{"id":32938,"date":"2017-07-09T10:00:18","date_gmt":"2017-07-09T08:00:18","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32938"},"modified":"2017-07-08T16:38:37","modified_gmt":"2017-07-08T14:38:37","slug":"il-marxismo-occidentale-di-domenico-losurdo-1a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32938","title":{"rendered":"&#8220;Il marxismo occidentale&#8221; di Domenico Losurdo (1a parte)"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA RETE (Elena Fabrizio)<\/strong><\/p>\n<p><em>In un testo del 1993 (Cultura e imperialismo) lo studioso palestinese Said, nell\u2019indagare la complicit\u00e0 della cultura occidentale con il progetto egemonico imperialista, imputava a Foucault, alla teoria critica della Scuola di Francoforte e in genere il marxismo occidentale di non essersi dimostrati \u00aballeati affidabili della resistenza all\u2019imperialismo\u00bb, addirittura di fare parte \u00abdi quello stesso, offensivo \u201cuniversalismo\u201d che ha per secoli collegato la cultura all\u2019imperialismo\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Sul versante africano, lo storico ed economista Hosea Jaffe (Abbandonare l\u2019Imperialismo, 2008), nel denunciare il pi\u00f9 grande \u00ababbandono\u00bb della storia dell\u2019umanit\u00e0, il \u00abterzo mondo\u00bb abbandonato dall\u2019imperialismo del \u00abprimo mondo\u00bb, richiamava alla lotta di classe anti-imperialista attraverso un\u2019azione collettiva, politica ed economica di contro abbandono marcata dalla distanza che separa il marxismo-leninismo dal marxismo occidentale. Quest\u2019ultimo, concentrandosi sulla dicotomia socialismo versus capitalismo e avendo amputato il capitalismo della sua radice imperialistica, meritava l\u2019appellativo di \u00abeurocentrico e amerocentrico\u00bb e convinceva Jaffe a guardare alla Cina, il paese che ha realizzato la pi\u00f9 grande rivoluzione anticoloniale della storia, e alla sua economia \u00abanti-imperialista in s\u00e9 e nei suoi effetti\u00bb quali possibili sostegni di una storia rivoluzionaria alternativa dei paesi anti-imperialisti.<\/p>\n<p>Sono riflessioni da cui emerge un quadro culturale e politico abbastanza chiaro che va a definire la divaricazione del marxismo occidentale dall\u2019anti-imperialismo quale fatto della storia contemporanea. Sebbene esse non vengano chiamate in causa dal libro di Losurdo, potrebbero retrospettivamente essere portare a sostegno del suo meditato e appassionato j\u2019accuse: la rimozione da parte del marxismo occidentale della questione coloniale che va a definire la genesi, la trama e l\u2019esito di un rapporto mancato che attraversa tutto il Novecento.<\/p>\n<p>Losurdo parte dal famoso manifesto di Anderson del 1976, con il quale la divaricazione teorico-politica tra il marxismo occidentale e quello orientale veniva collegata all\u2019involuzione e deviazione dell\u2019esperienza sovietica, della Cina popolare e dei partiti comunisti fedeli alle posizioni sovietiche. Un quadro rassicurante tuttavia magistralmente stravolto dall\u2019analisi dei fattori storico-culturali, filosofici e politici che caratterizzano i due marxismi, e quindi rovesciato nel senso che ad aver subito deviazione e involuzione \u00e8 il marxismo occidentale non quello orientale, sicch\u00e9 la posizione di Anderson ritorna ad essere parte del problema e non la soluzione per comprenderlo.<\/p>\n<p><strong>Genesi e prime incrinature<\/strong><\/p>\n<p>Nella ricostruzione di Losurdo il divario si manifesta, molto prima della reazione all\u2019autocrazia staliniana, allorquando la Rivoluzione d\u2019Ottobre, proiettando il marxismo in una dimensione mondiale, stimola le rivoluzioni anticolonialiste, le lotte di liberazione dei popoli oppressi dal disumano dominio politico, economico, sociale delle potenze coloniali, assumendole come parte integrante delle lotte per l\u2019emancipazione della classe operaia e per il rovesciamento del capitalismo. In particolare, Losurdo retrodata le prime incrinature teoriche e politiche tra i due marxismi al periodo che va dal 4 agosto 1914 all\u2019ottobre del \u201917 individuandole nelle condizioni storico-oggettive che causano l\u2019entusiasmo rivoluzionario, a Occidente stimolato dalla guerra, cio\u00e8 solo quando il sistema capitalistico giunge a dispiegare anche in Europa tutto il suo potenziale economico-militarista e disumano, mentre a Est dal sistema colonialista-imperialista quale causa di tutte le oppressioni e di tutte le guerre, vale a dire dagli effetti dell\u2019oppressione e della violenza che il sistema capitalista-colonialista aveva gi\u00e0 tragicamente provocato nei paesi colonizzati ben prima della guerra.