimera.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>(L. P.)<\/strong><\/em> Fino agli anni Settanta, la coscienza storica europea si \u00e8 caratterizzata per una somma di memorie nazionali che in qualche misura hanno ignorato, nelle loro separazione, il declassamento\u00a0geopolitico che alla fine della seconda guerra mondiale ha colpito\u00a0il continente nel suo insieme. Sono\u00a0memorie divise, e anzi spesso contrapposte, ma tutte egualmente anti-tedesche. E\u00a0ancora, memorie segnate da fenomeni di omissione e\u00a0insieme di autoesaltazione. La memoria inglese celebra la dura sconfitta inflitta alla Germania nazista, ma dimentica la fine dell\u2019Impero. La memoria francese\u00a0mette tra parentesi Vichy per esaltare la continuit\u00e0 ininterrotta della tradizione repubblicana. La memoria italiana dilata oltre misura il consenso acquisito dalla Resistenza per sostenere un programma di rinnovamento democratico e di modernizzazione del paese che si scontra con tenaci residui\u00a0feudali. Non si pu\u00f2 tuttavia trascurare che proprio in ragione della loro\u00a0parzialit\u00e0 (ma quando mai\u00a0una memoria \u00e8 stata riproduzione fedele \u00a0del leopardiano\u00a0\u2019\u201darido vero\u201d?), queste memorie sono contrassegnate da una inequivocabile volont\u00e0 democratica e antifascista, quella stessa che viene scritta (ad eccezione della Germania) nelle costituzioni postbelliche che\u00a0predicano non solo la libert\u00e0 e\u00a0l\u2019eguaglianza, ma anche l\u2019esistenza di\u00a0condizioni e strumenti concreti per la loro attuazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Cultura dell\u2019antifascismo, stato sociale e politiche keynesiane sono i\u00a0tre tratti\u00a0distintivi dell\u2019equilibrio ideologico e politico degli stati nazione europei prima che la grande bufera\u00a0della cultura liberista imponga con ladi forza il nuovo orizzonte della globalizzazione, con politiche economiche aggiogate al pareggio di bilancio, e una crescente limitazione delle sovranit\u00e0 nazionali imposta dai capitali finanziari in libera uscita. Si origina in questo nuovo contesto\u00a0 ufficializzato da Maastricht il progetto Ue di\u00a0una memoria europea, che\u00a0abbandonando il richiamo\u00a0tradizionale, e in qualche modo d\u2019obbligo, alla seconda guerra mondiale, assume\u00a0l\u2019Olocausto come tema comune che si soprammette alla molteplicit\u00e0 e la diversit\u00e0 dei contesti nazionali. Si tratta di un\u2019operazione burocratica che ha lo stesso carattere astratto e impositivo\u00a0di tutta la\u00a0 legislazione della <em>governance<\/em>\u00a0europea. Prende\u00a0forma una\u00a0memoria\/dispositivo, sganciata da qualsiasi esperienza storica reale, che si impone attraverso la proliferazione di leggi (nel 2009 arriva anche l\u2019obbligo della memoria del patto Molotov-Ribbentrop), con le relative sanzioni per i trasgressori.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Del resto\u00a0la memoria dell\u2019Olocausto, isolata dal contesto della seconda guerra mondiale in cui si poduce, diventa\u00a0 simbolo di un Male assoluto, oblitera Stalingrado e il ruolo svolto dall\u2019Unione sovietica nella determinazione della sconfitta del nazismo, per approdare\u00a0alla piena affermazione di una teoria dei due totalitarismi che\u00a0soprattutto in Europa orientale\u00a0finisce con l\u2019alimentare la ripresa\u00a0di memorie apertamente fasciste.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>8. La gestione del debito della\u00a0Grecia e dei PIGS, il problema dell\u2019Ucraina, l\u2019emergenza dei profughi,\u00a0il rapporto con la Turchia, mostrano un\u2019assenza di elaborazione politica comune, e quindi accrescono il peso dei singoli stati e soprattutto della Germania.