{"id":32707,"date":"2017-07-04T11:11:20","date_gmt":"2017-07-04T09:11:20","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32707"},"modified":"2017-07-03T23:03:57","modified_gmt":"2017-07-03T21:03:57","slug":"il-grande-gioco-libico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32707","title":{"rendered":"Il grande gioco libico"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Leonardo Palma)<\/strong><\/p>\n<p><em>Sui fronti di una Libia che rischia la somalizzazione, le potenze straniere allungano le loro mani per garantire i propri interessi come nell\u2019Asia centrale del XIX secolo. Qatar, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia, Russia, Francia e Italia si affrontano attraverso la diplomazia parallela e i volubili alleati sul terreno.<\/em><\/p>\n<p>\u201c<em>You\u2019ve a great game before you\u201d<\/em>, scrisse nel luglio 1840 Arthur Conolly, agente del servizio segreto di Sua Maest\u00e0, al maggiore Henry Rawlinson. Il gioco a cui si riferiva era il confronto tra Russia e Impero britannico per il controllo dell\u2019Asia centrale, dalle frontiere afghane a quelle indiane. Non \u00e8 inverosimile pensare che qualche funzionario italiano abbia scritto qualcosa di simile nei suoi rapporti quotidiani alla Farnesina dall\u2019ambasciata di Tripoli.\u00a0<strong>Dai confini della Tripolitania fino a quelli della Cirenaica e del Fezzan<\/strong>, la Libia \u00e8 divenuta infatti teatro di un pericoloso gioco fatto di diplomazia parallela, servizi segreti, compagnie petrolifere, milizie, generali decaduti, partiti islamisti e crimine organizzato. Un coacervo di confusione e frantumazione che non pu\u00f2 far dimenticare l\u2019importanza della stabilizzazione o della spartizione definitiva della quarta sponda, punto di equilibrio focale tra il Mediterraneo centrale, Suez e l\u2019Africa Sub-sahariana.\u00a0\u00a0<strong>Non meno rilevanti risultano essere le riserve petrolifere della ex colonia<\/strong>, stimate intorno ai 48 miliardi di barili cio\u00e8 il 38% del totale degli idrocarburi presumibilmente disponibili in tutto il continente africano. Gli anni dell\u2019embargo internazionale avevano fatto ristagnare la produzione fino a provocare un involontario aumento proporzionale di riserve rispetto al consumo che contemporaneamente si ebbe da parte degli altri paesi petroliferi. Poco prima dell\u2019inizio della guerra nel 2011, la Libia era in grado di produrre 1.600.000 barili al giorno di cui solo 150.000 destinati al consumo interno.<\/p>\n<p>Circa l\u201980% di queste riserve si trovano nel bacino della Sirte e nell\u2019entroterra desertico della Cirenaica ma alla mezzaluna petrolifera \u2013 cui si aggiungono i giacimenti off-shore in Tripolitania e quelli nel Fezzan a ridosso del confine algerino \u2013 si affiancano grandi bacini sedimentari ancora non esplorati integralmente come\u00a0<strong>Sirte, Murzuk, Ghadames, Kufra<\/strong>\u00a0e la stessa piattaforma continentale di fronte alle coste cirenaiche. Inoltre il petrolio libico possiede due caratteristiche che fanno gola quali la sua natura\u00a0<em>light\u00a0<\/em>e\u00a0<em>sweet<\/em>:\u00a0<strong>un greggio \u201cleggero\u201d<\/strong>, cio\u00e8 a bassa viscosit\u00e0 e densit\u00e0, pu\u00f2 essere trasportato pi\u00f9 facilmente dagli oleodotti e la sua \u201cdolcezza\u201d, cio\u00e8 la scarsa presenza di zolfo, lo rende pressoch\u00e9 esente dai costosi processi chimici di depurazione.