{"id":32945,"date":"2017-07-11T10:00:12","date_gmt":"2017-07-11T08:00:12","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32945"},"modified":"2017-07-11T13:13:48","modified_gmt":"2017-07-11T11:13:48","slug":"discussioni-su-globalizzazione-unione-europea-e-destino-nazionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=32945","title":{"rendered":"Discussioni su globalizzazione, Unione Europea e destino nazionale"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA IN RETE (Alessandro Vassalli)<\/strong><\/p>\n<p><em>Su Sinistrainrete \u00e8 stato pubblicato un interessante dibattito a distanza tra <strong>Franco Russo<\/strong>, autore di un articolo dal titolo \u201c<strong>L\u2019Unione Europea nella globalizzazione<\/strong>\u201d e <strong>Mimmo Porcaro<\/strong>, che replica con \u201c<strong>La UE e l\u2019Italia dentro la \u2018fine\u2019 della globalizzazione<\/strong>\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Il saggio di Franco Russo cerca di esaminare le reazioni di organi della Ue, e suoi rappresentanti, alla sbandierata politica americana all\u2019insediarsi di Trump. La tesi alla quale reagisce \u00e8 quella (certamente prematura) che il ciclo della globalizzazione si sia chiuso, e si stia affacciando una nuova fase di protezionismo e difesa degli interessi nazionali. Secondo Russo questa idea nasconde in seno quella che il commercio senza protezioni, il \u201clibero commercio\u201d (sul quale abbiamo letto la posizione di Engels nel 1888), sia in s\u00e8 portatore di pace e relazioni armoniche. Invece per l\u2019autore, ma evidentemente anche per il \u201cgenerale\u201d (come era soprannominato Engels), nel mercato mondiale si svolgono sempre scontri egemonici: il libero commercio \u00e8 intrecciato con i poteri imperiali, politici e militari (all\u2019epoca inglesi) e con la competizione, non meno del protezionismo.<\/p>\n<p>Ma per Russo la particolarit\u00e0 contemporanea \u00e8 che questa costante competizione, nelle attuali condizioni, avviene tra \u201cgrandi spazi economico-politici\u201d. Ne segue, logicamente ma non in via espressa, dato che l\u2019articolo di Franco Russo non ha una vera e propria conclusione, che l\u2019Italia comunque non potrebbe esimersi da partecipare al vicino \u201cgrande spazio\u201d europeo a trazione franco-tedesca, anche se ne trae pochi vantaggi e notevole subalternit\u00e0. L\u2019esponente di Rifondazione Comunista sembra dire che siamo in qualche modo in trappola.<\/p>\n<p>Si tratta di uno snodo cruciale, che infatti, sar\u00e0 espressamente attaccato da Porcaro il quale, in effetti, mutando le condizioni, compie una mossa pi\u00f9 vicina a quella del \u201cgenerale\u201d: la globalizzazione e gli scontri intercapitale che ne comportano, come anche la hybis imperiale che gli \u00e8 connaturata, non riguarda i lavoratori; l\u2019unica cosa che conta \u00e8 cosa aiuta ad organizzarli. Dal punto di osservazione del 1888 se ne ricavava l\u2019espansione della capacit\u00e0 produttiva e dei mercati di sbocco che avrebbe contribuito indirettamente ad aumentare il saggio di sfruttamento in Inghilterra e con ci\u00f2 accelerato l\u2019inevitabile rivoluzione; per l\u2019imprenditore manchesteriano convertito alla rivoluzione questa era quindi la ragione per accettare \u201cin ultima istanza\u201d il \u201clibero commercio\u201d. Per Porcaro la ragione di una scelta opposta \u00e8 ora la possibile creazione di alleanze internazionali tra paesi disobbedienti (una sorta di versione XXI secolo della strategia dei \u201cnon allineati\u201d durante la guerra fredda), che quindi in primo luogo devono recuperare la propria autonomia, facendo leva sull\u2019orgoglio popolare.