{"id":33061,"date":"2017-07-14T10:00:31","date_gmt":"2017-07-14T08:00:31","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=33061"},"modified":"2017-07-13T20:56:21","modified_gmt":"2017-07-13T18:56:21","slug":"33061","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=33061","title":{"rendered":"Per una patria delle autonomie municipali"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SENSO COMUNE (Stefano Poggi)<\/strong><\/p>\n<p><strong>********<\/strong><\/p>\n<p><strong>Premessa<\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;idea di Senso Comune sull&#8217;organizzazione degli <strong>enti locali<\/strong> si avvicina molto a quella del <strong>FSI<\/strong> nella misura in cui si critica il decentramento regionale, non tanto quello progettato dalla Costituzione, quanto quello degenerato in seguito soprattutto all&#8217;impostazione di ideologie come il\u00a0<strong>federalismo<\/strong>, portato avanti da partiti fra i quali la <strong>Lega<\/strong>.<\/p>\n<p>Quest&#8217;ultima infatti ha contribuito alla denigrazione dell&#8217;unit\u00e0 nazionale, cavalcando l&#8217;idea della <strong>macro-regione<\/strong> virtuosa e indipendente contro uno Stato giudicato inefficiente e spendaccione, e perci\u00f2 naturalmente avverso agli interessi delle PMI soprattutto situate nel nord Italia.<\/p>\n<p>In questa ostinata contrapposizione contro l&#8217;Italia la Lega \u00e8 finita, in parte senza nemmeno accorgersene, proprio nel soddisfare i criteri cosmopoliti dell&#8217;<strong>Unione\u00a0Europea<\/strong>, che oggi giorno va dicendo di voler contestare. L&#8217;ossessione per il regionalismo (appoggiato d&#8217;altronde dallo stesso centro sinistra del <strong>governo Amato <\/strong>e D&#8217;Alema) ha viceversa alimentato propria l&#8217;ideologia liberista che schiaccia la sovranit\u00e0 del nostro paese, cui impedisce di fare sistema, dopo aver scorto nella regione l&#8217;opportunit\u00e0 di insediarsi al suo interno col fine di aggredire progressivamente l&#8217;autorit\u00e0 centrale dello Stato.<\/p>\n<p>Allo stesso modo, la soluzione del FSI consiste dunque nel rifondare un nuovo &#8220;<strong>localismo<\/strong>&#8221; che prenda distanza dai focolai separatisti ovviamente, anche se non si esprime esattamente nel senso &#8220;municipale&#8221;, quanto piuttosto nell&#8217;idea di &#8220;<strong>distretto<\/strong>&#8220;. Quest&#8217;ultimo tuttavia presenta un aspetto e una funzione molto simili a quelle invocate in questo articolo da Senso Comune, in quanto, diversamente dalla regione, viene a dipendere pi\u00f9 direttamente dallo Stato riguardo le grandi questioni, mentre garantirebbe la facolt\u00e0 di una\u00a0<strong>legislazione autonoma locale<\/strong>\u00a0per fare fronte ad esigenze pi\u00f9 particolari.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 servirebbe a rinforzare <strong>il sentimento di appartenenza del popolo al proprio territorio\u00a0<\/strong>grazie anche all&#8217;autentico attaccamento della comunit\u00e0 verso le tradizioni, sia per il reale sfruttamento delle dinamiche democratiche nell&#8217;ambito di un&#8217;area specifica e circoscritta, <strong>contro l&#8217;attuale strapotere degli anonimi esecutivi regionali<\/strong>.<\/p>\n<p>Rimando perci\u00f2 alla lettura del documento originale del <strong>FSI<\/strong>,\u00a0&#8220;<strong><em>La riforma degli enti territoriali in Italia<\/em><\/strong>&#8220;,\u00a0che troverete\u00a0<strong>QUI:\u00a0<\/strong><a href=\"http:\/\/www.riconquistarelasovranita.it\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/Documenti-ufficiali-FSI-1.pdf\">http:\/\/www.riconquistarelasovranita.it\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/Documenti-ufficiali-FSI-1.pdf<\/a><\/p>\n<p><strong>********<\/strong><\/p>\n<p>Una delle tante incontestabili verit\u00e0 del dibattito pubblico italiano riguarda il modo in cui i poteri sono ripartiti fra <strong>gli enti locali<\/strong>. La litania che sentiamo ripetere da anni \u00e8 che, sostanzialmente, le regioni rappresentino l\u2019unica forma di autonomia locale possibile. Tanto \u00e8 vero che le province, radicate nel tessuto storico italiano da quasi due secoli, sono state spazzate via (nella sostanza) senza neanche troppo dibattito. Eppure vale la pena fermarsi un attimo su questo tema, che nulla ha di scontato.