<\/p>\n<div id=\"attachment_88538\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-88538\" src=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/wp-content\/uploads\/2017\/07\/lib.jpeg\" alt=\"La mappa con i pi\u00f9 importanti impianti di estrazione del petrolio nell'ex colonia italiana \" width=\"1776\" height=\"1080\" \/><\/p>\n<p class=\"wp-caption-text\">La mappa con i pi\u00f9 importanti impianti di estrazione del petrolio nell\u2019ex colonia italiana<\/p>\n<\/div>\n<p>La corsa alla Libia ha visto tra i suoi principali concorrenti un insolito attivismo politico del Qatar, un attore che alla sua percepita marginalit\u00e0 ha fatto da contraltare una accorta azione diplomatica avviata nella met\u00e0 degli anni \u201990. Investire ingenti somme di denaro nelle pi\u00f9 varie attivit\u00e0 socio-economiche di Libia, Yemen, Sudan e Libano permise a Doha, gi\u00e0 tra 2006 e 2008, di cogliere una serie di successi come lo sblocco dei negoziati tra ribelli\u00a0<em>huti\u00a0<\/em>e forze governative a San\u2019a o l\u2019avvio di negoziati tra i guerriglieri Darfur e il governo di Khartoum.<strong>\u00a0Tuttavia \u00e8 nella ex colonia italiana che i qatarioti hanno profuso una quantit\u00e0 inusitata di energie<\/strong>, anche militari, fin dalle prime fasi delle rivolte di Bengasi contro il regime. Con la caduta di Gheddafi, il Qatar riconobbe immediatamente il Consiglio Nazionale di Transizione come legittimo governo\u00a0<em>ad interim\u00a0<\/em>e si propose quale intermediario per la commercializzazione del petrolio libico; mentre con una mano distribuiva fino a 400 milioni di dollari di aiuti umanitari, con l\u2019altra riforniva di armi le milizie sul terreno e oliava i compiacenti contatti libici come i fratelli \u2018Ali e Isma\u2019il al-Shalabi. Il primo, clerico di tendenze salafite esiliato dal 1999 al 2003 in Qatar, \u00e8 uno dei pi\u00f9 influenti imam libici vicini alla Fratellanza Musulmana mentre il secondo, meno uomo contemplativo e pi\u00f9 uomo di azione, \u00e8 l\u2019attuale leader delle milizie islamiste note come\u00a0<em>Brigate 17 febbraio.\u00a0<\/em>\u00a0Oltre ai due fratelli, la figura pi\u00f9 importante per Doha \u00e8 stata per\u00f2 l\u2019ambiguo \u2018Abd al-Hakim Bilhag, combattente mujahidin contro l\u2019Unione Sovietica prima, leader del gruppo terroristico anti-gheddafiano\u00a0<em>Libyan Islamic Fighting Group<\/em>\u00a0poi, il quale ha rappresentato gli interessi qatarioti in seno al Consiglio Militare di Tripoli e successivamente all\u2019interno del partito al-Watan di cui \u00e8 leader insieme ai fratelli Shalabi.<\/p>\n<p>Se in un primo momento le dinamiche rivoluzionarie sembrarono premiare le scelte politiche di Doha,\u00a0<strong>dal 2013 la situazione ha imboccato un pericoloso piano inclinato<\/strong>, dovuto allo scarso controllo delle milizie sul territorio e al fallimento di tutti i progetti post-primavera araba sostenuti dal Qatar come l\u2019Egitto di Morsi e la Siria dei partiti islamisti ribelli.<strong>\u00a0La parabola \u00e8 stata inarrestabile<\/strong>\u00a0e il giovane emiro, Tamim bin Hamad al-Tani, succeduto al padre nel giugno 2013, venne costretto a estradare molte personalit\u00e0 legate alla Fratellanza \u2013 la maggior parte delle quali, guarda caso, fin\u00ec a Tripoli \u2013 per compiere uno sforzo di sartoria relazionale con gli altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Operazione quest\u2019ultima che, come ha dimostrato la recente crisi diplomatica nel Golfo, non \u00e8 servita a ricomporre la frattura tra paesi con interessi divergenti rispetto alla sorte