<\/p>\n<p>\u00c8 il comunismo bolscevico, con la sua condanna della guerra, come guerra imperialista delle grandi potenze per la conquista delle colonie e per il dominio del mercato mondiale, nonch\u00e9 guerra contro le stesse colonie conquistate per l\u2019assoggettamento, l\u2019umiliazione, la schiavit\u00f9 dei popoli conquistati spesso ridotti a carne da cannone per le guerre dei padroni, a farsi portavoce della liberazione di questa parte dell\u2019umanit\u00e0. Ed \u00e8 in riferimento a questo processo universale di liberazione che il marxismo giunge ad una svolta concettuale e pratica che va a legare la questione sociale a quella coloniale e a quella nazionale.<\/p>\n<p>\u00c8 in particolare Lenin a comprendere che il marxismo andava calato nelle condizioni storico-concrete per collegarlo all\u2019impegno, di volta in volta determinato, contro una particolare forma di oppressione; che in definitiva la lotta per l\u2019emancipazione contro la diseguaglianza di classe (socialismo versus capitalismo) non poteva essere disgiunta dalla lotta anticoloniale contro le diseguaglianze tra le nazioni (anticolonialismo versus colonialismo). Era una svolta che maturava e coniugava in un unico quadro le riflessioni di Marx sul nesso tra capitalismo, colonialismo e schiavit\u00f9 (con tutti \u00abgli atti di barbarie e le infami atrocit\u00e0\u00bb che ne seguivano) con quelle che univano la questione sociale, la liberazione dalla soggezione economica e sociale dell\u2019Irlanda e della Polonia da parte rispettivamente dell\u2019Inghilterra e della Russia zarista, alla rivendicazione della questione nazionale.<\/p>\n<p>La centralit\u00e0 della questione nazionale tuttavia non solo non sottovalutava la rivoluzione proletaria e la lotta di classe nelle metropoli occidentali, ma la integrava in una visione universalista pi\u00f9 concreta, in uno sforzo congiunto e duplice che a Occidente doveva realizzare la rivoluzione socialista e a Oriente la rivoluzione anticoloniale. Questa \u00e8 la svolta che, ad eccezione di Gramsci e Lukacs, il marxismo occidentale non ha saputo ereditare.<\/p>\n<p>\u00c8 infatti su questa svolta epistemologica e pratica che l\u2019incrinatura si stratifica in una prima differenza di tipo geografico, espressione per\u00f2 di un denso nucleo teorico. La questione coloniale rinviando a quella nazionale, vale a dire ad un\u2019emancipazione che si pu\u00f2 realizzare solo attraverso il riconoscimento del diritto dei popoli oppressi a costituirsi quali Stati nazionali indipendenti, chiama alla storica resa dei conti alcuni presupposti ingenui del marxismo occidentale: l\u2019estinzione dello Stato, la fine dell\u2019economia del denaro, la sfiducia nella scienza-tecnologia, una visione restrittivamente sciovinista dell\u2019idea di nazione. E dunque, mentre a Oriente il marxismo si concentra sulla questione coloniale attraverso un tormentato processo di apprendimento che andava a ridefinire il ruolo della nazione, dello Stato, dello sviluppo economico, a Occidente questo processo non viene compreso nella sua drammaticit\u00e0 e nella sua forza costruttiva.<\/p>\n<p>In questo caso a condurre alla divaricazione \u00e8 la lettura che in Occidente marxisti come il giovane Luk\u00e1cs, Bloch, Benjamin fanno dello Stato alla luce dell\u2019apparato statale e militare quale espressione della volont\u00e0 di potenza e di conquista e del nazionalismo che ha trasformato lo Stato-nazione in una macchina di morte e distruzione. La giusta critica che si fa alla connotazione che in un determinato periodo storico la forma Stato assume viene generalizzata in una critica assoluta che identificando Stato, potere, dominio e violenza sfocia in toni anarcoidi.