<\/p>\n<p><strong>Le regioni \u2013 tranne quelle a statuto speciale \u2013 sono un organo previsto dalla Costituzione repubblicana del \u201948<\/strong> <strong>(cos\u00ec come le province e i comuni)<\/strong>. La loro applicazione ha tardato per\u00f2 fino al 1970: i partiti di governo, infatti, ritenevano poco utile istituire enti locali che in parte sarebbero finiti in mano al Partito Comunista (che, infatti, era particolarmente a favore delle regioni). Insomma, una storia perfettamente inserita nel clima di guerra fredda in cui la Repubblica ha vissuto nei suoi primi decenni di vita.<\/p>\n<p>Nel <strong>1970<\/strong> le Regioni sono state finalmente istituite, ed hanno oggi alle loro spalle quasi cinquant\u2019anni di vita: un periodo sufficiente per iniziare a formulare qualche giudizio. Bisogna per\u00f2 menzionare almeno due altri passaggi importanti nella storia delle regioni italiane. In primo luogo, il <strong>1995<\/strong>. In quell\u2019anno, fra le rovine della Prima Repubblica, venne approvata la <strong>legge Tatarella<\/strong> che modificava il sistema elettorale delle regioni a statuto ordinario in senso straordinariamente presidenzialista e maggioritario. \u00c8 stato questo un passaggio importante, perch\u00e9 ha rafforzato in maniera inedita il ruolo dell\u2019<strong>esecutivo regionale <\/strong>sopra quello delle assemblee regionali democraticamente elette.<\/p>\n<p>Il secondo passaggio fondamentale \u00e8 stato il <strong>2001<\/strong>, quando la riforma costituzione promossa dal <strong>Governo Amato<\/strong> (ma elaborata da quello <strong>D\u2019Alema<\/strong>) ha ampliato le competenze regionali, formalizzandole anche dal punto di vista costituzionale.<\/p>\n<p><strong>Cosa ha provocato questa accelerazione regionalista? <\/strong><\/p>\n<p>In primo luogo, a partire dal 1970 si \u00e8 insediata a capo delle regioni una classe politica che per decenni ha cercato una motivazione per giustificare la propria esistenza. Grazie alla generosit\u00e0 di questa classe politica, gli studi sull\u2019importanza amministrativa delle regioni, sulla storia \u201cprimordiale\u201d di ogni regione, sul dialetto (passato da locale \u2013 come sempre era stato \u2013 a \u201cregionale\u201d) si sono cos\u00ec moltiplicati. Si sa, tutte le identit\u00e0 collettive di massa sono in qualche modo delle \u201ccomunit\u00e0 immaginate\u201d, costruite in gran parte da attori politici.<\/p>\n<p>Nel caso delle identit\u00e0 regionali, questo sforzo di creazione di identit\u00e0 \u00e8 stato particolarmente impressionante, considerate le energie economiche ed intellettuali spese. Le istituzioni regionali sono cos\u00ec riuscite a creare piano piano delle identit\u00e0 regionali prima largamente inesistenti, o comunque non attivate politicamente. Questo sforzo, portato avanti inizialmente dai partiti tradizionali (Dc, Pci e Psi in particolare), ha avuto un incredibile ritorno di fiamma con la nascita di <strong>movimenti politici indipendentisti e regionalisti<\/strong> \u2013 che specialmente nell\u2019Italia settentrionale sono riusciti a sostituirsi ai vecchi partiti di governo.<\/p>\n<p><strong>L\u2019altro fattore che ha facilitato l\u2019affermarsi del regionalismo \u00e8 stato il progressivo crescere di potere dell\u2019Unione Europea.