dell\u2019islam politico. Tuttavia proprio la consapevolezza del pericolo di isolamento cui il Qatar sarebbe andato incontro in Libia se il\u00a0<strong>generale Haftar<\/strong>\u00a0fosse riuscito a diventare il nuovo al-Sisi, spinse l\u2019emiro a intensificare l\u2019assistenza alla formazione\u00a0<em>Alba Libica. \u00a0<\/em>La strategia del Qatar, fin dal 2011, aveva immaginato un orizzonte post-primavera araba in cui l\u2019accesso ai paesi come Libia, Egitto o Siria sarebbe stato garantito dalle porte dell\u2019emirato, in quanto principale interlocutore di un limitatamente legittimato islam politico.\u00a0<strong>Ma la Libia ha rappresentato forse un passo pi\u00f9 lungo della gamba<\/strong>\u00a0per uno Stato cos\u00ec piccolo la cui forza diplomatica, pi\u00f9 che su una strategia di insieme, trae la sua forza dal potere finanziario e dai contatti personali: quegli stessi contatti che molto probabilmente hanno reso il Qatar, volente o nolente,\u00a0<strong>uno sponsor del terrorismo sotto i riflettori<\/strong>. \u00a0La nascita poi di un fronte \u201creazionario\u201d interno al mondo sunnita, guidato da Abu Dhabi, il Cairo e Riyadh, non ha fatto altro che rendere Doha una sorta di\u00a0<em>paria<\/em>\u00a0per il quale neanche il sostegno della Turchia ha evitato una sonora sconfitta in Siria ed Egitto.<\/p>\n<div class=\"video-container\"><span class=\"embed-youtube\" style=\"text-align:center; display: block;\"><iframe loading=\"lazy\" class=\"youtube-player\" width=\"640\" height=\"360\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/SucxjQxzEnM?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent\" allowfullscreen=\"true\" style=\"border:0;\" sandbox=\"allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox\"><\/iframe><\/span><\/div>\n<p><em>Un servizio di Al Jazeera in cui si parla di \u2018crimini commessi da Gheddafi\u2019 nel febbraio 2011, subito dopo lo scoppio delle proteste contro il rais a Bengasi: la tv satellitare del Qatar, con molti video rivelatisi poi falsi, ha avuto un ruolo di primaria importanza nello spingere la comunit\u00e0 internazionale all\u2019intervento militare<\/em><\/p>\n<p>La presenza degli\u00a0<strong>Emirati Arabi Uniti<\/strong>\u00a0in Libia \u00e8 iniziata invece per l\u2019interesse suscitato dalle grandi opportunit\u00e0 offerte dalla caduta del Colonnello. All\u2019indomani della formazione del CNT le holding emiratine apparivano nelle liste di appaltatori e concorrenti in settori quali<strong>\u00a0edilizia, energia, telecomunicazioni, infrastrutture, sanit\u00e0<\/strong>; si trattava un\u2019occasione perfetta per sfogare le necessit\u00e0 imprenditoriali di tutte quelle aziende rimaste vittime dell\u2019esplosione della\u00a0<strong>bolla immobiliare a Dubai nel 2009<\/strong>\u00a0e per le rilevanti opportunit\u00e0 energetiche che hanno permesso ad investitori come\u00a0<em>al-Gurayr Group<\/em>\u00a0di portare i propri investimenti da 2 a 5 miliardi di dollari tra 2011 e 2014.\u00a0 Allo stesso tempo la\u00a0<em>Dp World<\/em>, gi\u00e0 responsabile della gestione di molti grandi porti egiziani, \u00e8 riuscita a sedersi al tavolo dei negoziati per ottenere la concessione dei diritti di gestione sui porti libici. Lentamente l\u2019interesse per la Libia ha trasceso il puro calcolo economico e durante la guerra gli Emirati divennero il principale finanziatore delle milizie Zintan,\u00a0<strong>organizzando intese tra leader locali e tribali<\/strong>\u00a0con personale diplomatico di Francia, Italia, Stati Uniti e Regno Unito. La transizione libica viene infatti letta ad Abu Dhabi con crescente preoccupazione in relazione a dinamiche politiche interne: le rivolte arabe del 2011 avevano infatti ispirato una certa forma di attivismo politico negli Emirati del nord \u2013 dove lo iato socio-economico rispetto alla regione intorno alla capitale \u00e8 notevole \u2013 concretizzatosi nella petizione per richiedere il suffragio universale e il conferimento di poteri legislativi al Consiglio Federale Nazionale.