\u00a0Quest\u2019ultima si sforza\u00a0di mediare ed \u00e8 anche disposta\u00a0a pagare qualche prezzo ma non sembra in grado\u00a0di elaborare una visione politica adeguata \u00a0alle diversit\u00e0 e allo spessore storico dei conflitti tra gli stati membri. A cosa si deve ricondurre il disinteresse delle classi \u00a0dirigenti ad una politica di\u00a0crescita comune dell\u2019UE? Pesa forse nella cultura della Germania o\u00a0di altri paesia cultura del paese pi\u00f9 importante, la Germania, troppo influenzata da una sorta di autoreferenzialit\u00e0 seguita per gli uni ai successi della riunificazione e dell\u2019allargamento e per gli altri alla nostalgia della guerra fredda? \u00c8 possibile che la carenza di visione abbia a che fare con la complessiva perdita di cultura storica delle classi dirigenti europee e della\u00a0loro capacit\u00e0 di pensare\u00a0il conflitto?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>(L. P.)<\/strong><\/em> La crisi del 2008 ha fatto piena chiarezza sulla posizione di comando che la Germania ha realizzato per vie di\u00a0fatto \u00a0nella Europa di Maastricht. Dietro il paravento del\u00a0governo impersonale delle regole si \u00e8 prodotta un\u2019aperta politicizzazione di tutti i rapporti interstatuali. Le crisi che scuotono la Grecia nel 2010 e poi ancora\u00a0nel 2015 testimoniano in modo plateale l\u2019esistenza di una struttura rigidamente oligarchica\u00a0dotata di un ferreo potere di controllo non solo sul\u00a0terreno della politica economica, ma anche su\u00a0quello degli equilibri politici. In Italia il governo Monti del novembre 2011 \u00e8 stato caratterizzato da una forte limitazione del potere di controllo del bilancio pubblico da parte del presidente del consiglio che si perpetua\u00a0poi con i governi successivi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A partire da\u00a0questo dato di fatto ha preso corpo la rappresentazione, a mio parere fuorviante, della Germania come\u00a0\u201cegemone riluttante\u201d su cui \u00e8 tornato pi\u00f9 volte Jugen Habermas, e di cui si \u00e8 fatto interprete anche in Italia un rispettabile studioso di cose tedesche come Gian Enrico Rusconi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019economia tedesca \u00e8 oggi strutturalmente incapace di svolgere quella funzione di locomotiva che si continua ad ipotizzare in astratto. \u00a0 La storia dello sviluppo capitalistico ha gi\u00e0 esibito compiutamente i tratti\u00a0di un modello di egemonia sovranazionale con il \u00a0ruolo\u00a0di traino che il mercato interno Usa ha svolto\u00a0fino alla met\u00e0 degli anni Settanta\u00a0\u00a0per l\u2019intero sistema occidentale. Il modello tedesco, di contro, basato sull\u2019aumento esponenziale delle\u00a0esportazioni e il\u00a0conseguente contenimento della domanda interna non solo non offre\u00a0alcuna possibilit\u00e0 di espansione al resto dei paesi europei, ma chiede anzi loro di perseguire lo stesso obbiettivo della crescita della competitivit\u00e0 con l\u2019abbassamento dei salari e lo smantellamento dei\u00a0sistemi previdenziali e pensionistici. Queste \u201criforme interne\u201d hanno provocato quelle massicce perdite di potere di acquisto che ostacolano oggi pregiudizialmente \u00a0qualsiasi tentativo di rilancio delle economie europee. La parola d\u2019ordine di questo modello economico \u00e8: crescita senza eguaglianza. Nel suo libro<em> Buying Time: The Delayed Crisis of Democratic Capitalism<\/em>, Wolfgang Streeck ha sottolineato opportunamente il significato delle \u201criforme interne\u201d imposte dalla Germania e le enormi perdite in potere d\u2019acquisto da esse provocato, che oggi rischia di vanificare qualsiasi tentativo di resuscitare le economie europee.