{"id":32670,"date":"2017-07-03T09:30:43","date_gmt":"2017-07-03T07:30:43","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32670"},"modified":"2017-07-02T19:32:28","modified_gmt":"2017-07-02T17:32:28","slug":"la-ue-e-litalia-dentro-la-fine-della-globalizzazione-una-replica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32670","title":{"rendered":"La Ue e l\u2019Italia dentro \u201cla fine\u201d della globalizzazione. Una replica"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA RETE (Mimmo Porcaro)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Per dimostrare che la globalizzazione \u00e8 viva e vegeta Franco Russo deve riconoscere che i processi di internazionalizzazione degli scambi, della finanza e della produzione sono sempre stati e sono ancor di pi\u00f9 oggi il luogo di un aspro conflitto in cui i diversi stati usano tutti i mezzi, compreso il protezionismo e lo scontro militare, pur di difendere le proprie imprese. (vedi il saggio di Franco Russo)<\/em><\/p>\n<p>Con il che, per\u00f2, Franco Russo dichiara che la globalizzazione \u00e8 morta (o meglio che essa, come il sottoscritto pensa da molto, in realt\u00e0 non \u00e8 mai nata). L\u2019idea di globalizzazione contro cui polemizzano i critici non \u00e8 infatti quella che prende atto dell\u2019internazionalizzazione, ma quella secondo cui tale internazionalizzazione, rafforzando l\u2019interconnessione dei mercati e della produzione, realizza una situazione di sostanziale autoregolazione del mercato che rende superflua o meramente ausiliaria la funzione degli stati nazionali. Lo stesso Russo ci da invece vari esempi di attivo intervento degli stati nazionali nella battaglia competitiva, intervento che pu\u00f2 spingersi fino alla guerra: e questo, in sede di polemica spicciola, potrebbe bastare per dire che Franco dimostra il contrario di quello che afferma. Ma qui non si tratta di polemica spicciola, bens\u00ec di una discussione che ci accompagner\u00e0 a lungo. Bisogna quindi approfondire.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 nel testo che esamino si insiste nel dire che il severo confronto tra entit\u00e0 politiche capitalistiche non \u00e8 tanto un confronto fra stati, quanto fra \u201cgrandi spazi\u201d (ed \u00e8 chiaro che qui si suggerisce, per contrasto, che essendo l\u2019Italia per definizione un \u201cpiccolo spazio\u201d ogni progetto di autonomia nazionale le \u00e8 precluso). Va per\u00f2 detto che questi \u201cgrandi spazi\u201d sono tutti spazi statuali, dotati per di pi\u00f9 di una spiccata identit\u00e0 nazionale: Usa, Russia, Cina, ecc. . La stessa Unione europea, se vuole contare qualcosa, deve presentarsi come vero e proprio stato unitario ed inventarsi una qualche \u201cidentit\u00e0 nazional-continentale\u201d. E se non dovesse riuscire a farlo ci\u00f2 avverrebbe a causa dell\u2019incapacit\u00e0 di una determinata nazione ad esercitare la necessaria egemonia. Insomma: nation matters, lo dice anche il meno nazionalista tra noi.<\/p>\n<p>Nella polemica non si possono per\u00f2 sottacere gli aspetti di verit\u00e0 sempre contenuti nelle posizioni di un avversario intelligente. La questione delle dimensioni ha il suo peso, anche se non si tratta tanto della dimensione, quanto della natura di uno spazio geopolitico. Mi spiego. Se l\u2019Italia dovesse (e potesse) rompere con l\u2019Ue da un punto di vista esclusivamente capitalistico, le sue limitate dimensioni non sarebbero necessariamente un ostacolo, anche perch\u00e9 la sua uscita dall\u2019Unione rafforzerebbe automaticamente i suoi rapporti con gli Usa.<\/p>\n<p>Ma se la rottura dovesse avvenire secondo i nostri desideri, la costruzione di uno spazio politico economico extranazionale diverrebbe allora essenziale. Infatti non \u00e8 possibile sviluppare appieno una politica tendenzialmente socialista se non in uno spazio che sia relativamente autosufficiente e relativamente chiuso nei confronti del capitale finanziario transnazionale, e l\u2019Italia non possiede affatto tali caratteristiche. Se \u00e8 quindi vero che la nostra rottura \u00e8 inevitabilmente nazionale, \u00e8 altrettanto vero che noi dobbiamo preparare gi\u00e0 da ora le nuove relazioni di un concreto internazionalismo. Un internazionalismo che parta realisticamente dal riconoscimento delle caratteristiche peculiari delle diverse economie e societ\u00e0 nazionali per giungere ad un comune modello di sviluppo progressivo.