<\/p>\n<p>Insomma, per dirla con il vecchio linguaggio: all\u2019industrialismo ed al macchinismo manchesteriano (rovesciato da Engels) si oppone la lotta antimperialista e anticoloniale (che pure fu frequentata e rivalutata nell\u2019ultima riflessione dei due filosofi).<\/p>\n<p>Di seguito, nello sviluppare il suo argomento, Russo evoca un autore di chiarissima marca liberista come Richard Baldwin, autore di un libro recente sulla \u201cterza globalizzazione\u201d (\u201cLa grande convergenza\u201d), e lo fa per sostenere che questa mondializzazione \u00e8 diversa da quella di Engels. Secondo il nostro, Baldwin sostiene che mentre la vecchia riguardava \u201cprodotti finiti che attraversavano i confini\u201d (in realt\u00e0 era uno scambio dominato politicamente, finanziariamente e militarmente tra paesi produttori di materie prime, come l\u2019India, e i paesi industriali, in cui i primi cedevano ob torto collo le loro risorse e compravano i prodotti finiti di ritorno, spesso grazie al credito), questa \u201cnon \u00e8 semplicemente un settore ad essere sfidato dalla concorrenza straniera, ma \u00e8 una singola fase della produzione, che infatti viene spostata all\u2019estero. A varcare i confini \u00e8 il know how non il prodotto\u201d. Questa in parte oscura frase in realt\u00e0 poggia originariamente sulla filosofia della storia dell\u2019economista inglese, che nel suo libro attribuisce alla tecnologia la qualit\u00e0 di essere motore di un progresso inarrestabile tramite processi di \u201cunbuilding\u201d aventi carattere intrinsecamente progressista.<\/p>\n<p>La globalizzazione in corso per Baldwin \u00e8 infatti guidata dalla tecnologia dell\u2019informazione, per cui si pu\u00f2 produrre in un luogo e controllare da un altro, ma nel farlo trasferisce anche know how. La \u201cterza\u201d invece sar\u00e0 guidata da una pi\u00f9 pronunciata individualizzazione e messa in contatto che obbliga a maggiore flessibilit\u00e0, creando il lavoro come merce indefinitamente scambiabile senza attrito, potenziando il controllo a distanza sia di uomini da parte di macchine, sia di macchine da parte di uomini, rendendo alla fine non necessaria la presenza fisica, ma indispensabile la mediazione dell\u2019infrastruttura del capitale e delle \u201cpiattaforme\u201d di scambio. Avremo alla fine una societ\u00e0 del tutto priva di classe media (e qui sorge la possibilit\u00e0 di una controalleanza egemonica per Porcaro) e fatta da una parte di rentier ed ereditieri, in possesso delle macchine, delle piattaforme e delle infrastrutture di comunicazione, dall\u2019altra \u2018contenitori di lavoro\u2019 (astratto) del tutto interscambiabili.<\/p>\n<p>Riportando attraverso una recente conferenza la proposta di questo autore (che non ricostruisce nella sua interezza), Russo ricorda che per Baldwin se Trump alza le barriere tariffarie (come probabilmente vedremo tra breve) rende con ci\u00f2 anche e soprattutto pi\u00f9 costose le merci americane prodotte all\u2019estero dalle stesse multinazionali a stelle e strisce. La risposta dovrebbe essere quindi di dividere nuovamente le produzioni, costruendo in patria per il mercato interno e in Cina per quello cinese (o in Europa per quello europeo, se questa ne seguisse l\u2019esempio).<\/p>\n<p>Non \u00e8 chiaro, e l\u2019autore non lo chiarisce, passando subito ad altro, in che modo questo sarebbe un male (dal punto di Baldwin non \u00e8 necessario farlo perch\u00e9, seguendo un\u2019antica tradizione, consolidata dai dibattiti tra Ricardo e Malthus, per lui l\u2019interconnessione \u00e8 bene in s\u00e9). Leggeremo un altro autore liberale, Mevyn King, che guardando la cosa con occhi agli squilibri finanziari introduce qualche indizio che pu\u00f2 portare ad avere un\u2019altra opinione.