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E tuttavia non intendo con questo demonizzare il ruolo della Germania che si avvale indiscutibilmente del consenso di una vasta \u201ccoalizione di volenterosi\u201d. Occorre prendere atto\u00a0che la linea tedesca della austerit\u00e0 pu\u00f2 perpetuarsi solo nella misura in cui aggrega\u00a0 in Europa una vasta area di consenso, non solo tra le clasi politiche\u00a0conservatrici (che dominano incontrastate\u00a0dopo il suicidio commesso dalla socialdemocrazia negli anni Novanta), ma anche tra i ceti imprenditoriali. La\u00a0politica di austerit\u00e0 ostacola sicuramente la crescita della torta e quindi l\u2019occasione di\u00a0investimenti remunerativi. E tuttavia, nello stato di prostrazione in cui versa\u00a0ovunque la rappresentanza sindacale e politica del lavoro, di questa\u00a0torta \u00e8 possibile appropriarsi in quote sempre crescenti. I profitti possono aumentare senza che ci si debba sobbarcare il rischio politico del conflitto redistributivo \u00a0che inevitabilmente si riaprirebbe in una situazione di crescita. La Germania \u00e8 oggi il punto di riferimento di un vasto schieramento\u00a0di forze europee apertamente conservatrici che sostengono equilibri\u00a0economici e politici di carattere\u00a0neomaltusiano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non \u00e8 un caso che la richiesta di stanziamenti europei per finanziare gli investimenti e stimolare la crescita, fatta da Macron subito dopo la sua elezione, sia gi\u00e0 stata rifiutata. Come al solito, l\u2019accusa \u00e8 stata di voler trasformare l\u2019unione monetaria in un\u2019unione di trasferimenti, contro l\u2019interesse della Germania. La Germania si contende ancora una volta il primato in Europa sulla base di un modello gerarchico e coercitivo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>(G. E.)<\/strong><\/em> Ciascuno dei gravi problemi appena menzionati ha causato l\u2019inasprimento di quei particolarismi nazionali che l\u2019UE avrebbe storicamente dovuto trascendere, o quantomeno trovare i mezzi per mediare e contenere in maniera costruttiva. Non vi \u00e8 dubbio che le rispettive crisi, anche a causa della loro convergenza e interconnessione, hanno raggiunto livelli di gravit\u00e0 che complessivamente consolidano la crisi generale in corso del \u201cprogetto europeo\u201d tout court. Certo, la Germania ha talvolta fornito una guida lungimirante. Ma all\u2019iniziativa della Merkel sulla questione dei rifugiati, sorprendentemente ardita quanto arbitraria, ha abbondantemente corrisposto l\u2019attaccamento spietato di Sch\u00e4uble alle misure di austerit\u00e0 richieste dalle ortodossie prevalenti. La visione tedesca della politica si potrebbe magistralmente descrivere come una \u201csorta di auto-referenzialit\u00e0\u201d. Ma proprio l\u2019inflessibilit\u00e0 politica di Sch\u00e4uble arriva a suggerire una sorta di rinnovata ambizione verso un\u2019idea di Mitteleuropa, non manu militari ma comunque di concezione comparabile a quella dell\u2019inizio del XX secolo, sospetto che viene tragicamente confermato dall\u2019arroganza che ha accompagnato la crisi del debito greco. Questa crisi ha messo a nudo la sempre minore validit\u00e0 morale e politica di ci\u00f2 che resta degli ideali \u201ceuropeisti\u201d, poich\u00e9 se tali ideali conservassero un qualche significato affidabile, efficace e nettamente internazionalista, la difficile situazione greca avrebbe dovuto essere un\u2019opportunit\u00e0 