<\/p>\n<p>Proseguo. Per dimostrare che la globalizzazione non \u00e8 morta, Russo fa inoltre riferimento al fatto che gli Usa non si stanno per nulla isolando, ed anzi continuano a promuovere l\u2019internazionalizzazione delle proprie imprese, ed al fatto che Unione europea e Cina continuano a promuovere libero mercato e, appunto, globalizzazione. Ma \u00e8 assolutamente logico che una potenza imperialista continui a penetrare gli spazi economici mondiali, ed \u00e8 egualmente logico che le due massime potenze esportatrici del mondo facciano l\u2019elogio della globalizzazione. Cos\u00ec come, ad esempio, non possiamo dedurre dalla sola crescita (peraltro esponenziale) dei provvedimenti protezionistici il tramonto del libero mercato (anche se questi provvedimento sono un sintomo molto pi\u00f9 serio di quanto Russo mostri di credere), egualmente non possiamo dedurre la forma delle relazioni mondiali dalla semplice considerazione della massa degli scambi e dell\u2019entit\u00e0 dell\u2019interdipendenza economica. Alla vigilia della prima guerra mondiale l\u2019interscambio globale era tutt\u2019altro che depresso.<\/p>\n<p>Alla vigilia della seconda guerra mondiale gli scambi economici tra Germania ed Inghilterra erano intensissimi (e, a guerra iniziata, i significativi investimenti inglesi in Germania non vennero n\u00e9 ritirati n\u00e9 confiscati\u2026). E quanto all\u2019interdipendenza, essa non conduce sempre e soltanto all\u2019approfondimento dei rapporti economici, ma pu\u00f2 sboccare in seri conflitti politici: se un paese dipende da un altro per l\u2019approvvigionamento di una risorsa strategica, pu\u00f2 ben essere indotto ad eliminare tale dipendenza sottomettendo il paese fornitore. Una cosa simile va detta anche a proposito delle catene del valore.<\/p>\n<p>E\u2019 vero che le merci che un paese importa sono spesso prodotte all\u2019estero dalle sue stesse imprese, parzialmente esternalizzate, e che questo rende pi\u00f9 complicato il protezionismo e pi\u00f9 costosi i conflitti interstatuali. Ma d\u2019altra parte l\u2019esternalizzazione \u00e8 reversibile (come dimostra il fenomeno non rarissimo del reshoring dovuto al complicarsi delle condizioni dei paesi terzisti, all\u2019aumento del costo del lavoro locale o ad innovazioni tecnologiche avvenute \u201cin patria\u201d), e se la logica economica o i conflitti politici lo impongono, si pu\u00f2 rimpatriare buona parte del ciclo produttivo. Dall\u2019altre, ed \u00e8 la cosa pi\u00f9 importante, la stessa esternalizzazione \u00e8 frutto di conflitti vinti da alcuni stati a danno di altri (vedasi l\u2019uso occidentale del mercato del lavoro dell\u2019est dopo l\u201989) e pu\u00f2 generare altri conflitti tesi alla stabilizzazione delle condizioni di profittabilit\u00e0 nei paesi terzi. Dunque n\u00e9 la dinamica degli scambi n\u00e9 quella delle interdipendenze possono dirci qualcosa di univoco sul nostro tema.<\/p>\n<p>Per valutare la fase attuale non basta quindi riferirci ai dati empirici, che come in tutti i momenti di transizione possono essere molto contraddittori, ma dobbiamo dotarci di una teoria che ci aiuti a capire quali possono essere i fatti pi\u00f9 significativi. Al riguardo credo che noi possiamo farci ispirare da tesi analoghe a quelle di Giovanni Arrighi, e considerare come a fasi di ampia finanziarizzazione, accompagnate da crescita vorticosa del commercio, da una tendenziale unit\u00e0 del fronte imperialista e dalla diretta funzionalit\u00e0 delle guerre all\u2019espansione economica, si succedano fasi di ripoliticizzazione del conflitto in cui gli stati tornano ad avere funzione dominante e le scelte economiche tendono a rispondere anche ad una logica di tipo militare, nel contesto di tensioni crescenti nello stesso campo imperialista.<\/p>\n<p>E\u2019 ci\u00f2 che sta avvenendo sotto i nostri occhi dopo la crisi 2007-8: la stessa forma della globalizzazione (meglio: dell\u2019internazionalizzazione) ha inevitabilmente prodotto gravi squilibri che da un lato hanno riportato al centro gli stati, facendoli divenire regolatori fondamentali del mercato nella perdurante incertezza delle capacit\u00e0 di pagamento private, e dall\u2019altro hanno acuito le tensioni fra gli stati stessi, perch\u00e9 hanno acuito la contraddizione fra stati creditori e stati debitori.