\u00a0 Per il governo degli Emirati Arabi Uniti si trattava di un passo decisamente troppo ambizioso e potenzialmente lesivo degli interessi dell\u2019emirato e l\u2019associazione politica\u00a0<strong>al-Islah<\/strong>\u00a0(<em>Riforma<\/em>), legata alla Fratellanza Musulmana, divenne il principale obiettivo della repressione e l\u2019inizio di una pi\u00f9 vasta politica di contrasto alle formazioni islamiste in tutta la regione del Grande Medio Oriente, Libia inclusa.<\/p>\n<blockquote><p><strong>Gli Emirati si schierarono cos\u00ec fin da subito con il governo di Tobruk e il generale Haftar<\/strong>, un impegno cos\u00ec importante da utilizzare le proprie forze aeree nel 2014 per sostenere gli sforzi di riconquista delle posizioni di Misurata e Alba Libica.<\/p><\/blockquote>\n<p>Tanto per Abu Dabhi quanto per il Cairo e Riyadh, la partita libica \u00e8 un pezzo essenziale del progetto pi\u00f9 ampio di eradicazione della Fratellanza e movimenti assimilabili in tutta la regione: l\u2019obiettivo ultimo \u00e8 salvaguardare la continuit\u00e0 di potere interno alle petro-monarchie sfruttando non solo la leva militare ma anche quella di\u00a0<em>lobbying\u00a0<\/em>nelle stanze dei bottoni, fondamentale al fine di creare il convincimento interno all\u2019opinione pubblica della identit\u00e0 tra movimenti islamisti e gruppi terroristici jihadisti. Come ha osservato\u00a0<strong>Mehran Kamrava<\/strong>\u00a0in un articolo del 2014, Abu Dhabi e Riyadh sono divenuti in qualche modo i fautori di una \u201c<em>controrivoluzione<\/em>\u201d, correndo il rischio di trasformare definitivamente la crisi libica in un conflitto escatologico irrimediabilmente legato ad un insieme di guerre per procura nell\u2019intero quadrante mediorientale. Emiratini e sauditi si sono mossi infatti anche in direzione di Marocco, Giordania, Oman e Bahrein, garantendo addirittura la salvezza della famiglia reale in quest\u2019ultimo caso.<\/p>\n<div class=\"video-container\"><span class=\"embed-youtube\" style=\"text-align:center; display: block;\"><iframe loading=\"lazy\" class=\"youtube-player\" width=\"640\" height=\"360\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/detwaFjVi9M?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent\" allowfullscreen=\"true\" style=\"border:0;\" sandbox=\"allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox\"><\/iframe><\/span><\/div>\n<p><em>11 gennaio 2017: il Generale Haftar in visita presso la portaerei Kuznetsov\u00a0nei pressi del porto di Bengasi<\/em><\/p>\n<p>Nel grande gioco libico i fronti di Tobruk \u2013 quindi E<strong>gitto, Emirati Arabi Uniti, Ryad<\/strong>\u00a0\u2013 e Tripoli \u2013<strong>\u00a0Qatar, Turchia<\/strong>\u00a0\u2013 hanno visto l\u2019ingresso e l\u2019uscita di giocatori di peso ben diverso come Francia, Italia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti. Quest\u2019ultimi, anche con l\u2019arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, hanno preferito perseguire la strada del\u00a0<strong>distacco<\/strong>\u00a0iniziata