<\/p>\n<p>Ma di seguito viene anche presentata una ragione pragmatica, di completamente altro tenore: \u00e8 difficile in pratica ottenere questo risultato, data l\u2019estensione e la complessit\u00e0 delle reti logistiche e di produzione delle aziende globali (responsabili di due terzi dei flussi di merci a lunga percorrenza mondiali). A questa obiezione pratica si pu\u00f2 rispondere che non c\u2019\u00e8 dubbio: la regolazione \u00e8 sempre difficile, ed \u00e8 un esercizio continuo di prova ed errore; la mancanza di regolazione \u00e8 pi\u00f9 facile, basta lasciare che le cose vadano (anche se ne burrone). Dal 2008, del resto, in particolare USA e Cina hanno messo mano a 3.500 misure protezionistiche nuove.<\/p>\n<p>Quindi, anche se Trump ha annunciato un programma di \u201cacceso protezionismo\u201d, per Russo avr\u00e0 difficolt\u00e0 ad eseguirlo per effetto dello \u201cStato profondo\u201d, ovvero della voce del capitalismo americano e delle sue istituzioni. Inoltre avr\u00e0 difficolt\u00e0 a evitare le regole imposta dal WTO, al quale \u201ctutti devono sottostare\u201d.<\/p>\n<p>Una delle cose pi\u00f9 singolari del pezzo di Russo \u00e8 quando cita l\u2019intervista del 4 maggio a \u201cThe Economist\u201d (che avevamo letto qui), traendone la conclusione che in essa Trump abbia fatto un passo indietro sull\u2019abolizione del Nafta. In effetti dalla lettura del testo non risulta affatto ci\u00f2, anzi Trump ribadisce con decisione la volont\u00e0 di riportare in equilibrio gli scambi con Messico e Canada, ma di aver avviato le procedure (della cui lentezza si lamenta contestualmente). In altre parole se \u201cd\u00e0\u201d sei mesi \u00e8 perch\u00e9 cos\u00ec dice il Trattato.<\/p>\n<p>Gli USA, racconta il Presidente in tale occasione, hanno peraltro ben 70 miliardi di deficit commerciale con il Messico, che vanno \u201cportati a zero\u201d (complessivamente hanno 650 miliardi di deficit su 2.000 miliardi di importazioni). Nella stessa intervista (famosa per l\u2019annuncio di \u201cattivare la pompa\u201d keynesiana) annuncia dazi fino al 35% sulle merci in arrivo. Indiscrezioni direbbero che sono in emanazione dazi medi del 20% verso la Cina (104 Mld di esportazioni da USA e 450 Mld di importazioni) che potrebbe fruttare fino a 90 Mld all\u2019anno di tassazione al governo Federale (il gettito federale \u00e8 circa il 15% del Pil, quindi al 2015 \u00e8 stimabile in 2.500 mld).<\/p>\n<p>Ci sono anche altre considerazioni in favore della tesi che la globalizzazione non sia terminata, ad esempio il fatto che il 12 maggio sia stato siglato un accordo commerciale in dieci punti, su base bilaterale con la Cina, ma non si comprende bene come questo episodio (in perfetta linea con l\u2019annunciata politica di avviare scambi bilaterali simmetrici) sia un segno di favor verso il \u201clibero commercio\u201d (che Trump a parole accetta, a patto di cambiare il senso delle parole). D\u2019altra parte in questo momento un cacciatorpediniere americano sta andando a sfidare le isole galleggianti e nell\u2019ultima riunione di gabinetto sarebbero stati decisi dazi. Insomma, gli episodi sono molti e non vanno tutti nella stessa direzione, se non sono letti con le giuste lenti.<\/p>\n<p>Certo, gli USA non si isolano dal mondo, n\u00e9 in alcun modo potrebbero. Una \u201cNato araba\u201d non cambia la politica americana, ma al contrario implementa esattamente quella logica di controllo indiretto, restrizione dei costi di protezione, riaffermazione della priorit\u00e0 dell\u2019interesse nazionale, che sembra di vedere in Trump (e di cui abbiamo fatto cenno in \u201cLa grande partita\u201d). La priorit\u00e0 all\u2019interesse nazionale significa anche evitare il saldarsi della Cina con la Russia, e di entrambe con l\u2019Europa (si pu\u00f2 leggere Nye su questo), e i Trattati commerciali erano a ci\u00f2 preordinati (il TTP contro la Cina e il TTIP contro la Russia, non a caso con molti dubbi tedeschi). Insomma, la \u201ccool war\u201d \u00e8 certamente in corso.