<\/p>\n<p>Toni che evidenziano la carente comprensione della lotta che i popoli coloniali iniziavano a rivendicare non solo per liberarsi dallo sfruttamento economico, ma anche per il riconoscimento della loro capacit\u00e0 di autogovernarsi: \u00aba ispirare la rivoluzione dei popoli coloniali \u00e8 la parola d\u2019ordine non di \u201cuno Stato in via di estinzione\u201d, bens\u00ec di uno Stato in via di formazione\u00bb (p. 10). \u00c8 ancora una volta la parola d\u2019ordine del marxismo-leninismo ereditata alla luce della concreta situazione di oppressione e di disprezzo in cui si trovano i popoli colonizzati, si pensi soprattutto alla Cina di Mao, ad esigere la formazione di Stati nazionali indipendenti tanto necessari per liberarsi dall\u2019oppressione del colonialismo e dell\u2019imperialismo.<\/p>\n<p>A ci\u00f2 si aggiunga che alla diversa visione dello Stato, si affianca una diversa percezione del ruolo che lo sviluppo economico e la scienza-tecnologia devono avere nel processo rivoluzionario. Se a Occidente autori come Bloch, Benjamin, Weil, demonizzano l\u2019economia del denaro quale \u00abbestia selvaggia\u00bb che deteriorando tutti i rapporti umani deve essere superata in quanto tale, nell\u2019Oriente rivoluzionario la lotta al capitalismo si incrocia con la lotta per la sopravvivenza che rendeva ineludibile lo sforzo collettivo della produzione e dello sviluppo dell\u2019economia, se la lotta di liberazione nazionale voleva avere una chance di successo. Il rapporto che su questo versante i rivoluzionari comunisti intrattengono con la scienza-tecnologia \u00e8 di apprendimento critico di un patrimonio culturale assunto come progressivo e funzionale al processo di emancipazione.<\/p>\n<p>\u00c8 ben nota, al contrario, la critica disfattistica che tra le due guerre impegna la cultura tedesca e quella marxista in generale (Benjamin, Luk\u00e1cs fino ai francofortesi) in una visione genealogica e onnicomprensiva che rovescia il potenziale progressivo della scienza-tecnologia in un\u2019evoluzione regressiva che dal dominio della natura giunge al dominio sull\u2019uomo attraverso il dominio della tecnica. In definitiva, secondo Losurdo, la situazione dell\u2019orrore della prima guerra mondiale e la grande crisi storica che segue, con la grande depressione, il nazifascismo, la seconda guerra mondiale, vanno a rinforzare la matrice messianica ebraico-cristiana del marxismo e a condizionare una visione escatologica, redentrice e definitivamente liberatrice della rivoluzione condita dalla vana e poi delusa attesa di tutti quegli elementi (estinzione dello Stato, dell\u2019economia di mercato, fine del lavoro) che nel frattempo a Est venivano iscritti in un processo storico che contraddiceva l\u2019immaginario occidentale.<\/p>\n<p>Qui, come invece secondo Losurdo aveva ben compreso Merleau-Ponty, osservatore delle lotte di emancipazione nazionale in Asia (Cina, Vietnam), la conquista del potere dei partiti comunisti pone subito alla loro agenda politica un duplice problema: consolidare il potere attraverso un rafforzamento dell\u2019apparato statale, evitare il pericolo di un nuovo assoggettamento coloniale, quindi colmare il ritardo rispetto ai paesi pi\u00f9 avanzati. Imbrigliati in un marxismo acritico e escatologico, i marxisti occidentali non riescono a leggere in questo sforzo di assimilazione e trasformazione nient\u2019altro che gli elementi della manipolazione ideologica che il marxismo aveva subito ad Oriente.<\/p>\n<p><strong>La svolta nella svolta<\/strong><\/p>\n<p>Se su questo primo nucleo teorico si incardina la divaricazione geografica tra i due marxismi, essa segue anche una serie di scansioni temporali che nella ricostruzione di Losurdo conducono ad una seconda svolta nella storia del Novecento. Quando anche in Russia l\u2019attesa della rivoluzione mondiale e di una societ\u00e0 che potesse fare a meno dello Stato, dell\u2019economia di mercato, dei confini nazionali si allontana dall\u2019orizzonte storico, si avvia un processo di apprendimento che vede Lenin passare dall\u2019entusiastica illusione di un\u2019imminente rivoluzione che porter\u00e0 il proletariato vittorioso sulla via dell\u2019estinzione dello Stato (Stato e rivoluzione), ad un ripensamento che sostituisce all\u2019obiettivo dell\u2019estinzione l\u2019impegno a lungo termine verso la costruzione di uno Stato socialista e di conseguenza al comunismo di guerra una politica economica finalizzata al miglioramento della produzione.