<\/p>\n<p>A mio avviso sono questi gli elementi macroeconomici e geopolitici che devono essere soprattutto considerati quando si valuta il rapporto tra regolazione \u201ceconomico-politica\u201d (quella della c.d. globalizzazione) e regolazione \u201cpolitico-economica\u201d (quella verso cui tendiamo oggi). Se \u00e8 vero che oggi la forma dominante del capitale \u00e8 quella bancario-finanziaria e che la sopravvivenza di questa (in costante minaccia di crisi di solvibilit\u00e0) in ultima istanza dipende direttamente dalle decisioni politiche degli stati, ne discende che \u00e8 l\u2019intreccio tra stato e capitale finanziario a dettare la musica, ben pi\u00f9 delle dinamiche capitale-merce e del capitale produttivo. Ed in particolare sono soprattutto i rapporti credito\/debito a dettare, a volte esplicitamente, a volte sottotraccia, la trama delle relazioni attuali. Da qui nascono le diverse guerre valutarie. Da qui l\u2019ostilit\u00e0 strutturale degli Usa contro la Cina. Da qui il conflitto latente Usa\/Germania, da qui le difficolt\u00e0 dei Brics, da qui la gracilit\u00e0 dell\u2019Unione europea, ecc. .<\/p>\n<p>Dal punto di vista degli aumentati conflitti interstatuali inoltre, pi\u00f9 della completa sostituzione degli accordi commerciali multilaterali con quelli bilaterali (processo che, come giustamente nota Russo, \u00e8 senz\u2019altro lungo e contrastato) conta il fatto che gli stessi accordi multilaterali sono fatti pi\u00f9 per escludere che per includere: includono gli alleati per accerchiare i nemici: questa \u00e8 la ratio geopolitica della TTIP (contro la Russia) e della TIP (contro la Cina), qualunque sia stato e sar\u00e0 il destino dei due accordi. Non contraddice a questa ratio il recente accordo commerciale Usa\/Cina, a cui Russo si riferisce come esempio pro-globalizzazione. Da un lato c\u2019\u00e8 il bisogno economico Usa di penetrare pi\u00f9 decisamente nel territorio cinese. Ma dall\u2019altro c\u2019\u00e8 il bisogno strategico Usa di interrompere il processo di avvicinamento Russia\/Cina che \u00e8 stato il peggior risultato della politica di Clinton\/Obama.<\/p>\n<p>E veniamo all\u2019Europa. Sono senz\u2019altro interessanti le dichiarazioni di intenti a cui Russo fa riferimento e, personalmente, penso che la partita dell\u2019Unione europea sia (dal punto di vista di lorsignori) ancora tutta aperta, e che gli esiti non siano del tutto prevedibili. Continuo per\u00f2 a pensare che gli elementi di disgregazione siano in prospettiva superiori a quelli di unificazione. E penso che proprio tra gli esempi avanzati da Russo, per mostrare che l\u2019Ue \u201cfa sul serio\u201d per rispondere unitariamente ed efficacemente agli Usa, stia nascosto un importante segnale di debolezza. Russo dice che l\u2019Unione ha \u201crisolto\u201d il problema delle banche. Su questo punto esprimo un netto dissenso, non teorico ma fattuale.<\/p>\n<p>Si legga il recentissimo intervento di Giacch\u00e9 a proposito del sistema bancario europeo (lo trovate in Sinistrainrete): il punto su cui voglio concentrare l\u2019attenzione non \u00e8 tanto il fatto (importantissimo) che la \u201csoluzione\u201d aumenta gli squilibri, avvantaggiando enormemente gli istituti tedeschi, quanto il fatto che, ad oggi, non si \u00e8 affatto invertita la balcanizzazione per linee nazionali del sistema bancario europeo (il fenomeno per cui il prestito interbancario e non solo funziona molto pi\u00f9 all\u2019interno dei singoli territori nazionali che all\u2019interno dell\u2019Unione), balcanizzazione che \u00e8 stata inaugurata dalla crisi del 2007 e che che rende assai fragile l\u2019integrazione economica Ue.