<\/p>\n<p>Non \u00e8 del resto molto chiaro chi, a parte qualche giornalista particolarmente naif, pu\u00f2 aver mai pensato che gli Stati Uniti potessero, o volessero, isolarsi dal mondo tornando all\u2019inizio del 1800, quando avevano scelto di crescere all\u2019ombra senza sfidare l\u2019allora egemone impero inglese. Al contrario \u00e8 del tutto evidente che se anche la tattica dovesse spingere verso una riconfigurazione dei rapporti mondiali, commerciali e politici, sarebbe sempre per difendere e non per abbandonare l\u2019ambizione egemonica (messa in crisi proprio dalla mondializzazione e dall\u2019immane deficit commerciale che porta con s\u00e9).<\/p>\n<p>N\u00e9 si comprende in che senso il fatto, questo s\u00ec, che la Cina difenda la globalizzazione (dato il suo squilibrio commerciale e dipendenza dai capitali esteri, oltre che dalla tenuta del valore delle sue ingenti riserve) e, d\u2019altra parte, promuova una linea logistica proprietaria e controllata come la \u201cvia della seta\u201d (che al pi\u00f9 manifesta la volont\u00e0 di crearsi una sua rete imperiale) sia un argomento in favore della permanenza dell\u2019assetto di squilibri e sfruttamenti nel quale siamo vissuti all\u2019ombra calante del potere americano negli ultimi trenta anni. La cosa si pu\u00f2 leggere in modo diverso, come aurora di una fase di multilateralismo, nel quale potr\u00e0 esserci un\u2019unica mondializzazione solo se il potere del capitale e della tecnica prevarr\u00e0 su quello territoriale, liquidando tra le altre cose anche la democrazia. Leggeremo Parag Khanna che enfatizza con passione il valore di tali investimenti, sottotraccia in chiave antiamericana ed accettando questa conclusione (scrivendo, non a caso, lui che \u00e8 indiano ed \u00e8 cresciuto negli emirati, da Singapore).<\/p>\n<p>Sulla base di questi discutibili esempi, per lo pi\u00f9 leggibili in chiave opposta, la conclusione di Russo \u00e8 che \u201cla globalizzazione lungi dall\u2019approssimarsi alla sua fine, diviene sempre di pi\u00f9 il terreno di un\u2019aspra competizione economica innanzitutto, che pu\u00f2 tuttavia giungere al confronto militare come nei mari asiatici, e in guerra come nel caso del Medio Oriente. La globalizzazione non ha istituito spazi aperti per il libero e pacifico commercio, sono spazi in cui si svolgono competizioni economiche e conflitti politici, e quando necessari militari. Per essere attori sulla scena globale occorrono sistemi capitalistici che dominino grandi spazi \u2013 USA, Cina, UE \u2013 o siano in possesso di potenti apparati militari come la Russia\u201d.<\/p>\n<p>Ecco dunque il classico argomento in favore della logica imperiale del progetto Europeo: servono grandi poteri nazionali, per \u201cessere attori\u201d, ovvero per partecipare alla competizione capitalistica mondiale, eventualmente militare, sempre politica.<\/p>\n<p>In sostanza secondo questa visione si confrontano quattro nazionalismi: quello USA, quello Cinese, Russo e quello Europeo. Tra questi quattro si gioca la partita del dominio del mondo.<\/p>\n<p>Ma c\u2019\u00e8 un aspetto da considerare: come diceva il vecchio Engels, \u201cla questione del libero scambio e del protezionismo su muove interamente entro i confini del sistema attuale della produzione capitalista e non ha, perci\u00f2, alcun interesse diretto per i socialisti, i quali chiedono l\u2019abolizione di tale sistema\u201d.