per avviare un dibattito pi\u00f9 costruttivo, e uno stimolo per un intervento realmente europeo. Proprio l\u2019estrema debolezza della Grecia all\u2019interno dei rapporti di forza complessivi dell\u2019UE e dell\u2019economia globale pi\u00f9 ampia (elemento che condivide con altri paesi PIGS) avrebbe sicuramente dovuto costituire un impellente invito ad un\u2019azione morale-politica e a porre rimedio socio-politico in modo costruttivo, invece che all\u2019imposizione di correzioni di disciplina fiscale. E tuttavia, non solo \u201ci greci\u201d sono stati umiliati e penalizzati (all\u2019interno di un dibattito pubblico vergognosamente intriso di disprezzo e quasi di razzismo), ma per di pi\u00f9 la loro stessa situazione di indebitamento strutturale e di dipendenza era stata originata proprio dal meccanismo fiscale dell\u2019UE e dagli interessi capitalistici dominanti. La crisi politica sarebbe gi\u00e0 abbastanza grave anche in assenza del quadro normativo sempre pi\u00f9 rigido e inflessibilmente punitivo dell\u2019UE. Ma l\u2019effetto di quel quadro normativo effettivamente esistente nell\u2019Unione \u00e8 di massimizzare il rigore delle misure di austerit\u00e0 tanto sistematicamente richieste ed applicate dal governo tedesco e dai suoi alleati dell\u2019Est e Nord Europa. All\u2019interno di un tale contesto politico dominante, dov\u2019\u00e8 lo spazio per un\u2019azione di cooperazione basata su principi esplicitamente internazionalisti (cio\u00e8 comunitari)? Invocare ad ogni pi\u00e8 sospinto la storia europea ante-1945 e la fine delle divisioni della Guerra Fredda non \u00e8 il modo migliore di costruire questo spazio. Si nota infatti un deplorevole fallimento politico al centro del processo decisionale nel complesso istituzionale europeo: non si riesce ad individuare nessuna prospettiva costruttiva per il futuro capace di mobilitare un entusiasmo autenticamente popolare o che contenga un richiamo che vada oltre il pragmatismo e l\u2019egoismo economico. Al contrario, lo spazio per una militanza politica appagante a livello emotivo \u00e8 stato ceduto quasi interamente alle destre populiste, e ai loro richiami sempre efficaci, per quanto pretestuosi, alla nazione e ad una presunta sovranit\u00e0, a prescindere dagli aspetti xenofobi, razzisti ed islamofobi. Dopo tutto, la sempre minor presa degli argomenti esclusivamente economici, in un clima politico-economico prevalente di austerit\u00e0, \u00e8 diventata catastroficamente chiara col fiasco del referendum nel Regno Unito. Purtroppo, per\u00f2, la leadership europea ufficiale\u00a0mostra ben pochi segnali di volersi lasciare alle spalle il suo sperimentato autocompiacimento. Un eventuale rilancio del progetto europeo richiederebbe la rinuncia all\u2019attuale ordinamento amministrativo, legislativo e tecnocratico, sempre ostinatamente ribadito.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>(W. S.)<\/strong><\/em> La Germania non \u00e8 l\u2019unico paese a mancare di \u201cvisione politica\u201d. I paesi \u201csonnambuli\u201d sono ovunque nell\u2019Europa odierna, e parrebbe opportuno chiedersi se aspettarsi dai nostri leader politici una tale capacit\u00e0 di visione\u00a0non sia chiedere troppo. Perch\u00e9 non esiste una politica di crescita comune europea? Invece di spiegare questa carenza in relazione alla cultura tedesca, all\u2019unificazione tedesca o all\u2019autoreferenzialit\u00e0 tedesca dopo la fine della Guerra Fredda, si dovrebbe ricordare che viviamo in un mondo dove il fatiscente capitalismo \u00e8 in crisi profonda ed \u00e8 ormai da tempo al di fuori di ogni controllo. Perch\u00e9 dare per scontato che esista, o che