<\/p>\n<p>Tanto che a mio avviso pi\u00f9 che i motivi economici (pur importantissimi: ogni giorno, ogni ora di euro in pi\u00f9 \u00e8 una bazza per il capitale tedesco\u2026) in questo momento a tenere in piedi l\u2019Ue sono motivi geopolitici, ossia la necessit\u00e0, pienamente avvertita da Francia e Germania, di far quadrato di fronte alla Brexit ed all\u2019irrigidimento Usa (non attribuibile al solo Trump), salvando il pi\u00f9 possibile la costruzione europea e rimandando il pi\u00f9 possibile sia i conflitti franco-tedeschi (clamoroso quello relativo alla richiesta francese di protezione per i \u201ccampioni nazionali\u201d, per ora respinta dalla Merkel alla faccia di Macron) sia il regolamento di conti con il sud Europa: da cui la modulazione in funzione delle scadenze elettorali delle richieste di ulteriori tagli all\u2019Italia.<\/p>\n<p>La stabilizzazione della situazione europea \u00e8 quindi fragile. Ma pur sempre di una stabilizzazione si tratta, e questo in politica conta, soprattutto quando un atteggiamento antiunionista, come effettivo sentimento di massa organizzato politicamente, deve ancora nascere. E qui la mia riflessione converge parzialmente con quella di Franco Russo. Nessuna frazione del grande capitale europeo \u00e8 per adesso intenzionata a rompere l\u2019Ue. Nessuna frazione del piccolo capitale delle singole nazioni (aggiungo io) \u00e8 per adesso seriamente intenzionata a rompere l\u2019Ue, ed anche se lo fosse non avrebbe al momento la capacit\u00e0 egemonica per farlo: si vedano l\u2019Olanda, la Francia e il probabile esito nullo delle sparate salviniane contro l\u2019euro.<\/p>\n<p>Ma subito mi allontano di nuovo da Franco: da quanto sopra discende che la questione della nazione non \u00e8 questione immediatamente interclassista, che noi dobbiamo obtorto collo fare nostra, ma \u00e8 oggi questione immediatamente classista (della nostra classe) che noi dobbiamo imporre alle classi esitanti. La deflagrazione dell\u2019Unione europea, strutturalmente resa assai probabile dagli squilibri debito\/credito e dalla disintegrazione bancaria, viene evitata solo grazie al fatto che i sistemi politico-istituzionali rendono inefficace ogni opposizione popolare e, prima ancora, rendono difficile la formazione di un soggetto popolare capace di rompere il gioco.<\/p>\n<p>Per questo i lampi di rottura che baluginano ad ogni apertura delle urne non si trasformano, per ora, in un vero temporale. Questa trasformazione sta tutta sulle nostre spalle. La fine (assai probabile anche in Italia) del primo ciclo del populismo antiunionista di destra (fine che non avverr\u00e0 senza sussulti e ripensamenti e che non esclude un secondo ciclo, magari assai pi\u00f9 pericoloso) e la contemporanea crisi verticale del socialismo europeo, aprono lo spazio non gi\u00e0 per una forza \u201cdi sinistra\u201d, ma per una forza democratico-costituzionale che sappia unire tutti i lavoratori, anche facendo appello ad un semplice e sobrio (ma potenzialmente dirompente) sentimento di appartenenza nazionale, inteso come richiamo alle lotte popolari che hanno prodotto, difeso e tentato di attuare la nostra Costituzione.<\/p>\n<p>E\u2019 vero, come spesso ci ricorda Russo, che non esiste oggi in Italia una borghesia nazionale con la quale costruire un fronte patriottico (anche se \u00e8 da ripetersi che esiste una piccola borghesia che potrebbe essere coinvolta in un progetto nazionale elaborato da noi), ma \u00e8 altrettanto vero che il discorso nazionale (che inevitabilmente assume, nelle condizioni attuali, una forma populista), oggi, prima che ad unire altre classi attorno al proletariato, \u00e8 essenziale ad unificare proletariato che si pensa ormai soprattutto come popolo. Quando lo capiremo fino in fondo inizieremo davvero il tragitto verso le nostre ambiziosissime mete.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/globalizzazione\/10127-mimmo-porcaro-la-ue-e-l-italia-dentro-la-fine-della-globalizzazione-una-replica.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/globalizzazione\/10127-mimmo-porcaro-la-ue-e-l-italia-dentro-la-fine-della-globalizzazione-una-replica.html<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA RETE (Mimmo Porcaro) &nbsp; Per dimostrare che la globalizzazione \u00e8 viva e vegeta Franco Russo deve riconoscere che i processi di internazionalizzazione degli scambi, della finanza e della produzione sono sempre stati e sono ancor di pi\u00f9 oggi il luogo di un aspro conflitto in cui i diversi stati usano tutti i mezzi, compreso il protezionismo e lo scontro militare, pur di difendere le proprie imprese. 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