<\/p>\n<p>Secondo il giudizio di Porcaro: \u201cIn realt\u00e0 nel testo che esamino si insiste nel dire che il severo confronto tra entit\u00e0 politiche capitalistiche non \u00e8 tanto un confronto fra Stati, quanto fra \u2018grandi spazi\u2019 (ed \u00e8 chiaro che qui si suggerisce, per contrasto, che essendo l\u2019Italia per definizione un \u2018piccolo spazio\u2019 ogni progetto di autonomia nazionale le \u00e8 precluso). Va per\u00f2 detto che questi \u2018grandi spazi\u2019 sono tutti spazi statuali, dotati per di pi\u00f9 di una spiccata identit\u00e0 nazionale: Usa, Russia, Cina, ecc. . La stessa Unione europea, se vuole contare qualcosa, deve presentarsi come vero e proprio stato unitario ed inventarsi una qualche \u2018identit\u00e0 nazional-continentale\u2019. E se non dovesse riuscire a farlo ci\u00f2 avverrebbe a causa dell\u2019incapacit\u00e0 di una determinata nazione ad esercitare la necessaria egemonia. Insomma: nation matters, lo dice anche il meno nazionalista tra noi\u201d.<\/p>\n<p>Concordo con questo giudizio, trovo paradossale che quando un internazionalista anti-statalista si rivolge a fare il cinico (o il \u201crealista\u201d, nel gergo geopolitico) finisca per ritornare all\u2019inevitabilit\u00e0 della politica di potenza statuale. Ovvero all\u2019inevitabilit\u00e0 della logica imperialista, sia pure attribuendola all\u2019Europa.<\/p>\n<p>\u00c8 abbastanza facile, quindi, per Porcaro ricordare che su questo piano, entro i confini della produzione capitalista attuale, un paese che si staccasse dalla Unione Europea a guida tedesca, avrebbe solo da scegliere un altro protettore (ovviamente, nell\u2019attuale quadro di scontro egemonico USA vs Germania e vs Cina, sarebbero gli americani). Parlano in questa direzione proprio le caratteristiche dematerializzate della piattaforma produttiva del nuovo capitalismo (di cui Baldwin nella seconda parte del suo libro), che rendono la vicinanza geografica meno pressante. Anche se \u201cla questione delle dimensioni ha il suo peso\u201d, in altre parole, ci\u00f2 non implica che il vicino debba stare con il vicino.<\/p>\n<p>Ha buon gioco, nel seguito, Porcaro a ricordare che l\u2019interconnessione non implica il destino di essere irreversibile e progressiva (che le due guerre mondiali sono l\u00ec a dimostrarlo), e che anche l\u2019esternalizzazione delle catene produttive non \u00e8, secondo il desiderio di Baldwin, irreversibile; tanto che non sono affatto infrequenti i fenomeni di reshoring (alcuni sotto pressione politica, ma altri spontanei per lo spostamento dei punti di convenienza industriali).<\/p>\n<p>La questione, insomma, non si risolve facilmente moltiplicando dubbi esempi, ma richiede una teoria. Engels scelse ai suoi tempi il \u201clibero mercato\u201d sulla base di una potente euristica, da pi\u00f9 parti e versi oggi problematica: l\u2019inevitabile vittoria proletaria all\u2019estendersi della forza del capitalismo, per effetto della meccanica del sistema di produzione industriale. Porcaro invece propone di guardare allo schema di Arrighi (che abbia visto in \u201cIl lungo XX secolo\u201d e in \u201cCaos e governo del mondo\u201d) che vede fasi di \u201cfinanziarizzazione\u201d seguire ed essere precedute da fasi di espansione della logica \u201cterritoriale\u201d.