possa esistere, una strategia di crescita comune e unica per un gruppo di paesi fortemente eterogenei quanto a\u00a0strutture sociali, culture politiche, istituzioni socio-economiche, livelli di sviluppo ecc., se solo la Germania \u00e8 stata capace di inventarne una? Perch\u00e9 aspettarsi che proprio la Germania, fra tutti i paesi, si senta in obbligo di agire come se il capitalismo fosse gi\u00e0 stato superato, ossia \u201caltruisticamente\u201d? Non credo che l\u2019incompetenza dei nostri politici necessiti di essere spiegata con la perdita di cultura storica o con un\u00a0deficit intellettuale. Entrambi potrebbero comunque essere presenti, sia la perdita che il deficit. Ma ritengo che sia molto pi\u00f9 importante il fatto che la capacit\u00e0 di crescita del capitalismo contemporaneo si sta esaurendo, ed \u00e8 in esaurimento gi\u00e0 da tempo \u2013 e che la struttura istituzionale plasmata dalle \u00e9lite europee per la loro casa comune, l\u2019Unione Europea, si dimostra particolarmente inadeguata quando si tratta di trovare soluzioni comuni. Paradossalmente, anche la sinistra, generalmente molto scettica sul tema del capitalismo, quando si affronta l\u2019argomento Europa spesso tende a credere che l\u2019attuale disagio sia essenzialmente un problema cognitivo, quando non soltanto un problema cognitivo tedesco.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Personalmente ritengo che il tempo dei grandi stati internamente diversificati, ed ancor pi\u00f9 dei super-stati sovranazionali, sia finito \u2013 e che il futuro sia dalla parte dei paesi piccoli, come Svezia, Danimarca, Svizzera e, possibilmente, Scozia e Catalogna, capaci di utilizzare gli strumenti della sovranit\u00e0 nazionale per ritagliarsi una nicchia nel mercato globale nella quale sia possibile, nel bene e nel male, prosperare. A differenza di un\u2019Europa unita, questi sarebbero capaci di coniugare intelligenza strategica e partecipazione democratica, e di rispondere agilmente in modo flessibile ai cambiamenti dell\u2019ambiente internazionale circostante. Perch\u00e9 ci\u00f2 accada la Germania dovrebbe rinunciare all\u2019Euro, e paesi come la Francia e l\u2019Italia dovrebbero decentralizzarsi e delegare poteri alle regioni, che a loro volta dovrebbero dare pi\u00f9 voce ai cittadini, abbandonando quelle strutture sociali pre-moderne, oligarchiche e basate sulla rendita, che ostacolano un equo benessere economico \u2013 \u00e8 la rivoluzione che avremmo dovuto completare negli anni Settanta, se non fossimo stati troppo pigri, codardi o miopi per farlo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>fonte: <\/strong><em><a href=\"http:\/\/vocidallestero.it\/2017\/06\/27\/la-crisi-dellue-e-la-memoria-frammentata-delleuropa\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/vocidallestero.it\/2017\/06\/27\/la-crisi-dellue-e-la-memoria-frammentata-delleuropa\/<\/a><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di VOCI DALL&#8217;ESTERO (Margherita Russo) &nbsp; Pubblichiamo la traduzione di alcuni estratti da un\u2019intervista di Carlo Spagnolo (Universit\u00e0 di Bari) con Geoff ELEY, Universit\u00e0 del Michigan (G.E.), Leonardo PAGGI, Universit\u00e0 di Modena (L.P.), e Wolfgang STREECK, Max-Planck-Institut f\u00fcr Gesellschaftsforschung, Colonia (W.S.), gi\u00e0 pubblicati in lingua inglese sul Blog di Sergio Cesaratto\u00a0(Universit\u00e0 di Siena).\u00a0L\u2019intervista\u00a0sar\u00e0 prossimamente pubblicata integralmente su \u201cLe memorie divise dell\u2019Europa dal 1945\u201d, volume monografico della rivista \u201cRicerche Storiche\u201d, n. 2\/2017. 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