ai tempi di Obama, riservandosi di intervenire in modo limitato unicamente per arginare la proliferazione di cellule jihadiste. Un tale vuoto \u00e8 stato riempito quasi automaticamente dalle potenze regionali ed europee, inclusa una Russia nuovamente interessata alla penetrazione in Asia minore e Nord Africa per dare continuit\u00e0 agli sbocchi sul mare e, nello specifico caso africano, evitare che il continente diventi il primo fornitore di energia all\u2019Europa. A questo si aggiunge la necessit\u00e0 impellente di mantenere il primato nel settore minerario e metallurgico, nel quale Mosca soffre la mancanza di materiali critici quali manganese, cromo, mercurio e titanio.<\/p>\n<p><strong>L\u2019interesse russo per la Libia<\/strong>\u00a0non \u00e8 certamente paragonabile a quello per la Siria ma la vecchia legge per cui nella politica internazionale non \u00e8 possibile che esistano posti vacanti ha trovato nuovamente applicazione: c<strong>on il ritiro americano e la confusione che regna tra gli europei, Mosca ha colto l\u2019opportunit\u00e0 di rimettere un piede in Africa<\/strong>\u00a0e riprendere ad intessere tutti quei rapporti che sembravano essere deceduti insieme a Gheddafi. Tra 2004 e 2010 infatti, russi e libici avevano raggiunto un accordo per forniture militari dal valore di 4 miliardi di dollari in cambio della cancellazione dei debiti pregressi, con la promessa che nel giro di un decennio si sarebbe giunti intorno ai 10 miliardi di interscambio; una promessa che ebbe suggello con il ritorno di consiglieri militari russi tra le oasi libiche e con l\u2019immissione di ufficiali arabi nelle accademie russe.\u00a0\u00a0<strong>L\u2019interesse economico si muove insieme a quello energetico<\/strong>, un settore, come gi\u00e0 spiegato, ricco di opportunit\u00e0 che il gigante Rosneft non ha certo perso di vista firmando un accordo con la National Oil Corporation e acquisendo il 30% delle quote del giacimento al-Zohr da ENI.<\/p>\n<p><strong>Ma con quale squadra ha scelto di giocare la Russia di Putin?<\/strong>\u00a0Semplicemente con quella che pi\u00f9 si avvicina agli sforzi fatti in Siria per ritornare nel Mediterraneo, quindi all\u2019Egitto di al-Sisi e al \u201cdebole uomo forte\u201d\u00a0<strong>Haftar<\/strong>\u00a0di Tobruk, il quale ha fatto sfoggio di questa ossimorica caratteristica con il suo giro turistico a Mosca e sulla portaerei Kuznetsov. Tuttavia, a differenza del Qatar e degli Emirati Arabiti Uniti o della Turchia, Mosca non \u00e8 legata a nessuna paura diretta nei confronti dei movimenti islamisti ma al massimo ne riconosce la pericolosit\u00e0 per i propri alleati regionali, un ragionamento che non impedisce in alcun modo di tenere aperti, in modo tutto sommato slanciato, anche i rapporti con il governo nazionale di\u00a0<strong>Fayez al-Serraj<\/strong>. Riempire un vuoto richiede infatti la capacit\u00e0 di poter stare comodi sulla sedia e non in una precaria posizione derivata da una illogica preclusione di altre possibilit\u00e0 oltre a quelle offerte dai propri alleati pi\u00f9 immediati.<\/p>\n<div class=\"video-container\"><span class=\"embed-youtube\" style=\"text-align:center; display: block;\"><iframe loading=\"lazy\" class=\"youtube-player\" width=\"640\" height=\"360\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/vd3T3FcTSM8?