<\/p>\n<p>Da questa ottica (che fa leva sul concetto di \u201cciclo egemonico\u201d) la globalizzazione \u00e8 un sintomo di un esaurimento di un ciclo di accumulazione e sta producendo le contraddizioni che riportano (ancora per una sovraccumulazione, ma questa volta di capitale liquido, come a suo modo riconosce anche Mervyn King) al protagonismo statuale. In particolare emerge la contraddizione tra Stati specializzati nella creazione di crediti esteri (la Germania e la Cina in primis) e in deficit commerciale e debitorio (gli stessi USA, che ribilanciano con il potere di controllo della moneta fino a che dura, e i paesi del sud Europa, privi di moneta). Con le parole di Porcaro: \u201ca mio avviso sono questi gli elementi macroeconomici e geopolitici che devono essere soprattutto considerati quando si valuta il rapporto tra regolazione \u2018economico-politica\u2019 (quella della c.d. globalizzazione) e regolazione \u2018politico-economica\u2019 (quella verso cui tendiamo oggi).<\/p>\n<p>Se \u00e8 vero che oggi la forma dominante del capitale \u00e8 quella bancario-finanziaria e che la sopravvivenza di questa (in costante minaccia di crisi di solvibilit\u00e0) in ultima istanza dipende direttamente dalle decisioni politiche degli Stati, ne discende che \u00e8 l\u2019intreccio tra Stato e capitale finanziario a dettare la musica, ben pi\u00f9 delle dinamiche capitale-merce e del capitale produttivo. Ed in particolare sono soprattutto i rapporti credito\/debito a dettare, a volte esplicitamente, a volte sottotraccia, la trama delle relazioni attuali. Da qui nascono le diverse guerre valutarie. Da qui l\u2019ostilit\u00e0 strutturale degli Usa contro la Cina. Da qui il conflitto latente Usa\/Germania, da qui le difficolt\u00e0 dei Brics, da qui la gracilit\u00e0 dell\u2019Unione europea, ecc. .\u201d<\/p>\n<p>Come cade tutto questo discorso, nel quale a mio parere ha del tutto ragione Mimmo Porcaro, sulla vicenda dell\u2019Unione Europea?<\/p>\n<p>Per Russo la Ue e le sue oligarchie si sono ormai liberate dal dominio USA, e da \u201calcuni decenni\u201d, operano in chiave controegemonica. Addirittura dalla rottura di Nixon nel 1971, quindi dal Serpente Monetario, poi dallo Sme e quindi dall\u2019Euro, tutte operazioni costruite non solo per difendersi dalla volatilit\u00e0, ma proprio contro il dollaro. E in questa fase cercando di produrre una capacit\u00e0 di difesa in proprio (operazione appena avviata e del tutto da vedere, per la verit\u00e0), inevitabile perch\u00e9 \u201cla UE non pu\u00f2 sottrarsi a questi compiti militari se vuole competere sull\u2019arena globale\u201d.<\/p>\n<p>Viene citato il \u201cLibro bianco sul futuro dell\u2019Europa\u201d del marzo 2017, nel quale il progetto imperiale europeo \u00e8 annunciato senza alcun infingimento. L\u2019autore ricorda il poco specifico riferimento al peso demografico proporzionalmente calante come ragione per abbandonare \u201cl\u2019ingenuo\u201d affidamento sul \u201csoft power\u201d in vista di una capacit\u00e0 militare in grado di difendere \u201cun commercio libero e sempre pi\u00f9 aperto\u201d e di \u201corientale la globalizzazione in modo che sia vantaggiosa per tutti\u201d. Insomma, dobbiamo armarci per fare gli interessi di coloro che bombarderemo, una classica affermazione imperialista in chiave dell\u2019universalismo europeo.<\/p>\n<p>Stupisce che una frase cos\u00ec grondante non sia riportata con qualche avvertenza di lettura. Ma forse \u00e8 ancora il potere dell\u2019internazionalismo nella linea fossile della vecchia filosofia della storia, progressista ed industrialista al contempo, del \u201cgenerale\u201d (ma in lui comunque ben pi\u00f9 complessa a ancora pi\u00f9 nel suo vecchio amico).<\/p>\n<p>Quel che mi pare si possa dire da questo discorso, \u00e8 l\u2019argomento che la globalizzazione non finir\u00e0 perch\u00e9 due attori preminenti (Europa e Cina) vogliono dominarla \u00e8 curioso a ben vedere. Se due Stati imperiali (il primo ancora da fare) intendono proiettare potenza (il primo, che non \u00e8 Stato anche militare, il secondo, che lo \u00e8, solo economica) per costruire una globalizzazione nell\u2019interesse \u201cdi tutti\u201d non per questo se ne pu\u00f2 trarre che questa sopravvivr\u00e0 alle tensioni degli Stati. Ovvero allo scontro degli opposti imperialismi.