<\/strong> La Comunit\u00e0 Europea prima e l\u2019Unione Europea poi hanno storicamente individuato nelle regioni l\u2019organo amministrativo \u201cperfetto\u201d a cui gli stati nazionali avrebbero dovuto prima o dopo uniformarsi. In controluce, possiamo individuare anche qua il peso dell\u2019egemonia politica della <strong>Repubblica Federale Tedesca<\/strong>, l\u2019unico stato europeo organizzato nel secondo dopoguerra in senso regionale.<\/p>\n<p>Ma l\u2019Unione Europea ha avuto anche un motivo pi\u00f9 strettamente politico per alimentare i regionalismi: molto semplicemente, essi minano la forza politica degli stati-nazionali, che dell\u2019Unione Europea sono il principale competitor. Non per caso i regionalismi sono stati per lungo tempo la punta pi\u00f9 avanzata del movimento per l\u2019integrazione europea: la loro forza si \u00e8 basata sull\u2019Unione Europea tanto quanto quella dell\u2019Unione Europea si \u00e8 basata sulla loro funzione anti-statale. Non si tratta per forza di una dinamica negativa: essa pu\u00f2 essere negativa o positiva a seconda dei regionalismi\/nazionalismi in questione.<\/p>\n<p>Ritornando al caso italiano, il regionalismo si \u00e8 alimentato con un uso mitologico della storia della Penisola. I regionalisti hanno infatti individuato negli stati pre-unitari le origini ultime delle regioni come unit\u00e0 politiche, culturali e perfino nazionali. Ovviamente, la storia si rivela \u2013 alla prova dei fatti \u2013 sempre pi\u00f9 complessa dei suoi usi (ed abusi) politici. Non \u00e8 questo il luogo per passare in rassegna la mitologia del regionalismo italiano, per altro parecchio differenziata. Basti sottolineare come gli stati pre-unitari fossero completamente privi di identit\u00e0 nazionale intesa in senso moderno, anche in una fase primordiale.<\/p>\n<p>Non per niente il <strong>Risorgimento<\/strong> fu praticamente in tutta Italia \u2013 e qua risiede un altro mito da sfatare \u2013 <strong>un processo storico che coinvolse ampie strati della popolazione<\/strong>. Una Rivoluzione tradita, certo, pagata sulla propria pelle proprio da quei contadini meridionali che erano insorti contro i Borboni per la divisione delle terre promessa da Garibaldi. Ma non si \u00e8 certo trattato di un processo storico imposto in punta di baionetta dai Savoia, come vorrebbero i regionalisti.<\/p>\n<p>D\u2019altro canto, considerati nella loro esistenza politica, <strong>gli stati regionali pre-unitari erano molto diversi da quello che sono oggi le regioni<\/strong>. Essi erano puntellati di autonomie locali \u2013 di carattere feudale, oligarchico e perfino popolare \u2013 che si auto-amministravano quasi completamente. Il potere statale si limitava nei periodi ordinari all\u2019estrazione di risorse sotto forma di tasse, all\u2019emissione di moneta e alla politica estera. Una realt\u00e0 difficilmente immaginabile al giorno d\u2019oggi, in cui l\u2019amministrazione ed il potere pubblico si basano sull\u2019uniformazione e la centralizzazione statale affermatesi nell\u2019Ottocento.<\/p>\n<p><strong>I regionalisti, immersi nella loro mitologia, non riescono per\u00f2 a vedere come gli stati pre-unitari fossero enti in cui il centro politico aveva pochissimo potere sulle comunit\u00e0 locali<\/strong>. E, stupidamente, oggi chiedono un regionalismo fortemente accentrato, in cui a decidere tutto \u00e8 il potere centrale. In Veneto, per esempio, la regione ha proibito alla provincia di Belluno di tenere un proprio referendum sull\u2019autonomia, in questo caso realmente locale, analogo proprio a quello che Zaia sta promuovendo per la regione (cio\u00e8 per se stesso).<\/p>\n<p><strong>Insomma<\/strong>, <strong>la mitologia regionalista (si) inganna sul passato, e nel far questo difende i privilegi delle oligarchie del presente.