<\/p>\n<p>Sono passaggi teorico-politici significativi che attestano la presa di distanza dalla fase prerivoluzionaria che si presenta come negazione astratta e assoluta dell\u2019ordinamento sociale e politico dominante, ad una gestione pi\u00f9 concreta del processo rivoluzionario che nega s\u00ec l\u2019ordine politico e sociale, ma attraverso un\u2019espropriazione appropriante (Aufhebung) che invece di distruggere lo Stato e l\u2019economia capitalistica, apprendeva dall\u2019ordinamento negato e dalla sua classe politico-economica espropriata i mezzi e le tecniche utili alla gestione amministrativa e allo sviluppo economico.<\/p>\n<p>Questa divaricazione temporale si intreccia ad Est con la nota dialettica interna ai quadri dirigenti del Pcus, tra chi lamentava nel passaggio al consolidamento dello Stato e alla Nep il fallimento del progetto rivoluzionario e chi invece al contrario sosteneva che esso contribuiva a realizzarlo. Una dialettica che finir\u00e0 con lacerare il partito e imporre anche ad Est la divaricazione tra la visione occidentale del marxismo rappresentata da Trotskij e quella orientale rappresentata da Stalin. A completare il quadro storico intervengono poi i grandi rivolgimenti della situazione internazionale successiva all\u2019Ottobre \u201917 che hanno imposto alla politica sovietica di concentrare la lotta sulla seconda contraddizione: l\u2019atteggiamento colonialista delle forze dell\u2019Intesa contrario all\u2019uscita dalla guerra della Russia e l\u2019aggressione che essa subisce nel corso della guerra civile; l\u2019atteggiamento razzista nei confronti dei bolscevichi che matura nella classe dominante occidentale; l\u2019avanzata del progetto razzista e colonialista del Terzo Reich.<\/p>\n<p>Di fronte a questo attacco si comprendono le condizioni storiche nuove in cui negli anni Trenta il socialismo sovietico si trova ad operare che rendevano improrogabile lo sviluppo delle forze produttive e dell\u2019apparto militare-industriale e meno urgente l\u2019edificazione del nuovo ordinamento sociale, comprensibile l\u2019appello non solo al proletariato ma all\u2019intera nazione chiamata a difendere la sua indipendenza. \u00c8 la stessa situazione che impone alla Cina, nella seconda met\u00e0 degli anni Trenta, di declinare la lotta di classe come lotta nazionale, quando subisce l\u2019attacco imperialista del Giappone.<\/p>\n<p>La vittoria del campo socialista contro i due imperialismi attraverso due guerre patriottiche di liberazione nazionale va a chiudere il lungo periodo di crisi inaugurato dalla seconda guerra dei trent\u2019anni e ad imprimere alla storia del Novecento \u00abuna svolta nella svolta\u00bb: la svolta dell\u2019Ottobre, che aveva unito le due contraddizioni, incorre in una seconda svolta che impone all\u2019agenda politica lo scontro tra colonialismo e anticolonialismo aprendo l\u2019epoca della rivoluzione anticolonialista mondiale che vede quasi sempre protagonisti partiti comunisti (Cina, Vietnam, Cuba).<\/p>\n<p>Uno scenario epocale di emancipazione, quello ricostruito magistralmente da Losurdo, che spiega perch\u00e9 le speranze rivoluzionarie di estinzione dello Stato o di fine dell\u2019economia di mercato non si erano realizzate, spiega l\u2019importanza che assume per il consolidamento dell\u2019indipendenza politica e per il miglioramento delle condizioni di vita, la necessit\u00e0 di colmare il ritardo economico e tecnico-scientifico dei paesi in lotta; spiega infine quel legame tra rivoluzione comunista e lotte di liberazione nazionale che i marxisti occidentali (Bloch, Horkheimer, Anderson), poco inclini all\u2019analisi delle condizioni storiche oggettive, non riescono a spiegare se non in termini di degenerazione teorica e politica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/marxismo\/10157-elena-fabrizio-il-marxismo-occidentale-di-domenico-losurdo.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/marxismo\/10157-elena-fabrizio-il-marxismo-occidentale-di-domenico-losurdo.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA RETE (Elena Fabrizio) In un testo del 1993 (Cultura e imperialismo) lo studioso palestinese Said, nell\u2019indagare la complicit\u00e0 della cultura occidentale con il progetto egemonico imperialista, imputava a Foucault, alla teoria critica della Scuola di Francoforte e in genere il marxismo occidentale di non essersi dimostrati \u00aballeati affidabili della resistenza all\u2019imperialismo\u00bb, addirittura di fare parte \u00abdi quello stesso, offensivo \u201cuniversalismo\u201d che ha per secoli collegato la cultura all\u2019imperialismo\u00bb. 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