<\/p>\n<p>Qualsiasi, anche rapida lettura dell\u2019immensa letteratura geopolitica mostrerebbe che queste tensioni a riscrivere le regole pro-domo propria (dal tempo del \u201cgenerale\u201d, che per\u00f2 non ci credeva, sempre affermando che \u00e8 \u201cper tutti\u201d) sono proprio il motore della propensione a far esplodere l\u2019egemonia in un multilateralismo foriero di grandi rischi.<\/p>\n<p>In sostanza si pu\u00f2 dire, correndo il rischio della semplificazione, che la globalizzazione \u00e8 sinonimo di ordine mondiale, e questo di egemonia di un principio di ordine gerarchicamente sovraordinato agli altri. O questo \u00e8 statuale (e abbiamo avuto le mondializzazioni commerciali delle repubbliche marinare italiane, intrecciate al capitale finanziario e industriale toscano e milanese; poi quella spagnola e genovese; quindi quella olandese e poi industriale inglese; infine quella americana) o \u00e8 un ordine economico dettato dal capitale (e abbiamo l\u2019ultima fase dagli anni novanta ad oggi, sempre pi\u00f9 turbolenta, segnata dalla battuta attribuita a Clinton che ad un giornalista che gli chiedeva come ci si sentiva ad essere l\u2019uomo pi\u00f9 potente del mondo rispose di chiederlo alla moglie del Presidente della Fed che lo aveva sposato), come espressamente propongono dia Baldwin sia Khanna.<\/p>\n<p>Certo, di seguito Russo ricorda a pi\u00f9 riprese il \u201ccinismo\u201d delle \u00e9lite europee, che declinano questa logica di potenza competitiva in direzione della necessit\u00e0 di indebolire il lavoro, renderlo ancora pi\u00f9 flessibile, e smontare i sistemi di welfare universalisti. \u00c8 questa la \u201cterza mondializzazione\u201d di cui parla Baldwin nel suo libro, l\u2019era del dominio astratto ed impersonale del sistema automatico del capitale e della sua tecnica e di disattivazione della democrazia. Come dice giustamente Russo: \u201cal lavoratore impaurito e indebitato della Grande Recessione segue il lavoratore colpevolizzato in quanto unico responsabile della sua disoccupazione, precariet\u00e0, povert\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>Dunque, in sostanza, grazie anche ad un interessante richiamo di dichiarazioni di vari attori europei, da Mario Draghi (con la sua teoria della post-democrazia continuamente reiterata), a Merkel (con il suo muscolare esibizionismo antiamericano a difesa del sistema finanziario-industriale suo mandante), l\u2019Unione Europea fa secondo Russo ormai \u201csul serio\u201d nel contrapporsi alla declinante egemonia americana.<\/p>\n<p>Porcaro la deve diversamente: il segno di debolezza non \u00e8, come pensano le \u00e9lite europee nel tentativo di riaddomesticare la globalizzazione, riportandola nei confini di una logica statuale, ma \u00e8 in queste reazioni muscolari europee, mentre nessuno dei problemi strutturali viene risolto, non la debolezza bancaria, non gli scontri latenti tra Francia e Germania, non il \u201cregolamento dei conti\u201d con il Sud Europa. Ma certo questa debolezza mostra anche una volont\u00e0 del capitale europeo, in tutte le sue frazioni, di fare quadrato.<\/p>\n<p>La conclusione di Mimmo Porcaro \u00e8 politica. Secondo lui \u201cda quanto sopra discende che la questione della nazione non \u00e8 questione immediatamente interclassista, che noi dobbiamo obtorto collo fare nostra, ma \u00e8 oggi questione immediatamente classista (della nostra classe) che noi dobbiamo imporre alle classi esitanti\u201d.