<\/strong> Questo per\u00f2 non significa che l\u2019autonomia locale non sia da perseguire e coltivare. Portare il potere verso la gente comune, renderla responsabile del proprio destino \u00e8 stato l\u2019impegno di generazioni di democratici. Il problema \u00e8 che le regioni \u2013 soprattutto quelle da milioni di abitanti \u2013 non potranno mai avere questo ruolo di promozione del potere popolare.<\/p>\n<p>Il perch\u00e9 \u00e8 presto detto: basta guardare alla storia di questi cinquant\u2019anni di governo regionale. Si tratta di una storia di <strong>sprechi<\/strong>, <strong>scandali<\/strong>, accentramento di potere, <strong>grandi opere imposte dall\u2019alto sulle comunit\u00e0 locali<\/strong>. E non potrebbe essere altrimenti. Le regioni \u2013 per come si sono configurate fino ad oggi \u2013 rappresentano, sostanzialmente, dei piccoli Stati nello Stato. Con tutti i difetti di uno Stato, ma senza nessuno dei suoi pregi. Perch\u00e9 mentre lo Stato nazionale ha un\u2019opinione pubblica corrispondente \u2013 che, bene o male, esercita un controllo popolare sul potere -, <strong>i mini-stati regionali non li controlla nessuno<\/strong>.<\/p>\n<p>Nella vita di ogni giorno, la gente \u00e8 interessata (quando riesce ad interessarsi) a due livelli: uno di comunit\u00e0 (comune o aggregazione di comuni); ed uno statale, remoto ma fondamentale nella vita di ogni giorno (lo Stato nazionale). Le oligarchie regionali rimangono cos\u00ec a gestire un potere di fatto statale senza alcun controllo dal basso. E da qui derivano gli scandali, i disastri, gli sprechi a cui le regioni ci hanno abituato.<\/p>\n<p><strong>Una vera autonomia locale, insomma, non potr\u00e0 mai essere regionale<\/strong>. Se questa verr\u00e0 non potr\u00e0 che essere <strong>municipale<\/strong> o \u2013 tutt\u2019al pi\u00f9 \u2013 <strong>provinciale<\/strong>. Solo a questo livello il potere politico corrisponde ad un vero <strong>controllo popolare<\/strong>. Basti pensare alla sanit\u00e0: perch\u00e9 un servizio cos\u00ec centrale nella vita di ogni giorno non pu\u00f2 essere governato da cittadini eletti a livello di Asl invece che da nominati dall\u2019amministrazione regionale?<\/p>\n<p>Un\u2019autonomia municipale risponderebbe poi ad una della caratteristiche di \u201clungo periodo\u201d della storia della penisola italiana, quell\u2019<strong>orgoglio municipale<\/strong> (da sempre bollato dagli oligarchi come \u201ccampanilismo\u201d) che \u00e8 un fattore profondamente radicato nelle comunit\u00e0 locali.<\/p>\n<p>Certo, l\u2019autonomia municipale non garantirebbe da sola un potere politico articolato in termini popolari e democratici. Rimane aperta \u2013 per esempio \u2013 la questione del presidenzialismo senza contrappesi dei comuni attuali. E rimane impellente la necessit\u00e0 di inserire in Costituzione la consultazione delle comunit\u00e0 locali per ogni opera pubblica che ne interessi il territorio.<\/p>\n<p>Ma se veramente vogliamo costruire una democrazia in cui a contare sia la <strong>gente comune<\/strong> <strong>e non le oligarchie<\/strong>, non potremo che passare sopra il cadavere delle regioni. <em>Per una patria in cui le autonomie municipali siano la colonna fondante del potere popolare.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/stefano-poggi\/patria-delle-autonomie-municipali\/\">http:\/\/www.senso-comune.it\/stefano-poggi\/patria-delle-autonomie-municipali\/<\/a><\/p>\n<div class=\"page\" title=\"Page 38\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SENSO COMUNE (Stefano Poggi) ******** Premessa L&#8217;idea di Senso Comune sull&#8217;organizzazione degli enti locali si avvicina molto a quella del FSI nella misura in cui si critica il decentramento regionale, non tanto quello progettato dalla Costituzione, quanto quello degenerato in seguito soprattutto all&#8217;impostazione di ideologie come il\u00a0federalismo, portato avanti da partiti fra i quali la Lega. 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