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent\" allowfullscreen=\"true\" style=\"border:0;\" sandbox=\"allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox\"><\/iframe><\/span><\/div>\n<p><em>L\u2019Italia sostiene apertamente il governo di Al Serraj, ma restano aperti anche i canali con altre forze operanti nel suolo libico\u00a0<\/em><\/p>\n<p>L\u2019orso russo non \u00e8 da solo e in Libia giocano anche attori come\u00a0<strong>Italia, Francia e Regno Unito<\/strong>, pi\u00f9 in competizione che in accordo. Parigi e Londra decisero che nel 2011 fosse giunto il momento di liberarsi di Gheddafi ed estromettere l\u2019Italia dalla quarta sponda, rafforzando le rispettive posizioni in Nord e Centro Africa. \u00a0I due governi attualmente sostengono pubblicamente Fayez al-Serraj ma sotto traccia, neanche poi cos\u00ec velatamente, hanno finanziato e supportato anche militarmente gli sforzi del generale Haftar in Cirenaica (centro di interesse per\u00a0<strong>TOTAL<\/strong>\u00a0e\u00a0<strong>BP<\/strong>) e delle milizie vicine a Tobruk nel Fezzan (importante per il controllo delle frontiere con il Niger da cui la Francia importa buona parte dell\u2019uranio per le sue centrali nucleari e per il ritorno nell\u2019Africa francofona). Inoltre appoggiare l\u2019Est del paese \u00e8 stato, per Hollande prima e molto probabilmente per Macron oggi, la leva pi\u00f9 sicura per garantirsi l\u2019accesso al mercato egiziano. Ad aprile 2016 infatti, Parigi firm\u00f2 con il governo di al-Sisi un pacchetto di accordi economici che ha coinvolto le aziende militari ad alta tecnologia (<em>Airbus Space System, Dcns, Coface, Dassault Aviation<\/em>) e i gruppi imprenditoriali\u00a0<em>Vinci Construction Grands Projets\u00a0<\/em>e\u00a0<em>Bouygues.<\/em><\/p>\n<blockquote><p>L\u2019Italia in questo grande gioco Mediterraneo \u00e8 sembrata per molto tempo un vaso di coccio tra vasi di ferro, soggetta alla gravit\u00e0 politica altrui.<\/p><\/blockquote>\n<p>A ben guardare, Roma invece ha saputo muoversi con il giusto protagonismo nella sua ex colonia,<strong>\u00a0sigillando i propri interessi energetici in Tripolitania<\/strong>\u00a0e sforzandosi di sterilizzare il conflitto all\u2019interno delle tre regioni tramite accordi segreti mediati dai servizi, patti tra trib\u00f9 e con i vicini algerini e tunisini. \u00a0<strong>L\u2019ambasciata italiana \u00e8 l\u2019unica attualmente in funzione<\/strong>\u00a0e alla guida della missione \u00e8 giunto un diplomatico arabofono di lungo corso come\u00a0<strong>Giuseppe Perrone<\/strong>; lo stesso generale Haftar sa perfettamente di avere bisogno dell\u2019Italia \u2013 e dell\u2019ENI \u2013 per un eventuale futuro ruolo politico e i russi non fanno mistero di sentirsi a proprio agio a lavorare con gli italiani.\u00a0 Inoltre, nonostante la crisi nei rapporti con l\u2019Egitto, Roma ha a disposizione la carta degli Emirati Arabi Uniti con i quali intrattiene cordiali relazioni e solidi interessi commerciali e finanziari che le permettono, pur se a distanza, di mantenere capacit\u00e0 di manovra e influenza anche nell\u2019area di gioco della Cirenaica. \u00a0<strong>Un grande gioco di ombre<\/strong>\u00a0nel Grande Medio Oriente.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/esteri-3\/il-grande-gioco-libico\/\">http:\/\/www.lintellettualedissidente.it\/esteri-3\/il-grande-gioco-libico\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;INTELLETTUALE DISSIDENTE (Leonardo Palma) Sui fronti di una Libia che rischia la somalizzazione, le potenze straniere allungano le loro mani per garantire i propri interessi come nell\u2019Asia centrale del XIX secolo. 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