<\/p>\n<p>Infatti le tensioni che si accumulano inevitabilmente, sotto la doppia catena del debito e della moneta (che impone alle strutture economiche e sociali delle periferie interne della UE, in perfetta logica imperiale, di conservare a qualunque costo un avanzo per ripagare il debito che la dinamica degli squilibri commerciali cresciuti e alimentati dalla rigidit\u00e0 della moneta, crea), sono ormai tenute fuori della scena decisionale solo grazie al meccanismo maggioritario, nel quale una piccola minoranza pu\u00f2 eleggere Macron, se le maggioranze si frammentano e scoraggiano. Questa \u00e8 la ragione che impedisce la formazione di \u201cun soggetto popolare capace di rompere il gioco\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019ipotesi di Porcaro, come \u00e8 noto, \u00e8 dunque che \u201cla fine (assai probabile anche in Italia) del primo ciclo del populismo antiunionista di destra (fine che non avverr\u00e0 senza sussulti e ripensamenti e che non esclude un secondo ciclo, magari assai pi\u00f9 pericoloso) e la contemporanea crisi verticale del socialismo europeo, aprono lo spazio non gi\u00e0 per una forza \u2018di sinistra\u2019, ma per una forza democratico-costituzionale che sappia unire tutti i lavoratori, anche facendo appello ad un semplice e sobrio (ma potenzialmente dirompente) sentimento di appartenenza nazionale, inteso come richiamo alle lotte popolari che hanno prodotto, difeso e tentato di attuare la nostra Costituzione\u201d. Una sorta di \u201cpatriottismo costituzionale\u201d di nuovo conio, insomma (si pu\u00f2 leggere anche questo testo di Mac Intyre).<\/p>\n<p>Insomma, la strada \u00e8 di unificare chi viene danneggiato inesorabilmente da questa dinamica degli opposti imperialismi, travestita come sempre da internazionalismo e universalismo, e dalla gerarchia degli interessi che implica necessariamente, intorno ad un progetto nazionale in forma \u201cpopulista\u201d.<\/p>\n<p>Fonte:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/globalizzazione\/10169-alessandro-visalli-discussioni-su-globalizzazione-unione-europea-e-destino-nazionale.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/globalizzazione\/10169-alessandro-visalli-discussioni-su-globalizzazione-unione-europea-e-destino-nazionale.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Alessandro Vassalli) Su Sinistrainrete \u00e8 stato pubblicato un interessante dibattito a distanza tra Franco Russo, autore di un articolo dal titolo \u201cL\u2019Unione Europea nella globalizzazione\u201d e Mimmo Porcaro, che replica con \u201cLa UE e l\u2019Italia dentro la \u2018fine\u2019 della globalizzazione\u201d. Il saggio di Franco Russo cerca di esaminare le reazioni di organi della Ue, e suoi rappresentanti, alla sbandierata politica americana all\u2019insediarsi di Trump. La tesi alla quale reagisce \u00e8 quella&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":26460,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/sinistra-in-rete-e1474130037723-160x160.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-8zn","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/32945"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=32945"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/32945\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":33024,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/32945\/revisions\/33024"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26460"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=32945"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=32945"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=32945"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}